Topona in facoltà
di
Agavebet (Agave Ionia)
genere
voyeur
Grazie Claudia P.R., mi hai ricordato il piacere di cambiare prospettiva e di cercare scenari più leggeri per questa trasferta.
***
Laura è in piedi, appoggiata all’Arco di Galerio. Si piazza il cellulare davanti alla faccia e dice: “Dimmi quando devo scattare.”
Dietro di lei passano studenti e le nostre colleghe. La Pelozzi sta imprecando attaccata al vetro perché stamattina ci siamo alzati alle sei e non abbiamo trovato nemmeno uno spuntino decente. I ragazzi rallentano; si vede che si divertono a sentire una prof. che bestemmia per la fame.
Mi chiudo il foulard attorno al collo e dico: “Adesso.”
Rocco, uno dei nostri ragazzi, si ferma accanto a lei e mi fa: “Dica cheese.”
Non è difficile perché ho ancora in bocca il sapore di quel cheeseburger schifoso che abbiamo mangiato stamattina appena arrivati a Salonicco.
Quando Laura scatta, vedo Rocco che si tocca il bottone dei jeans con le dita allargate mentre le guarda il culo.
Ma quanto è sfacciato.
L’anno scorso era molto diverso. Adesso si è fatto allungare i capelli e puzza sempre di fumo.
Stamattina, sull’autobus, fissava Laura e aveva sempre la saliva sulle labbra, diceva un sacco di oscenità, ma pensava che io, seduta due posti davanti, stessi dormendo. Perciò le sue parole uscivano veloci, quanto un furto in un negozio.
Laura scatta due volte, poi mi ridà il telefono, dico: “Grazie.”
Rocco resta alle sue spalle, non si sposta, così scherzo: “Faccio una foto anche a voi due. Tuo padre non ci crederà mai che hai trovato un fidanzato così giovane e bello.”
Laura stringe le sopracciglia, piega le labbra verso il basso. “Non ci crederebbe mai, infatti. La sua fiducia in me è totale.”
Proprio così. Laura è figlia unica, suo padre l’ha avuta in tarda età. È sempre stato geloso di lei come la morte dei vivi; ci è voluto tutto il corpo docente per convincerlo a farla venire in Erasmus con me quando eravamo ragazze. E ancora oggi lo dobbiamo pregare ogni volta che c’è da fare un viaggio-studio.
Laura non si è mai trovata il fidanzato.
Sento ancora formaggio e bacon in bocca, perciò bevo dalla bottiglietta e sputo a terra. Sputo ancora.
Rocco mi guarda, non mi aveva ancora vista in versione maleducata.
Ma dalla sua faccia direi che è proprio quello che voleva vedere...
Proseguiamo il giro, ma siamo già in presenza di evidenti segni di esaurimento provocati dalla mancanza di cibo, di pause e dal caldo. Rocco è sempre accanto a noi, si leva il sudore dalla fronte. Sta dicendo al ragazzo che gli sta sempre accanto: “Speriamo che stasera ci sia almeno l’acqua calda in albergo.
Ieri sera non c’era, e sta dicendo al suo amico che per questo, sotto la doccia, gli si è congelato, gli è diventato microscopico e ha avuto paura che non gli tornasse più normale.
Le dita di Laura saltano a coprirle la bocca, i suoi begli occhi chiari mi cercano e ridono.
Cindy, la nostra guida, ci avvisa: “Potete andare a mangiare. Appuntamento fra un’ora, di nuovo qui davanti.”
Prima di allontanarmi la sento discutere a voce bassa col delegato del rettore. Lui si lamenta perché i nostri pasti avrebbero dovuto essere organizzati da lei. Insiste a chiederle perché il servizio non è stato espletato.
Cindy si agita, urla come sempre: “Perché noi sappiamo cosa volete mangiare...”
Laura mi resta vicina, i ragazzi sono già scappati.
Piegando le dita mi chiede: “Dove andiamo?”
Mi ricorda quando avevamo vent’anni e ogni volta che eravamo lontane da casa, pure su una strada qualunque, era qualcosa di emozionante. In classe siamo sempre state vicine a chiacchierare, nelle pause pranzo, vicine girando in tondo. Camminando in cerca della panchina adatta a darci la giusta atmosfera per quel poco tempo in cui potevamo stare intimamente insieme. Quando mi annoiavo, durante le lezioni, scrivevo sempre sul suo quaderno. Avevamo un professore di letteratura italiana che faceva studi sulle presunte relazioni adulterine delle nobildonne. Una volta ci parlò per due ore di Lucrezia Borgia, diceva che era stata amante dell’umanista Pietro Bembo e che l’aveva dedotto da una traccia assolutamente inconfutabile e scientifica e cioè il fatto che la Borgia aveva inserito ciocche della sua treccia all’interno delle lettere che scambiava con Bembo.
Sosteneva che erano state trovate allusioni a queste ciocche nelle carte di un altro umanista e, intanto, la narrazione diventava sempre più oscena. Ipotizzava le posizioni in cui, secondo lui, avrebbero scopato Bembo e la Duchessa di Ferrara e la classe rideva e lui fissava la treccia di Laura. Così io scrivevo sul suo quaderno: “Raspagliesi ti vuole scopare.”
Lei sottoscriveva: “Sei matta e lui pure.”
E io aggiungevo: “Io sto benissimo e lui anche, infatti qua dentro nessuna è meglio di te.”
Laura arrossiva e scriveva: “Sono la più bassa, la mia professoressa di latino al liceo mi chiamava topolina.”
E io, non so perché mi era venuto in mente il detto brutto in piazza, bello in fasce, scrissi sotto: “Topolina al liceo, topona in facoltà.”
Le scappò una risata che zittì le elucubrazioni erotiche del nostro professore. Come sempre concluse lo scambio di messaggi sul quaderno così: “Sei un terremoto.”
