La lunga notte 3.3- Gli amici della notte
di
Agavebet (Agave Ionia)
genere
dominazione
Io e Idra siamo nel bar sotto il palazzo giallo.
Quello interminabile, un alveare di appartamenti che odorano di muffa e sigarette.
Qui ci abito io.
Qui abitano signore come Elena.
Qui si affitta facile: la gente perbene non ci mette più piede da anni.
Siamo sedute su altissimi sgabelli davanti al bancone. Ho di fronte un tumbler ricolmo di whiskey; davanti a lei c’è lo stesso bicchiere, già mezzo vuoto. Il bar è rumoroso, come tutto qui.
P.R. vive di notte, di musica alta e di locali che non chiudono mai. Qui, se vendi festa, trovi sempre clienti.
Le chiedo perché insiste a negarmi di provare a lavorare nel locale di Elena. Guardo il fondo del bicchiere, come se lì dentro potesse esserci una risposta migliore della sua.
“In fondo P.R. è festaiola,” dico. “Quei posti lavorano. Sempre.”
Idra vuole tagliare corto.
“Un lavoro ti serve, ma non lo trovi nel troiaio di Elena.” Svuota il suo bicchiere. “Siamo venute per parlare con il proprietario della pescheria. Ho saputo che cercano.”
Arriccio il naso. “La pescheria?”
Mi vedo già le mani bagnate di liquami al sapore di pesce, l’odore che non se ne va, le squame ovunque. Mi viene da vomitare.
“Sei andata in cerca di pesce,” dice, “e ora lo trovi per tutto il giorno.”
La battuta è scema, ma non la voglio deludere, perciò fingo di offendermi.
In quel momento la titolare del bar si siede accanto a noi come se mi conoscesse da tanto. È una cubana, ha mani da lavoro vero, e occhi che hanno visto passare gente messa molto peggio di me da questo bancone. Non mi disprezza. Direi che è già qualcosa.
Si chiama Luvis.
“La pescheria è di mio marito. Gli ho parlato di te.” Ha un viso buono. “Puoi iniziare la prova lunedì.”
Il whiskey resta lì, intatto.
Il palazzo giallo fuori non è sparito.
P.R. è sempre P.R.
Luvis torna dietro al bancone e il rumore di tazzine e bicchieri riprende a coprire tutto. Il whiskey davanti a me è sceso di un sorso senza che me ne accorgessi.
Idra gira il dito umido sul bordo del tumbler, alza gli occhi.
“Eri rimasta a quella mattina.”
Il soffitto scende. Il bar si allunga come l’imbocco di un tunnel.
***
La mattina si rischiara, sento la sensazione di essere fuori.
Valjet dice che Dasho non se ne accorgerà. Nessuno se ne accorgerà.
Nadia e Liveta si torturano, Valjet siede a gambe accavallate sul muretto e io percorro tranquilla questa strada. Così tranquilla che non so più da dove sono partita né dove sto andando.
Però non è male. A quest’ora del mattino la via è quasi deserta, svuotata; i fari delle macchine si notano sempre meno nel chiarore dell’alba, sono occhi di una strada mezzi chiusi. Anche il vialetto delle troie è stufo di essere infilzato dai nostri tacchi e implora di andare a dormire.
Odo un clacson alle spalle.
Mi fermo un attimo.
Compare un grosso furgone scuro. Il furgone rallenta, ci affianca e il conducente si sporge dal finestrino. Mette il braccio fuori.
“Hey, sorella, hai sete?”
Sbircio dentro. Ci sono quattro uomini, si passano bottiglie di mano in mano, il vetro batte. Gli occhi addosso a Valjet, poi a Nadia, passano ai raggi X tutte noi.
Ci invitano a fermarci per bere con loro.
Ci scambiamo un rapido sguardo di consulto. Siamo quattro noi, quattro loro.
– E poi, che cosa aspettiamo a fare qui?
Restare sul ciglio della strada a fare la moglie prudente mentre loro salgono mi farebbe sentire più ridicola del pericolo. Anche se è una cazzata, stare sul marciapiede come merce in pausa mi irrita più di quanto dovrebbe.
Quando Valjet si muove, la seguo.
Saliamo perché lei dice che è una buona idea. Bere ci aiuterà a calmare i nervi che spuntano a fior di pelle. E poi una scusa si trova sempre.
Non la verità — quella non serve quasi mai — ma qualcosa che regga abbastanza da arrivare a fine mattina. Possiamo dire di esserci allontanate per ammazzare il tempo, per sopportare la pena del lavoro. Per uccidere la noia. Cose normali.
Cose che fanno spesso le puttane.
