La lunga notte 2.2- Il gallo non canta
di
Agavebet (Agave Ionia)
genere
dominazione
Un rumore violento scuote i cardini.
Tum. Tum. Tum.
Idra apre prima che il legno smetta di vibrare.
È Elena. Fa la lap-dance qui vicino. È appena tornata da Santo Domingo, ci è stata a rifarsi il seno. Ora sembra che le sue tette stiano per esplodere. È il nostro timer: sono trascorse due settimane.
“Com’è andata l’operazione?” chiede Idra.
Elena prende il bicchiere che Idra le offre e manda giù il rosso.
“Ottimo, sei andata di nuovo in quella cantina?”
“Certo,” Idra indica l'etichetta della cantina di O. “Sta lontano ma ne vale la pena.”
“Davvero,” Elena si infila una sigaretta spenta tra le labbra. “Chi lo direbbe che due puttane e una strega bevono roba da ricchi?”
“Io un tempo lo facevo sempre.”
Elena non mi risponde. Le sue dita si chiudono sui bottoni della camicia, li fa saltare uno alla volta, veloce come un cobra.
La stoffa si apre, rivelando il nuovo petto alla luce del soggiorno: è teso. Sotto la carne si attorcigliano due cicatrici fresche. Sembrano sorrisi di sangue.
“Che ve ne pare?” Elena ruota di tre quarti per far prendere luce al petto.
“Bellissimi,” balbetto. Sotto gli zigomi sento le fiamme.
Idra si sta sedendo a tavola: “Ottimi per il rimbalzo, ma io preferisco carne vera.”
Elena mi pianta addosso gli occhi verdi. “Sarebbero piaciuti a casa vostra?”
“Non lo so. Non c'erano donne rifatte nella scuderia.”
Idra si gratta forte i capelli: “Stavate in una stalla?”
Elena ride.
“Si chiamava così,” la voce mi s'incrina. “Le puttane si chiamavano cavalle.”
Ora ridono in due. Elena accende la sigaretta, il fumo copre la sua faccia. È il viso consumato di una battona a quarant'anni, ma pure senza trucco ti fa girare a guardarla.
Elena prova a rimettersi la faccia da persona seria.
“Tolgo il disturbo? Non voglio intralciare la seduta della dottoressa Idra.”
La mia zingara le spinge la bottiglia contro il petto. “Angela decide.”
***
Questa sera sento il marciapiede come un campo nemico. Tutti i lampioni sono fulminati, e nel buio può nascondersi qualsiasi cosa: un mostro o qualcuno pronto a ucciderci tutte.
A ogni modo, il terrore più grande non viene dall'ombra, ma dalla luce dorata del telefono. Il display mi brilla tra le dita.
Un messaggio appare sotto il nome di Francesco. Il mio cuore accelera il conto alla rovescia. Guardo la mia mano: è un sismografo che registra il terremoto che ho dentro.
Leggo: “Ti è andata bene, troia. Il calendario ti viene incontro. Questa settimana Loredana e il bambino compiono gli anni, sono troppo impegnato a recitare la parte del buon padre per venire a trovarti.”
Chiude un’emoji che sputa un bacio schifoso. Guardo la sua faccia nell'icona di Whatsapp e la bile mi risale in gola, un idrante di succo gastrico pronto a corrodere l'immagine di quel verme.
Valjet mi si accosta. Dalle occhiaie che ha, diresti che non dorme dal 2009.
“Che c’è?”
Liveta fa lo stesso, la voce è piatta:
“Dillo a me, Angela…Il segreto ti sta mangiando i nervi.”
Nadia resta nell'ombra, registra tutto ma non dice niente.
Sento il loro sguardo addosso, è un peso fisico. Cerco di non andare in pezzi, ma è inutile. Le parole di Francesco non se ne vanno. Sento che farà un casino dei suoi. Liveta si china su di me: “Avanti. Mi hai dato il tuo aiuto, accetta il mio.”
Io tentenno. Le corde vocali non vibrano. Prima voglio la logica:
“Liveta, stasera Dasho festeggiava le promesse mantenute. Tu non hai fiatato. Perché?”
Lei s'inceppa, allora le tocco una guancia. È un’intimità forzata, sento la sua pelle bollire. Le rigiro la sua frase: “Siamo amiche. Il segreto ti sta mangiando viva.”
Si tira su. Ora mi fissa, ha pupille fini come spilli.
“È davvero questo che siamo? Amiche?”
“Certo.” Cerco di convincerla.
Le scappa un sorriso, ma forse è un tic nervoso. Negli occhi resta il dubbio. “Ti darò i dettagli, ma non oggi. Sono a pezzi .”
Valjet ci fissa piena di una pietà che non serve a niente. I capelli viola le cadono morbidi sulle spalle, il suo culo rotondo e burroso è l'unica cosa bella su questo marciapiede. Lo vorrei io.
Silenzio assoluto.
“Francesco è un amico di mio marito e ha scoperto tutto.”
Le loro espressioni si fanno più concentrate.
Io inspiro.
“Ha una registrazione... di me mentre lavoravo; si è messo a ricattarmi.”
Liveta sgrana gli occhi, Valjet si morde nervosa la bocca.
“Un giorno mi ha invitata a pranzo, mi ha rimbecillita col vino,” le mie dita non ne vogliono sapere di stare ferme. “Mi ha chiesto di lavorare, fare passaggi davanti a lui, come se fosse un gioco. E poi, ha trascinato Andrea, un collega di mio marito, al posto dove noi battevamo. Voleva vedermi annaspare. ” Deglutisco a fatica. “E ora è furioso, perché non gli ho più risposto da quando ho accompagnato Liveta dalla dottoressa. È stato un rischio, ma Liveta era la mia priorità.” Lo dico rivolta alla sola Valjet.
Liveta fissa l'asfalto. È la colpa fatta persona.
Non serve fiato. Siamo solo due errori che si guardano allo specchio.
Valjet si alza, intreccia le dita sulla schiena poco sopra il culo. Penso che è invitante.
– Ma perché rimugino queste cazzate?
Lei cammina ancheggiando sui tacchi neri. Le calze a rete abbracciano le belle cosce. Il top è alto sulla schiena, le fossette di Venere attirano gli occhi. Io le ho, ma meno pronunciate.
Chiudo gli occhi, vedo Dasho. Risento la pressione dei suoi pollici in quegli incavi. Il mio respiro si fa più profondo.
Valjet si volta e dice: “Se l’avessi saputo prima, non avrei detto niente a Dasho di quel tipo che ti chiamava per nome.”
Dico: “In fondo, lui potrebbe arginare Francesco, no?”
“Sì, ma è imprevedibile, e se la potrebbe prendere anche con te. Angela…” si ferma a un centimetro dal mio volto. “Liveta ti racconterà la sua storia quando ne avrà voglia, ma io ti dico ora che quello non è uno a cui ti puoi affidare. Ha buttato sua sorella da una macchina in corsa, quando ha rifiutato di lavorare per lui. Chiaro?”
Tremo e odio ogni brivido. Il corpo non conosce la morale, è un traditore cieco che scatta dietro a un mostro.
“Che faremo con Francesco?” Il fiato mi basta appena a finire la frase.
Valjet volta il viso dall'altra parte. “Lo bruceremo sul tempo. Potrebbe anche essere divertente, ma Dasho non deve sapere niente. Vediamo se riusciamo a metterci in mezzo qualcun altro.”
“Domani è giorno di paga,” suggerisce Nadia.