Raspagliesi lavora ancora qui, ma non so in che bar ha portato la sua testa pelata. È scomparso appena Cindy ha dato il via libera.
Siamo arrivate in un bar anche noi. Non penso che troveremo di meglio e poi alle tre del pomeriggio nessuno ci sta aspettando con la teglia in mano per servirci un pollo. Quindi entriamo, sapendo che nella migliore delle ipotesi ci daranno un’insalata.
“Rocco!”
Quella è la voce di Davide, mi giro e li vedo: i nostri due ragazzi sono arrivati qui prima di noi.
Passiamo accanto a loro per raggiungere un tavolo in fondo abbastanza lontano e, anche se non sento cos’altro ha detto Davide, capisco bene la risposta di quell’altro.
“Posso farlo anche qui. Se giri con la bandiera alzata fai la figura del coglione. O del maniaco.”
Davide è tutto rosso e si è messo un tovagliolo sulla bocca. “Io mi vergogno di te, veramente. Non mi farò mai più vedere con te, né all’università né da nessuna parte.”
Il tessuto nero si tende sui fianchi di Laura mentre cammina davanti a me. La stoffa aderisce al bacino stretto senza mostrare una piega. Più in alto, la scollatura scende profonda, ma le curve del seno sono modeste: suggeriscono solo un’eleganza pulita. Sotto il taglio netto dei capelli neri, lunghi fino alla mandibola, oscillano i due orecchini d’argento che le ho comprato per l’ultimo compleanno. La filigrana sarda cattura la luce a ogni movimento del collo, illuminandole le guance scolorite. I trucchi che continuo a regalarle li lascia nei cassetti.
Laura allunga il braccio all’indietro senza girarsi e mi infila i manici della borsa tra le dita. Si vuole riallacciare un sandalo alto, identico al mio. Abbiamo infilato questi tacchi oggi solo per venire bene nelle foto, ma è stata una pessima idea. Sono più grande di lei di qualche anno, quindi mi ha sempre permesso di dirle cosa fare. Ha solo suo padre a casa, e non sempre gli uomini mettono cura in certe cose, alcuni semplicemente non ci fanno caso. Le ho ripetuto mille volte di piegarsi sempre sulle ginocchia se deve abbassarsi.
Mi giro perché sento su di noi lo sguardo di quei due. Rocco ha sollevato il mento, i suoi occhi rimangono piantati in un punto preciso davanti a sé, senza battere le ciglia.
Il punto preciso è il culo di Laura. Seguo la direzione del suo sguardo. Lei non ci ha pensato. È piegata in avanti a novanta gradi, con le ginocchia tese e bloccate. La gonna nera è tirata verso l’alto e il tessuto umido di sudore si incolla alla pelle, scoprendo la curva inferiore delle natiche bianche. Proprio al centro, sopra l’orlo sollevato, la stoffa stretta rivela la striscia del perizoma viola, messo per non mostrare il segno delle mutandine sotto la gonna stretta.
Dico: “Copriti.”
Lei non ha capito niente. “Eh?”
Ci sediamo. È passata mezz’ora ma finalmente arrivano due piatti coi cubi di feta e le olive nere. Guardo le labbra sottili di Laura che si muovono mentre mastica, le chiedo di nuovo la data del seminario sulla commedia di Menandro.
Per rispondere solleva una mano e si pulisce l’angolo della bocca con il polpastrello di un dito, ci restano appiccicati i brillantini del lucidalabbra. Sta per pronunciare le prime parole, ma la sua voce scompare sotto un urlo.
“Rocco, basta!”
La voce di Davide mi ha sfondato i timpani. Il mio collo ruota verso di loro. Pochi metri più in là, anche il cameriere si blocca a metà passo, girando la testa. Davide ha i capillari del viso gonfi e la pelle delle guance è diventata rossa, accesa e lucida come la buccia di un peperoncino.
Laura si copre le labbra con le dita e si china verso il mio piatto, abbassando il volume: “Giovedì l’ho incontrato vicino alla Mondadori. Pioveva, ti ricordi?”
Annuisco stringendo la bottiglietta dell’acqua. “Sì, ma hai incontrato chi?”
“Rocco.” Parla ancora più piano. “Mi ha chiesto dove andavo, e io gli ho detto a casa.”
“E allora?”
“E allora per parlare ho chiesto dove andava lui e mi ha detto: vado a prendere l’autobus ma mi volevo fermare al bar, volevo il caffè. E io niente, gli ho detto vado prima che inizi a piovere forte perché non ho l’ombrello, arrivederci e lui... nemmeno io ho l’ombrello, sennò la accompagnavo e venivo a prendere il caffè a casa sua.”
Laura tiene gli occhi nei miei, ma non trovo nulla da dire.
Lei sgrana gli occhi e aggiunge subito: “No, ma come si permette?”
Una mezza risata mi scalda la gola. Bevo e poi torno sul discorso del seminario: “Quando è?”
Lei non risponde con una data, non può farlo, è troppo precisa.
Snocciola ogni nome, orario e intervento stampato sulla locandina.
I nostri piatti ora sono vuoti, mi sposto verso la cassa e lascio il conto pagato anche ai nostri ragazzi.
Torniamo all’Arco di Galerio. La strada è lunga e il delegato del rettore agita una mano verso una colonna, alterando il tono della voce per dare enfasi alla triste storia del suo utilizzo: esecuzioni capitali.
Mi annoio, perciò sfilo la penna e mi avvicino al taccuino che Laura tiene premuto contro la pelle nuda dell’avambraccio.
La mia grafia corre veloce: “Rocco ti vuole scopare.”
Lei si scosta i capelli scoprendo l’orecchino. Mi sfila la penna dalle dita e traccia le sue parole sotto le mie: “Sei un terremoto.”
