Il cazzo di Peppe il parrucchiere
di
Federica36
genere
confessioni
Sono Federica, ho 36 anni e voglio raccontare un'esperienza che ho vissuto e sto ancora vivendo con il mio capo, una storia iniziata in modo del tutto normale e che, con il tempo, ha preso una piega che non mi sarei mai aspettata.
Prima però mi presento un po'. Sono alta 1,73, ho i capelli castano scuro, una carnagione olivastra e un fisico asciutto. Chi mi conosce dice che il mio punto forte è il sorriso: sono una persona molto solare, espansiva e mi piace mettere gli altri a proprio agio. Ascoltare le persone mi viene naturale, ed è anche uno dei motivi per cui, qualche anno fa, ho deciso di cambiare completamente lavoro e diventare parrucchiera. In fondo, un salone di parrucchiere non è solo un luogo dove ci si prende cura dei capelli: è anche un posto dove si chiacchiera, ci si sfoga, si ride e, qualche volta, si condividono anche momenti difficili.
Prima di intraprendere questa professione facevo tutt'altro. Dopo aver riflettuto a lungo su quello che desideravo davvero, circa sei anni fa mi iscrissi a un corso professionale per diventare parrucchiera. Furono mesi intensi, pieni di studio e pratica. Imparai le tecniche di taglio, le colorazioni, le permanenti, le pieghe e tutto ciò che riguarda questo mestiere. Più imparavo e più mi rendevo conto di aver finalmente trovato un lavoro che mi piaceva davvero.
Terminato il corso iniziai a lavorare in un paio di saloni fuori dal mio paese. Furono esperienze utili perché mi permisero di fare pratica e acquisire sicurezza, ma non erano ambienti nei quali riuscivo a vedermi a lungo termine. In uno non mi trovavo particolarmente bene con l'organizzazione del lavoro, nell'altro i contratti erano sempre molto brevi e gli stipendi piuttosto bassi. Ogni volta vivevo con l'incertezza di sapere se il mese successivo avrei continuato oppure no. Dopo qualche tempo capii che volevo qualcosa di più stabile.
Fu allora che alcune persone mi parlarono di Peppe, un parrucchiere del paese che gestiva il suo salone da oltre trent'anni. Aveva una clientela affezionata e cercava una persona che lo aiutasse. Tutti me ne parlarono come di uno che conosceva bene il mestiere e che, se trovava una persona valida, la teneva volentieri con sé.
Così decisi di tentare.
Il giorno del colloquio entrai nel suo salone con un misto di curiosità e agitazione. In quel momento nel locale eravamo soltanto io e Peppe. Il locale aveva uno stile un po' tradizionale, con grandi specchi alle pareti, poltrone girevoli ben tenute e il classico profumo di shampoo, lacca e prodotti per capelli.
Peppe mi accolse con cordialità. Era un uomo sulla sessantina, piuttosto robusto, con una leggera pancia e i capelli non piu scurissimi. Aveva modi semplici, diretti e l'atteggiamento di chi aveva trascorso una vita intera dietro una poltrona da parrucchiere.
Mi invitò a sedermi su una delle sedie del salone e iniziammo a parlare. Mi fece molte domande sul corso che avevo frequentato, sulle esperienze lavorative precedenti e su quello che sapevo fare. Io gli raccontai il mio percorso con sincerità, senza esagerare le mie capacità ma anche senza sminuirmi.
Alla fine del colloquio mi disse che avrebbe voluto iniziare con un contratto di alcuni mesi, giusto il tempo di conoscermi meglio e vedere come lavoravo. Se tutto fosse andato bene, la sua intenzione era quella di offrirmi un impiego stabile.
Quelle parole mi fecero piacere. Era esattamente ciò che stavo cercando.
Ci stringemmo la mano e, prima che uscissi, mi disse sorridendo:
"Martedì alle otto ti aspetto."
Quel martedì arrivai con qualche minuto di anticipo. Indossavo la divisa, i capelli raccolti con cura e il mio solito sorriso. Ero emozionata, ma anche determinata a fare una buona impressione.
Le prime settimane furono soprattutto di osservazione e apprendimento. Peppe aveva il suo metodo di lavoro, affinato in decenni di esperienza, e voleva che imparassi bene ogni procedura. Mi occupavo degli shampoo, preparavo le tinte, seguivo le permanenti, sistemavo le postazioni e accoglievo le clienti appena entravano.