Valjet ci pensa su. “È vero. Domani Dasho ci paga, è la giornata migliore per chiedergli qualsiasi cosa. È l'unica volta che sorride, quando ci lancia le briciole e si tiene la torta. Se ti paga, infila i soldi sotto il materasso. Tanto non ti servono.”
“Va bene.”
Socchiude gli occhi. “Perché sei tornata qui?”
Non rispondo. Sotto il lampione il suo bellissimo viso sembra innocente.
Ha letto tra le righe.
Io sento il cuore battere forte. Sospendo il respiro. In quel momento, nella notte tutto è intenso e più vivo.
Un’auto nera come un mamba sbuca all’improvviso sul vialetto. I muscoli mi scattano, riconosco Andrea. Quel serpente di lamiera mi morderà di sicuro.
Conto i battiti del cuore: 1,2,3...
Valjet mi spinge dietro il tronco di un albero, il battito cardiaco mi strozza.
Andrea si sporge dal finestrino, solo lui. “Cerco Michela,” la voce è tesa.
È quel nome che ho tirato a casaccio quando mi ha chiesto come mi chiamavo, l'altra volta.
“Non c’è,” Valjet e Nadia hanno risposto insieme.
“Sono sicuro… l’altra volta col mio amico l’ho incontrata qui.”
“Oggi non è l'altra volta,” dice Nadia, “una di noi due se vuoi.”
Andrea insiste. Fruga con gli occhi tra i rami, scava nel buio, il sangue mi si ferma nelle vene. Gela. Ma anche se sapesse, non potrebbe fare niente di niente. Il suo sguardo scivola via, sconfitto, verso Nadia. Lei sale e si sistema sul sedile.
Valjet mi è di nuovo addosso. “Mentre Nadia tiene a bada quello scemo,” sussurra, “Liveta controllerà che Dasho non arrivi. E se arriva, gli dirà che siamo impegnate coi clienti. Andiamo a fare un giro.” Mi tira per un braccio: “Hai soldi per un taxi?”
Scuoto la testa. “Dasho mi fruga nella borsa ogni maledetto giorno. La carta non la tocco: se mio marito vede l'estratto conto e legge –taxi– a quest'ora, in questa zona... ” meglio non rischiare.
Valjet non batte ciglio. “Ok, allora chiamo un amico. Ma ci ridurremo come in quei porno che guarda Marina, a pagare in natura.”
Rimango lì, perplessa. “Marina guarda quella roba?”
“Tutti i giorni.”
Valjet parla al telefono con una voce squillante. Non passa molto che arriva un taxi bianco. L'amico di Valjet ha le spalle larghe, fatte per reggere una donna mentre te la scopi.
– Ancora. Ma perché mi riduco a questi pensieri?
Sono incastrata tra Valjet e la portiera, sento il calore del suo corpo contro il mio. La luce dei lampioni ci guarda dall'alto mentre usciamo da questa via. Loro ridono piano e parlano come se si conoscessero da una vita.
Se ho capito bene lui si chiama Georgi. Ci chiede se abbiamo intenzione di pagare.
Valjet dice di no.
Lo sguardo di Georgi mi scivola addosso attraverso lo specchietto. “Forse non lo sai, ma hai trovato un datore di lavoro tirchio forte. Dasho vi lascia solo le mance.”
Non so che dire, a parte che in realtà a me non servono quelle mance.
“Tu comunque non sembri una che deve risparmiare.”
“Perché?” chiedo.
“Sei in grande forma, nonostante la tua età, devi essere una che sta bene.”
Faccio finta di offendermi. “La mia età? Ma non ho nemmeno passato i trent’anni…”
La sua risata esplode. È un suono basso, che vibra nel sedile e mi finisce dritto tra le gambe. “Una vera puttana alla tua età può dimostrarne il doppio. Fidati di un esperto. Valjet, dove vi scarico?”
La faccia di Valjet nello specchietto appare e scompare. “Alla piazza di Don Mimì.”
Gli occhi del nostro autista si accendono. “Che giro stai facendo?”
“Scavo un tunnel per far uscire Angela. Dai, non ti preoccupare.”
“Figlia, mi dici di portarti a casa di uno che si confessa solo col becchino...”
La luna piena attraverso il parabrezza gli illumina il volto.
Valjet parla come se facesse le fusa. “Preferisci portarci a casa tua?”
“Certo. Se non tornate almeno ci saremo salutati.”
Con un’accelerata decisa ci allontaniamo dal rumore della città.
Credo che questa sia casa sua. La porta sconnessa scricchiola sotto le mani, dentro c'è un odore zuccherino come di succo di frutta. In cortile un grosso cane si sta leccando la zampa, lascia perdere un momento per guardarci e poi torna a darsi da fare con la lingua.
Saliamo le scale: le rampe sono strette. Geme, questa trappola di legno.
La bocca di Valjet mi si appiccica all'orecchio: “Non dargli i preservativi, non li vuole vedere proprio.”
Georgi apre la porta, ci dà il suo whiskey. La casa, all'interno, è grezza come lui.
Tocca per un momento quel grosso culo di Valjet come per valutarne il peso lordo.
“Quando me lo presti?”
Lei si gira con una faccia che ti dice: – Mai, manco per tre banconote da cento.
Allunga la mano e prende la sua. “Ho paura lo sai, lascia stare il mio culone.”
Loro si abbracciano, si baciano e io faccio una panoramica di questa stanza.
Valjet dice: “La tua lingua sa di zucchero come quella di un diabetico suicida.”
“Non posso bere in servizio, perciò mi tengo sveglio coi bricchetti di Caprisun.”
Mi ritraggo verso la porta. Georgi mi sta fissando, così guardo nel cuore di quegli occhi neri.
Sta ancora cercando di afferrarle il culo, lei lo trattiene e le sue parole mi colpiscono: “Ho un'ideona, Angela si diverte a fare la martire. Fatti dare il suo.”
Ottima idea, uno scambio equo. In fondo lei sta rischiando il culo per me.
Nella penombra il suo sorriso scintilla.
“Va bene, per la corsa di partenza, l'attesa e il riporto.”
Valjet sembra molto contenta.
Dico: “Ma poi mi lasci la ricevuta?”
Lui si siede davanti a me. “Come no. La tua prima corsa pagata con il culo, così te la incornici.”
Almeno è simpatico.
Georgi si sbottona i pantaloni. “Ma se non ti dispiace, prima dico addio alla mia fidanzata. Così se non tornate, non mi addolorerò.”
Tira la testa di Valjet sul suo cazzo, lei lo prende tra le labbra fino a ritrovarsi con la fronte contro il suo ventre. Mi piace quest’uomo, sento che è buono.
– Valjet lo sente?
“Hai due occhiaie da morta,” le sta dicendo.
È vero! E risaltano ancora di più, per colpa di quei capelli violacei.
Lei alza la testa: “È il colore degli occhi di chi sta per andare in Paradiso.”
Georgi fa saltare le sue tette dal reggiseno bianco. “Anche i tuoi capezzoli si sono ritratti… non hai un cazzo di niente di buono a parte quel culo! Non vorrai farmi aspettare il rigor mortis per scoparmi una morta!”
Rigor mortis?
Mastico la frase due, tre volte.
Ma per loro sembra il massimo. Georgi sputa insulti sul corpo di Valjet e lei se lo beve ancora più forte. Più lui infierisce, più lei si accanisce. Arrivano sul parquet giocando a chi scende più in basso.
Valjet si sfila la gonna minuscola e pare un carnoso vitello. Qui dentro è ancora più bella che per strada. Si sfiorano i lobi delle orecchie con la punta delle dita.