Dasho ci farà la ramanzina, ci dirà che si lascia la postazione solo per lavorare, ma non se la prenderà così tanto.
Così crede Valjet. Valjet crede quasi sempre male, ma siccome sono arrivata da poco non lo so.
È ancora troppo giovane. Avventuriera, direbbe mia madre.
Sostiamo in uno slargo della strada. Due di loro scendono e, senza nemmeno parlarne, ognuna di noi finisce un po’ in disparte con uno di loro. Sono tarchiati, sembrano nati per ingombrare.
Questo che mi è a fianco mi afferra il bacino.
Carne espropriata.
L’alcol brucia e la mia faccia nel vetro dice:
– Scendi subito.
Dopo il secondo sorso, dice:
– Ormai tanto vale.
Finiamo la bottiglia insieme.
Questo mio nuovo amico indica Valjet e mi dice che adora quei culi grossi, ma anche quelli stretti come il mio. Certi buchi sono adorabili tutti. E le puttane? Donne benedette, tutte. Senza di loro il mondo alle cinque del mattino sarebbe perduto. Sarebbe pieno di dannati.
“Noi, per esempio, se non vi avessimo incontrate ora saremmo stati perduti, ci saremmo schiantati o saremmo finiti a incularci tra di noi, per quanto ce l’avevamo duro.”
Rido. Abbiamo trovato l’incastro.
Più passa il tempo, più sento Dasho come se ci stesse già guardando da lontano, eppure non chiedo di tornare.
Lui va in affanno. Per un riflesso involontario mi attacco a lui con tutto il corpo, godo a sentirgli montare la pressione del sangue nel basso ventre. Una parte di me gode più del ritardo che di tutto il resto.
“Hai un accento vagamente familiare,” dice lui.
Ci devo pensare per capire, poi ci arrivo: “Forse, italiano?”
“La cosa mi preoccupa, perché le poche prostitute italiane che ho incontrato sui marciapiedi si bucavano, erano alcolizzate, o portavano il distintivo sotto la giacca. Chi sei, sorella?”
“Esistono tante puttane italiane,” dico io.
“Sì, ma se ne stanno al sicuro negli appartamenti, nei locali… non qua.”
Mi stacco anch’io di pochi centimetri e poi gli do un bacio intriso di alcol.
Adesso si è convinto: nessuno col distintivo sotto la giacca farebbe un’idiozia del genere, o almeno non dovrebbe.
Si solleva, mi guarda dall’alto con un’espressione indecisa. Gli occhi corrono sulle mie braccia.
Dico: “Rilassati, non ho né la giacca né l’AIDS.”
Gli allungo la bustina quadrata, il lasciapassare standard per toccarmi senza rischiare niente, ma lui dice: “Se non c’hai l’AIDS non lo voglio quello.”
Ecco.
Le sue dita si chiudono sul bottone argentato dei jeans e io mi abbasso. Tagliamo corto. E comunque ce l’ha abbastanza lungo, la pelle rosea si tende come una corona. Devo spremerglielo veloce, così se ne andranno in fretta o pagheranno un’altra volta. L’ho imparato da Marina.
Ci metto la bocca sopra. Addosso ha il sale del sudore e il mio cervello dice: mare.
Dice estate.
Mi ferma e il ritmo si spezza. Ogni volta che riprende fiato mi tira fuori dal movimento. Allora, come se fosse un momento di intimità con una vecchia fiamma, lo piglio per i fianchi e gli infilo tutte le unghie nella pelle. Sembra contento, come se gli stessi dando io cinquanta euro.
Sento le sue mani sulle spalle. I pollici affondano nella carne e stringono a ritmo, sempre più in profondità, fino a diventare una pressione continua. Sotto le dita i muscoli cedono, la pelle si scalda e si apre. Mi resta addosso un’aderenza umida, come se il corpo fosse stato scassinato e non riuscisse più a richiudersi.
L’abitacolo è appena illuminato, mi libero della gonna e lascio che mi si stenda addosso con tutto il suo peso.
Una mano resta tra la coscia e l’inguine. Lui si ferma. Mi squadra la pelle, gli occhi che vanno avanti e indietro sulla coscia come se cercasse buchi.
Sento la sua carne incunearsi nella mia. Di solito non mi capita di sudare in questo modo: in poco tempo mi pare di stare dentro una piscina. Anche se ormai, per questa fica, non sono più un problema le persone aggressive; riesce a prendere qualsiasi cosa.
E poi Marina dice che, lavata e asciugata, è come mai usata.
Alzo la testa per guardare fuori. Valjet è piegata a novanta; da quello che capisco sta facendo un pompino a qualcuno.
Mi lascio cadere sul sedile, i capelli sparsi. Perdiamo altro tempo. Fumiamo la loro erba. Ma non se ne vanno.
