La moglie di Peppe e le battute continue
di
Federica36
genere
confessioni
Uno dei giorni delle settimane seguenti arrivai in salone come al solito, con qualche minuto di anticipo. La mattinata iniziò normalmente, tra la preparazione del materiale, le prime clienti e il ritmo abituale del lavoro.
Verso metà mattinata, mentre ero impegnata con una cliente, sentii aprirsi la porta del salone. Alzai lo sguardo e vidi entrare una signora che non avevo mai visto prima.
Era una donna sulla sessantina una decina di centimetri piu bassa di me e piu o meno come suo marito, con un aspetto curato ma semplice. Aveva un viso solare e un modo di fare molto socievole. Non aveva quell’aria distaccata di chi entra in un posto di lavoro per controllare, ma sembrava una persona abituata a stare in mezzo alla gente.
Peppe la salutò con naturalezza e poi si rivolse a me.
«Federica, lei è mia moglie.»
Ci salutammo con una stretta di mano e iniziammo a parlare mentre sistemavamo alcune cose nel salone tra una cliente e l’altra.
Anna mi osservava con curiosità, come se volesse capire che tipo di persona fossi. Dopo qualche minuto sorrise e disse:
«Quindi sei tu la nuova aiutante. Guarda che di ragazze qui dentro ne sono passate parecchie.»
La frase mi fece sorridere, ma capii subito che non c’era cattiveria nel suo tono.
«Peppe negli anni ne ha cambiate tante. Alcune sono rimaste poco, altre un po’ di più. C’era chi non si trovava con il suo carattere, chi pensava che questo lavoro fosse più semplice di quello che è e chi dopo un po’ perdeva la voglia.»
Mentre parlava sistemava alcune cose sul bancone con naturalezza, come se quella scena l’avesse già vissuta tante volte.
«Lui è uno che pretende. Dopo più di trent’anni di mestiere ha il suo metodo e vuole che le cose vengano fatte come dice lui. Però, quando vede che una persona si impegna davvero, lo riconosce.»
Quelle parole mi fecero riflettere. In quelle settimane avevo iniziato a capire che Peppe poteva sembrare rigido, ma dietro c’era soprattutto il peso di tanti anni di esperienza e la voglia di mantenere il livello del suo salone.
Continuò a raccontarmi alcuni episodi delle persone che avevano lavorato lì prima di me. Non lo faceva per mettermi in difficoltà, ma quasi per prepararmi.
«Con Peppe serve pazienza. All’inizio osserva tanto, guarda come lavori e se può fidarsi di te. Ma se ti vede impegnata, piano piano ti lascia spazio.»
Durante la mattinata rimase in negozio. Notai subito che aveva un carattere molto aperto: conosceva praticamente tutte le clienti, scherzava con loro e sembrava sapere ogni dettaglio delle loro vite. Era una presenza familiare, una di quelle persone che in un paese tutti conoscono.
Mi colpì il modo in cui parlava del salone. Non sembrava soltanto il posto di lavoro di suo marito, ma una parte della loro vita costruita negli anni.
Prima di andare via, mentre prendeva la borsa, si fermò un attimo vicino a me.
«Comunque, Federica, continua così. Ho visto tante ragazze passare da qui e dopo poco mollare. Tu invece mi sembri una che vuole imparare.»
La ringraziai sorridendo.
Quel primo incontro con sua moglie mi lasciò una sensazione particolare dopo i fatti successi nelle settimane precedenti.
Con il passare dei giorni quella situazione era diventata una specie di gioco fatto di mezze frasi e battute velate.
Io e Peppe avevamo raggiunto una confidenza che mi permetteva ogni tanto di prenderlo in giro, anche se cercavo sempre di non esagerare. La cosa divertente era che bastava una parola detta nel modo giusto perché entrambi capissimo il riferimento.
Capitava, per esempio, quando si parlava di vestiti o di acquisti.
«Peppe, secondo me dovresti scegliere i pantaloni con più attenzione» gli dicevo con un sorriso.
Lui mi guardava subito, capendo dove volevo arrivare.
«Federica, non ricominciare.»
«Io non ho detto niente» rispondevo facendo finta di essere innocente.
A volte bastava anche solo un commento sul fatto che certi uomini avessero più problemi di altri a trovare vestiti comodi, oppure una battuta sul fatto che lui fosse “fuori misura” in certe cose. Io ridevo, lui scuoteva la testa, ma ormai era diventato un modo per alleggerire la giornata.
