La lunga notte 6.6 — Mangiare carne cruda

di
genere
dominazione

Eccoci davanti alla porta blindata dell’appartamento di Idra. Elena è seduta su un gradino, parla al telefono nella sua lingua e ride quasi da soffocarsi.

Idra stringe le labbra fino a farle diventare una linea bianca e non ci guarda: “Che c’è? Fai ridere anche noi.”
Elena salta nell’ingresso con un fruscio di seta.
“Aspettate che vi racconto… abbiamo fatto una gara di pompini stanotte, io ed Eva. Ha vinto lei, è arrivata a trentatré ma…”
Idra esplode.
“Taci! Chiudi quella bocca se l’hai tenuta tanto aperta stanotte. Riposati. Fammi parlare con Angela.”
Io devo andare in bagno, chiedo il permesso. Idra mi indica la porta in fondo al corridoio.
“Ma perché me lo chiedi sempre? Ormai conosci questa casa.”
Mi viene in mente Morgan Freeman, dico: “Ho passato tanto tempo a chiedere il permesso anche per pisciare, che adesso se non lo chiedo non mi esce.”
Idra ride.
Lascio la porta socchiusa e, mentre mi libero la vescica, le sento parlare. È spagnolo, ma ormai inizio a capire.
“Non voglio che dici certe cose ad Angela. Non voglio che le metti in testa idee strane…”
“Ma smettila.”
Sento le scarpe di Elena che volano lontano da lei e si posano sul tappeto tondo in sala.
“Non è una ragazzina.”
“Potresti trascinarla.”
“Chi si lascia trascinare merita la fine che fa!”
Su questo Elena ha ragione.
“Silenzio! Se parli ancora te ne vai.”
Sento i passi di Idra sul pavimento, l’anta del suo armadio che si apre e il tonfo sordo dei flaconi di crema che tiene appoggiati sul comò. Deve averli fatti cadere tutti. Dalle finestre entra una luce azzurrina.
Lei apparecchia la colazione, Elena si guarda le unghie rifatte ieri, poi mi fissa, aspetta che io faccia il nome di Francesco. La saliva mi diventa amara in bocca. Tra due ore l’aria della pescheria mi entrerà nei polmoni. Sento già le squame sotto le dita. Pensare al viscidume del pesce e a quello di Francesco insieme è troppo.
***
Nella mia vita precedente è martedì mattina, alla fine ieri Liveta non è partita. Ritorno al portone di Dasho alle undici. È come girare in tondo. Mentre salgo le scale mi accorgo che il cinturino delle scarpe è così stretto che mi sega le caviglie. Per la fretta non l’ho sistemato bene. Il respiro mi si accorcia e le spalle si irrigidiscono. Alla fine delle scale sento lo scatto della serratura e mi trovo davanti Ditmir.
“Angela, Dasho ti ha detto di venire a mezzogiorno.”
“Lo so. Ma lasciami salutare Liveta, solo un attimo.”
Ditmir si tocca le labbra, premendo la carne umida.
“Come sai che sta andando via?”
“Me l’aveva accennato… non ricordo bene.”
“Comunque, per un cambio di programma, la accompagno stasera alle sei.”
Lo oltrepasso di corsa. Spingo l’uscio e vedo Liveta con una valigia aperta sul letto.
Le sue labbra si stirano verso le guance, ma i suoi occhi restano fissi sulla valigia.
La voce di Dasho mi arriva da dietro. “Angela…”
I miei tacchi si bloccano sul pavimento.
– Come mi ha sentita? Riconosce il mio passo quando arrivo.
“Vai,” dice Ditmir, “lei sarà ancora qui quando tornate.”
“Grazie.”
Lascio Liveta e vado da lui; entro senza fare rumore.
Dasho sta parlando con uno che ricordo: ha le mani coperte di anelli d’oro e mi sembra infastidito. Un tatuaggio gli esce dalla maglietta e corre lungo il collo, sfumandosi nella barba.