Quando torniamo in hotel posare i piedi sulla moquette sembra un miracolo. La nostra camera è all’inizio del corridoio, quelle dei ragazzi sono in fondo.
Quest’anno ho puntato i piedi con la segreteria, volevano mettermi un’altra collega in stanza. Ma noi non riusciamo mai a stare insieme fuori dal lavoro, come all’epoca non riuscivamo a vederci quasi mai fuori da scuola.
Laura fa la doccia prima di me. Sento il rumore dell’acqua che scroscia dietro il vetro, il getto si spegne e lei torna avvolta in un enorme asciugamano bianco. Si stende sul letto. Si volta e mi guarda. La grande vetrata della camera mostra i palazzi della città illuminata: i punti di luce bianca e gialla riflessi dal vetro entrano dritti nella stanza, stampandosi come glitter sulla sua pelle.
“Ci potresti scopare con Rocco,” dico, abbassando la voce. “Si sentirebbe Dio se riuscisse a farsi la professoressa vergine.”
Le sue labbra rimangono strette, ma la pelle della gola si muove per trattenere il riso. Si gira meglio verso di me.
“Ma lui non lo sa che io sono vergine. E comunque... non mi dispiacerebbe.”
Stavo per andare a lavarmi. “Come?”
Laura non sbatte le ciglia. I punti di luce ballano nei suoi occhi. “Che ci faccio con questa figa? Tra un po’ la porto al convento, là vicino a casa tua.”
Raggiungo il frigobar. Per fortuna trovo la Fanta.
“Io scherzavo,” dico, stringendo la plastica fredda. “E tu sei giovane, troverai il fidanzato.”
Il suo petto si alza e si abbassa in un sospiro. “Speriamo.”
Seguo i jeans che le salgono sui fianchi. Sopra ha solo una maglietta bianca. Si siede davanti allo specchio e apre i trucchi che le ho regalato. Tiene la bocca aperta mentre lo scovolino del mascara le pettina le ciglia verso l’alto. Due spruzzi di profumo. Sembra davvero una studentessa che si sistema per la sua prima volta.
Mi lavo anche io e poi mi sdraio un attimo di traverso sul letto.
Cindy ha deciso di lavorare pare. Ha prenotato in un ristorante di pesce. Intorno a noi ci sono i piatti con i gusci vuoti e i calici vuoti bagnati di condensa. I dottorandi alzano la voce, agitando le mani sopra il tavolo per decidere chi ha bevuto di più e chi deve pagare il conto lievitato grazie a questo vino.
Laura si alza prima, saluta con un cenno e imbocca l’uscita per tornare in albergo. Io rimango con gli altri a camminare nel centro: è pieno di musica e di persone.
Poi, la folla scompare.
L’hotel è silenzioso. Allungo la mano verso la serratura della nostra camera. Faccio scivolare la tessera magnetica nella fessura senza fare rumore. La piccola luce azzurra si accende e la maniglia si abbassa morbida.
Oltre la soglia della camera, c’è la soffice moquette dell’ingresso prima della stanza vera e propria. Laura e Rocco sono lì davanti, immobili, con la schiena voltata. La luce è spenta e nella penombra i loro corpi sono sagome scure contro la grande vetrata, troppo occupati a fare i loro comodi per accorgersi di me.
Mi appiattisco con la schiena contro la parete. Allungo le dita verso le caviglie e mi levo piano piano le scarpe. Appoggio i piedi nudi sulla moquette che inghiotte ogni rumore. Forse dovrei andarmene.
Lui si sbottona la camicia, sempre bianca, identica a quelle che gli vedevo addosso tra i corridoi dell’università. Le sue dita si muovono in fretta, tese per la grande occasione.
Ma Laura, possibile che non mi abbia sentita? Sicuramente lo ha fatto e mi sente benissimo anche ora. Però non si gira: è contenta che io sia qui, ha sempre detto che la faccio sentire al sicuro.
Piazza le mani sulle spalle di lui, premendo le labbra contro le sue. La mia testa è piena di vino bianco, lo sento dietro gli occhi e mi chiedo se anche loro siano ubriachi.
Mi schiaccio contro la parete, cerco l’aria, con le cosce che vibrano sotto la gonna. Li guardo abbracciarsi e sento una morsa nello stomaco che scivola subito giù.
Rocco le afferra l’orlo della maglietta bianca e la tira su, oltre la testa di Laura. Sotto il cotone non resta nulla, lei non porta il reggiseno; le curve del seno piccolo restano nude nella penombra, e i capelli le ricadono disordinati sugli occhi e sulle guance.
Lo spinge all’indietro, verso il letto. È troppo sicura di sé per non aver mai toccato nessuno. Ma è merito mio, è l’effetto dei video che le invio in continuazione.
La poca luce che viene da fuori attraversa la vetrata e le cade sul bacino. Laura si gira sul fianco, allungando le cosce lisce sul lenzuolo: tra l’ombra della pancia e la pelle dei fianchi vedo la striscia di pizzo viola di oggi.
Resto immobile. Possibile che non si sia cambiata la biancheria dopo la doccia?
Il nostro allievo appoggia le labbra sulla pelle tenera del suo interno coscia, risalendo millimetro dopo millimetro sotto il chiarore della luna, finché non aggancia il pizzo con l’indice e lo tira via. Laura continua quel movimento da sola, facendo scivolare la mano tra le cosce mentre Rocco le bacia il collo, aprendo le dita tra i suoi capelli neri. Accanto a loro, la luce della vetrata illumina il resto delle bibite vuote del frigobar. La mia testa gira. Ma quanto ci ho messo a tornare? Hanno avuto il tempo di bersi tutto.
L’argento del suo orecchino intercetta un riflesso della vetrata proprio mentre quelle dita insistono tra le cosce. Tengo gli occhi piantati su quel punto e una goccia di sudore da dietro l’orecchio, mi riga la pelle del collo. Scivola dritta dentro la scollatura.
