La lunga notte 10 — La Huldra
di
Agavebet (Agave Ionia)
genere
dominazione
Per fortuna, anche questa giornata di lavoro è finita. Vado da Idra. Il suo appartamento è nell’ala C del condominio, è il numero 4. Mi confondo ancora quando prendo l’ascensore.
La porta si apre. La doccia getta acqua a tutta forza.
Lei ha un asciugamano azzurro avvolto in vita e sta parlando al telefono. A meno che non mi sbagli, la voce di donna che sento dal telefono è quella di Luvis, la moglie cubana del mio datore di lavoro.
Idra riattacca.
Mi si irrigidisce il collo.
Mentre va a vestirsi, mi chiede: “Che c’è?”
“Mi domandavo se si stesse lamentando di me.”
Idra si scrolla l’acqua dai capelli. “Non ha niente a che fare con te.”
Entra in un abito di tagli termosaldati senza una singola cucitura a interrompere la tensione della carne. Davanti ti inchioda sul décolleté, dietro si apre in un vuoto attraversato da un gioiello che scende lungo la schiena come un invito al disastro.
Dico: “Che bel vestito.”
Lei mi strizza l’occhio. “Stasera sono la Huldra. Non è un travestimento.”
“Non so cosa sia.”
Lei si stende sul divano. “La Huldra è la strega col buco sulla schiena.”
È presto per uscire.
“È un’illusione ottica che ti frega sempre. È bellissima davanti, ma se le giri intorno scopri che la sua schiena è vuota, come un tronco d’albero marcio. La gente cade se cerca di abbracciarla.”
Chissà perché mi ricorda tanta gente che ho conosciuto.
Idra sta succhiando una ciliegia che aveva immerso nel Maraschino. “L’Huldra non è maschio, non è femmina. È un demone che non può darti entrambi i lati di sé.”
Starnutisce e sputa il gambo: “È una cosa che succede. Quando impari a svuotarti nel punto giusto, la gente entra da sola.”
Elena suona al campanello. Idra va ad aprire. Non mostra mai la schiena per intero o forse sono io che non riesco a guardarla fino in fondo. Idra s’informa in continuazione di magia, perciò le ho regalato un libro di antropologia che usavo all’università. Parla di sacrifici antichi e rituali dimenticati. Cose che gli esseri umani facevano per chiedere protezione, cedendo in cambio carne.
Lo sta leggendo ad alta voce da mezz’ora, intanto io cucino.
“Stasera non mi sento bene,” dice Elena, “metti via quel coso che parla di cannibali.”
“In realtà,” rispondo, “la carne consumata dopo le orge in onore di Bacco, Dioniso, era quella di una capra. Almeno al tempo che tratta il mio libro.”
Idra legge: “Carne cruda.”
La saliva mi diventa amara, lo stomaco si contrae. Strizzo gli occhi fino a vedere macchie scure.
Rivedo Max.
La catena di anelli alle sue dita e la luce bianca di quel pomeriggio. La carne rossa che sanguina sulla porcellana del piatto. Risento l’odore ferroso.
Idra legge per Elena e le sue parole si fanno immagini.
Cieli esotici rossissimi. Non il rubino domestico del tramonto cittadino, ma un cielo che sanguina luce.
Sotto quel cielo, uomini e donne sono intorno ai fuochi, vivono ancora come bestie.
Grida, morsi, carne cruda.
Divorare ed essere divorati.
Scomparire.
Diventare tutt’uno con l’altro.
Tutt’uno con Dio.
Apro gli occhi: la città fuori è grigia. Vedo solo palazzi e antenne, eppure mi sembra che anche qui, sotto la superficie, qualcosa si muova. Un animale invisibile.
Guardo in alto masticando: “Idra, non farmici pensare.”
Elena mi versa il vino. “Perché stiamo parlando con Angela? Porta qui libri tristi.”
Idra chiude il mio manuale. “Per assorbire il male.”
La sua frase cade come una pietra in un pozzo.
Elena beve. “E poi non è una brava cristiana.”
Sono d’accordo. “Infatti no, credo al dio del boccale, ormai.” Bevo anch’io.
Oltre i vetri, la città sembra una bestia addormentata, respira, inala smog invece dell’aria.
Ha le fogne al posto del cuore.
“Non avevo dormito bene quella notte, dopo che mi ero svegliata sognando di essere lapidata in Galilea, lo sapete? Francesco mi diede il tormento tutta la notte.”
Appena dico questo nome, l’umore di Elena migliora.
***
Stanotte, qualcosa dopo il sogno mi ha scossa dal cuscino un’altra volta: una vibrazione attutita dalla fodera. Il cellulare è accanto alla mia testa. Resto con le orecchie tese nel silenzio. L’aria condizionata fa fluttuare le tende e sudo, chissà perché penso ai fantasmi. Le cifre rosse della sveglia segnano le tre e quindici minuti. Prima che riesca a riaddormentarmi la vibrazione riprende. Non me l’ero sognata.
— Angela, sei sveglia? Immagino di sì. Se non stai lavorando, il tuo segreto ti morde la coscienza.
La gola mi brucia e non è perché a casa di Dasho ho ripreso il vizio di fumare.
Francesco! Penso: ma come ha osato scrivermi a quest’ora? E se Matteo, per caso, fosse stato sveglio e avesse letto?
Mi giro. Mio marito dorme e il suo respiro è regolare.
— Voglio portare il nostro rapporto a un livello superiore.
Scioccata, cerco di trovare una risposta.
L’icona di Whatsapp, verde come l’ira, dice che lui sta scrivendo.
— Ho guardato Loredana dormire stasera e ho pensato a te. Lei è prevedibile. Tu invece sei un abisso. Ho deciso: questa settimana non vi lascerò soli. Voglio portarvi in vacanza con noi. Immagina noi quattro in barca... Io e te siamo uniti ma lui non lo sa. Non è eccitante?
Penso: Uniti? Aveva ragione Jasmin a dire che il centro d’igiene mentale a Milano è un cesso.
— Matteo sarà così felice dell’invito. Mi ringrazierà con una stretta di mano mentre io, con l’altra, tengo il tuo guinzaglio.
Matteo si sta voltando verso di me, seguo il fruscio del lenzuolo che si porta dietro. Trattengo il fiato a metà, l’aria non va né su né giù, mentre sbarro gli occhi nel buio per spiare ogni millimetro del suo movimento.
— Rispondi, troia. So che leggi. Vedo il bagliore del tuo telefono da qui. Ti sto offrendo il paradiso, ma dovrai guadagnartelo un centimetro alla volta.
Per un attimo penso di rispondere davvero, giusto per vedere fino a dove arriva.
Il telefono lampeggia ancora.
“Sai cosa mi piace di più? Che tu non mi hai mai detto di no davvero.”
