Assunto in un supermercato economico
di
Alpit95
genere
confessioni
Il contratto
Capitolo 1 – L’inizio
Quando mi assumono in quel supermercato economico ho la sensazione abbastanza chiara di aver finalmente trovato qualcosa di stabile. Non è entusiasmo vero e proprio, non è felicità, è più una specie di sollievo continuo, come quando smetti di cercare lavoro tutti i giorni e per una volta ti dicono “ok, vieni”.
Il colloquio è molto semplice e veloce. Entro in un ufficio piccolo, con una scrivania già piena di carte. La store manager non perde tempo, mi fa poche domande dirette, soprattutto su disponibilità e orari. Non c’è nulla di particolarmente approfondito, nessuna vera conversazione lunga. È tutto molto pratico, quasi automatico.
Ho la sensazione che la decisione sia già presa mentre sto ancora parlando.
Quando mi dice che posso iniziare, la cosa non mi sorprende più di tanto. Più che altro mi alleggerisce.
Il giorno della firma è praticamente subito dopo. Torno nello stesso ufficio e trovo tutto pronto. I fogli sono già sistemati in ordine, come se qualcuno avesse già previsto esattamente quel momento.
La store manager mi spiega velocemente le cose principali: quanto guadagno, quali sono gli orari, il tipo di contratto, i turni. Non si sofferma troppo sui dettagli, e io non le chiedo di rallentare. In quel momento sono più concentrato sull’idea generale: finalmente sto iniziando.
I documenti sono tanti. Pagine su pagine di testo fitto, con parole molto tecniche. “Organizzazione del lavoro”, “esigenze aziendali”, “flessibilità delle mansioni”. Li leggo in modo superficiale, più per dovere che per reale comprensione. Ogni tanto mi fermo su una frase, ma dopo pochi secondi passo oltre.
Non mi viene davvero in mente che potrei soffermarmi di più. Mi sembra tutto normale, come se i contratti fossero fatti così e basta.
Firmo senza pensarci troppo.
Più volte.
Non perché abbia dubbi, ma perché voglio finire quella parte e iniziare a lavorare il prima possibile. Ho la sensazione che il vero passaggio importante non sia la firma, ma il fatto di entrare nel supermercato il giorno dopo.
Quando esco da quell’ufficio mi sento già dentro qualcosa, anche se ancora non capisco bene cosa.
Il lavoro inizia subito.
Il supermercato ha un ritmo preciso che si capisce abbastanza in fretta. Le giornate non sono complicate, ma sono continue. C’è sempre qualcosa da fare: sistemare gli scaffali, controllare la merce, scaricare i bancali, aiutare alle casse quando serve. Non ci sono veri momenti vuoti, solo cambi di attività.
All’inizio faccio fatica a orientarmi. Non perché le cose siano difficili singolarmente, ma perché sono tante e tutte insieme. Devi imparare dove stanno le cose, come vengono organizzate le corsie, come si lavora durante i picchi di clienti. È più una questione di abitudine che di capacità.
Le colleghe le conosco nei primi giorni, e subito mi rendo conto che hanno tutte un modo molto preciso di stare dentro quel lavoro.
Carla ha 48 anni ed è quella che sembra avere sempre la visione più completa del supermercato. Non si concentra su una sola cosa alla volta, ma tiene tutto insieme. Se qualcosa non funziona, lo nota quasi subito, anche senza che nessuno lo dica. Non è una che parla tanto, ma quando lo fa è perché ha già capito il problema.
Elena ha 43 anni ed è molto attenta ai dettagli. È quella che controlla continuamente che tutto sia al posto giusto. Una cosa fuori linea, un prezzo sbagliato, una confezione girata nel verso errato, per lei non passano inosservati. Non lo fa con nervosismo, è proprio il suo modo di lavorare. Come se l’ordine fosse una cosa naturale.