Che vogliono ancora? Chiaro, continuare a scopare. Non c’è altro da fare qui. Ma io ho finito le salviette e mi tocca prenderle da Valjet.
Lui sta fissando il suo cazzo che entra ed esce un’altra volta, e si sta godendo la vista dei succhi che gli rimangono appiccicati addosso.
Questa fica è diventata qualcosa di gonfio che rigetta roba bianca, ha sempre le labbra rosse e ormai zero odore suo. Per quanto io la lavi, avverto sempre odore di pelle estranea oppure di gomma, quella aromatizzata dei preservativi.
Questo tizio con cui ho scopato fino a due minuti fa mi chiede perché me la guardo così attenta.
Dico: “Dal giorno della sua scarcerazione cambia sempre odore… adesso, per esempio, c’è rimasto attaccato il tuo, e non andrà via nemmeno dopo che mi sarò fatta la doccia.”
“Dal giorno della sua scarcerazione?”
“Sì, intendo da quando l’ho messa in vendita.”
Gli scappa da ridere.
“L’importante è che non sia secca. Io a casa non posso scopare perché mia moglie è incinta e ce l’ha sempre secca. Per fortuna mancano solo due mesi.”
“A che?”
“Al parto. Sono tornato in tempo almeno. Senti, ti racconto del giorno della mia scarcerazione.”
Uno da fuori dice a voce alta: “Ma che gliela racconti dalla fine?”
Allora comincia dall’inizio, dal giorno della carcerazione.
In un troiaio avvengono queste strane magie: non sempre, ma tante volte si creano in fretta amicizie che nel mondo normale richiederebbero molto più tempo. Si finisce a dirsi cose che nel mondo normale non diresti alla tua vera sorella. Almeno, questa è l’idea che mi sono fatta.
Rimango sdraiata qui, nella luce debole del mattino, e sono davvero interessata al suo racconto. È un’odissea.
Dasho sta aspettando al posto nostro, si sta innervosendo al posto nostro. Avrebbe dovuto bastarmi per dire no, invece rende tutto più difficile.
E infatti sono qui e ci aspettano in macchina. Il motore si accende, ma Dasho scende, mi guarda dalla testa ai piedi. Valjet lo evita.
Io mi sento come quel ladro incapace che ha provato a fregare una penna in un negozio e ovviamente ha rallentato nel momento esatto in cui il commerciante l’ha guardato, e ha dato lo spettacolo del suo furto al rallentatore.
Saliamo in macchina. Valjet e Nadia ai lati, io al centro.
Liveta stava per salire, ma lui ha detto: “Aspetta, torniamo.”
E lei è rimasta lì, a incurvarsi per via dell’aria fresca.
Provo a far finta di niente. Dasho mi fissa e i suoi occhi stamattina sembrano argento lucido. Un raggio di sole è passato sullo specchietto e mi è sembrato un fulmine uscito da quegli occhi. Non capisco come faccia a non battere le ciglia, ma le sue palpebre si avvicinano sempre di più. Sento il suo respiro uscire dal naso, l’unico segno che è ancora umano.
Da quello che sto osservando, anche se avesse voglia di uccidere, negli occhi non passa niente. Sguardi carichi di intenzioni o di sentimenti da decifrare non ce ne sono. Forse è perché uccidere per lui non sarebbe una novità, ma questi occhi sono solo vetri di bottiglia, non hanno niente di umano. Non ci sono emozioni dentro e restano così per tutto il tempo.
Niente sguardi da copione, solo un uomo troppo scocciato anche solo per insultare.
A volte sembra che con gli occhi rida, ma è solo perché si muove la pelle intorno; in realtà non c’è mai la luce che nelle persone normali ti fa capire: “Sono arrabbiato, sono triste, felice…”
Comunque ora il soffitto della macchina ondeggia. I raggi del sole lo forano e gocce di luce e oro traballano appese sopra le nostre teste. Vedo lampadari inesistenti.
Ci hanno offerto un’erba magnifica. Allora era vero: abbiamo fatto amicizia.
– Dove siete, amici del furgone? Li chiamerò gli amici della notte.
Mentre rimugino queste stronzate, ho i palmi delle mani sudati che scivolano sul sedile. Nadia si è lasciata cadere e quasi dorme accanto a me. Nel frattempo Valjet gli sta passando la borsa, come tutte le altre mattine.
Con quella sua voce bassa le dice: “Cos’è questa puzza? Sono venuto due volte stanotte e tu e Angela non c’eravate.”