Sconnetto la rete con la modalità aereo e tento di dormire. Ma resto con le dita intrecciate sullo stomaco a fissare il soffitto fino alle sei.
Matteo nel sonno mi sfiora la schiena. Mi viene da pensare che anche io, dietro, non abbia niente. Solo che nessuno si è ancora preso la briga di guardare. E mi chiedo se si accorgerebbe del vuoto, se infilasse la mano un po’ più a fondo.
Lascio il letto, forse mi riprendo se faccio colazione. E mentre fumo davanti alla porta di casa per non dare fastidio a Matteo, che ancora sogna, mi guardo nello specchio del corridoio.
Mi viene in mente Max, le sue mani dentro i miei capelli, quando mi ha detto di guardarmi allo specchio.
Mi vedo come il contorno di un’ombra. Lo spettro del fantasma di ciò che sono stata. Non è che la versione attuale mi dispiaccia così tanto. Se dicessi il contrario, sarei come mia madre.
Controllo ancora il mio riflesso. Il taglio che mi ha fatto Liveta si sta sfaldando, le punte non tengono più forma. È come un vestito che perde la sua linea: non fa quello che deve. E poi devo togliermi dalla testa la sua presenza.
Matteo si alza e sono quasi le sette. So che prima di venire in cucina per fare colazione si farà la barba. Mi affaccio in bagno.
“Vado da Fabiana.”
Continuando a radersi, alza lo sguardo e lo sposta su di me attraverso lo specchio.
“Di domenica?”
“Ci vado da anni, mi fa senza appuntamento.”
“Va bene, a dopo.”
***
D’AVORIO LÈGERE
I caratteri argentati dell’insegna rilucono al sole della domenica mattina, così eleganti da darmi la sensazione di essere ancora padrona della mia vita.
Il salone profuma di shampoo e di caffè. Le dipendenti lavorano in un silenzio ordinato. In fondo, inchiodata a una poltrona alta come un trono di comando, c’è Fabiana. È di origine tedesca, ma ormai ha le ossa milanesi. Ha le mani sottili, i capelli sono raccolti con una precisione che è il suo manifesto. L’ordine è l’unica religione qui.
Si accosta a me.
“Buongiorno. Un caffè?”
“Sì, grazie.”
Prendo la tazzina dalle mani della ragazza che lo porta, è bollente e tanto amaro da farmi contrarre la lingua contro il palato. Lo registro nel database dei presagi. Se il buongiorno si vede dal mattino, oggi qualcuno finirà smontato.
Fabiana si siede accanto alla poltrona, senza invadere con il suo corpo snello.
“Come sta, signora? E suo marito?”
“Bene, Matteo lavora molto, ma sta bene.”
Sciolgo la paranoia in un sorriso e le parole scivolano, lubrificate dalla menzogna.
Penso che mi piacerebbe portare Valjet in questo tempio del capello. Fabiana riuscirebbe a ridarle un aspetto decente.
Fabiana inspira forte.
“Domenica della prossima settimana, inauguriamo un nuovo negozio. Può venire con suo marito.”
Mi piace l’idea. Un posto dove recitare la parte della moglie senza che nessuno guardi dietro la scenografia.
“Grazie. Verrò.”
Lei promette:
“Sarà una bella giornata.”
Mi pare che mi rassicuri su questo giorno iniziato così strano, con il sole che versa sulla città oro e ansia.
Mi accomodo. La ragazza alle mie spalle inizia l’esecuzione. Seguo con gli occhi il volo delle ciocche che si accumulano sul pavimento come scarti di produzione. Nello specchio vedo un viso stanco, ma con ancora abbastanza voltaggio da illuminare la mia anima. Voglio una forma. Voglio una cornice.
Ha finito. Mi raddrizzo sullo schienale della poltrona. Ora sì che ho i bordi affilati.
“Le sta bene,” dice Fabiana.
Se approva lei, è un timbro di garanzia.
“Grazie.”
Mi avvio verso casa forzando il passo, il selciato rimanda al mio corpo la vibrazione dei miei tacchi. Trovo Matteo davanti al computer, anche di domenica è prigioniero delle e-mail.
“Sono tornata.”
Smette di fissare lo schermo.
“Com’è andata, signora Angela?”
Mi piace quel signora. Mi piace il suo sorriso.
“Bene.” Indico la mia testa.
“Stai bene.”
Mentre lo dice, si pulisce le mani sui pantaloni, come se avesse toccato qualcosa di appiccicoso.
Chiude il portatile. Lo schermo sbatte.
“La domenica della prossima settimana, Fabiana ci invita a un’inaugurazione. Hai voglia?”
“Sì. Sono contento di vederti più serena.”
Sento gli angoli della bocca bloccarsi, mentre sforzo le palpebre a non battere sotto la pressione del suo sguardo. Parlo del salone, di Fabiana, del caffè amaro. Lui ascolta. Le parole escono dalle mie labbra con la stessa velocità dell’acqua che scorreva nei rubinetti della parrucchiera, per non sentire le urla di Lori che già mi stanno risuonando nel cranio.
Il rumore dell’aranciata versata nel bicchiere è un sibilo di bollicine che esplodono contro il vetro. Ne preparo uno per me e uno per Matteo.
Lui mi guarda come chi ha appena ricevuto una notizia che non sa dove riporre.
“Francesco mi ha chiamato.” Fuori passano le macchine, ascolto più volentieri quelle. “Vuole fare una settimana in Francia con Loredana. Ci ha invitati.”
Porto il posacenere. È un pezzo di vetro pesante, mi viene in mente che potrebbe spaccare un cranio se usato con la giusta angolazione.
“No.” La parola mi esce piatta.
Allungo la mano verso il nostro giradischi e calo la puntina sul vinile lasciando che le prime note di J’y suis jamais allé riempiano il vuoto.
“Posso avere Parigi nel mio salotto. E, se proprio dobbiamo, andiamo da soli: è un posto per i romantici, non per terzi incomodi come Francesco.”
Non dice nulla subito, ma sento l’attrito dei suoi pensieri.
“Sicuramente dopo non potrò fino a dicembre. Adesso ho qualche possibilità di prendermi dei giorni al lavoro.”
Ripeto:
“No.”
E la musica fa da sottofondo alla delusione di Matteo: “Non ci sono mai andato.”
Ci sediamo a pranzo. Il rumore delle forchette sulla ceramica è l’unico battito che scandisce il tempo in questa stanza troppo luminosa.
Matteo pulisce il bordo del piatto col pane.
“Amore, siccome mia sorella e suo marito domani devono ripartire per Bologna, martedì pomeriggio accompagni mia madre dal cardiologo?”
Il cibo si ferma mentre inghiotto. Devo mandare giù un lungo sorso di aranciata per mandare giù l’ansia che mette il dover chiedere un giorno libero a casa del diavolo.
Matteo scola la bottiglia.
“Ce la fa benissimo da sola, ma starei più tranquillo.”