Monica ha 37 anni ed è quella più veloce. Si muove sempre, senza pause inutili. Non sta mai ferma troppo a lungo nello stesso punto. Mentre io sto ancora finendo un compito, lei ne ha già iniziati altri due. Non è confusione, è proprio il suo ritmo. Uno di quelli che tengono su il lavoro quando il negozio è pieno.
Tra loro tre c’è un equilibrio che si vede anche senza che venga spiegato. Ognuna ha il suo modo di lavorare, ma insieme il sistema regge. Non ci sono ruoli dichiarati, ma le cose funzionano comunque.
Io entro in questo meccanismo un po’ alla volta. All’inizio seguo, imparo, faccio quello che mi viene detto. Non mi pongo grandi domande. Mi sembra semplicemente il lavoro che mi è stato descritto al colloquio.
Solo dopo, molto dopo, mi rendo conto che nel contratto che ho firmato c’era più di quanto avessi davvero considerato.
Ma in quel momento non ci penso ancora.
Sto solo cercando di stare al passo.
Capitolo 2 – Capire il posto
Nei primi giorni quello che mi colpisce non è tanto il lavoro in sé, ma il modo in cui entro in relazione con le colleghe. Non c’è una presentazione vera e propria, nessun momento in cui qualcuno spiega come stare insieme. Succede e basta, dentro il lavoro.
Con Carla ho subito una sensazione di distanza rispettosa. Non è fredda, ma è una persona che non si avvicina più del necessario. Quando mi corregge lo fa senza enfasi, come se fosse la cosa più normale del mondo. All’inizio la percepisco quasi come una figura di controllo, poi capisco che in realtà è semplicemente abituata a tenere tutto sotto osservazione. Con il tempo diventa un punto fermo: non c’è bisogno che parli molto per farmi capire se sto lavorando nel modo giusto o no. Questo crea una forma di sicurezza strana, perché non è mai approvazione esplicita, ma una specie di “assenza di correzione” che vale più di molte parole.
Con Elena il rapporto è diverso e più diretto. Lei è presente in modo continuo, anche quando non mi parla. La sento sempre vicino al lavoro che sto facendo, perché nota subito quello che sbaglio o quello che non è perfettamente allineato. All’inizio questo mi mette un po’ di pressione, come se fossi costantemente osservato nei dettagli. Poi diventa quasi una guida pratica: so che se qualcosa non è giusto, lo vedrà lei. Non c’è giudizio personale, ma una costante attenzione che mi costringe a essere più preciso.
Monica invece è quella con cui il rapporto è più immediato. È più veloce anche nel modo di stare con gli altri. Non c’è distanza o filtro, si passa direttamente alla collaborazione sul lavoro. A volte basta uno sguardo per capirsi. Con lei ho la sensazione di essere dentro lo stesso ritmo, anche quando non sono ancora al suo livello. Questo crea una specie di trascinamento: quando lavoro con lei mi sento più rapido, anche se in realtà sto solo cercando di non restare indietro.
Nel complesso il rapporto con loro tre non passa da momenti formali o conversazioni strutturate, ma dal lavoro quotidiano. È lì che si costruisce tutto. Piccole correzioni, aiuti dati senza parole, silenzi che non sono imbarazzanti ma funzionali. Io all’inizio cerco solo di non sbagliare troppo, ma mi rendo conto che l’aspetto emotivo del lavoro non è separato da quello pratico: è dentro le cose che facciamo insieme.
Non c’è un momento in cui divento “uno di loro”. C’è solo una serie di giornate in cui smetto lentamente di sentirmi completamente esterno.
Capitolo 3 – Il cambiamento
Con il passare delle settimane noto un cambiamento nei rapporti con le colleghe. Non è qualcosa che viene detto o deciso, succede gradualmente.
All’inizio, quando sono nuovo, ricevo più spiegazioni e più indicazioni. Se sbaglio qualcosa, viene corretto in modo anche esplicativo. Con il tempo questa parte diminuisce. Le stesse situazioni vengono trattate in modo più diretto, senza passaggi intermedi.