Per quanto riguardava i tagli, almeno all'inizio preferiva eseguirli lui. Non era sfiducia nei miei confronti, quanto piuttosto prudenza. Aveva costruito la sua reputazione in tanti anni e teneva molto alla soddisfazione della clientela.
Io lo capivo perfettamente e non mi pesava aspettare.
Nel frattempo iniziai a conoscere le clienti abituali. Molte venivano lì da venti o trent'anni e sembravano sentirsi quasi in famiglia. C'era chi raccontava delle vacanze, chi parlava dei figli, chi si lamentava del marito e chi semplicemente veniva per concedersi un paio d'ore di relax.
Con il mio carattere aperto riuscivo facilmente a instaurare un bel rapporto con tutte. Mi piaceva ascoltare, fare due chiacchiere e cercare di mettere chiunque a proprio agio.
Le giornate scorrevano veloci.
Quando arrivò il primo sabato sera ero stanca, ma soddisfatta. Dopo aver sistemato il salone e spento le ultime luci, Peppe prese una piccola scatola dove le clienti lasciavano le mance.
La aprì, contò velocemente le monete e le divise anche con me.
Non era certo una questione economica. Si trattava di pochi spiccioli, ma quel gesto mi fece sentire parte della squadra. Era il suo modo di dirmi che stavo contribuendo al lavoro del salone.
Prima di andare via ci salutammo con due baci sulle guance e ci augurammo buon fine settimana.
Passarono circa quattro settimane e tutto sembrava procedere per il meglio.
Il lavoro mi piaceva sempre di più. Peppe iniziava a lasciarmi maggiore autonomia e ogni tanto mi affidava anche lavori un po' più delicati. Le clienti sembravano apprezzarmi e spesso chiedevano direttamente di essere seguite da me per shampoo, pieghe o colorazioni.
Anche il rapporto con Peppe era sereno. Tra noi c'era confidenza professionale, ma sempre nel rispetto dei ruoli. Ogni tanto scherzavamo durante le giornate più tranquille, ma senza mai superare certi limiti.
Un pomeriggio, poco prima dell'inizio del turno dopo la pausa pranzo, il salone era ancora vuoto. Avevamo qualche minuto prima dell'arrivo delle prime clienti.
Io ero seduta su una delle poltrone girevoli davanti agli specchi e stavo scorrendo distrattamente i social sul cellulare.
Nel frattempo Peppe era poco distante da me, in piedi davanti al bancone, intento a controllare l'agenda degli appuntamenti della giornata. Ogni tanto cancellava qualcosa, aggiungeva un orario o verificava i nomi delle clienti.
A un certo punto alzai gli occhi dallo schermo del telefono quasi senza pensarci.
Lo osservai di profilo, completamente concentrato sul suo lavoro, e mi accorsi di un particolare del suo abbigliamento che fino a quel momento non avevo mai notato. Indossava, come quasi tutti i giorni, un paio di jeans e una semplice camicia, e la stoffa dei pantaloni presentava una evidente sporgenza nella zona della patta.
Abbasso subito lo sguardo e poi lo rialzo piu volte.
Penso tra me e me :"È la forma dei jeans".
Fu un'osservazione del tutto casuale, durata solo un istante. Distolsi subito lo sguardo, quasi imbarazzata per essermi soffermata su un dettaglio così personale, cercando di tornare a concentrarmi sul telefono mentre il pomeriggio di lavoro stava per ricominciare.
Iniziamo il turno pomeridiano e anche la settimana.
Un altro giorno l occhio mi ricade li,sempre in jeans,modello diverso ma la sporgenza è simile.
Continuo a lavorare ma l occhio cade sempre piu spesso;se lavoro nella postazione accanto,se mi passa vicino.
Inizio a notare che con questa fissazione inizio a non rendere bene a lavoro.
Mi è capitato anche di inquadrare con il cellulare li per riguardare meglio.
"No,così non posso continuare",dico fra me e me.
"Fatti coraggio,tanto hai confidenza"
"Ma che sei matta?"
Le voci interne che discutono nella mia testa.
È un sabato sera e sono abbastanza stressata,ma non è il lavoro ma la situazione interna che sto vivendo.
Decido di buttarmi,al massimo la butto sulla risata e poi mica sono brutta.
"Senti Peppe,io devo chiederti una cosa".
"Dimmi Federica",risponde guardando il foglio delle scommesse sportive mentre è seduto.
"Se ti chiedo una curiosità...mica ti offendi?"