“Va bene, la accompagno.”
“Grazie.”
Restiamo sul divano, con le tazzine vuote del caffè e il posacenere pieno delle sigarette spente sul tavolino basso. Il sole taglia la tavola. Il silenzio cambia consistenza e, per una volta, iniziamo a fare l’amore e io non piango. È un miracolo.
Gli apro la camicia, un bottone dopo l’altro. I pantaloni scivolano sul pavimento della cucina. Premo il petto contro il suo e lui sorride.
La bocca di Matteo scende fino al mio seno, si è arrampicata sul capezzolo. Le sue dita umide passano tra le grandi labbra, affondano nelle mie mucose. L’altra mano mi accarezza i capezzoli. Sento il calore della sua bocca farsi più intenso sulla punta del mio seno e, in quel momento, lui alza gli occhi verso i miei. Nel suo sguardo c’è una tenerezza che mi spezza il respiro. Credo che la mia serenità ora sia trasparente come la sua saliva.
Seguendo l’andirivieni del suo respiro mi muovo su di lui. Ogni volta che riprende fiato, torno a riempirmi di lui.
Mi accorgo che stiamo respirando insieme.
Quando si ferma, trattengo.
Quando affonda, lascio andare.
Il sole filtra dalle tende gialle, polveroso e caldo. Lui sa d’aranciata, sembra perfetto.
Io so già dove passare, come se il suo corpo mi avesse parlato prima. La verità è che ora conosco meglio i corpi, era da tanto che non lo facevamo così. Funziona tutto troppo bene. È come con la Huldra: l’illusione è l’unica parte che conta.
Un trillo frantuma l’immagine del momento perfetto. La pelle sudata di Matteo si stacca dalla mia, si ricompone in fretta e va a rispondere, lasciandomi con le gambe ancora aperte.
Vedo la sua sagoma allontanarsi verso il corridoio. La chiamata si allunga, non distinguo le sue parole. Aspetto un minuto, poi due. Il cuore inizia a battermi contro le costole, un tamburo accelerato che batte fino alla trachea.
Allora approfitto per andare nella camera degli ospiti. Prendo il telefono aziendale. Scrivo a Marina, ma la punta del pollice mi trema, cancello e riscrivo tre volte la stessa lettera, sono indecisa ma ho anche fretta.
— Per favore, puoi dire a Dasho che martedì mi serve il pomeriggio libero?
Resto a fissare lo schermo, col fiato sospeso, finché non vedo il segnale d’invio. Mi sento come se avessi appena innescato una bomba. Rimetto a posto il telefono proprio mentre sento i passi di Matteo che torna in cucina.
Sono ancora lì, con il respiro che deve tornare al suo posto, quando il citofono infrange il silenzio. Matteo si alza di nuovo, va al display del citofono.
“Sono Chiara e Andrea.” La sua voce è piena di fastidio. Si volta verso di me, scuotendo la testa.
“Ma si può andare a casa della gente a quest’ora senza neanche chiamare?”
Non ho avuto tempo di ribattere, lui si avvia ad aprire borbottando:
“Questi senza Dio.”
Scende le scale e già sento le voci. Non c’è mai pace.
Davanti alla porta della sala da pranzo vedo questa coppia di senza Dio che fino a un paio di mesi fa consideravo persone gradite.
“È tanto che non venivate a trovarci,” sta dicendo mio marito. Rimette su la caffettiera come una brava cameriera.
Chiara, la moglie di Andrea, mi urla:
“Vieni qui a vedere!”
Tiene una foto tra due unghie rosate col bordo bianco. Mi avvicino e guardo: è una bambina.
“È nata mia nipote.” È compiaciuta e l’oro dei capelli le illumina la faccia.
“È bella.”
Non mi va di dire altro. Mi allontano dicendo che vado in bagno, devo controllare il telefono aziendale.
Marina ha risposto:
— Dasho ha detto di sì per martedì, se vieni al lavoro stanotte.
Sospiro.
Scrivo ancora:
— Non c’è maniera di cambiare quel pomeriggio con una mattina?
Marina risponde:
— Angela, non farmi disturbare ancora che è nero con Lori. E io pure. Non la sopporto più sta’ stronza.
Scrivo:
— Povera ragazza...
— Povera un cazzo. Tu stanotte hai dormito, noi abbiamo lavorato e quella ci sta rendendo la vita un inferno coi suoi strilli.
— E lui non dice niente?
Marina sta scrivendo e scrivendo ancora. Alla fine mi appare un messaggio pieno di emoji esasperati.
– Ha detto solo: lei urla, tu lasciala urlare. Prima o poi finisce il fiato.
Certo. Il tempo farà il lavoro sporco, come con i bambini.
Marina, ancora: – Dai, cosa devo dire?
– Due secondi. Fammi trovare una scusa per mio marito.
Vado in cucina. Mio marito ha rifatto il caffè, Andrea mi guarda da sopra la tazzina, la tiene con il mignolo alzato. Mi fa ridere. Non lo temo: non ha l’audacia di Francesco. Anche perché, se Chiara scopre che va a puttane, lo lancia dal balcone e lo lascia in mutande. Perciò si limita a finirci tutti i frollini.
Chiara sta sventolando sotto il mio naso la foto della nipote neonata.
“E voi due? Quando darete questa gioia?”
La guardo peggio di quanto vorrei.
Matteo tira su un biscottino. Lo zucchero a velo gli nevica sul colletto.
“Siamo troppo impegnati.”
Andrea stringe le labbra. Di sicuro si sta chiedendo ancora se sono io Michela, la puttana.
“Io, per esempio, devo fare avanti e indietro da Genova in continuazione adesso,” continua Matteo.
Chiara si sporge in avanti.
“Come mai?”
Matteo beve quel che resta del suo caffè e si toglie lo zucchero dal collo.
“Un cliente si è fissato che devo seguirgli una causa. Era iniziata qui, ma la sede dell’azienda ce l’ha a Genova. Per cui si dovrebbe rivolgere a uno del foro di Genova.”
Andrea ridacchia:
“Così gli costano più le tue trasferte che i danni eventuali in tribunale.”
“Non ridete, sarà una corsa lunga, e forse andrà avanti fino alla mia pensione, di questo passo. Il giudice non ha fissato ancora la seconda udienza.”
Chiara si tira giù la gonna a coprirsi le cosce. Vedo com’è corta, intanto che incrocia le gambe e piazza un piede col tacco alto davanti all’altro.
Mi domando che ci va a fare Andrea a puttane, avendo una donna come questa.
“Si vede che si è innamorato di te,” dice Chiara.
Matteo parla agitando il cucchiaino:
“Sono attraente, lo so. Ma questo sta buttando un sacco di soldi inutilmente. Io comunque martedì mattina vado su e raccolgo gli atti in cancelleria, ma mi devo sempre appoggiare a un collega di Genova per seguire. Mica mi posso trasferire là.”