Carla diventa più sintetica nelle comunicazioni. Interviene solo quando serve e si limita a indicare cosa non va o cosa va fatto. Non ci sono più spiegazioni aggiuntive rispetto ai primi giorni.
Con Elena il cambiamento è più evidente. Prima correggeva e spiegava, poi rimane solo la correzione. Questo rende il rapporto più diretto e meno mediato. Le indicazioni sono più secche e riguardano solo l’errore o la correzione da fare.
Monica riduce le interazioni al minimo necessario per il lavoro. Si continua a collaborare, ma senza scambi non strettamente operativi. Le comunicazioni diventano brevi e funzionali.
Nel complesso il rapporto diventa più freddo rispetto all’inizio, ma non c’è un conflitto o un cambiamento esplicito. È semplicemente il passaggio da una fase iniziale in cui si è seguiti di più a una fase in cui si è considerati autonomi.
Il risultato è che devo gestire il lavoro con meno supporto diretto e più attenzione personale.
Capitolo 4 – La richiesta
Nei primi giorni il lavoro è uguale per tutti. Io faccio quello che fanno gli altri: corsie, scaffali, scarico merce, supporto alle casse quando serve. Il rapporto con le colleghe è solo operativo, legato alle attività del turno.
Poi, a metà mattina di una giornata normale, vengo chiamato nello stanzino.
Dentro ci sono Carla e Monica. Lo spazio è piccolo, si sta in piedi uno vicino all’altro. Non sembra una riunione, è una cosa rapida, inserita nella routine.
Carla va subito al punto.
“Da adesso ti occupi anche della pulizia del cesso del personale.”
Io resto un attimo fermo. Non perché non abbia capito, ma perché non era mai stata una parte del mio lavoro fino a quel momento.
“È una delle tue mansioni,” aggiunge subito dopo. “Solo per te. È già scritto nel contratto.”
Mi dice anche questo in modo diretto, senza enfasi.
“È lì,” continua. “Tra le mansioni operative. Vale per il tuo ruolo.”
Io chiedo se è una cosa temporanea o un’aggiunta recente rispetto a quello che sto già facendo.
Carla non cambia tono: “Non è temporanea. È prevista. È nel contratto che hai firmato.”
Monica non interviene durante la conversazione. Rimane in silenzio, ascolta senza aggiungere commenti.
La sensazione principale è che la cosa venga presentata come già definita da prima, non come una decisione del momento. Io però non la ricordo come una parte esplicita del lavoro quando ho firmato.
Non insisto oltre. La comunicazione si chiude lì e si torna subito alle attività del supermercato.
Da quel momento la pulizia del cesso del personale diventa una mansione fissa nella mia giornata. Prima dell’apertura devo controllarlo e sistemarlo, poi verificare durante il turno quando serve. Non è più un’attività occasionale, ma parte stabile del mio lavoro.
Nel tempo Monica inizia a controllare spesso lo stato della pulizia e a segnalare eventuali problemi. Non è un ruolo formalizzato, ma nella pratica diventa il riferimento operativo per quella parte.
Io eseguo, lei verifica. Carla resta sulla gestione generale del negozio e non interviene più su questo aspetto.
La situazione si stabilizza così, senza ulteriori spiegazioni.
Capitolo 4 bis – Il bagno
La prima volta che entro nel bagno del personale mi fermo sulla soglia a guardarlo.
È un ambiente piccolo, stretto e senza nessun elemento che lo renda piacevole. La luce al neon è fredda e uniforme, mette in risalto ogni dettaglio e rende tutto ancora più spento. Le pareti sono anonime, segnate dagli anni e dall’uso continuo. Il pavimento è consumato, il bagno ha quell’aspetto tipico dei locali di servizio a cui nessuno dedica particolare attenzione.
Sulla sinistra c'è un lavandino stretto con un piccolo specchio sopra. Accanto è fissato un distributore di sapone in plastica ormai opaca. Non c'è altro. È un ambiente essenziale, costruito solo per svolgere la sua funzione.