Il gemito a bocca chiusa di Laura mi entra dritto nella pancia.
Lui le ferma i polsi, e io vedo la linea scura di un lungo tatuaggio sul suo braccio destro. Non ci avevo mai fatto caso a lezione. Si china tra le sue gambe. Domani potrà raccontare di aver trovato una topona in facoltà.
Rialza la testa e la guarda; le labbra gli si distendono scoprendo i denti mentre fissa il suo viso. Ha un naso affilato che subito dopo riabbassa tra le cosce di Laura. Si interrompe, torna su di nuovo con lo stesso sorriso.
Laura gli infila le dita tra i capelli e se lo tira verso il petto, arriva a succhiarle i capezzoli, uno alla volta. La sua lingua si allunga a leccare il destro prima di sollevare il mento: continua a leccare e a sorriderle. Le cosce di Laura gli si stringono attorno ai fianchi, lui si sputa sulla mano e si abbassa a stringersi l’erezione. Da questo angolo della parete vedo il suo corpo spingersi dentro di lei.
Anche l’amicizia è una forma d’amore. Per questo sento una contrazione nel ventre, nasce dal vederla sciolta ora che inizia a muoversi insieme a lui. Schiude la bocca, finalmente. Non la apre mai quando ride, ma adesso la testa le scivola indietro; scopre la gola.
Nel millesimo di secondo in cui lascia cadere la testa sul cuscino e le sue labbra si separano del tutto, la mia gola si libera da un nodo. È troppo caldo, è il calore che la unisce a me nel buio.
Altre gocce di sudore mi scorrono fin sotto il seno.
Il respiro si fa sempre più corto mentre la mano di lui le tiene i capelli, sono così neri che nella notte non si vedono più. Non si vede più nulla.
Mi giro dall’altra parte, sono tutta sudata. Sento una mano sulla spalla e, quando apro gli occhi, vedo Laura china su di me. Ha acceso la luce, è troppo forte e mi dà fastidio agli occhi. Li chiudo e li riapro.
“Scusa, non ti volevo svegliare,” dice. “Ti ho portato questo dal ristorante.”
Mi fa vedere un incarto di alluminio. Mi sollevo, guardo il cellulare: le 01:30.
“Ti dovevo chiamare per andare a cena,” continua Laura, “ma appena hai fatto la doccia e ti sei stesa, ti sei messa a dormire così bene che mi dispiaceva farti alzare.”
Mi tiro su e la ringrazio, mangio mentre lei si spoglia per mettersi a letto. Già dorme, quando inizio a scrivere. Se io non scrivo immediatamente, quando mi sveglio, dimentico tutto.
***
Stamattina sono io a svegliare lei. Scendiamo a fare colazione e mi porto il pc. Mentre andiamo giù, sento Davide che urla davanti all’ascensore:
“No, veramente basta, io non vengo manco a fare colazione con te.”
Rocco sta ridendo. Davide alza il dito indice, lo fa sempre quando riprende qualcuno.
“Non mi chiamare mai più, che come mi sono vergognato ieri sera al ristorante con te non mi era successo mai.”
Rocco dice: “Ma che ho fatto?”
Non si sono accorti di noi.
“A dire quelle cose dietro alla Pelozzi, che fai le foto al culo delle insegnanti e ci fai le porcherie in camera...”
“Ma mica mi hanno sentito.”
“Ti hanno sentito tutti. Non hai visto che faccia ha fatto Raspagliesi?”
Rocco si sta guardando intorno: “Chi?”
Li interrompe un segnale acustico. Davide s’infila in ascensore. “Se dici una parola a colazione io me ne vado, fingo di non conoscerti.”
Laura sbatte le ciglia due volte. “Avrà fotografato pure il culo mio, ieri al bar?”
Infilo le dita sotto il pc per sistemarlo sotto il braccio. “Dovremmo dirgli che anche noi facciamo sogni erotici sugli studenti.”
La pelle del suo collo si tende mentre inghiotte la saliva. “Ma che stai a di’?”
“Ieri sera, quando ho dormito invece di venire a cena, ho sognato te che scopavi per la prima volta. E l’ho scritto. Ora ti faccio leggere.”
“Scopavo con chi?”
“Con Rocco.” Sollevo il computer verso il suo viso. “Non vuoi leggere le mie zozzerie?”
Le labbra le restano serrate, ma ride col naso mentre le porte metalliche davanti a noi si aprono. “Come s’intitola?”
“Topona in facoltà.”
Le passo il pc e mi allontano verso il buffet. Muovendomi tra gli altri arrivo a trovarmi fianco a fianco con Rocco, proprio davanti alle ciotole dei cereali.
Lui si fa da parte. “Buongiorno prof.”
“Buongiorno.”
Sta portando via tutti fiocchi d’avena. “Lei ieri sera a cena non c’era.”
“No, stavo scrivendo un articolo e non potevo lasciarlo.”
Sembra ancora addormentato, risolleva le palpebre, tenendo ferme le posate. “Ah. Anche in vacanza?”
“Ma non è una vacanza-ozio.”
Tengo gli occhi piantati sul suo braccio, stamattina ha le maniche lunghe. “Che tatuaggio hai?”
“Non ho capito.”
“Quel tatuaggio che mi è parso di vedere ieri, che rappresenta?”
Lui solleva la stoffa sul braccio girando il polso per mostrarmi la pelle completamente bianca. “Prof, io i tatuaggi non ce l’ ho.”
Faccio un passo indietro. “Allora me lo sono sognato. Buona giornata.”
“A lei.”
Riattraverso la sala. Lo schermo del computer è aperto sul tavolo e Laura ha appena staccato le dita dalla tastiera, sollevando lo sguardo dal mio importantissimo articolo.