Andrea si raccomanda:
“Questo però non glielo devi dire.”
Chiara mi dà una gomitata:
“Li senti? Gli avvocati sono peggio delle puttane.”
Sposto la confezione di biscotti vuota:
“Hai ragione, ma guadagnano meglio.”
Andrea coglie subito la palla al balzo:
“Ma sicura?”
Matteo pensa che mi riferisca ai cinquanta euro che mi dava durante il nostro gioco. Lo sento. Mi guarda e si morde il labbro. Mi sta dicendo con gli occhi: attenta.
Cambio discorso, vado dove mi interessa:
“Devi proprio andare su? Sicuro?”
“Metà dei vecchi allegati non si vedono da remoto, mi tocca andare a spulciare l’archivio di persona.”
“Quindi, parti domani sera?”
“Domani mattina. Mi sistemo prima un paio di cose a studio.”
“Amore, ma se parti stanotte sarai in tribunale a Genova domattina alle otto e mezza. Il lunedì è fondamentale perché tutte le istanze inviate tra venerdì sera e domenica le cancellerie iniziano a smistarle lunedì mattina.”
“Sì, però ho due atti da inviare entro domani, sennò scadono i termini. Devo andare per forza a studio.”
“Ma lasciali a una segretaria. Se arrivi prima degli altri lunedì a Genova, riesci a farti vistare gli atti e a ritirare le copie conformi dei decreti ingiuntivi prima che il flusso della settimana blocchi tutto.”
Matteo ci sta riflettendo. Devo spingere.
“Se aspetti domani, tra il viaggio e la coda rischi di arrivare quando il tribunale è già un carnaio. Poi devi aspettare, rincorrere la cancelleria e basta un intoppo per trovarti a correre dietro alle notifiche urgenti.”
Matteo mastica piano, piano.
“Sì, hai ragione.” Guarda Chiara e Andrea. “Che moglie che c’ho, eh?”
“Poteva fare tutti i lavori, veramente,” dice Andrea.
Mi si allargano le narici mentre lo ascolto, tengo le dita intrecciate sulla tazza per non tradire il fastidio.
“Sono tutte cose che ho imparato da Matteo,” dico, “mio marito non va nemmeno al bar, e io vedo tutto quello che fa.”
Andrea si spazzola anche lo zucchero dal fondo della tazzina col cucchiaino.
“Per stare sempre a casa devi avere davvero la migliore delle mogli. O forse la peggiore.”
Chiara prende l’ultimo cioccolatino nella ciotola di vetro che ho sul tavolo.
Questi bifolchi.
Se una cosa buona l’ha fatta mia madre, è stato insegnarmi come si sta a casa degli altri.
Matteo salta in piedi.
“Non mi prendete per cafone, però adesso devo farmi la valigia e cercarmi il treno.”
Loro scendono e io corro a rispondere a Marina:
“Vengo stanotte.”
Dopo un po’, Matteo grida che ha trovato il treno delle 18.00 da Centrale e uscirà di casa tra mezz’ora.
Ficcando un ricambio in un trolley, mi strilla di mandare un messaggio ad Annamaria, la segretaria. Corre a farsi una doccia. Io vado per mandare il messaggio, non tocco mai il telefono di mio marito. L’ha registrata come “Anna Sì Subito”.
Mah.
Comunque quella risponde all’istante:
— Sì, subito dottore.
Sarà per quello.
Matteo si infila la giacca correndo.
“Ma perché c’è scritto Anna Sì Subito?”
Lui sghignazza.
“Perché a studio la chiamiamo la dottoressa Subito. Ti fa sempre: arrivo subito. Sono pronta subito. Subito, subito...”
Sarà...
Mi bacia e sparisce giù per le scale.
Sento il rumore metallico della serratura che scatta, il doppio giro che sigilla il mondo di fuori. Matteo è uscito. Il taxi lo sta portando verso Centrale, verso il treno per Genova, verso la sua vita di carte e tribunali.
Finalmente sola.
Un brivido elettrico mi attraversa la schiena. Sono libera. Libera di essere la troia di Dasho.
Basta non pensare a cosa resta quando mi giro.
Un altro messaggio di Marina:
— L’orario è le nove quando si lavora di notte, non ti scordare.
Sto volando sopra il mio stesso disastro, e il panorama da quassù è di un azzurro che acceca.
Rispondo:
— Non vedo l’ora.
Marina scrive:
— Dio t’aiuti. Tu hai perso la testa.
Dissolvenza con sfocatura.
Ha ragione, l’ho persa tutta. Infatti mi sono scordata che da ieri notte il mio telefono è in modalità aereo. Vado a rimetterlo a posto.
Subito mi appare il messaggio del microbo che mi infesta la gioia:
— Matteo ha detto che non vuoi venire con noi in Francia. Te ne pentirai.
Digito veloce:
— Mio marito doveva partire per lavoro. Sono molto spiacente.
Chiudo e lo lancio lontano. Non sento la mancanza di quel telefono, Francesco non lascia il vuoto, solo lo sporco. E pensa che sia la stessa cosa.
Stringo il mio telefono aziendale. Solo quello mi serve, tanto Matteo non chiamerà prima di essere a Genova.
Stasera sono una puttana, non è un travestimento.
Appena entro nell’appartamento del terzo piano incontro Irina.
“Che ci fai qui?”
Mi cambio da lei e da Jasmin.
“Mio marito traffica avanti e indietro da Genova. Anche a lui è capitato un cliente difficile.”
Lei mi guarda con gli occhi truccati di viola.
“Spero che almeno lo paghi bene.”
Marina sta ancora finendo di mangiare in cucina.
Le chiedo:
“Dov’è Valjet?”
“Dorme, ha lavorato oggi pomeriggio. Con la parrucca in testa.”
Ride lei, e ride Nadia che sta lavando i piatti.
Marina ripiega la stagnola del kebab che ha finito di mangiare.
“Angela, quando torniamo ti puoi fermare un’ora?”
“Certo. Che devo fare?”
“Mi serve una modella per il semipermanente. L’ho già fatto a tutte le altre. Sto imparando, così magari, quando sarò libera, farò l’estetista.”
Arriva Jasmin.
“Non vuoi più fare la maestra?”
“Per quello è tardi. Troppo tardi.”
Mi piazzo tra loro due.
“Ti piacerebbe?”
“Certo. Mi piacerebbe truccare le ragazze, fare loro le unghie…”
“Pensi che tornerai davvero a essere libera?”
“Devo solo rendergli i suoi soldi. Ci vorranno sei vite, ma se sarò fortunata come un gatto, mi resterà la settima.”
La mia faccia nello specchio non mi lascia mai in pace ultimamente, ma almeno qui i pensieri si congelano. Incrocio le braccia sotto il seno per proteggermi dall’aria umida della notte. La notte scorre nera, senza intoppi.