Lo ricordo perché l’ho visto una volta, quando sono entrata qui senza attendere permesso mentre parlavano. La volta che volevo andar via, dopo aver saputo di Liveta, dell’ordinazione.
Alla fine è successo: lei se ne va, ma io resto qui.
L’amico di Dasho non gira la testa, ma il nero degli occhi mi segue.
Mi metto accanto a Valjet. Stringo una mano con l’altra, incastrando le dita tra loro mentre sento lo spostamento d’aria di Dasho che si muove alle mie spalle. Passa un lungo tempo mentre continuano a parlare tra loro.
“Avete un altro lavoro da fare oggi,” ci dice alla fine, “andate con Max.”
Guardo Valjet, lei alza le spalle, i capelli viola le cadono sul viso.

Dasho dice ancora:
“Qui dentro si entra una volta sola.”
Max ci fa strada. Saliamo in macchina muti. Ci allontaniamo dal condominio, mi liscio la gonna sulle cosce due volte per togliere il sudore dalle dita.
Inghiotto la saliva solo per sentire un suono. “Dove stiamo andando?”
Gli occhi neri di Max riempiono lo specchietto retrovisore, incrociano i miei, nessuno di noi due batte le ciglia. Non risponde.
Il viaggio è breve. Arriviamo davanti a una villa circondata da un giardino; ma è tetro, come se nessuno lo frequentasse davvero. Un grande cancello di ferro separa la strada dall’ingresso.
“Dove siamo?” chiedo a Valjet.
“Alla villa. Quelle che ci abitano dentro stanno meglio di noi, forse, o forse peggio, non lo so. Lavorano sempre qui in casa, non escono mai.”
“Perché?”
“Perché non hanno esperienza. In strada serve un altro tipo di testa.”
“Ce ne sono altre?”
“Altre due e i locali. Irina lavorava lì prima, ma non andava d’accordo né con le donne né coi clienti.”
“Mi sembra difficile per chiunque andare d’accordo con Irina,” dico per cambiare discorso.
“Infatti.” Valjet ride piano.
Quello che sto ascoltando non mi piace per niente.
Max si volta verso noi due:
“State zitte. Katia oggi non c’è, quindi qualcuno deve mettere a posto. E io ho passato tutta la notte in piedi. Voglio andare a dormire, perciò fate in fretta.”
Entriamo in cucina, dove dieci ragazze come noi si servono un ibrido tra pranzo e colazione attorno a un tavolo rotondo. Le guardo mentre si passano i flaconi del latte e la caffettiera.
Sono giovani… no.
Di più.
No.
Guardo la prima a destra.
Non mi piace quello che vedo.
Mi si raffredda la schiena quando mi rendo conto di aver pensato “come noi”.
Mi sento anch’io così?
“In piedi,” dice Max.
Una bionda protesta. “Perché? Abbiamo passato tutta la notte a svuotare le tasche a quei clienti, e pure il resto...”
Le altre nove ridono.
“E stamattina non abbiamo nemmeno fatto colazione.”
“Perché lo dico io.”
La risata finisce e venti occhi incattiviti ci fissano. Escono in fila sbuffando. La bionda getta il tovagliolo a terra.
Max si abbassa fino a sfiorarle l’orecchio. Il tono scende in un sussurro privato:
“Monica, non rompere il cazzo… Oggi vi dice bene. Voi fate le signore, e questa dama vi rifarà il letto e vi servirà il pranzo. Uscite.”
Senza preavviso, la massa di anelli di Max colpisce il viso di Valjet. Il suono secco mi fa sussultare.
“Io le cose le faccio finire subito.”
Valjet non reagisce. Si tocca la guancia e guarda le dita macchiate di sangue: il labbro si è aperto.
Saliamo al piano superiore.