Georgi la solleva di peso. È esattamente come l’avevo immaginata nel taxi: le spalle forti reggono tutto il carico. Valjet si aggrappa al suo collo, scalcia via le scarpe e si libera delle autoreggenti strusciandosi sui suoi fianchi.
Le dice che vuole la pelle. Che il nylon delle calze gli dà la nausea; se avesse voluto scopare la plastica si sarebbe preso una bambola gonfiabile. Ma Valjet non ha bisogno di aria compressa. Ha un culo così pieno che sembra scoppiare da solo.
“Amo il tuo culone, e anche te.”
Lei sta ridendo. “È un peccato averti incontrato proprio mentre sono nei guai.”
La sua fica è una copia della mia, nuda e liscia, e sempre lubrificata. Ma forse siamo tutte uguali qui.
Georgi affonda, ma è Valjet che lo scopa. Ha imparato perfettamente da questi marciapiedi a mungere coi muscoli interni. È velocissima.
Gli occhi di lui si fanno umidi come quelli di uno che ha la febbre. Le prende il viso tra le mani.
Lei ha smesso di ridere. “Vorrei avere un culo più piccolo, ed essere una compagna migliore.”
“Non c'è compagnia migliore di una puttana. A tutte le donne per bene e a chi disprezza quanto soffrite, auguro la sifilide e l'epatite.”
La posa su una poltrona spellata e ci offre altro whiskey.
“Anche io ti amo,” dice Valjet. E mi sembra che abbia sonno. “Ti avessi incontrato prima...”
“Non saresti questo bel troione.”
Valjet riposa scomposta sulla poltrona, l’odore del suo corpo arreso mi punge il naso mescolato a quello del whiskey.
Narcotico romantico.
E io sono invidiosa.
Georgi si sposta vicino a me. “Negli ultimi dieci anni ho avuto solo puttane. Non mi ricordo com'è la fica di signora.”
Mi tolgo la gonna e apro le gambe poggiandole sui braccioli della poltrona. Non me lo ricordo nemmeno io, da quando la uso così tanto non la guardo spesso. Provo a osservarla.
La parte esterna è ancora bianca. Il mio clitoride è piccolo ma risalta. L'interno è color carpaccio rosa, direi.
Lui ci mette due dita dentro. “È scivolosa e stra-usata pure questa.”
Dico: “La sto mettendo a frutto ultimamente.”
Mi rivolta come un quarto di vitello sul bancone. L'aria mi colpisce il culo prima che lo faccia lui. La pelle mi va a fuoco.
“Ahia!”
“Sei una signorina? Guarda che per far contento il tuo datore di lavoro, devi diventare insensibile e fredda come la pelle di una vipera morta.”
Sento il suo cazzo piazzarsi in me attraverso una nebbia di dolore.
La nebbia diventa azzurra.
Un occhio di Valjet è aperto e mi trapassa come un chiodo.
Forse rosica. È gelosa di come riesco a rimanere assente.
Il cazzo di Georgi cresce come la quantità dei miei segreti, esce e rientra.
La fica mi brucia come l'inferno ma un secondo prima di arrivare al massimo, a occhi chiusi pensando a quell’azzurro… mi sento voltare.
Apro gli occhi e incontro quelli neri di Georgi. Spero di non mostrare emozioni sul viso. Sorrido ampiamente.
L’immagine di Dasho mi sfugge, come un riflesso sull’acqua quando muovi la mano troppo in fretta. Tento di trattenerla. Rimanere a un soffio dall'orgasmo è come guardare un mazzo di banconote che finiscono per sbaglio nel camino.
Chiudo un attimo gli occhi e la richiamo.
Barriera visiva.
La voce dell'uomo che mi sta dentro mi graffia le orecchie.
Non ho sentito.
La concentrazione torna dove non dovrebbe.
Mi manca poco.
Ci vogliono due minuti.
Ora sono debole come se avessi corso per ore.
Mi rivesto dando loro le spalle. “Posso andare in bagno?”
Valjet dice: “È la porta accanto a questa.”
Mi butto acqua sul viso per far passare il sonno. Li sento ridere, poi lui che dice: “Polizia, apra la porta!”
Come torno di là vedo che si sono rivestiti, lui sta facendo il cretino con un cappello blu da poliziotto e un paio di manette.
“Li ho fregati a un poliziotto vero,” mi dice, “mentre si faceva il bagno a Giulianova.”
Siamo arrivati su una piazza più allegra della nostra. Ci sono club con insegne al neon, lampioni su cui si appoggiano donne. La vita sembra più facile da questa parte della città.
Valjet deve conoscere questo posto. Si piazza sotto a un lampione e io accanto a lei. Nessuno pare fare a caso a noi.
Continuiamo a lavorare come se fossimo al nostro posto.
Un fuoristrada si ferma davanti a noi, sono le quattro del mattino. Il finestrino si abbassa cauto. Dal lato passeggero si sporge una testa rasata, installata su un collo tozzo, legato con una grossa collana d’oro. Guarda Valjet e le dice di salire, con un accento meridionale e forte.
Io rimango ferma.
“Anche tu.”
Seguo Valjet. Le sue labbra mi sfiorano ancora l'orecchio: “Non parlare troppo, questi non pagano.”
Le rivolgo un’occhiata interrogativa.
“Sono amici di Mimì.”
Trasalgo: “Sei sicura di quello che fai?”
“Certo, non farti paranoie. In confronto a Dasho, don Mimì è un galantuomo.”
La partenza sulla macchina di questi due è scivolosa come l’olio. Mi viene in mente che in genere se metti i piedi sull'olio caschi male.
Mi piazzo dietro, Valjet al mio fianco, il tendine della mascella le trema. La macchina parte piano, con una gentilezza di quelle che fanno venire voglia di controllare le portiere.
Parla come un cliente normale. Commenta il traffico, una buca presa male, il freddo che sta arrivando. Dice persino qualcosa sul lavoro che “non è più quello di una volta”.
Annuisco senza rispondere.
La strada si fa dissestata. Ogni buca è un colpo secco che ci fa sobbalzare. Gli acidi mi salgono dallo stomaco, molli, vischiosi.
Valjet ha una mano ferma sulla coscia, l’altra appoggiata allo sportello. Mi pare che anche lei vacilli ogni volta che prendiamo un ostacolo, una curva.
Quello che è seduto dal lato passeggero resta in silenzio.
Ogni tanto si gira, giusto il tempo di farmi sentire osservata, poi torna a fissare davanti.
Clienti normali.
Normali come certi cani legati: finché non ti avvicini troppo.
Arriviamo in un parcheggio largo, spoglio, illuminato male. Il motore si spegne, la nebbia della tarda notte cade sulla scena come una coperta bagnata.
L’uomo alla guida scende, fa il giro dell’auto e si piazza davanti a Valjet. Non sorride più: “Visto che hai saltato i convenevoli, mi pare di capire che sai chi sta sopra a noi.”
– Convenevoli. Ci metto qualche momento per collegare. – Ah, certo. Non gli ha chiesto il denaro.
Trattengo il respiro. Il cuore mi batte nelle orecchie. Valjet non risponde subito. Lo guarda negli occhi, immobile. Capisco che il tragitto non è stato un avvicinamento. Siamo dentro qualcosa da cui può farsi molto difficile uscire.
E Dasho? Se controlla il nostro posto vedrà che manchiamo da troppe ore. La mente inizia a oscillare. Ho mal d’auto, mal di mare.