Dico: “Che te ne pare?”
Le labbra le si distendono. “Sei un terremoto.”
***
Laura è in piedi, appoggiata all’Arco di Galerio. Si piazza il cellulare davanti alla faccia e dice: “Dimmi quando devo scattare.”
Dietro di lei passano studenti e le nostre colleghe. La Pelozzi sta imprecando attaccata al vetro perché stamattina ci siamo alzati alle sei e non abbiamo trovato nemmeno uno spuntino decente. I ragazzi rallentano; si vede che si divertono a sentire una prof. che bestemmia per la fame.
Mi chiudo il foulard attorno al collo e dico: “Adesso.”
Rocco, uno dei nostri ragazzi, si ferma accanto a lei e mi fa: “Dica cheese.”
Non è difficile perché ho ancora in bocca il sapore di quel cheeseburger schifoso che abbiamo mangiato stamattina appena arrivati a Salonicco.
Quando Laura scatta, vedo Rocco che si tocca il bottone dei jeans con le dita allargate mentre le guarda il culo.
Ma quanto è sfacciato.
L’anno scorso era molto diverso. Adesso si è fatto allungare i capelli e puzza sempre di fumo.
Stamattina, sull’autobus, fissava Laura e aveva sempre la saliva sulle labbra, diceva un sacco di oscenità, ma pensava che io, seduta due posti davanti, stessi dormendo. Perciò le sue parole uscivano veloci, quanto un furto in un negozio.
Laura scatta due volte, poi mi ridà il telefono, dico: “Grazie.”
Rocco resta alle sue spalle, non si sposta, così scherzo: “Faccio una foto anche a voi due. Tuo padre non ci crederà mai che hai trovato un fidanzato così giovane e bello.”
Laura stringe le sopracciglia, piega le labbra verso il basso. “Non ci crederebbe mai, infatti. La sua fiducia in me è totale.”
Proprio così. Laura è figlia unica, suo padre l’ha avuta in tarda età. È sempre stato geloso di lei come la morte dei vivi; ci è voluto tutto il corpo docente per convincerlo a farla venire in Erasmus con me quando eravamo ragazze. E ancora oggi lo dobbiamo pregare ogni volta che c’è da fare un viaggio-studio.
Laura non si è mai trovata il fidanzato.
Sento ancora formaggio e bacon in bocca, perciò bevo dalla bottiglietta e sputo a terra. Sputo ancora.
Rocco mi guarda, non mi aveva ancora vista in versione maleducata.
Ma dalla sua faccia direi che è proprio quello che voleva vedere...
Proseguiamo il giro, ma siamo già in presenza di evidenti segni di esaurimento provocati dalla mancanza di cibo, di pause e dal caldo. Rocco è sempre accanto a noi, si leva il sudore dalla fronte. Sta dicendo al ragazzo che gli sta sempre accanto: “Speriamo che stasera ci sia almeno l’acqua calda in albergo.
Ieri sera non c’era, e sta dicendo al suo amico che per questo, sotto la doccia, gli si è congelato, gli è diventato microscopico e ha avuto paura che non gli tornasse più normale.
Le dita di Laura saltano a coprirle la bocca, i suoi begli occhi chiari mi cercano e ridono.
Cindy, la nostra guida, ci avvisa: “Potete andare a mangiare. Appuntamento fra un’ora, di nuovo qui davanti.”
Prima di allontanarmi la sento discutere a voce bassa col delegato del rettore. Lui si lamenta perché i nostri pasti avrebbero dovuto essere organizzati da lei. Insiste a chiederle perché il servizio non è stato espletato.
Cindy si agita, urla come sempre: “Perché noi sappiamo cosa volete mangiare...”
Laura mi resta vicina, i ragazzi sono già scappati.
Piegando le dita mi chiede: “Dove andiamo?”
Mi ricorda quando avevamo vent’anni e ogni volta che eravamo lontane da casa, pure su una strada qualunque, era qualcosa di emozionante. In classe siamo sempre state vicine a chiacchierare, nelle pause pranzo, vicine girando in tondo. Camminando in cerca della panchina adatta a darci la giusta atmosfera per quel poco tempo in cui potevamo stare intimamente insieme. Quando mi annoiavo, durante le lezioni, scrivevo sempre sul suo quaderno. Avevamo un professore di letteratura italiana che faceva studi sulle presunte relazioni adulterine delle nobildonne. Una volta ci parlò per due ore di Lucrezia Borgia, diceva che era stata amante dell’umanista Pietro Bembo e che l’aveva dedotto da una traccia assolutamente inconfutabile e scientifica e cioè il fatto che la Borgia aveva inserito ciocche della sua treccia all’interno delle lettere che scambiava con Bembo.
Sosteneva che erano state trovate allusioni a queste ciocche nelle carte di un altro umanista e, intanto, la narrazione diventava sempre più oscena. Ipotizzava le posizioni in cui, secondo lui, avrebbero scopato Bembo e la Duchessa di Ferrara e la classe rideva e lui fissava la treccia di Laura. Così io scrivevo sul suo quaderno: “Raspagliesi ti vuole scopare.”
Lei sottoscriveva: “Sei matta e lui pure.”
E io aggiungevo: “Io sto benissimo e lui anche, infatti qua dentro nessuna è meglio di te.”
Laura arrossiva e scriveva: “Sono la più bassa, la mia professoressa di latino al liceo mi chiamava topolina.”
E io, non so perché mi era venuto in mente il detto brutto in piazza, bello in fasce, scrissi sotto: “Topolina al liceo, topona in facoltà.”
Le scappò una risata che zittì le elucubrazioni erotiche del nostro professore. Come sempre concluse lo scambio di messaggi sul quaderno così: “Sei un terremoto.”
Raspagliesi lavora ancora qui, ma non so in che bar ha portato la sua testa pelata. È scomparso appena Cindy ha dato il via libera.