"E perche dovrei offendermi?"Rispose.
"Ehm...allora...non è facile?
"Dai dimmi,vuoi un aumento?"Rispose ancora lui.
"Nono,ahahah,è solo una curiosità...
"E allora dimmi"Rispose.
"Ma sono i jeans che compri che fanno diciamo quell effetto?"
"Quale effetto?"Rispose.
"Dai te lo dico piu diretto,ho notato una sporgenza notevole davanti,sulla patta".
Lui appoggia la penna sul foglietto e ripone gli occhiali e mi guarda.
"Non volevo offenderti,Peppe,era solo una curiosità"
"È giusto avere le curiosità Federica,se vuoi togliertela vado ad abbassare un po la saracinesca...se passa qualcuno"Rispose.
"Come vuoi Peppe".
Si alzò e la abbassò con un colpo secco vusto che è abbastanza vecchia.
Il salone divenne abbastanza buio e quindi accese le luci al neon.
"Dai vieni,facciamo veloce che poi chiudiamo..."Disse.
Si posizionò in piedi,un po riparato nell angolo del salone.
Mi avvicinai e mi misi in ginocchio.
Sbottonai la cintura e il bottone del jeans e con pollice e indice tirai giu la cerniera.
Infilai le dita prendendo insieme le mutande e il jeans in modo da tirare giu tutto.
Man mano che scendevo,l emozione saliva e lo stupore anche.
Arrivato e metà circa,ho tirato tutto giu.
Dire sconvolta è poco,mi trovai davanti quella che definisco un pitone o una proboscide.
Una roba mai vista,sgranai gli occhi incredula di fronte a quel cazzo enorme.
Dalla patta dei jeans si notava il bozzo ma non avrei mai immaginato fosse cosi mostruoso.
Di colore abbastanza scuro e anche abbastanza largo,da moscio.
Lo toccai senza quasi rendermene conto,chiedendogli scusa.
"Fai pure Federica,una cosa veloce però che chiudiamo".
Lo presi in mano in mano,poi con due e ne rimaneva ancora.
Iniziaì a segarlo prima lentalmente e poi velocemente fino a quando gli schizzi di sborra non caddero copiosi sul pavimento del salone.
Dopo una rapida pulita con dei fazzoletti,chiudemmo il salone e andammo a casa,tremolante dall emozione di aver visto il cazzone di Peppe.
Prima però mi presento un po'. Sono alta 1,73, ho i capelli castano scuro, una carnagione olivastra e un fisico asciutto. Chi mi conosce dice che il mio punto forte è il sorriso: sono una persona molto solare, espansiva e mi piace mettere gli altri a proprio agio. Ascoltare le persone mi viene naturale, ed è anche uno dei motivi per cui, qualche anno fa, ho deciso di cambiare completamente lavoro e diventare parrucchiera. In fondo, un salone di parrucchiere non è solo un luogo dove ci si prende cura dei capelli: è anche un posto dove si chiacchiera, ci si sfoga, si ride e, qualche volta, si condividono anche momenti difficili.
Prima di intraprendere questa professione facevo tutt'altro. Dopo aver riflettuto a lungo su quello che desideravo davvero, circa sei anni fa mi iscrissi a un corso professionale per diventare parrucchiera. Furono mesi intensi, pieni di studio e pratica. Imparai le tecniche di taglio, le colorazioni, le permanenti, le pieghe e tutto ciò che riguarda questo mestiere. Più imparavo e più mi rendevo conto di aver finalmente trovato un lavoro che mi piaceva davvero.
Terminato il corso iniziai a lavorare in un paio di saloni fuori dal mio paese. Furono esperienze utili perché mi permisero di fare pratica e acquisire sicurezza, ma non erano ambienti nei quali riuscivo a vedermi a lungo termine. In uno non mi trovavo particolarmente bene con l'organizzazione del lavoro, nell'altro i contratti erano sempre molto brevi e gli stipendi piuttosto bassi. Ogni volta vivevo con l'incertezza di sapere se il mese successivo avrei continuato oppure no. Dopo qualche tempo capii che volevo qualcosa di più stabile.
Fu allora che alcune persone mi parlarono di Peppe, un parrucchiere del paese che gestiva il suo salone da oltre trent'anni. Aveva una clientela affezionata e cercava una persona che lo aiutasse. Tutti me ne parlarono come di uno che conosceva bene il mestiere e che, se trovava una persona valida, la teneva volentieri con sé.