La mia bocca è secca come la polvere, ma lei risponde frizzante come un truffatore che ha fatto un bel colpo. “Coi clienti. Siccome ci annoiavamo, abbiamo preso da bere…”
Lui non risponde, lei solleva il suo favoloso culo dal sedile e aggiunge: “Per favore, non preoccuparti.”
Nel mio cervello l’oro del sole s’intreccia coi fumi dell’alcol e il mondo mi gira attorno. Sono disancorata, come se il sedile non fosse più sotto di me. Capisco, senza bisogno di guardarla, che anche Valjet non è del tutto presente: la sua mente ha perso il peso giusto delle parole.
Superiamo il punto dove di solito scendo. Alzo gli occhi verso di lui e il silenzio è carico di paura.
La macchina si infila nella traversa del solito condominio e lui dice: “Stamattina vieni a casa con noi.”
Guardo il portone. Lui sta ancora sibilando aria dal naso come una pentola a pressione.
Scendiamo tutti insieme.
L’androne è freddo, l’eco dei passi rimbalza sui muri.
Credo che voglia darmi le stesse due lire che dà a loro, come ha detto Nadia ieri sera, e infatti è quello che sta facendo.
Quando arriva a Valjet resta immobile, e lei pure. Si muovono soltanto gli occhi nocciola di lei, mentre quelli congelati di lui restano puntati addosso a noi.
Dasho non stacca le dita dal mazzo di soldi contati ma, in qualche modo, è uscito dalla trance e le chiede ancora: “Dove stavate stanotte?”
Valjet ripete la storia, la stessa di prima: “A bere con i clienti perché ci annoiavamo.”
Le dita di Dasho si chiudono. Si mette il pollice davanti alla bocca. Poi la sua mano si apre e si richiude in un lampo. Lo schiaffo a rovescio le gira la testa, ma Valjet continua a sorridere. In faccia non le resta niente.
“Ti rifaccio la domanda. Dove siete state?”
Valjet ripete, come sotto ipnosi: “A bere con dei clienti perché ci annoiavamo.”
La sua mano scatta nervosa e le arriva di nuovo in faccia. Valjet continua a sorridere.
“Mi prendi per scemo?”
Nadia è ferma nella penombra vicino alla porta, sta facendo “no, no” con la testa.
Sicuramente Valjet lo sta guardando da dietro il velo tremolante dell’erba che vedo anch’io, e infatti dice: “No. Ti prendo per un uomo.”
Nadia è diventata tutta rossa e io, per la prima volta qui dentro, trovo qualcosa di divertente.
Anche a lui si sollevano gli angoli della bocca, forse non se l’aspettava.
La afferra per la nuca e se l’avvicina, premendo il petto contro il suo. “E gli uomini, secondo te, portano il paraocchi?”
“No, diciamo solo che agli uomini certe cose passano sotto il naso e non le vedono.”
Le mie dita si stringono attorno alla cinghia della borsa. Penso a Matteo, a me che varco la porta di casa ogni mattina. Matteo che oggi torna e di certo mi darà un bacio sulla bocca senza annusare l’odore di pelle altrui.
Il volto di Dasho si stende, la pelle si tira fino a sembrare finta. “Puttana, sono immune alle stronzate. Datti una svegliata. Oggi avete perso tempo, cioè avete fregato i miei soldi.”
I capelli viola di Valjet si agitano nell’aria mentre cerca di svincolarsi.
“Bastardo avido, ho visto più cazzi io qui con te in questi due anni, di quanti ne vedrà mai ogni persona normale in tutta la sua vita. Ti do migliaia di euro ogni mese, io e Angela non abbiamo fatto niente per sentirci tutta questa manfrina.”
La mia faccia nella vetrata prega Maria, madre di Dio, e sibila:
– Non l’ha detto per davvero.
Lui la molla di colpo e lei barcolla. Adesso parla con la voce morbida di uno psichiatra che tenta di calmare un maniaco suicida: “Va bene, ti crederò fino a lunedì. Non mi farò rovinare questa fantastica giornata.”
Prima di questa bella scena, Dasho stava per darmi dei soldi. Ora li sta schiacciando tutti storti nella mano, si volta verso di me e il suo sguardo è completamente vuoto.
“Esci di qui, maledetta.”
Provo ad arrivare all’uscita, ma lampadari fantastici seguitano ad apparire e svanire. Le scale cambiano posto. Spero di raggiungere l’atrio senza scapicollarmi per i gradini.
Pausa.
Sto fissando quelle strane luci sopra la mia testa. La sua voce fa eco nel corridoio.
“Lunedì sta’ qui a mezzogiorno.”
Credo di dover vomitare.
“La prossima settimana te ne torni all’autoporto, maledetta.”
La porta sbatte.