Siamo arrivate in un bar anche noi. Non penso che troveremo di meglio e poi alle tre del pomeriggio nessuno ci sta aspettando con la teglia in mano per servirci un pollo. Quindi entriamo, sapendo che nella migliore delle ipotesi ci daranno un’insalata.
“Rocco!”
Quella è la voce di Davide, mi giro e li vedo: i nostri due ragazzi sono arrivati qui prima di noi.
Passiamo accanto a loro per raggiungere un tavolo in fondo abbastanza lontano e, anche se non sento cos’altro ha detto Davide, capisco bene la risposta di quell’altro.
“Posso farlo anche qui. Se giri con la bandiera alzata fai la figura del coglione. O del maniaco.”
Davide è tutto rosso e si è messo un tovagliolo sulla bocca. “Io mi vergogno di te, veramente. Non mi farò mai più vedere con te, né all’università né da nessuna parte.”
Il tessuto nero si tende sui fianchi di Laura mentre cammina davanti a me. La stoffa aderisce al bacino stretto senza mostrare una piega. Più in alto, la scollatura scende profonda, ma le curve del seno sono modeste: suggeriscono solo un’eleganza pulita. Sotto il taglio netto dei capelli neri, lunghi fino alla mandibola, oscillano i due orecchini d’argento che le ho comprato per l’ultimo compleanno. La filigrana sarda cattura la luce a ogni movimento del collo, illuminandole le guance scolorite. I trucchi che continuo a regalarle li lascia nei cassetti.
Laura allunga il braccio all’indietro senza girarsi e mi infila i manici della borsa tra le dita. Si vuole riallacciare un sandalo alto, identico al mio. Abbiamo infilato questi tacchi oggi solo per venire bene nelle foto, ma è stata una pessima idea. Sono più grande di lei di qualche anno, quindi mi ha sempre permesso di dirle cosa fare. Ha solo suo padre a casa, e non sempre gli uomini mettono cura in certe cose, alcuni semplicemente non ci fanno caso. Le ho ripetuto mille volte di piegarsi sempre sulle ginocchia se deve abbassarsi.
Mi giro perché sento su di noi lo sguardo di quei due. Rocco ha sollevato il mento, i suoi occhi rimangono piantati in un punto preciso davanti a sé, senza battere le ciglia.
Il punto preciso è il culo di Laura. Seguo la direzione del suo sguardo. Lei non ci ha pensato. È piegata in avanti a novanta gradi, con le ginocchia tese e bloccate. La gonna nera è tirata verso l’alto e il tessuto umido di sudore si incolla alla pelle, scoprendo la curva inferiore delle natiche bianche. Proprio al centro, sopra l’orlo sollevato, la stoffa stretta rivela la striscia del perizoma viola, messo per non mostrare il segno delle mutandine sotto la gonna stretta.
Dico: “Copriti.”
Lei non ha capito niente. “Eh?”
Ci sediamo. È passata mezz’ora ma finalmente arrivano due piatti coi cubi di feta e le olive nere. Guardo le labbra sottili di Laura che si muovono mentre mastica, le chiedo di nuovo la data del seminario sulla commedia di Menandro.
Per rispondere solleva una mano e si pulisce l’angolo della bocca con il polpastrello di un dito, ci restano appiccicati i brillantini del lucidalabbra. Sta per pronunciare le prime parole, ma la sua voce scompare sotto un urlo.
“Rocco, basta!”
La voce di Davide mi ha sfondato i timpani. Il mio collo ruota verso di loro. Pochi metri più in là, anche il cameriere si blocca a metà passo, girando la testa. Davide ha i capillari del viso gonfi e la pelle delle guance è diventata rossa, accesa e lucida come la buccia di un peperoncino.
Laura si copre le labbra con le dita e si china verso il mio piatto, abbassando il volume: “Giovedì l’ho incontrato vicino alla Mondadori. Pioveva, ti ricordi?”
Annuisco stringendo la bottiglietta dell’acqua. “Sì, ma hai incontrato chi?”
“Rocco.” Parla ancora più piano. “Mi ha chiesto dove andavo, e io gli ho detto a casa.”
“E allora?”
“E allora per parlare ho chiesto dove andava lui e mi ha detto: vado a prendere l’autobus ma mi volevo fermare al bar, volevo il caffè. E io niente, gli ho detto vado prima che inizi a piovere forte perché non ho l’ombrello, arrivederci e lui... nemmeno io ho l’ombrello, sennò la accompagnavo e venivo a prendere il caffè a casa sua.”
Laura tiene gli occhi nei miei, ma non trovo nulla da dire.
Lei sgrana gli occhi e aggiunge subito: “No, ma come si permette?”
Una mezza risata mi scalda la gola. Bevo e poi torno sul discorso del seminario: “Quando è?”
Lei non risponde con una data, non può farlo, è troppo precisa.
Snocciola ogni nome, orario e intervento stampato sulla locandina.
I nostri piatti ora sono vuoti, mi sposto verso la cassa e lascio il conto pagato anche ai nostri ragazzi.
Torniamo all’Arco di Galerio. La strada è lunga e il delegato del rettore agita una mano verso una colonna, alterando il tono della voce per dare enfasi alla triste storia del suo utilizzo: esecuzioni capitali.
Mi annoio, perciò sfilo la penna e mi avvicino al taccuino che Laura tiene premuto contro la pelle nuda dell’avambraccio.
La mia grafia corre veloce: “Rocco ti vuole scopare.”
Lei si scosta i capelli scoprendo l’orecchino. Mi sfila la penna dalle dita e traccia le sue parole sotto le mie: “Sei un terremoto.”
Quando torniamo in hotel posare i piedi sulla moquette sembra un miracolo. La nostra camera è all’inizio del corridoio, quelle dei ragazzi sono in fondo.