Qualcuno accende i fari di una macchina e mi ritrovo investita da un fascio di luce.
Agli angoli della strada aspettiamo San Valentino, che veglia sui nostri appuntamenti e ci porta i clienti, finché non compare dio che svuota le borse.
Sono le quattro e cinque minuti quando tornano a prenderci.
Redian apre la porta. Mi sta davanti con un giubbotto blu che sembra quello di un agente di polizia. Dalla faccia che ha si direbbe che ha dormito.
Sgattaioliamo lungo il corridoio oscuro. Qui dentro non si vede mai sorgere il sole e l’orologio sul muro segna le quattro e quaranta. Tutti vanno a farsi la doccia. Anche io.
L’acqua era ghiacciata, Marina dice che la caldaia non funziona da ieri.
Lori è immobile sulla porta della sua camera. Passa ai raggi X tutti quelli che emergono dalle ombre della notte e si trascinano nel corridoio, sbadigliando e socchiudendo gli occhi.
La porta è rimasta aperta e un gatto sale su per le scale.
Ditmir corre a cacciarlo fuori. Nadia lo recupera e lo stringe al petto.
“L’ho addomesticato io,” dice, “si chiama Esmeralda.”
Lui sospira:
“Va bene. Angela, tu puoi andare.”
“Vorrei restare.”
Dasho piega i soldi e si sfrega il naso.
“A fare cosa?”
“Marina vuole mettermi lo smalto.”
Non dice nulla, quindi lo prendo per un sì.
Ora so che le puttane fanno colazione alle cinque del mattino, quindi faccio così anche io.
Marina è ancora avvolta nell’accappatoio, seduta sul divano. La finestra è aperta e si sente il rumore della città che si sveglia. Sfoglia un catalogo di smalti e le si fa la pelle d’oca per via dell’aria fredda.
Jasmin mi chiede:
“Tu che mangi la mattina?”
Rispondo:
“Latte e cereali.”
Nadia serve tutti, veloce, sorridente. Avrei voluto vederla com’era cinque o sei anni fa. Mi si avvicina all’orecchio:
“Adesso sta zitta perché è da venerdì, quando c’eri tu, che non mangia. Ditmir le ha detto che se stanotte non faceva casino, stamattina poteva venire in cucina.”
La guardo in silenzio.
Lori ci fissa con la bocca aperta, come quando una si mette il mascara.
Incrocia gli occhi di Dasho e chiude la bocca, è seduto davanti a noi con un laptop. Gli occhi azzurri sono l’unica cosa che muove davanti allo schermo. Io li seguo e mi si fa un flash. Qualcuno ha schiacciato il tasto di reset nel mio cervello.
Lori mangia e lo fissa con odio.
Ora Nadia è seduta tra il punto investito dal sole e la cenere di sigarette che fa cadere Ditmir. Sta scorrendo il catalogo di smalti che Marina ha lasciato sul divano.
Dasho non distoglie lo sguardo dal PC. L’accappatoio di Marina scivola giù e lei si avvolge in una vestaglia.
Lo sento dentro, il ticchettio dell’orologio, costante come un battito cardiaco. Questa scena si ripete tutte le mattine. Ora lo so. Finché qualcuno non sbaglia una parola o finché lui non smette di fingere.
Come ora so che Jasmin fuma solo sigarette Slims, che in Italia non si trovano, e ascolta Slim Shady.
Ora so che Nadia si occupa della casa quasi da sola.
Ora so che Ditmir, ogni volta che piscia, non tira mai l’acqua.
Il cielo è ancora nero. Il caffè che mi passa Nadia è nero e sa di bruciato, ma non glielo dico.
Valjet sembra esitare:
“Che avete fatto oggi?”
Raccontiamo le novità di un allegro troiaio. A quest’ora si ride di tutto.
Irina ha rivisto quel pazzoide che paga solo per strapparle le calze. Ditmir lo trova molto divertente.
“Che storia assurda.”
Valjet fa le bolle con un chewing-gum. L’odore di fragola è nauseante.
“Volete sentire anche quanto fa ridere la mia storiella assurda?”
“No,” dice Dasho, “la conosciamo tutti. A memoria.”
Ditmir guarda Valjet.
“Che Dio ti benedica.”
Valjet sbatte il cucchiaio come il martelletto di un giudice.
“Non ti ascolterà.”
“Come no?”
“Hai un pessimo rapporto con Dio, come tutti noi.”
Ditmir alza la tazzina.
“Ho un rapporto ottimo con lui. Gli ho dimostrato il mio amore in carcere; lo pregavo tutti i giorni e gli ho anche dedicato questa.”
Scopre un tatuaggio: la corona di spine che gli scorre attorno al braccio.
Lori lo guarda e ride, ma è il riso di chi cerca di non urlare davanti all’assurdità di un uomo che dichiara il suo amore per Dio, dopo aver tenuto sotto chiave e a digiuno una ragazzina per tre giorni.
Ditmir si tira giù la manica.
“La nostra casa in realtà è una chiesa, siamo tutti molto devoti.”
Dasho ride.
“Ma nessuna preghiera può salvare Valjet.”
La storiella io non la conosco, ma una cosa che fa ridere tutti tanto forte, anche lui, deve essere per forza più che assurda.
“E va bene,” dice Valjet, “non la racconterò, ma tu mi farai uscire per la parrucchiera?”
“No.”
“E perché?”
“Combini sempre qualcosa, non metti piede fuori tu.”
“Ma non vedi come sono i miei capelli?”
“Chi deve guardarti i capelli fatti?”
Valjet si gira verso di me con uno sguardo che sembra una preghiera.
“Lo voglio io. Lasciala venire.”
Lui mi inquadra e i suoi occhi mi fanno sentire trasparente. Metto le mani sotto la cosce per nascondere le dita che tremano.
“Forse è una buona idea. Porta la culona lontano da me oggi pomeriggio. Ma alle nove vi alzate, lavorate stamattina.”
Qui il sonno è un bene di lusso.
“Oggi è lunedì, sono chiusi,” dice Valjet.
“Non la mia, ha pure un’inaugurazione questo fine settimana. Sta aperta tutti i giorni.”
“Ogni lavoro è uno sfruttamento,” dice Irina.
Dal corridoio appare Redian. Valjet salta in piedi senza finire il caffè:
“Visto che dopo dobbiamo uscire, io mi vado a riposare.”
Si eclissa nel buio.
Nadia gli sussurra a voce abbastanza alta da farsi sentire:
“Vuoi il caffè?”
“No. Mi sono appena svegliato e ce l’ho duro.”
Marina mi ha detto che anche questo succede tutte le mattine, se lui dorme qui.
Gli occhi di Dasho continuano a posarsi sulla pagina digitale, le sue dita battono sulla tastiera.
Vedo lunghe colonne di numeri.