Un’altra volta capitò durante una pausa pranzo. Ero passata dal salumiere vicino al negozio e avevo fatto preparare dei panini per noi. Quando tornai, Peppe prese il suo, lo aprì e guardò il ripieno con aria sorpresa.
«Ma Federica, quanta roba ci hai fatto mettere dentro? C’è più salsiccia che pane.»
Io lo guardai cercando di rimanere seria.
«Ho solo detto al salumiere di non essere tirchio con le quantità.»
Peppe fece una faccia divertita, come se avesse già capito dove stavo andando a parare.
«Non dirmi che hai scelto apposta quella così grande.»
Io scoppiai a ridere.
«Io? Ho solo pensato che per te ci volesse qualcosa di adeguato.»
Lui si mise a ridere scuotendo la testa.
«Tu non perdi mai l’occasione, vero?»
«Sto parlando del panino» risposi facendo finta di essere innocente.
Quelle situazioni erano diventate parte del nostro modo di scherzare. Bastava una frase detta con il tono giusto per capirci al volo e lasciar cadere la battuta senza bisogno di aggiungere altro.
Con il tempo, però, avevo imparato una regola: quando c’era la moglie presente dovevo cambiare completamente atteggiamento.
Non perché lei avesse mai dato motivo di pensarlo, ma perché mi rendevo conto che alcune battute appartenevano soltanto a quella strana complicità nata tra me e Peppe.
Quando entrava lei nel salone, tornavo immediatamente seria e professionale. Niente frecciatine, niente sorrisi complici, niente riferimenti che solo noi due potevamo capire.
Dentro di me pensavo sempre: “Meglio fermarsi. Una cosa è scherzare tra noi, un’altra è farlo davanti alla moglie.”
Peppe a volte sembrava accorgersene.
«Oh, oggi sei stranamente tranquilla» mi diceva ridendo quando vedeva che mi trattenevo.
«Certo, mica posso sempre prendermela con te» rispondevo.
E lui sorrideva, sapendo perfettamente a cosa mi riferivo.
Quella era diventata una parte particolare del nostro rapporto: una serie di battute lasciate a metà, di allusioni che non avevano bisogno di essere spiegate e della consapevolezza che, in presenza della moglie, certi confini andavano rispettati.
Verso metà mattinata, mentre ero impegnata con una cliente, sentii aprirsi la porta del salone. Alzai lo sguardo e vidi entrare una signora che non avevo mai visto prima.
Era una donna sulla sessantina una decina di centimetri piu bassa di me e piu o meno come suo marito, con un aspetto curato ma semplice. Aveva un viso solare e un modo di fare molto socievole. Non aveva quell’aria distaccata di chi entra in un posto di lavoro per controllare, ma sembrava una persona abituata a stare in mezzo alla gente.
Peppe la salutò con naturalezza e poi si rivolse a me.
«Federica, lei è mia moglie.»
Ci salutammo con una stretta di mano e iniziammo a parlare mentre sistemavamo alcune cose nel salone tra una cliente e l’altra.
Anna mi osservava con curiosità, come se volesse capire che tipo di persona fossi. Dopo qualche minuto sorrise e disse:
«Quindi sei tu la nuova aiutante. Guarda che di ragazze qui dentro ne sono passate parecchie.»
La frase mi fece sorridere, ma capii subito che non c’era cattiveria nel suo tono.
«Peppe negli anni ne ha cambiate tante. Alcune sono rimaste poco, altre un po’ di più. C’era chi non si trovava con il suo carattere, chi pensava che questo lavoro fosse più semplice di quello che è e chi dopo un po’ perdeva la voglia.»
Mentre parlava sistemava alcune cose sul bancone con naturalezza, come se quella scena l’avesse già vissuta tante volte.
«Lui è uno che pretende. Dopo più di trent’anni di mestiere ha il suo metodo e vuole che le cose vengano fatte come dice lui. Però, quando vede che una persona si impegna davvero, lo riconosce.»
Quelle parole mi fecero riflettere. In quelle settimane avevo iniziato a capire che Peppe poteva sembrare rigido, ma dietro c’era soprattutto il peso di tanti anni di esperienza e la voglia di mantenere il livello del suo salone.
Continuò a raccontarmi alcuni episodi delle persone che avevano lavorato lì prima di me. Non lo faceva per mettermi in difficoltà, ma quasi per prepararmi.
