La foto del cazzo di Peppe e la reazione della mia amica

di
genere
confessioni

Prima di raccontare quello che sto vivendo adesso, sento il bisogno di fermarmi un momento e ripercorrere il percorso che mi ha portata fin qui.
A volte mi sembra quasi incredibile pensare a quanto sia cambiato tutto dal primo colloquio. Quando entro per la prima volta nel salone, non so ancora cosa mi aspetta e penso semplicemente di aver trovato una nuova opportunità di lavoro.
Poi arrivano le prime giornate, le nuove abitudini, le persone che incontro e le tante situazioni che, poco alla volta, diventano parte della mia quotidianità.
E mi accorgo di stare bene.
Mi trovo bene nel salone, mi piace l'ambiente e mi piace soprattutto il rapporto che si crea con le clienti. Con il tempo imparo a conoscerle, a capire i loro caratteri e a sentirmi sempre più a mio agio. Non è più soltanto un posto in cui vado a lavorare: diventa un ambiente nel quale mi sento davvero inserita.
Ripensare a tutto questo mi fa capire quante cose siano successe da quel primo giorno.
E, naturalmente, significa anche ripercorrere il rapporto con Peppe e tutte le situazioni che hanno reso questa esperienza così particolare.
È da qui che voglio partire: dal principio, da quando ancora non potevo immaginare quanto quella scelta avrebbe finito per coinvolgermi e quanto, alla fine, mi sarei affezionata a quel lavoro, alle persone che ci lavorano e a quella quotidianità che oggi sento così mia.



Se c'è un aspetto di Peppe che continua a sembrarmi quasi incredibile, sono le sue dimensioni.
Non riesco a trovare un termine più adatto di enorme.
Anzi, a volte anche enorme mi sembra poco. Gigantesco rende meglio l'idea, perché nella mia esperienza non ho mai incontrato una persona paragonabile a lui sotto questo aspetto.
Il dato che mi rimane impresso è quello dei 25 centimetri. Una misura precisa, che sulla carta può sembrare soltanto un numero, ma che per me rappresenta qualcosa di completamente fuori dall'ordinario.
È, senza esitazioni, il più grande che abbia mai visto.
Non riesco a trovare confronti con le mie esperienze precedenti. Ogni paragone sembra perdere significato davanti a una differenza così marcata.
Ed è proprio questo che mi colpisce: anche se ormai ho avuto modo di rendermi conto più volte di quanto sia fuori dal comune, continuo a provare una certa incredulità.
Peppe sembra quasi appartenere a una categoria a parte.
Quei 25 centimetri rappresentano per me il dettaglio che più di ogni altro rende evidente quanto sia particolare questa esperienza. E proprio perché so quanto sia rara, non voglio darla per scontata.
So che il lavoro nel salone può cambiare, che le persone possono allontanarsi e che certe situazioni possono appartenere soltanto a una determinata fase della vita.
Potrei non incontrare mai più qualcuno come Peppe.
Per questo vivo intensamente questo periodo e cerco di assaporarne ogni momento, consapevole di avere davanti qualcosa che considero davvero enorme, gigantesco e unico.
Un giorno decido che voglio avere anche il parere della mia amica più fidata.
Sento il bisogno di confrontarmi con qualcuno, ma soprattutto voglio una reazione completamente sincera. Per questo decido di mostrarle la fotografia senza dirle chi è la persona ritratta. Non voglio che sappia che si tratta di Peppe, né che possa collegare quella situazione al salone. Voglio soltanto che guardi e mi dica cosa ne pensa, senza essere condizionata dalla conoscenza della persona.
Quando siamo sole, prendo il telefono e le mostro la fotografia.
Lei lo prende dalle mie mani e rimane a lungo in silenzio. Poi, quasi automaticamente, usa le dita per ingrandire l'immagine. La guarda più attentamente, torna indietro e la ingrandisce ancora, incredula.
Mi osserva per un istante, poi torna sullo schermo.
«Ma è davvero così?»
Annuisco.
Continua a guardare la fotografia con un'espressione sempre più sorpresa. Dopo qualche secondo mi restituisce il telefono, poi cambia idea e me lo riprende per dare un'altra occhiata.
«Ma è moscio?»
«Sì.»
Per qualche secondo non dice niente.
Poi lascia uscire, quasi d'istinto:
«Porca puttana.»
Io rimango in silenzio e la lascio continuare a guardare la fotografia.
Non le dico la misura. Voglio vedere fino a che punto arriva la sua reazione senza darle nessun riferimento numerico.
Lei scuote la testa, ancora incredula, e torna a ingrandire l'immagine.
«Ma è veramente enorme.»
Annuisco appena.
La sua reazione è esattamente quella che speravo di ottenere: spontanea, istintiva e completamente priva di qualsiasi influenza da parte mia.
Non sa chi sia, non conosce la storia e non sa nemmeno quanto misuri.
Eppure, guardandola, arriva da sola alla stessa conclusione alla quale sono arrivata io.


scritto il
2026-08-22
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