Lo sento dire:
“Provvedi.”
Lori li fissa ed è silenziosa come una tempesta prima di esplodere. Percepisco il suo shock e mi scappa da ridere.
Nascondo la bocca dietro il bordo della tazzina.
Dio mi riduca in polvere.
Lori guarda il pavimento, poi i suoi occhi risalgono: sulle caviglie di Nadia, sul grembiule che si sta togliendo. Sui fianchi di Nadia, sulle sue spalle, fino al suo viso.
Lori è bianca e ha le labbra serrate, ma Nadia non incrocia il suo sguardo né quello degli altri.
Si avvicina a Redian.
“Cosa vuoi che faccia?”
Lui la guarda appena.
“Decidi tu.”
Pausa.
“Tanto fai sempre la cosa giusta.”
“Te lo succhio, ti va bene?”
Nadia si è messa in ginocchio.
“Il latte è già finito,” dice Jasmin.
Ditmir controlla la credenza.
“Impossibile. Se l’ho comprato l’altro ieri...”
Io bevo caffè e poi ancora, finché la caffettiera non è vuota. Dasho continua a leggere, col minimo sforzo di movimento.
Nadia guarda Redian e glielo tira fuori.
Lori chiude gli occhi. La tazzina le trema tra le dita.
Jasmin gira la rivista che stava sfogliando Nadia verso Irina.
“Questo era il colore preferito di Armani. Diceva che gli ricordava il mare di Pantelleria.”
Irina osserva lo smalto che riflette intense sfumature celesti.
“Marina, oggi mi fai le unghie così.”
La gatta di Nadia miagola.
Marina approva:
“Certamente.”
Nadia piega leggermente la testa tra le mani di Redian. Il sole tremola sulle ciocche di capelli che gli si incastrano tra le dita, fa luccicare il movimento degli orecchini. È quasi tenera.
Sento miagolare e ansimare.
Nadia non lo guarda, ma rallenta, come se volesse capire quanto può restare lì.
Sento lui che dice:
“Mi danno fastidio. Non ti servono.”
Con gli occhi chiusi, Nadia alza una mano e si sfila gli orecchini.
Redian la fa alzare.
Nadia si piega sul tavolo.
Distolgo lo sguardo un secondo, ma non cambia niente. Quando torno a guardare, è tutto esattamente dov’era.
Dasho sposta un po’ più in là il suo computer. Io tolgo la mia tazzina, Jasmin alza i cereali.
Lori fissa le vibrazioni del tavolo mentre lui la sbatte. Le tazzine traballano, Dasho sposta il laptop di altri tre centimetri per proteggerlo dagli schizzi di latte.
Marina fa scivolare la rivista accanto a me:
“Scegli anche tu come ti devo fare le unghie oggi.”
Premo i polpastrelli sulla carta lucida per tenerla ferma sul tavolo che traballa.
“Dammi tempo di vedere i colori.”
Nadia è vicina a me. Sento il suo profumo di limone e di rose. Sotto, l’odore del suo sudore, non sa solo di fatica.
Lui la riprende per i capelli e la fa inginocchiare di nuovo.
Io rimetto giù la mia tazzina.
Il PC torna al centro del tavolo.
Sento Redian dirle:
“Pulisci, troia.”
La lingua di Nadia scorre finché la carne che ha in bocca brilla solo della sua saliva. Pulisce perfettamente come fa coi vetri. È perfetto. Non lascia quasi niente. Nemmeno l’idea che ci sia stato qualcosa da togliere.
Le passa il pollice sul labbro inferiore.
Nadia sistema tutto. Gli richiude bene l’elastico del pigiama sorridendo.
Si rialza.
Nadia sorride un attimo prima che lui la tocchi, con quella precisione innaturale di chi riconosce il gesto prima ancora del contatto.
Le tocca i capelli.
“Sei una brava troia.”
Lori ha gli angoli della bocca piegati verso il basso, lascia cadere il braccio lungo il fianco e i suoi occhi mi sembrano dieci volte più neri di prima.
Sono pieni di incubi disgustosi.
Ditmir dice:
“Vado a ricomprare il latte.”
Io ho trovato una sfumatura di fucsia che mi interessa sulla rivista di Marina, gliela indico.
Marina mi strappa il catalogo:
“Ma quella è estiva!”
Dasho e Redian escono dalla cucina.
Lori ci fissa, aspettando... non so cosa si aspetti.
“Non è vero,” dice infine. “È stato solo un brutto sogno. Lo so.”
Nessuna di noi fa caso a lei.
“Voi tutti siete solo un incubo. Presto mi sveglierò.”
Sento la voce di Dasho dal corridoio:
“Appunto. Svegliati.”
Lei rimane un attimo interdetta, poi si rivolge a Nadia:
“Che cosa farai una volta comprata la tua nuova vita?”
Nadia si lecca il latte dalle labbra.
“In che senso?”
Le dà le spalle e si infila una tuta.
“Una volta che avrai il tuo biglietto per la libertà,” dice Lori, “passerai il resto della tua vita a cercare qualcun altro per cui fare mille schifezze, così da sentirti fare pat pat sulla testa?”
Marina starnutisce.
“Bella, non è il caso di pensarci. Adesso questa è anche la tua vita. Ed è solo una lunga sequenza di colazioni alle cinque del mattino.”
Lori urla a Nadia:
“Ma come puoi fare certe cose col sorriso? È un criminale.”
Nadia abbassa gli occhi solo per un secondo. Si gira e rimette su la caffettiera.
“Vado in pasticceria e torno.”
Il naso di Lori si sposta nella mia direzione.
“E tu lo sai che lui è un criminale?”
Sto zitta, conto le briciole rimaste sul tavolo lei ripete, come ipnotizzata:
“È un criminale. Un criminale. Solo un criminale.”
Marina indica la strada fuori dal balcone:
“Vieni a vedere.”
Lori si alza e io pure, e andiamo vicino a Marina.
Fuori un furgoncino bianco con una scritta rossa e una spiga dorata disegnata sulla portiera sta rallentando.
Marina tocca Lori:
“Lo vedi?”
“Lo vedo e quindi?”
Marina dice:
“È il panettiere. Passa tutte le mattine.”
“E allora?”
“E allora domattina sarai ancora qui e lo rivedrai, perciò piantala.”
E se ne torna a tavola.
Lori mette le mani sulla ringhiera e guarda a destra e a sinistra: “Io per domattina avrò lasciato questa casa.”
Marina risponde come se parlasse da sola:
“Non lascerai tanto presto questa casa, da viva.”
Irina sparisce dietro la rivista.
“Questa ragazza sta dalla parte giusta, lo so. Ma ci sta sul cazzo lo stesso.”
Ditmir si è riaffacciato.
“Nadia, ti accompagno?”
“Sì, scendiamo insieme.”
Nadia spegne il fornello.