In fondo c'è la porta del cesso del personale. La apro lentamente. All'interno lo spazio è ancora più ridotto, di circa un paio di metri quadrati appena, con pareti di circa un metro e mezzo per lato. Dentro ci sono solo il lavandino e il cesso. C'è soltanto il wc, il portarotolo e pochi centimetri per muoversi. Quando chiudo la porta alle mie spalle ho quasi la sensazione che le pareti si avvicinino. È un locale angusto, senza una finestra, illuminato dallo stesso neon freddo del bagno.
Probabilmente è tutto rimasto così dal giorno dell’inaugurazione: le pareti leggermente scrostate, il pavimento con piastrelle vecchie e consumate, e il cesso stesso che appare datato, mai sostituito o davvero aggiornato nel tempo.
Da fuori continuano ad arrivare i rumori del supermercato. Si sentono i carrelli che scorrono sul pavimento, il rumore secco dei bancali spostati nel magazzino, le casse che si aprono, il bip degli articoli passati allo scanner e le voci delle colleghe che parlano tra una corsia e l'altra. Tutto continua normalmente, come se quel piccolo bagno non esistesse.
Dentro, invece, sembra esserci un'altra atmosfera. I rumori arrivano ovattati, quasi lontani. È uno spazio isolato, nascosto dietro una porta che nessun cliente vedrà mai. Un bagno e un cesso del personale ricavati nel retro di un supermercato economico, privi di qualsiasi carattere, costruiti soltanto per essere utilizzati.
La sensazione, osservandolo meglio, è che la pulizia non sia qualcosa di costante. Non sembra un ambiente mantenuto con regolarità, ma piuttosto un luogo pulito in modo superficiale o molto saltuario, lasciato spesso a sé stesso e ripreso solo quando strettamente necessario.
Resto qualche secondo a osservare il bagno. Poi entro e inizio a lavorare.
Capitolo 5 – L’episodio
Una mattina presto siamo in turno insieme io e Monica. Il supermercato è ancora tranquillo, ci sono pochi clienti e il lavoro è quello tipico della prima parte della giornata: sistemare le corsie, preparare le aree, controllare che tutto sia pronto per l’apertura piena. Io sto già facendo una serie di attività quando Monica mi incrocia vicino al retro del negozio.
Viene dal cesso del personale. Non si ferma nemmeno del tutto, rallenta solo il passo abbastanza per parlarmi. Non c’è introduzione, non c’è contesto, solo una frase diretta.
“Alessio, c’è da pulire velocemente il cesso.”
Il tono non cambia durante la frase. È una richiesta immediata, come se fosse una cosa da risolvere subito e passare oltre.
Io interrompo quello che sto facendo e vado a controllare. Non è la prima volta che entro in quella situazione, ma appena apro la porta capisco che non si tratta della normale pulizia di routine. La condizione è chiaramente più pesante del solito e richiede un intervento completo, non una sistemazione rapida.
Resto qualche secondo fermo solo per inquadrare cosa devo fare per primo, perché è evidente che non si risolve in pochi minuti come le altre volte. Poi inizio a lavorare in modo più approfondito, procedendo passo dopo passo per riportare tutto in condizioni utilizzabili.
La cosa non è accompagnata da commenti o spiegazioni da parte di Monica. Non torna per controllare subito, non aggiunge dettagli, non entra nel merito. Ha fatto la richiesta e si è rimessa a lavorare.
Io finisco dopo un tempo più lungo del solito e torno alle mie mansioni. Il turno continua normalmente, senza che nessuno nel negozio faccia riferimento alla cosa o la riprenda in seguito.
Per me resta un episodio che chiarisce in modo concreto cosa significa quella mansione nella pratica: non è sempre uguale, può cambiare molto a seconda di come viene lasciata e del momento in cui viene richiesta, e a volte richiede più tempo e attenzione del previsto rispetto alla normale routine.