Così decisi di tentare.
Il giorno del colloquio entrai nel suo salone con un misto di curiosità e agitazione. In quel momento nel locale eravamo soltanto io e Peppe. Il locale aveva uno stile un po' tradizionale, con grandi specchi alle pareti, poltrone girevoli ben tenute e il classico profumo di shampoo, lacca e prodotti per capelli.
Peppe mi accolse con cordialità. Era un uomo sulla sessantina, piuttosto robusto, con una leggera pancia e i capelli non piu scurissimi. Aveva modi semplici, diretti e l'atteggiamento di chi aveva trascorso una vita intera dietro una poltrona da parrucchiere.
Mi invitò a sedermi su una delle sedie del salone e iniziammo a parlare. Mi fece molte domande sul corso che avevo frequentato, sulle esperienze lavorative precedenti e su quello che sapevo fare. Io gli raccontai il mio percorso con sincerità, senza esagerare le mie capacità ma anche senza sminuirmi.
Alla fine del colloquio mi disse che avrebbe voluto iniziare con un contratto di alcuni mesi, giusto il tempo di conoscermi meglio e vedere come lavoravo. Se tutto fosse andato bene, la sua intenzione era quella di offrirmi un impiego stabile.
Quelle parole mi fecero piacere. Era esattamente ciò che stavo cercando.
Ci stringemmo la mano e, prima che uscissi, mi disse sorridendo:
"Martedì alle otto ti aspetto."
Quel martedì arrivai con qualche minuto di anticipo. Indossavo la divisa, i capelli raccolti con cura e il mio solito sorriso. Ero emozionata, ma anche determinata a fare una buona impressione.
Le prime settimane furono soprattutto di osservazione e apprendimento. Peppe aveva il suo metodo di lavoro, affinato in decenni di esperienza, e voleva che imparassi bene ogni procedura. Mi occupavo degli shampoo, preparavo le tinte, seguivo le permanenti, sistemavo le postazioni e accoglievo le clienti appena entravano.
Per quanto riguardava i tagli, almeno all'inizio preferiva eseguirli lui. Non era sfiducia nei miei confronti, quanto piuttosto prudenza. Aveva costruito la sua reputazione in tanti anni e teneva molto alla soddisfazione della clientela.
Io lo capivo perfettamente e non mi pesava aspettare.
Nel frattempo iniziai a conoscere le clienti abituali. Molte venivano lì da venti o trent'anni e sembravano sentirsi quasi in famiglia. C'era chi raccontava delle vacanze, chi parlava dei figli, chi si lamentava del marito e chi semplicemente veniva per concedersi un paio d'ore di relax.
Con il mio carattere aperto riuscivo facilmente a instaurare un bel rapporto con tutte. Mi piaceva ascoltare, fare due chiacchiere e cercare di mettere chiunque a proprio agio.
Le giornate scorrevano veloci.
Quando arrivò il primo sabato sera ero stanca, ma soddisfatta. Dopo aver sistemato il salone e spento le ultime luci, Peppe prese una piccola scatola dove le clienti lasciavano le mance.
La aprì, contò velocemente le monete e le divise anche con me.
Non era certo una questione economica. Si trattava di pochi spiccioli, ma quel gesto mi fece sentire parte della squadra. Era il suo modo di dirmi che stavo contribuendo al lavoro del salone.
Prima di andare via ci salutammo con due baci sulle guance e ci augurammo buon fine settimana.
Passarono circa quattro settimane e tutto sembrava procedere per il meglio.
Il lavoro mi piaceva sempre di più. Peppe iniziava a lasciarmi maggiore autonomia e ogni tanto mi affidava anche lavori un po' più delicati. Le clienti sembravano apprezzarmi e spesso chiedevano direttamente di essere seguite da me per shampoo, pieghe o colorazioni.
Anche il rapporto con Peppe era sereno. Tra noi c'era confidenza professionale, ma sempre nel rispetto dei ruoli. Ogni tanto scherzavamo durante le giornate più tranquille, ma senza mai superare certi limiti.
Un pomeriggio, poco prima dell'inizio del turno dopo la pausa pranzo, il salone era ancora vuoto. Avevamo qualche minuto prima dell'arrivo delle prime clienti.
Io ero seduta su una delle poltrone girevoli davanti agli specchi e stavo scorrendo distrattamente i social sul cellulare.