Anche Valjet sembra bloccata. Il secondo dei nostri accompagnatori apre la bocca finalmente; forse pensa che smorzare i toni ci scioglierà la lingua: “Allora, figliole… che ci fate da queste parti?”
Valjet risponde a voce bassa: “Ci lavoriamo.”
“E sotto chi?”
La paura mi scalda tempie. Valjet resta ferma: “Per… Francesco.”
Questo ci studia come una merce che non convince: “Chi vi tiene? Non ho capito.”
“Francesco.”
“Francesco chi? È già tanto che Mimì tolleri Dasho. Un altro gallo a cantare, proprio no. E siccome non sono così vecchio, bella, mi ricordo di te. E tu è sicuro che ricordi il nostro accordo, vero? E poi lo so, siete donne di Dasho. Vero o no?”
Valjet non abbassa gli occhi: “Vero.”
“E allora,” dice il guidatore, tornando a farsi sentire, “come mai donne di Dasho finiscono a fare giri per conto di un altro?”
Valjet risponde dopo un attimo: “Siamo anche sue.”
“Non mi quadra niente… Dasho si è messo insieme a un altro per allargarsi anche di qua? Trova sempre mille modi per pisciare intorno a quello che pensa debba essere suo.”
“No!” scattiamo insieme. “Non sa niente.”
“E come potreste tenere il piede in due scarpe?”
“Perché Francesco ricatta. E quando uno ricatta, non chiede permesso.”
“Ricatta? Questa è bella. Sentiamo.”
Valjet si tocca il collo di continuo. Pare che risparmi l'energia. “Michela non è come me. È una persona per bene. Francesco ha carpito una registrazione mentre lavorava. Ora la sfrutta e porta gente che la conosce al nostro posto. Lei lavora con noi, ma non è del mestiere. Lo vedi anche tu. Se quella roba esce, perderebbe la sua vita. Intendo casa, marito e nome. Francesco pensa di poterci fare soldi. È lui che ci ha mandate qui. Sa che se uno perde tutto quello che ha non si preoccupa di perdere la vita. Così è anche per Michela.”
Sento lo stomaco chiudersi.
Segue un silenzio lungo, pesante. Poi la voce profonda lo spezza: “E perché non ne avete parlato a Dasho?”
Valjet fa un sorriso senza calore: “Perché Dasho ci fa più paura di Francesco e vogliamo risolvere da sole.”
Adesso si mettono a parlare tra loro in un dialetto stretto, non si capisce niente.
“Come ti chiami?” chiede a Valjet quello che è sceso dall'auto.
“Valeria.”
È sempre meglio non dire chi sei. Ora imparo da lei.
“Bel nome.” Si alza mentre lei resta seduta, apre la portiera dal suo lato e le mette davanti al viso carne scura. “Succhia e metticela tutta… lasciami a secco, forse mi passa la voglia di spezzarvi le gambe.”
Lei tira fuori le gambe dalla macchina facendole scivolare sul sedile, si rimpicciolisce, piega perfino la voce: “Signore… la prego, già siamo costrette a lavorare doppio, sia comprensivo. In cambio faremo tutto quello che ci chiede…”
“Stai già facendo tutto quello che chiedo, troia.”
Valjet prende subito a fare un gran lavoro. Lui glielo sbatte in faccia. Seguo i suoi movimenti con gli occhi fino a un attimo prima di vederla con la faccia infradiciata da un fiotto di sperma. La squadra da capo a piedi poi guarda me.
Anche l'altro è sceso e ci tiene d’occhio da dietro il parabrezza telefonando. Non capisco, inutile sforzarsi. Mentre aiuto Valjet a ripulirsi, mi sento tirare i capelli. Il guidatore si è rimesso il telefono in tasca e ora pretende da me lo stesso servizio appena fatto da Valjet.
“Vediamo se sei più brava a fare pompini che a inventare stronzate, anche se non sembri una battona da strada.”
Slaccia la cintura sormontata da una fibbia a forma di leone dorato. È proprio da tamarro mal messo in tiro; mi mette davanti alle labbra qualcosa di osceno. Non so se è peggio l'intenzione o la misura.
Mi sforzo di far lavorare la lingua senza sosta, ma è difficile. Lui mi stringe la gola. Mi si annebbia la vista. Per tutta la sera ho il terrore di vedere Morte… quella vera, con la falce e la tonaca nera. E adesso ce l'ho in gola. Ce l’ho davanti agli occhi. Un velo nero che si approfondisce man mano che l’aria mi manca sempre più.
“Strozzati, zoccola.”
Dietro il nero delle palpebre serrate inizio a vederci blu, poi azzurro. Dovrei avere paura. Invece il mio corpo riconosce l’uomo sbagliato un'altra volta. E poi la paura funziona meglio se hai davvero una vita da perdere. Io non sono sicura di averla ancora.
Sento i lamenti di Valjet, l’altro la sta scopando alle mie spalle.
D’un colpo quello che mi strangola mi libera il collo. Lo sputo fuori prendendo aria. Mi giro desiderando di vedere Valjet per assicurarmi che stia bene, ma quello mi riprende per i capelli. Il suo sperma mi ha firmato la faccia, frapponendosi tra i miei mugolii e le sue bestemmie.
Quando torna in sé ci riporta la telefonata di poco prima. Si piazza davanti a noi una volta che Valjet si è rialzata.
“Ho riferito la vostra storia assurda. Nessuno ci crede, ma nessuno ritiene di dover approfondire. Poi non vogliamo che si dica in giro che da queste parti trattiamo male le femmine. Ora vi riporto dove vi ho prese e farò finta di nulla. Non vi spezzerò le gambe, e non chiamerò Dasho per farvele spezzare da lui. Ma… se mai sentirà ancora il nome di Francesco...”
Nessuno finisce, tanto non serve.
“Prima di andare, dovete consegnare quello che avete preso sulla piazza di Mimì, perché essendo zona sua quei soldi sono suoi. Visto che vogliamo fare i galantuomini, ci fidiamo di voi: fate i conti.”
Passo la mia borsa a Valjet. Lei conta le banconote; ognuna, passando dalle sue mani a quelle di questo tizio, trema.
Ci riaccompagna in silenzio al punto di partenza. Una volta fuori, chiamiamo Georgi perché ci riporti dove ci aspettano Nadia e Liveta. Sono fuori di sé. Nadia si tormenta tutte le pellicine delle unghie: “Dasho è passato già due volte. Ha chiesto dove eravate e…”
Valjet la stoppa: “Gli hai detto che stavamo coi clienti, no? Non ti ha creduto?”
La testa di Liveta si gira piano piano. “Manco per il cazzo.”
Valjet sospira: “Ci abbiamo messo troppo, in effetti. Angela, mi raccomando non tradirti con qualche espressione strana.”
“Va bene.”
Liveta sposta Nadia e si siede sul marciapiede: “Tu stamattina raccogli i denti dal pavimento, secondo me.”
Le spalle mi vibrano, Valjet se ne accorge. La sua guancia tocca la mia: “Non ci pensare più, ti verrà un infarto se inizi a preoccuparti di un’altra disgrazia quando ancora non hai digerito la prima.”
Almeno adesso si respira.
***
Sono davanti a Elena e Idra. Chissà perché mi viene in mente il gallo che cantava alle quattro del mattino quando ero piccola e andavamo in vacanza in campagna, io la mamma e il babbo.
Ricordo di noi tre.
Fuori sorge il sole.
Nessun gallo canta.
Elena ha un abito rosso lucido. Se lo toglie. Le guardo le cicatrici perplessa, mia madre parlava sempre di tumori.