Capitolo 1 – L’inizio
Quando mi assumono in quel supermercato economico ho la sensazione abbastanza chiara di aver finalmente trovato qualcosa di stabile. Non è entusiasmo vero e proprio, non è felicità, è più una specie di sollievo continuo, come quando smetti di cercare lavoro tutti i giorni e per una volta ti dicono “ok, vieni”.
Il colloquio è molto semplice e veloce. Entro in un ufficio piccolo, con una scrivania già piena di carte. La store manager non perde tempo, mi fa poche domande dirette, soprattutto su disponibilità e orari. Non c’è nulla di particolarmente approfondito, nessuna vera conversazione lunga. È tutto molto pratico, quasi automatico.
Ho la sensazione che la decisione sia già presa mentre sto ancora parlando.
Quando mi dice che posso iniziare, la cosa non mi sorprende più di tanto. Più che altro mi alleggerisce.
Il giorno della firma è praticamente subito dopo. Torno nello stesso ufficio e trovo tutto pronto. I fogli sono già sistemati in ordine, come se qualcuno avesse già previsto esattamente quel momento.
La store manager mi spiega velocemente le cose principali: quanto guadagno, quali sono gli orari, il tipo di contratto, i turni. Non si sofferma troppo sui dettagli, e io non le chiedo di rallentare. In quel momento sono più concentrato sull’idea generale: finalmente sto iniziando.
I documenti sono tanti. Pagine su pagine di testo fitto, con parole molto tecniche. “Organizzazione del lavoro”, “esigenze aziendali”, “flessibilità delle mansioni”. Li leggo in modo superficiale, più per dovere che per reale comprensione. Ogni tanto mi fermo su una frase, ma dopo pochi secondi passo oltre.
Non mi viene davvero in mente che potrei soffermarmi di più. Mi sembra tutto normale, come se i contratti fossero fatti così e basta.
Firmo senza pensarci troppo.
Più volte.
Non perché abbia dubbi, ma perché voglio finire quella parte e iniziare a lavorare il prima possibile. Ho la sensazione che il vero passaggio importante non sia la firma, ma il fatto di entrare nel supermercato il giorno dopo.
Quando esco da quell’ufficio mi sento già dentro qualcosa, anche se ancora non capisco bene cosa.
Il lavoro inizia subito.
Il supermercato ha un ritmo preciso che si capisce abbastanza in fretta. Le giornate non sono complicate, ma sono continue. C’è sempre qualcosa da fare: sistemare gli scaffali, controllare la merce, scaricare i bancali, aiutare alle casse quando serve. Non ci sono veri momenti vuoti, solo cambi di attività.
All’inizio faccio fatica a orientarmi. Non perché le cose siano difficili singolarmente, ma perché sono tante e tutte insieme. Devi imparare dove stanno le cose, come vengono organizzate le corsie, come si lavora durante i picchi di clienti. È più una questione di abitudine che di capacità.
Le colleghe le conosco nei primi giorni, e subito mi rendo conto che hanno tutte un modo molto preciso di stare dentro quel lavoro.
Carla ha 48 anni ed è quella che sembra avere sempre la visione più completa del supermercato. Non si concentra su una sola cosa alla volta, ma tiene tutto insieme. Se qualcosa non funziona, lo nota quasi subito, anche senza che nessuno lo dica. Non è una che parla tanto, ma quando lo fa è perché ha già capito il problema.
Elena ha 43 anni ed è molto attenta ai dettagli. È quella che controlla continuamente che tutto sia al posto giusto. Una cosa fuori linea, un prezzo sbagliato, una confezione girata nel verso errato, per lei non passano inosservati. Non lo fa con nervosismo, è proprio il suo modo di lavorare. Come se l’ordine fosse una cosa naturale.