Mi fermo sulla soglia. La devastazione della festa che devono aver fatto qui stanotte è ovunque. Le lenzuola sparse in giro mi fanno venire un conato di vomito. Guardo il labbro sanguinante di Valjet; e me ne viene un altro.
Katia non c’è.
Non so chi sia, ma mi pare di capire che qua dentro senza di lei non c’è nessuno che tiene testa a quel matto pericoloso.
Max ci osserva da lontano. Non dice nulla.
Restituiamo a ogni stanza un ordine forzato. Se è possibile, sembrava tutto più accogliente prima. Sono senza fiato. I tacchi alti mi fanno traballare sulle assi del pavimento, le caviglie cedono sotto lo sforzo di sollevare i materassi. Sento il sudore che mi cola sotto il pizzo del reggiseno. E poi lui ci guarda di continuo, mi manda così in paranoia che alla fine il battito del cuore è diventato un tamburo insostenibile. Ogni volta che mi giro lo vedo: non è angosciante, di più.
Mi siedo a terra, ma il corpo di Max mi si staglia davanti, coprendomi il sole:
“Alzati.”
“Non riesco a muovermi bene con questi vestiti.”
“Puoi spogliarti. Anche nuda, se preferisci. L’importante è lavorare e non parlare.”
Valjet mi guarda un istante, poi mi dà la mano per alzarmi.
“Levati le scarpe,” sussurra.
Sembra non finire mai. Quasi quasi è peggio della strada. Ma almeno in due abbiamo finito in tre ore. Ho sudato tanto ma sento freddo, quasi che la circolazione mi si fosse interrotta in continuazione. Restiamo in piedi.
Non ci guarda nessuno, mi sento parte dell’arredamento. L’unica cosa che non avrei mai voluto toccare è un pavimento.
La porta del frigo si apre. Max mi passa un pacco di bistecche, il cellophane è bagnato.
“Signora, visto che conosci i menù stellati, oggi cucini per le mie troie.”
Mi si sono alzate le sopracciglia.
“Sei venuta qui per giocare alla puttana, no? Loro vogliono giocare alle signore per un giorno.”
Faccio a meno di rispondere. Mi metto a cuocere e Valjet impiatta. Quando sollevo l’ultima, lui me la strappa di mano.
Me ne vado con Valjet ad apparecchiare il tavolo in giardino. Le ragazze ci guardano in silenzio. Lascio il piatto davanti alla bionda che ha lanciato il tovagliolo. Lei si sporge in avanti, mi tocca le dita.
“Come ti chiami?”
“Angela.”
“Io Monica.”
“Lo so,” dico, “ho sentito.”
“Sei venuta per restare qui?”
“Spero di no.”
La ragazza al suo fianco sorride, ha occhi curiosi. “Certo, nessuno sano di mente si augura una cosa del genere.”
“Allora domani torna mamma Katia?” mi chiede Monica.
“Chi?”
Lei sembra studiarmi. “Chi vi ha mandato qui?”
“Dasho.”
“Ah, il diavolo ci manda un angelo. Chissà come mai.”
La ragazza accanto incrocia le braccia sul petto e si spinge all’indietro contro lo schienale. “Forse ha incassato parecchio stanotte e gli gira bene.”
Torno in cucina desiderando una sedia più di qualsiasi cosa. Le mani mi tremano perché vedo Max che... Stringo gli occhi per vederci meglio. Sta mangiando carne cruda.
Lui si gira.
“Cosa c’è?”
“Cosa stiamo facendo?”
“Aspettiamo gli altri.”
La saliva mi sale in bocca.
“Smettila di fissarmi, faccia da cagna.”
Il viso mi diventa caldo. Guardo verso la finestra. La polvere mi è entrata nelle calze e nel reggiseno; le mie unghie continuano a grattare l’interno delle cosce. Le gambe si stringono da sole.
La sua voce mi arriva addosso.
“Piantala di grattarti. Quanti brutti vizi hai.”