Mi appoggio alla ringhiera e scendo più veloce possibile. Matteo sta per tornare.
È sabato mattina.
Quello interminabile, un alveare di appartamenti che odorano di muffa e sigarette.
Qui ci abito io.
Qui abitano signore come Elena.
Qui si affitta facile: la gente perbene non ci mette più piede da anni.
Siamo sedute su altissimi sgabelli davanti al bancone. Ho di fronte un tumbler ricolmo di whiskey; davanti a lei c’è lo stesso bicchiere, già mezzo vuoto. Il bar è rumoroso, come tutto qui.
P.R. vive di notte, di musica alta e di locali che non chiudono mai. Qui, se vendi festa, trovi sempre clienti.
Le chiedo perché insiste a negarmi di provare a lavorare nel locale di Elena. Guardo il fondo del bicchiere, come se lì dentro potesse esserci una risposta migliore della sua.
“In fondo P.R. è festaiola,” dico. “Quei posti lavorano. Sempre.”
Idra vuole tagliare corto.
“Un lavoro ti serve, ma non lo trovi nel troiaio di Elena.” Svuota il suo bicchiere. “Siamo venute per parlare con il proprietario della pescheria. Ho saputo che cercano.”
Arriccio il naso. “La pescheria?”
Mi vedo già le mani bagnate di liquami al sapore di pesce, l’odore che non se ne va, le squame ovunque. Mi viene da vomitare.
“Sei andata in cerca di pesce,” dice, “e ora lo trovi per tutto il giorno.”
La battuta è scema, ma non la voglio deludere, perciò fingo di offendermi.
In quel momento la titolare del bar si siede accanto a noi come se mi conoscesse da tanto. È una cubana, ha mani da lavoro vero, e occhi che hanno visto passare gente messa molto peggio di me da questo bancone. Non mi disprezza. Direi che è già qualcosa.
Si chiama Luvis.
“La pescheria è di mio marito. Gli ho parlato di te.” Ha un viso buono. “Puoi iniziare la prova lunedì.”
Il whiskey resta lì, intatto.
Il palazzo giallo fuori non è sparito.
P.R. è sempre P.R.
Luvis torna dietro al bancone e il rumore di tazzine e bicchieri riprende a coprire tutto. Il whiskey davanti a me è sceso di un sorso senza che me ne accorgessi.
Idra gira il dito umido sul bordo del tumbler, alza gli occhi.
“Eri rimasta a quella mattina.”
Il soffitto scende. Il bar si allunga come l’imbocco di un tunnel.
***
La mattina si rischiara, sento la sensazione di essere fuori.
Valjet dice che Dasho non se ne accorgerà. Nessuno se ne accorgerà.
Nadia e Liveta si torturano, Valjet siede a gambe accavallate sul muretto e io percorro tranquilla questa strada. Così tranquilla che non so più da dove sono partita né dove sto andando.
Però non è male. A quest’ora del mattino la via è quasi deserta, svuotata; i fari delle macchine si notano sempre meno nel chiarore dell’alba, sono occhi di una strada mezzi chiusi. Anche il vialetto delle troie è stufo di essere infilzato dai nostri tacchi e implora di andare a dormire.
Odo un clacson alle spalle.
Mi fermo un attimo.
Compare un grosso furgone scuro. Il furgone rallenta, ci affianca e il conducente si sporge dal finestrino. Mette il braccio fuori.
“Hey, sorella, hai sete?”
Sbircio dentro. Ci sono quattro uomini, si passano bottiglie di mano in mano, il vetro batte. Gli occhi addosso a Valjet, poi a Nadia, passano ai raggi X tutte noi.
Ci invitano a fermarci per bere con loro.
Ci scambiamo un rapido sguardo di consulto. Siamo quattro noi, quattro loro.
– E poi, che cosa aspettiamo a fare qui?
Restare sul ciglio della strada a fare la moglie prudente mentre loro salgono mi farebbe sentire più ridicola del pericolo. Anche se è una cazzata, stare sul marciapiede come merce in pausa mi irrita più di quanto dovrebbe.
Quando Valjet si muove, la seguo.
Saliamo perché lei dice che è una buona idea. Bere ci aiuterà a calmare i nervi che spuntano a fior di pelle. E poi una scusa si trova sempre.
Non la verità — quella non serve quasi mai — ma qualcosa che regga abbastanza da arrivare a fine mattina. Possiamo dire di esserci allontanate per ammazzare il tempo, per sopportare la pena del lavoro. Per uccidere la noia. Cose normali.
Cose che fanno spesso le puttane.
Dasho ci farà la ramanzina, ci dirà che si lascia la postazione solo per lavorare, ma non se la prenderà così tanto.