Monica ha 37 anni ed è quella più veloce. Si muove sempre, senza pause inutili. Non sta mai ferma troppo a lungo nello stesso punto. Mentre io sto ancora finendo un compito, lei ne ha già iniziati altri due. Non è confusione, è proprio il suo ritmo. Uno di quelli che tengono su il lavoro quando il negozio è pieno.
Tra loro tre c’è un equilibrio che si vede anche senza che venga spiegato. Ognuna ha il suo modo di lavorare, ma insieme il sistema regge. Non ci sono ruoli dichiarati, ma le cose funzionano comunque.
Io entro in questo meccanismo un po’ alla volta. All’inizio seguo, imparo, faccio quello che mi viene detto. Non mi pongo grandi domande. Mi sembra semplicemente il lavoro che mi è stato descritto al colloquio.
Solo dopo, molto dopo, mi rendo conto che nel contratto che ho firmato c’era più di quanto avessi davvero considerato.
Ma in quel momento non ci penso ancora.
Sto solo cercando di stare al passo.
Capitolo 2 – Capire il posto
Nei primi giorni quello che mi colpisce non è tanto il lavoro in sé, ma il modo in cui entro in relazione con le colleghe. Non c’è una presentazione vera e propria, nessun momento in cui qualcuno spiega come stare insieme. Succede e basta, dentro il lavoro.
Con Carla ho subito una sensazione di distanza rispettosa. Non è fredda, ma è una persona che non si avvicina più del necessario. Quando mi corregge lo fa senza enfasi, come se fosse la cosa più normale del mondo. All’inizio la percepisco quasi come una figura di controllo, poi capisco che in realtà è semplicemente abituata a tenere tutto sotto osservazione. Con il tempo diventa un punto fermo: non c’è bisogno che parli molto per farmi capire se sto lavorando nel modo giusto o no. Questo crea una forma di sicurezza strana, perché non è mai approvazione esplicita, ma una specie di “assenza di correzione” che vale più di molte parole.
Con Elena il rapporto è diverso e più diretto. Lei è presente in modo continuo, anche quando non mi parla. La sento sempre vicino al lavoro che sto facendo, perché nota subito quello che sbaglio o quello che non è perfettamente allineato. All’inizio questo mi mette un po’ di pressione, come se fossi costantemente osservato nei dettagli. Poi diventa quasi una guida pratica: so che se qualcosa non è giusto, lo vedrà lei. Non c’è giudizio personale, ma una costante attenzione che mi costringe a essere più preciso.
Monica invece è quella con cui il rapporto è più immediato. È più veloce anche nel modo di stare con gli altri. Non c’è distanza o filtro, si passa direttamente alla collaborazione sul lavoro. A volte basta uno sguardo per capirsi. Con lei ho la sensazione di essere dentro lo stesso ritmo, anche quando non sono ancora al suo livello. Questo crea una specie di trascinamento: quando lavoro con lei mi sento più rapido, anche se in realtà sto solo cercando di non restare indietro.
Nel complesso il rapporto con loro tre non passa da momenti formali o conversazioni strutturate, ma dal lavoro quotidiano. È lì che si costruisce tutto. Piccole correzioni, aiuti dati senza parole, silenzi che non sono imbarazzanti ma funzionali. Io all’inizio cerco solo di non sbagliare troppo, ma mi rendo conto che l’aspetto emotivo del lavoro non è separato da quello pratico: è dentro le cose che facciamo insieme.
Non c’è un momento in cui divento “uno di loro”. C’è solo una serie di giornate in cui smetto lentamente di sentirmi completamente esterno.
Capitolo 3 – Il cambiamento
Con il passare delle settimane noto un cambiamento nei rapporti con le colleghe. Non è qualcosa che viene detto o deciso, succede gradualmente.
All’inizio, quando sono nuovo, ricevo più spiegazioni e più indicazioni. Se sbaglio qualcosa, viene corretto in modo anche esplicativo. Con il tempo questa parte diminuisce. Le stesse situazioni vengono trattate in modo più diretto, senza passaggi intermedi.