I miei occhi incrociano quelli di Valjet.
Sento la sedia che stride sul pavimento alle mie spalle e la sua mano mi arriva in mezzo ai miei capelli.
“Invece di guardare me, guardati allo specchio, faccia da cagna.”
La faccia mi va a fuoco, ma la testa mi si volta verso la finestra.
Dasho arriva poco dopo; con lui vengono anche Ditmir e un altro che ho visto la prima notte, quello che è andato a casa nostra con lui e Matteo. Fisso i capelli rossi e la massa di catene che ha sul collo. È Redian. Adesso che lo riconosco, il sangue mi va alla testa, come quella sera quando ero bloccata su quel marciapiede mentre lui si portava via mio marito e tutto il resto.
Stringo le labbra e penso: – Tu sei stato nella mia cantina. Hai aperto la cassaforte dietro il vino. Potrei bere il tuo sangue per questo.
I miei occhi cercano Dasho.
Quella notte…
Non ha più importanza.
Ma non mi sta guardando. Si piega verso Valjet e le dice:
“Resta qui con me. Tu, invece, vai in qualche altra stanza.”
Non voglio lasciarla sola. Nella mia testa sento l’eco delle sue parole.
Resta qui con me.
Vai in qualche altra stanza.
“Quale?” chiedo.
Avvicina la faccia alla mia; l’aria tra di noi si stringe.
“Quella che ti pare. Sparisci.”
Le mie dita cercano quelle di Valjet mentre mi allontano, ma l’aria in mezzo ci separa. Cammino da sola lungo il corridoio.
Spingo la porta ed entro: solo la luce del giorno si riflette sul pavimento. Mi siedo sul bordo del letto; dal corridoio sento passi attutiti e una porta che si chiude. Poggio il viso sul palmo della mano e resto a fissare la maniglia di ferro. Inspiro per calmarmi: devo restare vigile, ma ogni secondo vedo la stanza ridursi a una striscia. Scuoto la testa per riprendermi e apro gli occhi.
Non posso fare a meno di sdraiarmi. I minuti diventano ore, forse giorni interi compressi nel buio delle palpebre. Riapro gli occhi. Tutte le ore che devo aspettare ancora qui si restringono fino a diventare un cerchio, un mal di testa. Il cuscino è morbido.
Un grido spezza il silenzio. Si interrompe e riprende. Le mie palpebre si spalancano. La testa mi si solleva dal cuscino.
Mi alzo con la sensazione di aver dormito tutta una notte; invece non deve essere passata nemmeno un’ora. Ci metto qualche minuto a raddrizzarmi e a capire dove sono.
Sento singhiozzi mischiati a parole incomprensibili. Mi volto verso la porta socchiusa; quando riesco ad alzarmi vado a lavarmi il viso e ripercorro il corridoio.
Mi affaccio per vedere cosa sta accadendo. Resto a bocca aperta.
Cerco di andare verso Valjet, ma Ditmir mi sbarra la strada. Sento Dasho dietro di lui:
“Lasciala entrare.”
“Ma che fai?” Lo dico e mi sento stupida.
“Faccio ricordare a questa stupida, e poi a te, che certe cose bisogna capirle al primo colpo. Avete perso tempo, i miei soldi. Mi avete lasciato ad aspettare senza sapere dove cercarvi.”
Lui si allontana e lei singhiozza.
“È una stupida cavalla. Vero, Valjet?”
Il rumore della cinta che ha lasciato cadere a terra mi fa sobbalzare. Valjet è in ginocchio sulla poltrona, spinge il viso pieno di lacrime nel tessuto. Vedo Dasho che le fa aprire le cosce.
“Sei stupida o no?”
Valjet non risponde.
“Vedi? Non si sforza nemmeno di farmi smettere. Gode a farsi chiamare così.”
Lo so, l’ho visto a casa di Georgi.