Così crede Valjet. Valjet crede quasi sempre male, ma siccome sono arrivata da poco non lo so.
È ancora troppo giovane. Avventuriera, direbbe mia madre.
Sostiamo in uno slargo della strada. Due di loro scendono e, senza nemmeno parlarne, ognuna di noi finisce un po’ in disparte con uno di loro. Sono tarchiati, sembrano nati per ingombrare.
Questo che mi è a fianco mi afferra il bacino.
Carne espropriata.
L’alcol brucia e la mia faccia nel vetro dice:
– Scendi subito.
Dopo il secondo sorso, dice:
– Ormai tanto vale.
Finiamo la bottiglia insieme.
Questo mio nuovo amico indica Valjet e mi dice che adora quei culi grossi, ma anche quelli stretti come il mio. Certi buchi sono adorabili tutti. E le puttane? Donne benedette, tutte. Senza di loro il mondo alle cinque del mattino sarebbe perduto. Sarebbe pieno di dannati.
“Noi, per esempio, se non vi avessimo incontrate ora saremmo stati perduti, ci saremmo schiantati o saremmo finiti a incularci tra di noi, per quanto ce l’avevamo duro.”
Rido. Abbiamo trovato l’incastro.
Più passa il tempo, più sento Dasho come se ci stesse già guardando da lontano, eppure non chiedo di tornare.
Lui va in affanno. Per un riflesso involontario mi attacco a lui con tutto il corpo, godo a sentirgli montare la pressione del sangue nel basso ventre. Una parte di me gode più del ritardo che di tutto il resto.
“Hai un accento vagamente familiare,” dice lui.
Ci devo pensare per capire, poi ci arrivo: “Forse, italiano?”
“La cosa mi preoccupa, perché le poche prostitute italiane che ho incontrato sui marciapiedi si bucavano, erano alcolizzate, o portavano il distintivo sotto la giacca. Chi sei, sorella?”
“Esistono tante puttane italiane,” dico io.
“Sì, ma se ne stanno al sicuro negli appartamenti, nei locali… non qua.”
Mi stacco anch’io di pochi centimetri e poi gli do un bacio intriso di alcol.
Adesso si è convinto: nessuno col distintivo sotto la giacca farebbe un’idiozia del genere, o almeno non dovrebbe.
Si solleva, mi guarda dall’alto con un’espressione indecisa. Gli occhi corrono sulle mie braccia.
Dico: “Rilassati, non ho né la giacca né l’AIDS.”
Gli allungo la bustina quadrata, il lasciapassare standard per toccarmi senza rischiare niente, ma lui dice: “Se non c’hai l’AIDS non lo voglio quello.”
Ecco.
Le sue dita si chiudono sul bottone argentato dei jeans e io mi abbasso. Tagliamo corto. E comunque ce l’ha abbastanza lungo, la pelle rosea si tende come una corona. Devo spremerglielo veloce, così se ne andranno in fretta o pagheranno un’altra volta. L’ho imparato da Marina.
Ci metto la bocca sopra. Addosso ha il sale del sudore e il mio cervello dice: mare.
Dice estate.
Mi ferma e il ritmo si spezza. Ogni volta che riprende fiato mi tira fuori dal movimento. Allora, come se fosse un momento di intimità con una vecchia fiamma, lo piglio per i fianchi e gli infilo tutte le unghie nella pelle. Sembra contento, come se gli stessi dando io cinquanta euro.
Sento le sue mani sulle spalle. I pollici affondano nella carne e stringono a ritmo, sempre più in profondità, fino a diventare una pressione continua. Sotto le dita i muscoli cedono, la pelle si scalda e si apre. Mi resta addosso un’aderenza umida, come se il corpo fosse stato scassinato e non riuscisse più a richiudersi.
L’abitacolo è appena illuminato, mi libero della gonna e lascio che mi si stenda addosso con tutto il suo peso.
Una mano resta tra la coscia e l’inguine. Lui si ferma. Mi squadra la pelle, gli occhi che vanno avanti e indietro sulla coscia come se cercasse buchi.
Sento la sua carne incunearsi nella mia. Di solito non mi capita di sudare in questo modo: in poco tempo mi pare di stare dentro una piscina. Anche se ormai, per questa fica, non sono più un problema le persone aggressive; riesce a prendere qualsiasi cosa.
E poi Marina dice che, lavata e asciugata, è come mai usata.
Alzo la testa per guardare fuori. Valjet è piegata a novanta; da quello che capisco sta facendo un pompino a qualcuno.
Mi lascio cadere sul sedile, i capelli sparsi. Perdiamo altro tempo. Fumiamo la loro erba. Ma non se ne vanno.