Pensando a quella notte, scrivo sul mio taccuino: eravamo tornate a casa vive, ma le metastasi erano già in circolo.
Tum. Tum. Tum.
Idra apre prima che il legno smetta di vibrare.
È Elena. Fa la lap-dance qui vicino. È appena tornata da Santo Domingo, ci è stata a rifarsi il seno. Ora sembra che le sue tette stiano per esplodere. È il nostro timer: sono trascorse due settimane.
“Com’è andata l’operazione?” chiede Idra.
Elena prende il bicchiere che Idra le offre e manda giù il rosso.
“Ottimo, sei andata di nuovo in quella cantina?”
“Certo,” Idra indica l'etichetta della cantina di O. “Sta lontano ma ne vale la pena.”
“Davvero,” Elena si infila una sigaretta spenta tra le labbra. “Chi lo direbbe che due puttane e una strega bevono roba da ricchi?”
“Io un tempo lo facevo sempre.”
Elena non mi risponde. Le sue dita si chiudono sui bottoni della camicia, li fa saltare uno alla volta, veloce come un cobra.
La stoffa si apre, rivelando il nuovo petto alla luce del soggiorno: è teso. Sotto la carne si attorcigliano due cicatrici fresche. Sembrano sorrisi di sangue.
“Che ve ne pare?” Elena ruota di tre quarti per far prendere luce al petto.
“Bellissimi,” balbetto. Sotto gli zigomi sento le fiamme.
Idra si sta sedendo a tavola: “Ottimi per il rimbalzo, ma io preferisco carne vera.”
Elena mi pianta addosso gli occhi verdi. “Sarebbero piaciuti a casa vostra?”
“Non lo so. Non c'erano donne rifatte nella scuderia.”
Idra si gratta forte i capelli: “Stavate in una stalla?”
Elena ride.
“Si chiamava così,” la voce mi s'incrina. “Le puttane si chiamavano cavalle.”
Ora ridono in due. Elena accende la sigaretta, il fumo copre la sua faccia. È il viso consumato di una battona a quarant'anni, ma pure senza trucco ti fa girare a guardarla.
Elena prova a rimettersi la faccia da persona seria.
“Tolgo il disturbo? Non voglio intralciare la seduta della dottoressa Idra.”
La mia zingara le spinge la bottiglia contro il petto. “Angela decide.”
***
Questa sera sento il marciapiede come un campo nemico. Tutti i lampioni sono fulminati, e nel buio può nascondersi qualsiasi cosa: un mostro o qualcuno pronto a ucciderci tutte.
A ogni modo, il terrore più grande non viene dall'ombra, ma dalla luce dorata del telefono. Il display mi brilla tra le dita.
Un messaggio appare sotto il nome di Francesco. Il mio cuore accelera il conto alla rovescia. Guardo la mia mano: è un sismografo che registra il terremoto che ho dentro.
Leggo: “Ti è andata bene, troia. Il calendario ti viene incontro. Questa settimana Loredana e il bambino compiono gli anni, sono troppo impegnato a recitare la parte del buon padre per venire a trovarti.”
Chiude un’emoji che sputa un bacio schifoso. Guardo la sua faccia nell'icona di Whatsapp e la bile mi risale in gola, un idrante di succo gastrico pronto a corrodere l'immagine di quel verme.
Valjet mi si accosta. Dalle occhiaie che ha, diresti che non dorme dal 2009.
“Che c’è?”
Liveta fa lo stesso, la voce è piatta:
“Dillo a me, Angela…Il segreto ti sta mangiando i nervi.”
Nadia resta nell'ombra, registra tutto ma non dice niente.
Sento il loro sguardo addosso, è un peso fisico. Cerco di non andare in pezzi, ma è inutile. Le parole di Francesco non se ne vanno. Sento che farà un casino dei suoi. Liveta si china su di me: “Avanti. Mi hai dato il tuo aiuto, accetta il mio.”
Io tentenno. Le corde vocali non vibrano. Prima voglio la logica:
“Liveta, stasera Dasho festeggiava le promesse mantenute. Tu non hai fiatato. Perché?”
Lei s'inceppa, allora le tocco una guancia. È un’intimità forzata, sento la sua pelle bollire. Le rigiro la sua frase: “Siamo amiche. Il segreto ti sta mangiando viva.”
Si tira su. Ora mi fissa, ha pupille fini come spilli.
“È davvero questo che siamo? Amiche?”
“Certo.” Cerco di convincerla.
Le scappa un sorriso, ma forse è un tic nervoso. Negli occhi resta il dubbio. “Ti darò i dettagli, ma non oggi. Sono a pezzi .”
Valjet ci fissa piena di una pietà che non serve a niente. I capelli viola le cadono morbidi sulle spalle, il suo culo rotondo e burroso è l'unica cosa bella su questo marciapiede. Lo vorrei io.
Silenzio assoluto.
“Francesco è un amico di mio marito e ha scoperto tutto.”
Le loro espressioni si fanno più concentrate.
Io inspiro.
“Ha una registrazione... di me mentre lavoravo; si è messo a ricattarmi.”
Liveta sgrana gli occhi, Valjet si morde nervosa la bocca.
“Un giorno mi ha invitata a pranzo, mi ha rimbecillita col vino,” le mie dita non ne vogliono sapere di stare ferme. “Mi ha chiesto di lavorare, fare passaggi davanti a lui, come se fosse un gioco. E poi, ha trascinato Andrea, un collega di mio marito, al posto dove noi battevamo. Voleva vedermi annaspare. ” Deglutisco a fatica. “E ora è furioso, perché non gli ho più risposto da quando ho accompagnato Liveta dalla dottoressa. È stato un rischio, ma Liveta era la mia priorità.” Lo dico rivolta alla sola Valjet.
Liveta fissa l'asfalto. È la colpa fatta persona.
Non serve fiato. Siamo solo due errori che si guardano allo specchio.
Valjet si alza, intreccia le dita sulla schiena poco sopra il culo. Penso che è invitante.
– Ma perché rimugino queste cazzate?
Lei cammina ancheggiando sui tacchi neri. Le calze a rete abbracciano le belle cosce. Il top è alto sulla schiena, le fossette di Venere attirano gli occhi. Io le ho, ma meno pronunciate.
Chiudo gli occhi, vedo Dasho. Risento la pressione dei suoi pollici in quegli incavi. Il mio respiro si fa più profondo.
Valjet si volta e dice: “Se l’avessi saputo prima, non avrei detto niente a Dasho di quel tipo che ti chiamava per nome.”
Dico: “In fondo, lui potrebbe arginare Francesco, no?”
“Sì, ma è imprevedibile, e se la potrebbe prendere anche con te. Angela…” si ferma a un centimetro dal mio volto. “Liveta ti racconterà la sua storia quando ne avrà voglia, ma io ti dico ora che quello non è uno a cui ti puoi affidare. Ha buttato sua sorella da una macchina in corsa, quando ha rifiutato di lavorare per lui. Chiaro?”
Tremo e odio ogni brivido. Il corpo non conosce la morale, è un traditore cieco che scatta dietro a un mostro.
“Che faremo con Francesco?” Il fiato mi basta appena a finire la frase.
Valjet volta il viso dall'altra parte. “Lo bruceremo sul tempo. Potrebbe anche essere divertente, ma Dasho non deve sapere niente. Vediamo se riusciamo a metterci in mezzo qualcun altro.”
“Domani è giorno di paga,” suggerisce Nadia.
Valjet ci pensa su. “È vero. Domani Dasho ci paga, è la giornata migliore per chiedergli qualsiasi cosa. È l'unica volta che sorride, quando ci lancia le briciole e si tiene la torta. Se ti paga, infila i soldi sotto il materasso. Tanto non ti servono.”