“L’unica cosa che davvero funziona con lei è sfondarle questo culone, perché ha paura.”
So anche questo.
Lui si gira di nuovo: “Forza, scendi.”
Valjet torna coi piedi a terra.
“Piegati.”
Valjet lancia un urlo spaventoso. Qualcosa mi scende nello stomaco. Caldo.
“Non fare storie.”
Valjet non si muove, dice solo: “Non mi toccare.”

“Allora dimmi la verità, dove siete andate quella notte?”
“A bere coi clienti... ma io ho perso il senso del tempo.”
“Tu perdi sempre il senso del tempo.” Le tira uno schiaffo all’interno della coscia. “Ma io so già quello che devo sapere. Sei andata da quel morto di fame col taxi, gratis. E lo sai che non si fa.”
“No!”
“E invece sì. È vero, Angela?”
Io sto zitta.
“Pensi che io sia scemo? Non ti ho portata in Italia per trovarti il fidanzato.”
Cerco disperatamente qualcosa da dire: “È stata un’idea mia.”
“Tua, sua è lo stesso. Non è qui per vivere come vuole.”
Valjet si aggrappa alla pelle della poltrona.
“Hai capito, stupida culona?”
“Sì.”
“Bene. Anche Angela si è fatta scopare gratis? Dimmelo o lascio il tuo culo agli altri e sto a guardare.”
“No.”
“Allora dimmi cosa avete fatto. Perché aspetti tanto?”
“Ma non ho niente da dire!”
“Davvero mi prendi per scemo. Chi vuole cominciare?”
Valjet ansima, le parole si spezzano in suppliche. Le mani mi formicolano, non so come aiutarla.
Guardo gli altri intorno a noi.
“Non sei convincente, pregami in ginocchio. Forse così ti crederò.”
La tira giù, lei continua a implorare.
Redian mi squadra e mi pare molto divertito. Guarda come si guarda qualcosa che è già successo mille volte.
Dasho dice:
“Visto che non ti muovi, mi vuoi raccontare quante volte questa troia si è fatta scopare gratis? Almeno saprò quanti soldi mi deve.”
Le parole mi muoiono in gola. Osservo Valjet, ma non capisco davvero come sta. Si fa più piccola per suscitare pietà. La testa mi gira.
“Vi sostenete a vicenda, ok. La sistemo io.”
Valjet si rimpicciolisce ancora.
“No…”
Lui mi indica il whiskey, quello che beveva la prima notte in cui l’ho incontrato. Il cielo fuori si è rannuvolato, ha preso un colore così brutto…
“Versa.”
Non vedo bicchieri.
“Dove?” chiedo.
Punta l’indice verso la pelle strappata di Valjet.
“Non ci penso nemmeno,” rispondo prima di rendermene conto.
“Come?”
Mi torna in mente l’unghia-rasoio che mi ha incollato Marina. Potrei usarla per tagliare la gola a questo stronzo. Occhi azzurri mi fermano.
No, non posso.
“Volevo dire,” provo a spiegarmi, “che non penso sia vero che disinfetti.”
“Chi cazzo ti ha chiesto quello che pensi?” Si avvicina di un passo e io faccio un passo indietro. “Dimmi un altro no e la spello viva.”
Lascio cadere il liquido dorato su di lei senza guardarla.
Penso: — Scusa. Valjet.
Il suo grido mi fa tremare le dita intorno al collo della bottiglia.
“Di’ grazie alla tua amica. Puoi andare.”
Valjet è ancora scomposta su quella poltrona. Non si alza.
“Sei ancora qui? Vestiti e sparisci.”
Si scuote all’improvviso e scappa via. Mi lancia un’occhiata di gratitudine.
— Dio, mi odio.
Le dita di Dasho si infilano sotto l’orlo del mio vestito. Il tessuto sale veloce lungo le cosce, sul ventre, mi copre gli occhi per un secondo prima di sparire oltre la testa. Rimango immobile nel pizzo delle autoreggenti.