Carla diventa più sintetica nelle comunicazioni. Interviene solo quando serve e si limita a indicare cosa non va o cosa va fatto. Non ci sono più spiegazioni aggiuntive rispetto ai primi giorni.
Con Elena il cambiamento è più evidente. Prima correggeva e spiegava, poi rimane solo la correzione. Questo rende il rapporto più diretto e meno mediato. Le indicazioni sono più secche e riguardano solo l’errore o la correzione da fare.
Monica riduce le interazioni al minimo necessario per il lavoro. Si continua a collaborare, ma senza scambi non strettamente operativi. Le comunicazioni diventano brevi e funzionali.
Nel complesso il rapporto diventa più freddo rispetto all’inizio, ma non c’è un conflitto o un cambiamento esplicito. È semplicemente il passaggio da una fase iniziale in cui si è seguiti di più a una fase in cui si è considerati autonomi.
Il risultato è che devo gestire il lavoro con meno supporto diretto e più attenzione personale.
Capitolo 4 – La richiesta
Nei primi giorni il lavoro è uguale per tutti. Io faccio quello che fanno gli altri: corsie, scaffali, scarico merce, supporto alle casse quando serve. Il rapporto con le colleghe è solo operativo, legato alle attività del turno.
Poi, a metà mattina di una giornata normale, vengo chiamato nello stanzino.
Dentro ci sono Carla e Monica. Lo spazio è piccolo, si sta in piedi uno vicino all’altro. Non sembra una riunione, è una cosa rapida, inserita nella routine.
Carla va subito al punto.
“Da adesso ti occupi anche della pulizia del cesso del personale.”
Io resto un attimo fermo. Non perché non abbia capito, ma perché non era mai stata una parte del mio lavoro fino a quel momento.
“È una delle tue mansioni,” aggiunge subito dopo. “Solo per te. È già scritto nel contratto.”
Mi dice anche questo in modo diretto, senza enfasi.
“È lì,” continua. “Tra le mansioni operative. Vale per il tuo ruolo.”
Io chiedo se è una cosa temporanea o un’aggiunta recente rispetto a quello che sto già facendo.
Carla non cambia tono: “Non è temporanea. È prevista. È nel contratto che hai firmato.”
Monica non interviene durante la conversazione. Rimane in silenzio, ascolta senza aggiungere commenti.
La sensazione principale è che la cosa venga presentata come già definita da prima, non come una decisione del momento. Io però non la ricordo come una parte esplicita del lavoro quando ho firmato.
Non insisto oltre. La comunicazione si chiude lì e si torna subito alle attività del supermercato.
Da quel momento la pulizia del cesso del personale diventa una mansione fissa nella mia giornata. Prima dell’apertura devo controllarlo e sistemarlo, poi verificare durante il turno quando serve. Non è più un’attività occasionale, ma parte stabile del mio lavoro.
Nel tempo Monica inizia a controllare spesso lo stato della pulizia e a segnalare eventuali problemi. Non è un ruolo formalizzato, ma nella pratica diventa il riferimento operativo per quella parte.
Io eseguo, lei verifica. Carla resta sulla gestione generale del negozio e non interviene più su questo aspetto.
La situazione si stabilizza così, senza ulteriori spiegazioni.
Capitolo 4 bis – Il bagno
La prima volta che entro nel bagno del personale mi fermo sulla soglia a guardarlo.
È un ambiente piccolo, stretto e senza nessun elemento che lo renda piacevole. La luce al neon è fredda e uniforme, mette in risalto ogni dettaglio e rende tutto ancora più spento. Le pareti sono anonime, segnate dagli anni e dall’uso continuo. Il pavimento è consumato, il bagno ha quell’aspetto tipico dei locali di servizio a cui nessuno dedica particolare attenzione.
Sulla sinistra c'è un lavandino stretto con un piccolo specchio sopra. Accanto è fissato un distributore di sapone in plastica ormai opaca. Non c'è altro. È un ambiente essenziale, costruito solo per svolgere la sua funzione.