Quest’anno ho puntato i piedi con la segreteria, volevano mettermi un’altra collega in stanza. Ma noi non riusciamo mai a stare insieme fuori dal lavoro, come all’epoca non riuscivamo a vederci quasi mai fuori da scuola.
Laura fa la doccia prima di me. Sento il rumore dell’acqua che scroscia dietro il vetro, il getto si spegne e lei torna avvolta in un enorme asciugamano bianco. Si stende sul letto. Si volta e mi guarda. La grande vetrata della camera mostra i palazzi della città illuminata: i punti di luce bianca e gialla riflessi dal vetro entrano dritti nella stanza, stampandosi come glitter sulla sua pelle.
“Ci potresti scopare con Rocco,” dico, abbassando la voce. “Si sentirebbe Dio se riuscisse a farsi la professoressa vergine.”
Le sue labbra rimangono strette, ma la pelle della gola si muove per trattenere il riso. Si gira meglio verso di me.
“Ma lui non lo sa che io sono vergine. E comunque... non mi dispiacerebbe.”
Stavo per andare a lavarmi. “Come?”
Laura non sbatte le ciglia. I punti di luce ballano nei suoi occhi. “Che ci faccio con questa figa? Tra un po’ la porto al convento, là vicino a casa tua.”
Raggiungo il frigobar. Per fortuna trovo la Fanta.
“Io scherzavo,” dico, stringendo la plastica fredda. “E tu sei giovane, troverai il fidanzato.”
Il suo petto si alza e si abbassa in un sospiro. “Speriamo.”
Seguo i jeans che le salgono sui fianchi. Sopra ha solo una maglietta bianca. Si siede davanti allo specchio e apre i trucchi che le ho regalato. Tiene la bocca aperta mentre lo scovolino del mascara le pettina le ciglia verso l’alto. Due spruzzi di profumo. Sembra davvero una studentessa che si sistema per la sua prima volta.
Mi lavo anche io e poi mi sdraio un attimo di traverso sul letto.
Cindy ha deciso di lavorare pare. Ha prenotato in un ristorante di pesce. Intorno a noi ci sono i piatti con i gusci vuoti e i calici vuoti bagnati di condensa. I dottorandi alzano la voce, agitando le mani sopra il tavolo per decidere chi ha bevuto di più e chi deve pagare il conto lievitato grazie a questo vino.
Laura si alza prima, saluta con un cenno e imbocca l’uscita per tornare in albergo. Io rimango con gli altri a camminare nel centro: è pieno di musica e di persone.
Poi, la folla scompare.
L’hotel è silenzioso. Allungo la mano verso la serratura della nostra camera. Faccio scivolare la tessera magnetica nella fessura senza fare rumore. La piccola luce azzurra si accende e la maniglia si abbassa morbida.
Oltre la soglia della camera, c’è la soffice moquette dell’ingresso prima della stanza vera e propria. Laura e Rocco sono lì davanti, immobili, con la schiena voltata. La luce è spenta e nella penombra i loro corpi sono sagome scure contro la grande vetrata, troppo occupati a fare i loro comodi per accorgersi di me.
Mi appiattisco con la schiena contro la parete. Allungo le dita verso le caviglie e mi levo piano piano le scarpe. Appoggio i piedi nudi sulla moquette che inghiotte ogni rumore. Forse dovrei andarmene.
Lui si sbottona la camicia, sempre bianca, identica a quelle che gli vedevo addosso tra i corridoi dell’università. Le sue dita si muovono in fretta, tese per la grande occasione.
Ma Laura, possibile che non mi abbia sentita? Sicuramente lo ha fatto e mi sente benissimo anche ora. Però non si gira: è contenta che io sia qui, ha sempre detto che la faccio sentire al sicuro.
Piazza le mani sulle spalle di lui, premendo le labbra contro le sue. La mia testa è piena di vino bianco, lo sento dietro gli occhi e mi chiedo se anche loro siano ubriachi.
Mi schiaccio contro la parete, cerco l’aria, con le cosce che vibrano sotto la gonna. Li guardo abbracciarsi e sento una morsa nello stomaco che scivola subito giù.
Rocco le afferra l’orlo della maglietta bianca e la tira su, oltre la testa di Laura. Sotto il cotone non resta nulla, lei non porta il reggiseno; le curve del seno piccolo restano nude nella penombra, e i capelli le ricadono disordinati sugli occhi e sulle guance.
Lo spinge all’indietro, verso il letto. È troppo sicura di sé per non aver mai toccato nessuno. Ma è merito mio, è l’effetto dei video che le invio in continuazione.
La poca luce che viene da fuori attraversa la vetrata e le cade sul bacino. Laura si gira sul fianco, allungando le cosce lisce sul lenzuolo: tra l’ombra della pancia e la pelle dei fianchi vedo la striscia di pizzo viola di oggi.
Resto immobile. Possibile che non si sia cambiata la biancheria dopo la doccia?
Il nostro allievo appoggia le labbra sulla pelle tenera del suo interno coscia, risalendo millimetro dopo millimetro sotto il chiarore della luna, finché non aggancia il pizzo con l’indice e lo tira via. Laura continua quel movimento da sola, facendo scivolare la mano tra le cosce mentre Rocco le bacia il collo, aprendo le dita tra i suoi capelli neri. Accanto a loro, la luce della vetrata illumina il resto delle bibite vuote del frigobar. La mia testa gira. Ma quanto ci ho messo a tornare? Hanno avuto il tempo di bersi tutto.
L’argento del suo orecchino intercetta un riflesso della vetrata proprio mentre quelle dita insistono tra le cosce. Tengo gli occhi piantati su quel punto e una goccia di sudore da dietro l’orecchio, mi riga la pelle del collo. Scivola dritta dentro la scollatura.