La sua mano destra mi preme il seno e fa correre una scossa sotto la mia pelle. Intorno a noi sento solo il respiro degli altri e il cerchio dei loro sguardi che mi misurano, ma io vedo solo i suoi occhi.
“Girati.”
Il suo respiro mi sfiora le labbra e la punta del naso.
“Cosa aspetti?”
Le mie labbra restano separate. Le gambe accennano a un millimetro di arretramento, ma il movimento si blocca. La mano di Ditmir è già intorno al mio braccio.
“Qui.”
La spinta di Ditmir mi sbilancia in avanti. Perdo l’equilibrio e il mio peso si sposta tutto sulle gambe, che si piegano sotto la forza del braccio che mi tira verso il basso. Metto le mani avanti in cerca di un appoggio.
Il naso mi struscia sulla poltrona: è ancora calda del sudore di Valjet.
La mia faccia nello specchio in fondo continua a guardare lui.
Dasho mi afferra per i capelli alla base della nuca e tira con una forza tale che la mia testa scatta all’indietro. Sento i tendini del collo tendersi fino al limite. Un dolore acuto mi strappa un gemito.
I suoi denti mi mordono il labbro inferiore. La sua mano mi si ferma sulle costole, sale di nuovo fino al petto e mi arriva sotto la gola.
Sposto gli occhi verso la finestra, dove la luce del cielo è grigia, poi guardo di nuovo la sua faccia. Il suo naso mi tocca la guancia.
Mi invade i polmoni col suo respiro. La nostra saliva si mescola, le sue dita fanno pressione sul mio collo. Il cuore mi accelera, ingoio ogni centimetro della sua lingua, il suo respiro consuma il mio. Quando si stacca, lascia le mie labbra gonfie e il mio respiro spezzato. Resto lì con gli occhi lucidi e la bocca in fiamme. Il suo sapore mi preme contro il palato. Sento una fitta nel petto, mi viene la pelle d’oca.
Cerco di sollevarmi, ma le sue mani mi spingono giù.
“Volevi aiutare Valjet, no?”
Le fibre del tappeto mi graffiano. Nemmeno il tempo di ricordare per cosa dovevo aiutare Valjet, e sento le mani di Ditmir che si stringono sui miei fianchi.
Il suo corpo mi si stringe addosso, si spinge dentro di me, profondo. C’è un calore acuto che brucia, come il morso di un animale.
L’impatto mi schiaccia la faccia contro la poltrona, ma Dasho mi fissa; io tengo i miei occhi nei suoi. Finché mi guarda, mi va bene tutto. Il mio corpo risponde gocciolando, l’aria intorno a noi si fa densa, sento l’affanno del mio respiro.
Sento la voce di Dasho. “Stai facendo tutto da sola.”
La mia faccia nello specchio dice: – Brucerai all’inferno.
– L’Inferno? Il girone dei lussuriosi? Ci andrei di cuore, tanto in Paradiso ci aspettano solo Monotonia Divina e Santa Noia Universale.
Alle mie spalle sento freddo all’improvviso. Ditmir se n’è andato. Qualcun altro ha preso il suo posto.
Stavolta, riconosco le mani di Max dai suoi anelli gelati. La pressione sulle anche scaccia il calore dal mio corpo.
Dasho davanti a me è immobile. La sua faccia è liscia e bianca.
– Se proprio non riesci a sentire niente, almeno continua a guardarmi.
Max affonda dentro di me la sua cattiveria repressa. Si ritrae, aspetta. Uno strappo lacerante, ancora. Mi sento piena come se dovessi pisciare.
Anche lui se ne è andato. Dietro di me qualcun altro si avvicina.
“Fammi riposare.”
Dasho si avvicina, mi prende la nuca, mi tira verso di sé. “No.”