“Va bene.”
Socchiude gli occhi. “Perché sei tornata qui?”
Non rispondo. Sotto il lampione il suo bellissimo viso sembra innocente.
Ha letto tra le righe.
Io sento il cuore battere forte. Sospendo il respiro. In quel momento, nella notte tutto è intenso e più vivo.
Un’auto nera come un mamba sbuca all’improvviso sul vialetto. I muscoli mi scattano, riconosco Andrea. Quel serpente di lamiera mi morderà di sicuro.
Conto i battiti del cuore: 1,2,3...
Valjet mi spinge dietro il tronco di un albero, il battito cardiaco mi strozza.
Andrea si sporge dal finestrino, solo lui. “Cerco Michela,” la voce è tesa.
È quel nome che ho tirato a casaccio quando mi ha chiesto come mi chiamavo, l'altra volta.
“Non c’è,” Valjet e Nadia hanno risposto insieme.
“Sono sicuro… l’altra volta col mio amico l’ho incontrata qui.”
“Oggi non è l'altra volta,” dice Nadia, “una di noi due se vuoi.”
Andrea insiste. Fruga con gli occhi tra i rami, scava nel buio, il sangue mi si ferma nelle vene. Gela. Ma anche se sapesse, non potrebbe fare niente di niente. Il suo sguardo scivola via, sconfitto, verso Nadia. Lei sale e si sistema sul sedile.
Valjet mi è di nuovo addosso. “Mentre Nadia tiene a bada quello scemo,” sussurra, “Liveta controllerà che Dasho non arrivi. E se arriva, gli dirà che siamo impegnate coi clienti. Andiamo a fare un giro.” Mi tira per un braccio: “Hai soldi per un taxi?”
Scuoto la testa. “Dasho mi fruga nella borsa ogni maledetto giorno. La carta non la tocco: se mio marito vede l'estratto conto e legge –taxi– a quest'ora, in questa zona... ” meglio non rischiare.
Valjet non batte ciglio. “Ok, allora chiamo un amico. Ma ci ridurremo come in quei porno che guarda Marina, a pagare in natura.”
Rimango lì, perplessa. “Marina guarda quella roba?”
“Tutti i giorni.”
Valjet parla al telefono con una voce squillante. Non passa molto che arriva un taxi bianco. L'amico di Valjet ha le spalle larghe, fatte per reggere una donna mentre te la scopi.
– Ancora. Ma perché mi riduco a questi pensieri?
Sono incastrata tra Valjet e la portiera, sento il calore del suo corpo contro il mio. La luce dei lampioni ci guarda dall'alto mentre usciamo da questa via. Loro ridono piano e parlano come se si conoscessero da una vita.
Se ho capito bene lui si chiama Georgi. Ci chiede se abbiamo intenzione di pagare.
Valjet dice di no.
Lo sguardo di Georgi mi scivola addosso attraverso lo specchietto. “Forse non lo sai, ma hai trovato un datore di lavoro tirchio forte. Dasho vi lascia solo le mance.”
Non so che dire, a parte che in realtà a me non servono quelle mance.
“Tu comunque non sembri una che deve risparmiare.”
“Perché?” chiedo.
“Sei in grande forma, nonostante la tua età, devi essere una che sta bene.”
Faccio finta di offendermi. “La mia età? Ma non ho nemmeno passato i trent’anni…”
La sua risata esplode. È un suono basso, che vibra nel sedile e mi finisce dritto tra le gambe. “Una vera puttana alla tua età può dimostrarne il doppio. Fidati di un esperto. Valjet, dove vi scarico?”
La faccia di Valjet nello specchietto appare e scompare. “Alla piazza di Don Mimì.”
Gli occhi del nostro autista si accendono. “Che giro stai facendo?”
“Scavo un tunnel per far uscire Angela. Dai, non ti preoccupare.”
“Figlia, mi dici di portarti a casa di uno che si confessa solo col becchino...”
La luna piena attraverso il parabrezza gli illumina il volto.
Valjet parla come se facesse le fusa. “Preferisci portarci a casa tua?”
“Certo. Se non tornate almeno ci saremo salutati.”
Con un’accelerata decisa ci allontaniamo dal rumore della città.
Credo che questa sia casa sua. La porta sconnessa scricchiola sotto le mani, dentro c'è un odore zuccherino come di succo di frutta. In cortile un grosso cane si sta leccando la zampa, lascia perdere un momento per guardarci e poi torna a darsi da fare con la lingua.
Saliamo le scale: le rampe sono strette. Geme, questa trappola di legno.
La bocca di Valjet mi si appiccica all'orecchio: “Non dargli i preservativi, non li vuole vedere proprio.”
Georgi apre la porta, ci dà il suo whiskey. La casa, all'interno, è grezza come lui.
Tocca per un momento quel grosso culo di Valjet come per valutarne il peso lordo.
“Quando me lo presti?”
Lei si gira con una faccia che ti dice: – Mai, manco per tre banconote da cento.
Allunga la mano e prende la sua. “Ho paura lo sai, lascia stare il mio culone.”
Loro si abbracciano, si baciano e io faccio una panoramica di questa stanza.
Valjet dice: “La tua lingua sa di zucchero come quella di un diabetico suicida.”
“Non posso bere in servizio, perciò mi tengo sveglio coi bricchetti di Caprisun.”
Mi ritraggo verso la porta. Georgi mi sta fissando, così guardo nel cuore di quegli occhi neri.
Sta ancora cercando di afferrarle il culo, lei lo trattiene e le sue parole mi colpiscono: “Ho un'ideona, Angela si diverte a fare la martire. Fatti dare il suo.”
Ottima idea, uno scambio equo. In fondo lei sta rischiando il culo per me.
Nella penombra il suo sorriso scintilla.
“Va bene, per la corsa di partenza, l'attesa e il riporto.”
Valjet sembra molto contenta.
Dico: “Ma poi mi lasci la ricevuta?”
Lui si siede davanti a me. “Come no. La tua prima corsa pagata con il culo, così te la incornici.”
Almeno è simpatico.
Georgi si sbottona i pantaloni. “Ma se non ti dispiace, prima dico addio alla mia fidanzata. Così se non tornate, non mi addolorerò.”
Tira la testa di Valjet sul suo cazzo, lei lo prende tra le labbra fino a ritrovarsi con la fronte contro il suo ventre. Mi piace quest’uomo, sento che è buono.
– Valjet lo sente?
“Hai due occhiaie da morta,” le sta dicendo.
È vero! E risaltano ancora di più, per colpa di quei capelli violacei.
Lei alza la testa: “È il colore degli occhi di chi sta per andare in Paradiso.”
Georgi fa saltare le sue tette dal reggiseno bianco. “Anche i tuoi capezzoli si sono ritratti… non hai un cazzo di niente di buono a parte quel culo! Non vorrai farmi aspettare il rigor mortis per scoparmi una morta!”
Rigor mortis?
Mastico la frase due, tre volte.
Ma per loro sembra il massimo. Georgi sputa insulti sul corpo di Valjet e lei se lo beve ancora più forte. Più lui infierisce, più lei si accanisce. Arrivano sul parquet giocando a chi scende più in basso.
Valjet si sfila la gonna minuscola e pare un carnoso vitello. Qui dentro è ancora più bella che per strada. Si sfiorano i lobi delle orecchie con la punta delle dita.