Redian copre di nuovo il riquadro della porta:
“Nadia, non prepararmi la cena.”
Lei si volta:
“Torni alla villa?”
“Sì. Ti amo, ma non funziona. Quindi puoi dirmi addio.”
Nadia fa ciao, ciao con la manina.
“Addio. Se devi andare, vai. Almeno possiamo dire che ci abbiamo provato.”
Jasmin sta per uscire a fumare:
“Ci riproverete anche domani.”
Redian sembra pensarci.
“E se poi non funziona?”
Nadia esce prima di lui.
“Non mi addolorerò.”
Si ferma un attimo dietro di lei, come se volesse dire qualcosa. Poi non dice niente e se ne va.
Chissà perché mi suona in testa la suoneria del cellulare di Liveta.
Mi metto a letto, quello che era il letto di Liveta. Chiudo gli occhi e mi ricordo del giorno in cui è partita. È tremenda la fitta nel petto, ma subito mi addormento.
Il mio sonno si squarcia su una donna che urla. Temo che sia un altro incubo. I piedi toccano il pavimento prima ancora che io riesca ad aprire del tutto gli occhi, corro verso il corridoio.
Tra un urlo e l’altro si sente un pugno contro il legno e l’urto di una porta, poi la voce di Ditmir:
“Hai ripreso energia, brutta puttana!”
L’ha presa per il collo e, nonostante la sua altezza, è riuscito a sollevarla e ad appiccicarla al muro.
In fondo al corridoio è comparsa Valjet.
Sento un altro click e la porta di Dasho si spalanca.
Lori è stretta in un accappatoio rosa. Lo vedo uscire strofinandosi una mano sul viso, con gli occhi arrossati e ancora mezzi chiusi.
“Che cazzo hai urlato?”
I capelli di Lori grondano acqua, trema tutta dal freddo.
“Volevo solo farmi una doccia.”
“La caldaia non funziona da ieri. Non abbiamo avuto tempo di pensarci, qui la gente lavora e io ho investimenti da fare.”
Lori tossisce:
“Dovresti trattarli meglio, i tuoi investimenti.”
Dasho guarda Ditmir:
“Su questo potrebbe avere ragione. Mettila giù.”
Senza lasciarle il collo, Ditmir dice:
“Certo che la metterò giù, per il suo e per il nostro bene.”
Mi vesto e purtroppo ho dormito solo tre ore. Sono le otto e la notte ho lavorato; la notte prima era già andata in bianco per colpa di Francesco.
Marina e Nadia sono in cucina, i loro lineamenti sono tirati. Fissano l’orologio, so già con chi ce l’hanno.
Valjet ci raggiunge.
“Abbiamo una nuova, spietata aguzzina.”
Crolla su una sedia accanto a me.
“E meno male che stanotte ci aveva lasciati dormire.”
Marina sbadiglia senza coprirsi la bocca.
“Una furia nuova di zecca, senza il tasto della pietà. Abbiamo dormito tre ore al giorno in totale, grazie a lei.”
Valjet mi prende la mano.
“Angela, dammi una diagnosi con gli elenchi di patologie che fa tua madre. Cosa è andato storto quando hanno assemblato quella lì?”
Mi sale una risata.
“Mia mamma non è una psichiatra.”
Ditmir traffica con un cilindro nero; il rumore della plastica che si srotola è un gemito sintetico che riempie la cucina.
Per il suo e per il nostro bene, la nostra nuova dispensatrice di tormenti è finita legata polsi e caviglie al tavolo della cucina, con uno strappo di scotch sulla bocca.
Sposto il peso del corpo in avanti, sul bordo della sedia. Vorrei alzarmi e inginocchiarmi accanto a lei, dirle qualcosa, ma prima che io possa trovare le parole, appare la mia maledizione privata.
Vedo i suoi occhi azzurri mentre se ne torna dietro la sua porta.
Poi la realtà subisce un fuori fuoco violento, i bordi del mondo si sciolgono in una macchia informe e, un battito di ciglia dopo, ecco tornata la serenità.
È ora della seconda colazione.
Valjet si butta addosso a Marina.
“Ha detto che oggi dobbiamo andare in quel parco schifoso.”
Guardo lei, poi Nadia che è già vestita e, infine, Irina.
“Un posto vale l’altro,” dice Nadia.
Valjet geme con la solita vocetta:
“Non è vero. Lì è pieno di drogati. C’è gente che ha l’AIDS.”
Nadia la stoppa con un gesto della mano.
“Non esagerare.”
Chiudono la bocca vedendo Dasho che torna.
Si avvicina a Lori e le strappa lo scotch dalle labbra.
Lei lascia cadere la testa contro la zampa del tavolo:
“Anche oggi la sera non arriverà mai, me lo sento.”
Dasho alza una mano e le sbatte davanti agli occhi il bagliore del telefono.
“Decido io quando scende il buio. Oggi arrivano ospiti per te, comportati bene.”
Scendiamo le scale, inghiottiti dal buio.
Nell’androne le pareti sanno di umidità.
Abbasso lo sguardo sulla lama bianca che taglia il pavimento sotto la porta.
È l’avviso che un altro giorno allucinante è già iniziato.
Tira un vento continuo al parco. Un flusso di foglie secche si muove a vortice.
Vorrei chiedere a Valjet cosa voleva dirmi sabato al telefono, ma non so se dovrei davanti alle altre.
“Valjet, la tua storiella assurda alla fine non me l’hai raccontata.”
“Quale storiella, Angela?”
“Quella che volevi raccontare oggi all’alba, ma Dasho ha detto che la conoscevano già tutti a memoria. Io non la conosco.”
“Oh... è vero.”
“Allora raccontamela.”
“Da dove inizio?”
Irina infila le dita nella borsa aperta. Conta i soldi e la richiude senza fare rumore.
“Dall’inizio, no? Stupidella...”
“Fino a qualche anno fa avevo un culo più piccolo. Anzi, non avevo per niente culo. E abitavo con la mia famiglia. Mio padre lavora con i maiali, quindi siamo ricchi, ma avevamo una casa piccola e un fienile, più un paio di vacche. Abbastanza per stare bene.”
Una macchina porta via Irina. Tanto la storiella la conosce già.
“Un giorno uno del paese vince al lotto. Mio padre comincia a giocare anche lui. Ma per uno che vince un milione... restano fottuti un milione di scemi, quindi perdiamo quasi tutto. Per rimediare chiede prestiti, e gli strozzini lo sai come funzionano.”
“Lo so.”
“Così pensa di parlare con qualcuno più affidabile. ‘Affidabile’ fa ridere qui, ma mi capite.”
“Sì,” diciamo.
“Mio padre incontra Dasho e si mettono d’accordo sul prezzo.”
Mi torna in mente il debito di cui parlava Marina.
“Prezzo?”