«Con Peppe serve pazienza. All’inizio osserva tanto, guarda come lavori e se può fidarsi di te. Ma se ti vede impegnata, piano piano ti lascia spazio.»
Durante la mattinata rimase in negozio. Notai subito che aveva un carattere molto aperto: conosceva praticamente tutte le clienti, scherzava con loro e sembrava sapere ogni dettaglio delle loro vite. Era una presenza familiare, una di quelle persone che in un paese tutti conoscono.
Mi colpì il modo in cui parlava del salone. Non sembrava soltanto il posto di lavoro di suo marito, ma una parte della loro vita costruita negli anni.
Prima di andare via, mentre prendeva la borsa, si fermò un attimo vicino a me.
«Comunque, Federica, continua così. Ho visto tante ragazze passare da qui e dopo poco mollare. Tu invece mi sembri una che vuole imparare.»
La ringraziai sorridendo.
Quel primo incontro con sua moglie mi lasciò una sensazione particolare dopo i fatti successi nelle settimane precedenti.
Con il passare dei giorni quella situazione era diventata una specie di gioco fatto di mezze frasi e battute velate.
Io e Peppe avevamo raggiunto una confidenza che mi permetteva ogni tanto di prenderlo in giro, anche se cercavo sempre di non esagerare. La cosa divertente era che bastava una parola detta nel modo giusto perché entrambi capissimo il riferimento.
Capitava, per esempio, quando si parlava di vestiti o di acquisti.
«Peppe, secondo me dovresti scegliere i pantaloni con più attenzione» gli dicevo con un sorriso.
Lui mi guardava subito, capendo dove volevo arrivare.
«Federica, non ricominciare.»
«Io non ho detto niente» rispondevo facendo finta di essere innocente.
A volte bastava anche solo un commento sul fatto che certi uomini avessero più problemi di altri a trovare vestiti comodi, oppure una battuta sul fatto che lui fosse “fuori misura” in certe cose. Io ridevo, lui scuoteva la testa, ma ormai era diventato un modo per alleggerire la giornata.
Un’altra volta capitò durante una pausa pranzo. Ero passata dal salumiere vicino al negozio e avevo fatto preparare dei panini per noi. Quando tornai, Peppe prese il suo, lo aprì e guardò il ripieno con aria sorpresa.
«Ma Federica, quanta roba ci hai fatto mettere dentro? C’è più salsiccia che pane.»
Io lo guardai cercando di rimanere seria.
«Ho solo detto al salumiere di non essere tirchio con le quantità.»
Peppe fece una faccia divertita, come se avesse già capito dove stavo andando a parare.
«Non dirmi che hai scelto apposta quella così grande.»
Io scoppiai a ridere.
«Io? Ho solo pensato che per te ci volesse qualcosa di adeguato.»
Lui si mise a ridere scuotendo la testa.
«Tu non perdi mai l’occasione, vero?»
«Sto parlando del panino» risposi facendo finta di essere innocente.
Quelle situazioni erano diventate parte del nostro modo di scherzare. Bastava una frase detta con il tono giusto per capirci al volo e lasciar cadere la battuta senza bisogno di aggiungere altro.
Con il tempo, però, avevo imparato una regola: quando c’era la moglie presente dovevo cambiare completamente atteggiamento.
Non perché lei avesse mai dato motivo di pensarlo, ma perché mi rendevo conto che alcune battute appartenevano soltanto a quella strana complicità nata tra me e Peppe.
Quando entrava lei nel salone, tornavo immediatamente seria e professionale. Niente frecciatine, niente sorrisi complici, niente riferimenti che solo noi due potevamo capire.
Dentro di me pensavo sempre: “Meglio fermarsi. Una cosa è scherzare tra noi, un’altra è farlo davanti alla moglie.”
Peppe a volte sembrava accorgersene.
«Oh, oggi sei stranamente tranquilla» mi diceva ridendo quando vedeva che mi trattenevo.
«Certo, mica posso sempre prendermela con te» rispondevo.
E lui sorrideva, sapendo perfettamente a cosa mi riferivo.
Quella era diventata una parte particolare del nostro rapporto: una serie di battute lasciate a metà, di allusioni che non avevano bisogno di essere spiegate e della consapevolezza che, in presenza della moglie, certi confini andavano rispettati.
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