Il gemito a bocca chiusa di Laura mi entra dritto nella pancia.
Lui le ferma i polsi, e io vedo la linea scura di un lungo tatuaggio sul suo braccio destro. Non ci avevo mai fatto caso a lezione. Si china tra le sue gambe. Domani potrà raccontare di aver trovato una topona in facoltà.
Rialza la testa e la guarda; le labbra gli si distendono scoprendo i denti mentre fissa il suo viso. Ha un naso affilato che subito dopo riabbassa tra le cosce di Laura. Si interrompe, torna su di nuovo con lo stesso sorriso.
Laura gli infila le dita tra i capelli e se lo tira verso il petto, arriva a succhiarle i capezzoli, uno alla volta. La sua lingua si allunga a leccare il destro prima di sollevare il mento: continua a leccare e a sorriderle. Le cosce di Laura gli si stringono attorno ai fianchi, lui si sputa sulla mano e si abbassa a stringersi l’erezione. Da questo angolo della parete vedo il suo corpo spingersi dentro di lei.
Anche l’amicizia è una forma d’amore. Per questo sento una contrazione nel ventre, nasce dal vederla sciolta ora che inizia a muoversi insieme a lui. Schiude la bocca, finalmente. Non la apre mai quando ride, ma adesso la testa le scivola indietro; scopre la gola.
Nel millesimo di secondo in cui lascia cadere la testa sul cuscino e le sue labbra si separano del tutto, la mia gola si libera da un nodo. È troppo caldo, è il calore che la unisce a me nel buio.
Altre gocce di sudore mi scorrono fin sotto il seno.
Il respiro si fa sempre più corto mentre la mano di lui le tiene i capelli, sono così neri che nella notte non si vedono più. Non si vede più nulla.
Mi giro dall’altra parte, sono tutta sudata. Sento una mano sulla spalla e, quando apro gli occhi, vedo Laura china su di me. Ha acceso la luce, è troppo forte e mi dà fastidio agli occhi. Li chiudo e li riapro.
“Scusa, non ti volevo svegliare,” dice. “Ti ho portato questo dal ristorante.”
Mi fa vedere un incarto di alluminio. Mi sollevo, guardo il cellulare: le 01:30.
“Ti dovevo chiamare per andare a cena,” continua Laura, “ma appena hai fatto la doccia e ti sei stesa, ti sei messa a dormire così bene che mi dispiaceva farti alzare.”
Mi tiro su e la ringrazio, mangio mentre lei si spoglia per mettersi a letto. Già dorme, quando inizio a scrivere. Se io non scrivo immediatamente, quando mi sveglio, dimentico tutto.
***
Stamattina sono io a svegliare lei. Scendiamo a fare colazione e mi porto il pc. Mentre andiamo giù, sento Davide che urla davanti all’ascensore:
“No, veramente basta, io non vengo manco a fare colazione con te.”
Rocco sta ridendo. Davide alza il dito indice, lo fa sempre quando riprende qualcuno.
“Non mi chiamare mai più, che come mi sono vergognato ieri sera al ristorante con te non mi era successo mai.”
Rocco dice: “Ma che ho fatto?”
Non si sono accorti di noi.
“A dire quelle cose dietro alla Pelozzi, che fai le foto al culo delle insegnanti e ci fai le porcherie in camera...”
“Ma mica mi hanno sentito.”
“Ti hanno sentito tutti. Non hai visto che faccia ha fatto Raspagliesi?”
Rocco si sta guardando intorno: “Chi?”
Li interrompe un segnale acustico. Davide s’infila in ascensore. “Se dici una parola a colazione io me ne vado, fingo di non conoscerti.”
Laura sbatte le ciglia due volte. “Avrà fotografato pure il culo mio, ieri al bar?”
Infilo le dita sotto il pc per sistemarlo sotto il braccio. “Dovremmo dirgli che anche noi facciamo sogni erotici sugli studenti.”
La pelle del suo collo si tende mentre inghiotte la saliva. “Ma che stai a di’?”
“Ieri sera, quando ho dormito invece di venire a cena, ho sognato te che scopavi per la prima volta. E l’ho scritto. Ora ti faccio leggere.”
“Scopavo con chi?”
“Con Rocco.” Sollevo il computer verso il suo viso. “Non vuoi leggere le mie zozzerie?”
Le labbra le restano serrate, ma ride col naso mentre le porte metalliche davanti a noi si aprono. “Come s’intitola?”
“Topona in facoltà.”
Le passo il pc e mi allontano verso il buffet. Muovendomi tra gli altri arrivo a trovarmi fianco a fianco con Rocco, proprio davanti alle ciotole dei cereali.
Lui si fa da parte. “Buongiorno prof.”
“Buongiorno.”
Sta portando via tutti fiocchi d’avena. “Lei ieri sera a cena non c’era.”
“No, stavo scrivendo un articolo e non potevo lasciarlo.”
Sembra ancora addormentato, risolleva le palpebre, tenendo ferme le posate. “Ah. Anche in vacanza?”
“Ma non è una vacanza-ozio.”
Tengo gli occhi piantati sul suo braccio, stamattina ha le maniche lunghe. “Che tatuaggio hai?”
“Non ho capito.”
“Quel tatuaggio che mi è parso di vedere ieri, che rappresenta?”
Lui solleva la stoffa sul braccio girando il polso per mostrarmi la pelle completamente bianca. “Prof, io i tatuaggi non ce l’ ho.”
Faccio un passo indietro. “Allora me lo sono sognato. Buona giornata.”
“A lei.”
Riattraverso la sala. Lo schermo del computer è aperto sul tavolo e Laura ha appena staccato le dita dalla tastiera, sollevando lo sguardo dal mio importantissimo articolo.
Dico: “Che te ne pare?”
Le labbra le si distendono. “Sei un terremoto.”
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