In fondo c'è la porta del cesso del personale. La apro lentamente. All'interno lo spazio è ancora più ridotto, di circa un paio di metri quadrati appena, con pareti di circa un metro e mezzo per lato. Dentro ci sono solo il lavandino e il cesso. C'è soltanto il wc, il portarotolo e pochi centimetri per muoversi. Quando chiudo la porta alle mie spalle ho quasi la sensazione che le pareti si avvicinino. È un locale angusto, senza una finestra, illuminato dallo stesso neon freddo del bagno.
Probabilmente è tutto rimasto così dal giorno dell’inaugurazione: le pareti leggermente scrostate, il pavimento con piastrelle vecchie e consumate, e il cesso stesso che appare datato, mai sostituito o davvero aggiornato nel tempo.
Da fuori continuano ad arrivare i rumori del supermercato. Si sentono i carrelli che scorrono sul pavimento, il rumore secco dei bancali spostati nel magazzino, le casse che si aprono, il bip degli articoli passati allo scanner e le voci delle colleghe che parlano tra una corsia e l'altra. Tutto continua normalmente, come se quel piccolo bagno non esistesse.
Dentro, invece, sembra esserci un'altra atmosfera. I rumori arrivano ovattati, quasi lontani. È uno spazio isolato, nascosto dietro una porta che nessun cliente vedrà mai. Un bagno e un cesso del personale ricavati nel retro di un supermercato economico, privi di qualsiasi carattere, costruiti soltanto per essere utilizzati.
La sensazione, osservandolo meglio, è che la pulizia non sia qualcosa di costante. Non sembra un ambiente mantenuto con regolarità, ma piuttosto un luogo pulito in modo superficiale o molto saltuario, lasciato spesso a sé stesso e ripreso solo quando strettamente necessario.
Resto qualche secondo a osservare il bagno. Poi entro e inizio a lavorare.
Capitolo 5 – L’episodio
Una mattina presto siamo in turno insieme io e Monica. Il supermercato è ancora tranquillo, ci sono pochi clienti e il lavoro è quello tipico della prima parte della giornata: sistemare le corsie, preparare le aree, controllare che tutto sia pronto per l’apertura piena. Io sto già facendo una serie di attività quando Monica mi incrocia vicino al retro del negozio.
Viene dal cesso del personale. Non si ferma nemmeno del tutto, rallenta solo il passo abbastanza per parlarmi. Non c’è introduzione, non c’è contesto, solo una frase diretta.
“Alessio, c’è da pulire velocemente il cesso.”
Il tono non cambia durante la frase. È una richiesta immediata, come se fosse una cosa da risolvere subito e passare oltre.
Io interrompo quello che sto facendo e vado a controllare. Non è la prima volta che entro in quella situazione, ma appena apro la porta capisco che non si tratta della normale pulizia di routine. La condizione è chiaramente più pesante del solito e richiede un intervento completo, non una sistemazione rapida.
Resto qualche secondo fermo solo per inquadrare cosa devo fare per primo, perché è evidente che non si risolve in pochi minuti come le altre volte. Poi inizio a lavorare in modo più approfondito, procedendo passo dopo passo per riportare tutto in condizioni utilizzabili.
La cosa non è accompagnata da commenti o spiegazioni da parte di Monica. Non torna per controllare subito, non aggiunge dettagli, non entra nel merito. Ha fatto la richiesta e si è rimessa a lavorare.
Io finisco dopo un tempo più lungo del solito e torno alle mie mansioni. Il turno continua normalmente, senza che nessuno nel negozio faccia riferimento alla cosa o la riprenda in seguito.
Per me resta un episodio che chiarisce in modo concreto cosa significa quella mansione nella pratica: non è sempre uguale, può cambiare molto a seconda di come viene lasciata e del momento in cui viene richiesta, e a volte richiede più tempo e attenzione del previsto rispetto alla normale routine.
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