Georgi la solleva di peso. È esattamente come l’avevo immaginata nel taxi: le spalle forti reggono tutto il carico. Valjet si aggrappa al suo collo, scalcia via le scarpe e si libera delle autoreggenti strusciandosi sui suoi fianchi.
Le dice che vuole la pelle. Che il nylon delle calze gli dà la nausea; se avesse voluto scopare la plastica si sarebbe preso una bambola gonfiabile. Ma Valjet non ha bisogno di aria compressa. Ha un culo così pieno che sembra scoppiare da solo.
“Amo il tuo culone, e anche te.”
Lei sta ridendo. “È un peccato averti incontrato proprio mentre sono nei guai.”
La sua fica è una copia della mia, nuda e liscia, e sempre lubrificata. Ma forse siamo tutte uguali qui.
Georgi affonda, ma è Valjet che lo scopa. Ha imparato perfettamente da questi marciapiedi a mungere coi muscoli interni. È velocissima.
Gli occhi di lui si fanno umidi come quelli di uno che ha la febbre. Le prende il viso tra le mani.
Lei ha smesso di ridere. “Vorrei avere un culo più piccolo, ed essere una compagna migliore.”
“Non c'è compagnia migliore di una puttana. A tutte le donne per bene e a chi disprezza quanto soffrite, auguro la sifilide e l'epatite.”
La posa su una poltrona spellata e ci offre altro whiskey.
“Anche io ti amo,” dice Valjet. E mi sembra che abbia sonno. “Ti avessi incontrato prima...”
“Non saresti questo bel troione.”
Valjet riposa scomposta sulla poltrona, l’odore del suo corpo arreso mi punge il naso mescolato a quello del whiskey.
Narcotico romantico.
E io sono invidiosa.
Georgi si sposta vicino a me. “Negli ultimi dieci anni ho avuto solo puttane. Non mi ricordo com'è la fica di signora.”
Mi tolgo la gonna e apro le gambe poggiandole sui braccioli della poltrona. Non me lo ricordo nemmeno io, da quando la uso così tanto non la guardo spesso. Provo a osservarla.
La parte esterna è ancora bianca. Il mio clitoride è piccolo ma risalta. L'interno è color carpaccio rosa, direi.
Lui ci mette due dita dentro. “È scivolosa e stra-usata pure questa.”
Dico: “La sto mettendo a frutto ultimamente.”
Mi rivolta come un quarto di vitello sul bancone. L'aria mi colpisce il culo prima che lo faccia lui. La pelle mi va a fuoco.
“Ahia!”
“Sei una signorina? Guarda che per far contento il tuo datore di lavoro, devi diventare insensibile e fredda come la pelle di una vipera morta.”
Sento il suo cazzo piazzarsi in me attraverso una nebbia di dolore.
La nebbia diventa azzurra.
Un occhio di Valjet è aperto e mi trapassa come un chiodo.
Forse rosica. È gelosa di come riesco a rimanere assente.
Il cazzo di Georgi cresce come la quantità dei miei segreti, esce e rientra.
La fica mi brucia come l'inferno ma un secondo prima di arrivare al massimo, a occhi chiusi pensando a quell’azzurro… mi sento voltare.
Apro gli occhi e incontro quelli neri di Georgi. Spero di non mostrare emozioni sul viso. Sorrido ampiamente.
L’immagine di Dasho mi sfugge, come un riflesso sull’acqua quando muovi la mano troppo in fretta. Tento di trattenerla. Rimanere a un soffio dall'orgasmo è come guardare un mazzo di banconote che finiscono per sbaglio nel camino.
Chiudo un attimo gli occhi e la richiamo.
Barriera visiva.
La voce dell'uomo che mi sta dentro mi graffia le orecchie.
Non ho sentito.
La concentrazione torna dove non dovrebbe.
Mi manca poco.
Ci vogliono due minuti.
Ora sono debole come se avessi corso per ore.
Mi rivesto dando loro le spalle. “Posso andare in bagno?”
Valjet dice: “È la porta accanto a questa.”
Mi butto acqua sul viso per far passare il sonno. Li sento ridere, poi lui che dice: “Polizia, apra la porta!”
Come torno di là vedo che si sono rivestiti, lui sta facendo il cretino con un cappello blu da poliziotto e un paio di manette.
“Li ho fregati a un poliziotto vero,” mi dice, “mentre si faceva il bagno a Giulianova.”
Siamo arrivati su una piazza più allegra della nostra. Ci sono club con insegne al neon, lampioni su cui si appoggiano donne. La vita sembra più facile da questa parte della città.
Valjet deve conoscere questo posto. Si piazza sotto a un lampione e io accanto a lei. Nessuno pare fare a caso a noi.
Continuiamo a lavorare come se fossimo al nostro posto.
Un fuoristrada si ferma davanti a noi, sono le quattro del mattino. Il finestrino si abbassa cauto. Dal lato passeggero si sporge una testa rasata, installata su un collo tozzo, legato con una grossa collana d’oro. Guarda Valjet e le dice di salire, con un accento meridionale e forte.
Io rimango ferma.
“Anche tu.”
Seguo Valjet. Le sue labbra mi sfiorano ancora l'orecchio: “Non parlare troppo, questi non pagano.”
Le rivolgo un’occhiata interrogativa.
“Sono amici di Mimì.”
Trasalgo: “Sei sicura di quello che fai?”
“Certo, non farti paranoie. In confronto a Dasho, don Mimì è un galantuomo.”
La partenza sulla macchina di questi due è scivolosa come l’olio. Mi viene in mente che in genere se metti i piedi sull'olio caschi male.
Mi piazzo dietro, Valjet al mio fianco, il tendine della mascella le trema. La macchina parte piano, con una gentilezza di quelle che fanno venire voglia di controllare le portiere.
Parla come un cliente normale. Commenta il traffico, una buca presa male, il freddo che sta arrivando. Dice persino qualcosa sul lavoro che “non è più quello di una volta”.
Annuisco senza rispondere.
La strada si fa dissestata. Ogni buca è un colpo secco che ci fa sobbalzare. Gli acidi mi salgono dallo stomaco, molli, vischiosi.
Valjet ha una mano ferma sulla coscia, l’altra appoggiata allo sportello. Mi pare che anche lei vacilli ogni volta che prendiamo un ostacolo, una curva.
Quello che è seduto dal lato passeggero resta in silenzio.
Ogni tanto si gira, giusto il tempo di farmi sentire osservata, poi torna a fissare davanti.
Clienti normali.
Normali come certi cani legati: finché non ti avvicini troppo.
Arriviamo in un parcheggio largo, spoglio, illuminato male. Il motore si spegne, la nebbia della tarda notte cade sulla scena come una coperta bagnata.
L’uomo alla guida scende, fa il giro dell’auto e si piazza davanti a Valjet. Non sorride più: “Visto che hai saltato i convenevoli, mi pare di capire che sai chi sta sopra a noi.”
– Convenevoli. Ci metto qualche momento per collegare. – Ah, certo. Non gli ha chiesto il denaro.
Trattengo il respiro. Il cuore mi batte nelle orecchie. Valjet non risponde subito. Lo guarda negli occhi, immobile. Capisco che il tragitto non è stato un avvicinamento. Siamo dentro qualcosa da cui può farsi molto difficile uscire.
E Dasho? Se controlla il nostro posto vedrà che manchiamo da troppe ore. La mente inizia a oscillare. Ho mal d’auto, mal di mare.
Anche Valjet sembra bloccata. Il secondo dei nostri accompagnatori apre la bocca finalmente; forse pensa che smorzare i toni ci scioglierà la lingua: “Allora, figliole… che ci fate da queste parti?”