Che vogliono ancora? Chiaro, continuare a scopare. Non c’è altro da fare qui. Ma io ho finito le salviette e mi tocca prenderle da Valjet.
Lui sta fissando il suo cazzo che entra ed esce un’altra volta, e si sta godendo la vista dei succhi che gli rimangono appiccicati addosso.
Questa fica è diventata qualcosa di gonfio che rigetta roba bianca, ha sempre le labbra rosse e ormai zero odore suo. Per quanto io la lavi, avverto sempre odore di pelle estranea oppure di gomma, quella aromatizzata dei preservativi.
Questo tizio con cui ho scopato fino a due minuti fa mi chiede perché me la guardo così attenta.
Dico: “Dal giorno della sua scarcerazione cambia sempre odore… adesso, per esempio, c’è rimasto attaccato il tuo, e non andrà via nemmeno dopo che mi sarò fatta la doccia.”
“Dal giorno della sua scarcerazione?”
“Sì, intendo da quando l’ho messa in vendita.”
Gli scappa da ridere.
“L’importante è che non sia secca. Io a casa non posso scopare perché mia moglie è incinta e ce l’ha sempre secca. Per fortuna mancano solo due mesi.”
“A che?”
“Al parto. Sono tornato in tempo almeno. Senti, ti racconto del giorno della mia scarcerazione.”
Uno da fuori dice a voce alta: “Ma che gliela racconti dalla fine?”
Allora comincia dall’inizio, dal giorno della carcerazione.
In un troiaio avvengono queste strane magie: non sempre, ma tante volte si creano in fretta amicizie che nel mondo normale richiederebbero molto più tempo. Si finisce a dirsi cose che nel mondo normale non diresti alla tua vera sorella. Almeno, questa è l’idea che mi sono fatta.
Rimango sdraiata qui, nella luce debole del mattino, e sono davvero interessata al suo racconto. È un’odissea.
Dasho sta aspettando al posto nostro, si sta innervosendo al posto nostro. Avrebbe dovuto bastarmi per dire no, invece rende tutto più difficile.
E infatti sono qui e ci aspettano in macchina. Il motore si accende, ma Dasho scende, mi guarda dalla testa ai piedi. Valjet lo evita.
Io mi sento come quel ladro incapace che ha provato a fregare una penna in un negozio e ovviamente ha rallentato nel momento esatto in cui il commerciante l’ha guardato, e ha dato lo spettacolo del suo furto al rallentatore.
Saliamo in macchina. Valjet e Nadia ai lati, io al centro.
Liveta stava per salire, ma lui ha detto: “Aspetta, torniamo.”
E lei è rimasta lì, a incurvarsi per via dell’aria fresca.
Provo a far finta di niente. Dasho mi fissa e i suoi occhi stamattina sembrano argento lucido. Un raggio di sole è passato sullo specchietto e mi è sembrato un fulmine uscito da quegli occhi. Non capisco come faccia a non battere le ciglia, ma le sue palpebre si avvicinano sempre di più. Sento il suo respiro uscire dal naso, l’unico segno che è ancora umano.
Da quello che sto osservando, anche se avesse voglia di uccidere, negli occhi non passa niente. Sguardi carichi di intenzioni o di sentimenti da decifrare non ce ne sono. Forse è perché uccidere per lui non sarebbe una novità, ma questi occhi sono solo vetri di bottiglia, non hanno niente di umano. Non ci sono emozioni dentro e restano così per tutto il tempo.
Niente sguardi da copione, solo un uomo troppo scocciato anche solo per insultare.
A volte sembra che con gli occhi rida, ma è solo perché si muove la pelle intorno; in realtà non c’è mai la luce che nelle persone normali ti fa capire: “Sono arrabbiato, sono triste, felice…”
Comunque ora il soffitto della macchina ondeggia. I raggi del sole lo forano e gocce di luce e oro traballano appese sopra le nostre teste. Vedo lampadari inesistenti.
Ci hanno offerto un’erba magnifica. Allora era vero: abbiamo fatto amicizia.
– Dove siete, amici del furgone? Li chiamerò gli amici della notte.
Mentre rimugino queste stronzate, ho i palmi delle mani sudati che scivolano sul sedile. Nadia si è lasciata cadere e quasi dorme accanto a me. Nel frattempo Valjet gli sta passando la borsa, come tutte le altre mattine.
Con quella sua voce bassa le dice: “Cos’è questa puzza? Sono venuto due volte stanotte e tu e Angela non c’eravate.”
La mia bocca è secca come la polvere, ma lei risponde frizzante come un truffatore che ha fatto un bel colpo. “Coi clienti. Siccome ci annoiavamo, abbiamo preso da bere…”
Lui non risponde, lei solleva il suo favoloso culo dal sedile e aggiunge: “Per favore, non preoccuparti.”