Fuori esplode un acquazzone, guardo le gocce di pioggia scorrere sui vetri. Sento lo sperma che mi cola lungo le cosce. Lascio andare indietro la testa, il mio collo non farà più resistenza.
Il calore mi copre di nuovo la schiena e un altro respiro mi soffia sulla nuca. Mi giro. Oltre le mie spalle, in quel buio appannato dal calore, riconosco Redian da quei capelli rossi.
Dice: “Vediamo se è roba nostra.”
La sua mano mi preme le labbra. Gemo senza suono, la bocca mi si riempie mentre mordo a fondo le sue dita. Sento un sapore metallico sulla lingua, cola sotto i denti, sto mangiando carne cruda.
Sembra contento della mia reazione.
“Direi che è roba nostra.”
Le labbra mi si imbrattano. Bevo il sangue come vino.
Il rumore del temporale aumenta di volume, mi copre i pensieri.
Loro se ne vanno e lui dice: “Alzati.”
Ci provo ma i polsi tremolano, le caviglie pure. La stanza gira intorno a me. Mi siedo su un fianco, su quella poltrona. Il sollievo è già scomparso.
Aspetto che dica qualcosa. E invece lui niente.
“Prendi.”
Mi dà la busta bianca che non mi ha dato sabato.
“Aspetta.”
“Che ti serve ancora? Penso che tu sia stata pagata bene per la tua giornata di lavoro.”
La luce fioca del pomeriggio sbuca arancione dalle nubi. Mi vedo nello specchio ma non so chi è quella lì che vedo seduta su questa poltrona rossa. Ha una faccia che sembra fatta di morfina e gli occhi di vetro. Passo un dito sul bracciolo. L’odore del sangue di Valjet è ancora qui, e la pelle sembra davvero pelle.
E quella nello specchio sembro davvero io. Ma non capisco perché dovrei avere quella faccia, non ho preso oppiacei. La donna è sparita. Resta solo una cavalla, anzi una cagna, anzi una cosa che ha perso la parola.
Chiudo gli occhi, ho in faccia il calore del sole filtrato dai vetri della finestra.
“Vuoi che ti lasci qui stanotte?”
“No.”
“Vuoi tornare da Valjet?”
“Sì.”
“Allora andiamo.”
Sento l’odore dell’aria quando la pioggia smette.
Non sono io.
Non sono…
No.
Apro gli occhi, poi li abbasso.
Vedo la mia catenina sul petto. Il crocifisso della prima comunione.
Sì. Sono io.
Scusa, Dio.
Usciamo in giardino. Ho smesso di distinguere le persone intorno a me, il tramonto le rende figure uguali.
Risaliamo in macchina, mi metto vicina a Valjet.
“Odio queste stronzate,” dice Max.
Ora che siamo fuori da casa sua, Valjet non deve più mordersi la lingua:
“Non glielo diresti in faccia.”
Max si gira verso di lei con la mano alzata, Dasho entra e si siede al posto del passeggero. Redian entra dal mio lato.
“Dirmi in faccia che cosa?”
Max tace un secondo. Poi rimette in moto.
L’asfalto brilla, è pieno di pozze piccole come occhi. L’aria sa di bagnato e cemento. Le strade corrono via, vedo cartelli pubblicitari sbiaditi. Un ragazzo in bicicletta che non ci guarda. Il mondo continua a muoversi. Noi no. Io no. Valjet tace, tiene le mani in grembo, chiude gli occhi ogni tanto. Le case tornano.
Il portone.
L’androne.
Un rettangolo scuro che conosco.
Scendo dalla macchina per entrare. Devo correre da Liveta, Valjet mi segue.
***
Idra accende il microonde:
“Per te era una stalla o era casa?”
“Non voglio pensarci troppo. Se ci penso bene, non riesco a respirare.”
Sento il beep del microonde.
Scrivo sul mio taccuino:
Nessuno mi ha mai tirata per i capelli.
scritto il
2026-06-16
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