Nel frattempo Peppe era poco distante da me, in piedi davanti al bancone, intento a controllare l'agenda degli appuntamenti della giornata. Ogni tanto cancellava qualcosa, aggiungeva un orario o verificava i nomi delle clienti.
A un certo punto alzai gli occhi dallo schermo del telefono quasi senza pensarci.
Lo osservai di profilo, completamente concentrato sul suo lavoro, e mi accorsi di un particolare del suo abbigliamento che fino a quel momento non avevo mai notato. Indossava, come quasi tutti i giorni, un paio di jeans e una semplice camicia, e la stoffa dei pantaloni presentava una evidente sporgenza nella zona della patta.
Abbasso subito lo sguardo e poi lo rialzo piu volte.
Penso tra me e me :"È la forma dei jeans".
Fu un'osservazione del tutto casuale, durata solo un istante. Distolsi subito lo sguardo, quasi imbarazzata per essermi soffermata su un dettaglio così personale, cercando di tornare a concentrarmi sul telefono mentre il pomeriggio di lavoro stava per ricominciare.
Iniziamo il turno pomeridiano e anche la settimana.
Un altro giorno l occhio mi ricade li,sempre in jeans,modello diverso ma la sporgenza è simile.
Continuo a lavorare ma l occhio cade sempre piu spesso;se lavoro nella postazione accanto,se mi passa vicino.
Inizio a notare che con questa fissazione inizio a non rendere bene a lavoro.
Mi è capitato anche di inquadrare con il cellulare li per riguardare meglio.
"No,così non posso continuare",dico fra me e me.
"Fatti coraggio,tanto hai confidenza"
"Ma che sei matta?"
Le voci interne che discutono nella mia testa.
È un sabato sera e sono abbastanza stressata,ma non è il lavoro ma la situazione interna che sto vivendo.
Decido di buttarmi,al massimo la butto sulla risata e poi mica sono brutta.
"Senti Peppe,io devo chiederti una cosa".
"Dimmi Federica",risponde guardando il foglio delle scommesse sportive mentre è seduto.
"Se ti chiedo una curiosità...mica ti offendi?"
"E perche dovrei offendermi?"Rispose.
"Ehm...allora...non è facile?
"Dai dimmi,vuoi un aumento?"Rispose ancora lui.
"Nono,ahahah,è solo una curiosità...
"E allora dimmi"Rispose.
"Ma sono i jeans che compri che fanno diciamo quell effetto?"
"Quale effetto?"Rispose.
"Dai te lo dico piu diretto,ho notato una sporgenza notevole davanti,sulla patta".
Lui appoggia la penna sul foglietto e ripone gli occhiali e mi guarda.
"Non volevo offenderti,Peppe,era solo una curiosità"
"È giusto avere le curiosità Federica,se vuoi togliertela vado ad abbassare un po la saracinesca...se passa qualcuno"Rispose.
"Come vuoi Peppe".
Si alzò e la abbassò con un colpo secco vusto che è abbastanza vecchia.
Il salone divenne abbastanza buio e quindi accese le luci al neon.
"Dai vieni,facciamo veloce che poi chiudiamo..."Disse.
Si posizionò in piedi,un po riparato nell angolo del salone.
Mi avvicinai e mi misi in ginocchio.
Sbottonai la cintura e il bottone del jeans e con pollice e indice tirai giu la cerniera.
Infilai le dita prendendo insieme le mutande e il jeans in modo da tirare giu tutto.
Man mano che scendevo,l emozione saliva e lo stupore anche.
Arrivato e metà circa,ho tirato tutto giu.
Dire sconvolta è poco,mi trovai davanti quella che definisco un pitone o una proboscide.
Una roba mai vista,sgranai gli occhi incredula di fronte a quel cazzo enorme.
Dalla patta dei jeans si notava il bozzo ma non avrei mai immaginato fosse cosi mostruoso.
Di colore abbastanza scuro e anche abbastanza largo,da moscio.
Lo toccai senza quasi rendermene conto,chiedendogli scusa.
"Fai pure Federica,una cosa veloce però che chiudiamo".
Lo presi in mano in mano,poi con due e ne rimaneva ancora.
Iniziaì a segarlo prima lentalmente e poi velocemente fino a quando gli schizzi di sborra non caddero copiosi sul pavimento del salone.
Dopo una rapida pulita con dei fazzoletti,chiudemmo il salone e andammo a casa,tremolante dall emozione di aver visto il cazzone di Peppe.
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