Nel mio cervello l’oro del sole s’intreccia coi fumi dell’alcol e il mondo mi gira attorno. Sono disancorata, come se il sedile non fosse più sotto di me. Capisco, senza bisogno di guardarla, che anche Valjet non è del tutto presente: la sua mente ha perso il peso giusto delle parole.
Superiamo il punto dove di solito scendo. Alzo gli occhi verso di lui e il silenzio è carico di paura.
La macchina si infila nella traversa del solito condominio e lui dice: “Stamattina vieni a casa con noi.”
Guardo il portone. Lui sta ancora sibilando aria dal naso come una pentola a pressione.
Scendiamo tutti insieme.
L’androne è freddo, l’eco dei passi rimbalza sui muri.
Credo che voglia darmi le stesse due lire che dà a loro, come ha detto Nadia ieri sera, e infatti è quello che sta facendo.
Quando arriva a Valjet resta immobile, e lei pure. Si muovono soltanto gli occhi nocciola di lei, mentre quelli congelati di lui restano puntati addosso a noi.
Dasho non stacca le dita dal mazzo di soldi contati ma, in qualche modo, è uscito dalla trance e le chiede ancora: “Dove stavate stanotte?”
Valjet ripete la storia, la stessa di prima: “A bere con i clienti perché ci annoiavamo.”
Le dita di Dasho si chiudono. Si mette il pollice davanti alla bocca. Poi la sua mano si apre e si richiude in un lampo. Lo schiaffo a rovescio le gira la testa, ma Valjet continua a sorridere. In faccia non le resta niente.
“Ti rifaccio la domanda. Dove siete state?”
Valjet ripete, come sotto ipnosi: “A bere con dei clienti perché ci annoiavamo.”
La sua mano scatta nervosa e le arriva di nuovo in faccia. Valjet continua a sorridere.
“Mi prendi per scemo?”
Nadia è ferma nella penombra vicino alla porta, sta facendo “no, no” con la testa.
Sicuramente Valjet lo sta guardando da dietro il velo tremolante dell’erba che vedo anch’io, e infatti dice: “No. Ti prendo per un uomo.”
Nadia è diventata tutta rossa e io, per la prima volta qui dentro, trovo qualcosa di divertente.
Anche a lui si sollevano gli angoli della bocca, forse non se l’aspettava.
La afferra per la nuca e se l’avvicina, premendo il petto contro il suo. “E gli uomini, secondo te, portano il paraocchi?”
“No, diciamo solo che agli uomini certe cose passano sotto il naso e non le vedono.”
Le mie dita si stringono attorno alla cinghia della borsa. Penso a Matteo, a me che varco la porta di casa ogni mattina. Matteo che oggi torna e di certo mi darà un bacio sulla bocca senza annusare l’odore di pelle altrui.
Il volto di Dasho si stende, la pelle si tira fino a sembrare finta. “Puttana, sono immune alle stronzate. Datti una svegliata. Oggi avete perso tempo, cioè avete fregato i miei soldi.”
I capelli viola di Valjet si agitano nell’aria mentre cerca di svincolarsi.
“Bastardo avido, ho visto più cazzi io qui con te in questi due anni, di quanti ne vedrà mai ogni persona normale in tutta la sua vita. Ti do migliaia di euro ogni mese, io e Angela non abbiamo fatto niente per sentirci tutta questa manfrina.”
La mia faccia nella vetrata prega Maria, madre di Dio, e sibila:
– Non l’ha detto per davvero.
Lui la molla di colpo e lei barcolla. Adesso parla con la voce morbida di uno psichiatra che tenta di calmare un maniaco suicida: “Va bene, ti crederò fino a lunedì. Non mi farò rovinare questa fantastica giornata.”
Prima di questa bella scena, Dasho stava per darmi dei soldi. Ora li sta schiacciando tutti storti nella mano, si volta verso di me e il suo sguardo è completamente vuoto.
“Esci di qui, maledetta.”
Provo ad arrivare all’uscita, ma lampadari fantastici seguitano ad apparire e svanire. Le scale cambiano posto. Spero di raggiungere l’atrio senza scapicollarmi per i gradini.
Pausa.
Sto fissando quelle strane luci sopra la mia testa. La sua voce fa eco nel corridoio.
“Lunedì sta’ qui a mezzogiorno.”
Credo di dover vomitare.
“La prossima settimana te ne torni all’autoporto, maledetta.”
La porta sbatte.
Mi appoggio alla ringhiera e scendo più veloce possibile. Matteo sta per tornare.
È sabato mattina.
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