Valjet risponde a voce bassa: “Ci lavoriamo.”
“E sotto chi?”
La paura mi scalda tempie. Valjet resta ferma: “Per… Francesco.”
Questo ci studia come una merce che non convince: “Chi vi tiene? Non ho capito.”
“Francesco.”
“Francesco chi? È già tanto che Mimì tolleri Dasho. Un altro gallo a cantare, proprio no. E siccome non sono così vecchio, bella, mi ricordo di te. E tu è sicuro che ricordi il nostro accordo, vero? E poi lo so, siete donne di Dasho. Vero o no?”
Valjet non abbassa gli occhi: “Vero.”
“E allora,” dice il guidatore, tornando a farsi sentire, “come mai donne di Dasho finiscono a fare giri per conto di un altro?”
Valjet risponde dopo un attimo: “Siamo anche sue.”
“Non mi quadra niente… Dasho si è messo insieme a un altro per allargarsi anche di qua? Trova sempre mille modi per pisciare intorno a quello che pensa debba essere suo.”
“No!” scattiamo insieme. “Non sa niente.”
“E come potreste tenere il piede in due scarpe?”
“Perché Francesco ricatta. E quando uno ricatta, non chiede permesso.”
“Ricatta? Questa è bella. Sentiamo.”
Valjet si tocca il collo di continuo. Pare che risparmi l'energia. “Michela non è come me. È una persona per bene. Francesco ha carpito una registrazione mentre lavorava. Ora la sfrutta e porta gente che la conosce al nostro posto. Lei lavora con noi, ma non è del mestiere. Lo vedi anche tu. Se quella roba esce, perderebbe la sua vita. Intendo casa, marito e nome. Francesco pensa di poterci fare soldi. È lui che ci ha mandate qui. Sa che se uno perde tutto quello che ha non si preoccupa di perdere la vita. Così è anche per Michela.”
Sento lo stomaco chiudersi.
Segue un silenzio lungo, pesante. Poi la voce profonda lo spezza: “E perché non ne avete parlato a Dasho?”
Valjet fa un sorriso senza calore: “Perché Dasho ci fa più paura di Francesco e vogliamo risolvere da sole.”
Adesso si mettono a parlare tra loro in un dialetto stretto, non si capisce niente.
“Come ti chiami?” chiede a Valjet quello che è sceso dall'auto.
“Valeria.”
È sempre meglio non dire chi sei. Ora imparo da lei.
“Bel nome.” Si alza mentre lei resta seduta, apre la portiera dal suo lato e le mette davanti al viso carne scura. “Succhia e metticela tutta… lasciami a secco, forse mi passa la voglia di spezzarvi le gambe.”
Lei tira fuori le gambe dalla macchina facendole scivolare sul sedile, si rimpicciolisce, piega perfino la voce: “Signore… la prego, già siamo costrette a lavorare doppio, sia comprensivo. In cambio faremo tutto quello che ci chiede…”
“Stai già facendo tutto quello che chiedo, troia.”
Valjet prende subito a fare un gran lavoro. Lui glielo sbatte in faccia. Seguo i suoi movimenti con gli occhi fino a un attimo prima di vederla con la faccia infradiciata da un fiotto di sperma. La squadra da capo a piedi poi guarda me.
Anche l'altro è sceso e ci tiene d’occhio da dietro il parabrezza telefonando. Non capisco, inutile sforzarsi. Mentre aiuto Valjet a ripulirsi, mi sento tirare i capelli. Il guidatore si è rimesso il telefono in tasca e ora pretende da me lo stesso servizio appena fatto da Valjet.
“Vediamo se sei più brava a fare pompini che a inventare stronzate, anche se non sembri una battona da strada.”
Slaccia la cintura sormontata da una fibbia a forma di leone dorato. È proprio da tamarro mal messo in tiro; mi mette davanti alle labbra qualcosa di osceno. Non so se è peggio l'intenzione o la misura.
Mi sforzo di far lavorare la lingua senza sosta, ma è difficile. Lui mi stringe la gola. Mi si annebbia la vista. Per tutta la sera ho il terrore di vedere Morte… quella vera, con la falce e la tonaca nera. E adesso ce l'ho in gola. Ce l’ho davanti agli occhi. Un velo nero che si approfondisce man mano che l’aria mi manca sempre più.
“Strozzati, zoccola.”
Dietro il nero delle palpebre serrate inizio a vederci blu, poi azzurro. Dovrei avere paura. Invece il mio corpo riconosce l’uomo sbagliato un'altra volta. E poi la paura funziona meglio se hai davvero una vita da perdere. Io non sono sicura di averla ancora.
Sento i lamenti di Valjet, l’altro la sta scopando alle mie spalle.
D’un colpo quello che mi strangola mi libera il collo. Lo sputo fuori prendendo aria. Mi giro desiderando di vedere Valjet per assicurarmi che stia bene, ma quello mi riprende per i capelli. Il suo sperma mi ha firmato la faccia, frapponendosi tra i miei mugolii e le sue bestemmie.
Quando torna in sé ci riporta la telefonata di poco prima. Si piazza davanti a noi una volta che Valjet si è rialzata.
“Ho riferito la vostra storia assurda. Nessuno ci crede, ma nessuno ritiene di dover approfondire. Poi non vogliamo che si dica in giro che da queste parti trattiamo male le femmine. Ora vi riporto dove vi ho prese e farò finta di nulla. Non vi spezzerò le gambe, e non chiamerò Dasho per farvele spezzare da lui. Ma… se mai sentirà ancora il nome di Francesco...”
Nessuno finisce, tanto non serve.
“Prima di andare, dovete consegnare quello che avete preso sulla piazza di Mimì, perché essendo zona sua quei soldi sono suoi. Visto che vogliamo fare i galantuomini, ci fidiamo di voi: fate i conti.”
Passo la mia borsa a Valjet. Lei conta le banconote; ognuna, passando dalle sue mani a quelle di questo tizio, trema.
Ci riaccompagna in silenzio al punto di partenza. Una volta fuori, chiamiamo Georgi perché ci riporti dove ci aspettano Nadia e Liveta. Sono fuori di sé. Nadia si tormenta tutte le pellicine delle unghie: “Dasho è passato già due volte. Ha chiesto dove eravate e…”
Valjet la stoppa: “Gli hai detto che stavamo coi clienti, no? Non ti ha creduto?”
La testa di Liveta si gira piano piano. “Manco per il cazzo.”
Valjet sospira: “Ci abbiamo messo troppo, in effetti. Angela, mi raccomando non tradirti con qualche espressione strana.”
“Va bene.”
Liveta sposta Nadia e si siede sul marciapiede: “Tu stamattina raccogli i denti dal pavimento, secondo me.”
Le spalle mi vibrano, Valjet se ne accorge. La sua guancia tocca la mia: “Non ci pensare più, ti verrà un infarto se inizi a preoccuparti di un’altra disgrazia quando ancora non hai digerito la prima.”
Almeno adesso si respira.
***
Sono davanti a Elena e Idra. Chissà perché mi viene in mente il gallo che cantava alle quattro del mattino quando ero piccola e andavamo in vacanza in campagna, io la mamma e il babbo.
Ricordo di noi tre.
Fuori sorge il sole.
Nessun gallo canta.
Elena ha un abito rosso lucido. Se lo toglie. Le guardo le cicatrici perplessa, mia madre parlava sempre di tumori.
Pensando a quella notte, scrivo sul mio taccuino: eravamo tornate a casa vive, ma le metastasi erano già in circolo.
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