“Sì. Ma poi mia madre dice che andrà lei al posto mio. Dasho non la vuole: è troppo vecchia. Sembra una brutta idea archiviata.”
Non ha nessuna espressione in faccia.
“Una notte sono fuori, seduta davanti al fienile. Fumo una sigaretta, finisco e la getto alle spalle. Mi ero scordata di spegnerla. Il vento soffia forte e il fienile prende fuoco. In pochi minuti brucia gran parte della casa.”
Silenzio.
“La mamma non mi difende più. E anch’io mi sento colpevole. Così... eccomi qui.”
Irina è tornata.
“Che storia assurda. Ma come si fa a essere così stupidi?”
“Almeno è più originale delle vostre. Quasi tutte voi vi siete fatte fottere dai suoi begli occhi. A me mi ha bruciata una sigaretta.”
Marina emette un soffio d’aria dalle narici.
“Meno male che non ho mai fumato. Può fare davvero male.”
***
Ho preso Valjet e siamo fuggite via prima di pranzo. È un sogno strano girare con lei nella Milano ancora rovente.
Adesso voglio portarla a casa mia.
“Non puoi chiamarti Valjet. Come ti presento, se capita qualcuno?”
Lei si specchia nella mia stanza, davanti al mio letto coniugale.
“Valjet? E dov’è? Cos’è?”
Mi scappa una risata.
“Non conosco nessuno e nessuna cosa che abbia questo nome. Chiamami Valeria.”
“Ok.”
“Valjet...” riattacca lei. “Per caso è un personaggio dei cartoni?”
Squilla il mio telefono. “You’ll Never Leave Harlan Alive” s’insinua tra di noi.
Mi esce un rantolo divertito che cerco di soffocare. Mi ricordo di quello che volevo chiederle, ma stiamo troppo bene adesso e non voglio turbare l’attimo. Come se bastasse non nominarle, le cose, per farle sparire.
Lei si stacca dallo specchio.
“Sembra una di quelle canzoni country-folk che vanno tanto a casa nostra.”
Casa nostra...
“Infatti l’ho sentita lì.”
Brad Paisley cantava un giorno, dal “fu stereo di Liveta”, e da quello della nostra macchina. Marina mi ha detto che Liveta sentiva quella roba. Lei l’ha importata all’androne. E a me, così, sembra che lei sia ancora qui.
Non so come rispondere a Luce, perdo tempo guardandomi le pellicine e lucidandomi le unghie con la saliva.
“Angela, devi essere più convinta quando la racconti a qualcuno. Ricordati di credere tu per prima alle tue bugie.”
“D’accordo.”
–Nemmeno io conosco Valjet, penso. Nulla che assomigli a lei e al suo nome esiste nella mia vita.
Se lo dico bene, diventa vero.
La voce di Brad Paisley insiste.
Mi sembra che faccia promesse invece che minacce.
Continuo a sentire la parola “mai”, con lo stesso orecchio di un poveraccio che passerà la vita a scavare carbone dal fondo della tua stessa tomba, mentre il sole sorge verso le dieci del mattino e tramonta verso le tre del pomeriggio.
La stanza è la stessa, ma per un attimo non è più casa mia.
Ho dentro un senso di male universale: non importa dove sei, la miniera o il marciapiede ti mangerà comunque.
Leggo il nome sul display, mia suocera sta chiamando per la seconda volta.
Mi ero scordata che voleva pranzare con me, da sola, dal giorno che abbiamo guadagnato poco la mattina e sono rimasta a casa loro fino a sera.
Tocco Valjet.
“Rispondo?”
Anche se c’è lei, non potrà darci fastidio come mia madre.
“Sì.”
“E se poi viene qui?”
“Sono un’artista della bugia. E poi tua suocera che ne sa di chi o cosa sono e che cazzo di lavoro faccio?”
È eccitante come raccontare bugie alla mamma per fare filone a scuola. Tra poco anche Francesco non riuscirà più a farmi sentire male in questa posizione infelice.
Quando sento la voce di Luce, il mio riflesso nello specchio diventa irreale, quasi un teschio che sorride al posto del mio volto.
Luce dice che alla Conad ha visto uno di quei polli arrostiti, lo sa che mi piacciono tanto, e ha comprato anche una rosa rampicante.
Dico che non doveva spendere tanto e riattacco.
“Sta venendo qui. E tu sei la mia amica Giulietta.”
Decidere chi è mi piace più del dovuto.
“Ma io avevo scelto Valeria.”
“Giulietta me l’ha suggerito la rima con Violetta... I tuoi capelli.”
Le sta meglio così. Certi nomi sono vestiti perfetti.
Lei raccoglie i capelli come in una coda e il suo sorriso mi sembra troppo intimo per essere innocente.
Io mi avvicino all’armadio.
“Ti vesto come per un pranzo di famiglia programmato.”
Vestirla o metterle le mani addosso, forse è davvero la stessa cosa. Meglio non pensarci troppo.
Lei sghignazza.
“Tua suocera non ricorda i tuoi vestiti?”
“Mica tutti. Sai quanta roba ho con ancora il cartellino?”
Sto scegliendo quanto di lei coprire e quanto lasciare in pericolo.
Ora Valjet è Giulietta. Trovo solo modi diversi di guardarla. Pare un avvocato molto sexy con quella canottiera nera e il cardigan blu notte che le ho allacciato. È diventata più alta sulle mie scarpe.
Ma appena mi ci cadono gli occhi, la mia faccia nello specchio dice che potrei anche regalargliele per andare a lavorare. Sono di un materiale che si lava facilmente e di un colore scuro su cui lo sporco non si vede.
Lei si gira e si guarda nello specchio. Non fosse per quei capelli, senza trucco sta molto meglio.
Il cuore è una trappola, mi scatta nel petto. Afferro l’orlo del cardigan che le ho messo:
“Be’, alla fine non mi hai detto che avevi venerdì. Sabato stavi per dirmelo al telefono.”
Lei si siede sul mio letto.
“Al telefono non era il caso e... Non te l’abbiamo detto per non terrorizzarti, almeno non subito. Ma poi ho visto che hai cercato di fare Santa Angela... che volevi parlare a lui di Lori.”
Il silenzio urla più forte di Lori e il viso di Valjet si è fatto bianco.
“Io l’ho vista. La vedo anche adesso.”
“Ma cosa?”
“Monica. Ti ricordi la bionda che ha lanciato il tovagliolo, quando siamo andate a ripulire la villa? Le hai portato la bistecca a pranzo.”
“Sì.”
“Stava sanguinando, moltissimo... Stava seduta. Dasho e Max erano ai lati. Ho visto Redian che apriva un astuccio nero con lo stesso gesto con cui Monica apriva la sua borsetta e ha tirato fuori la pistola.”
Mi viene da pensare che c’è sempre qualcosa di troppo elegante nei gesti sbagliati.
Era davanti a lei, con un braccio teso e la pistola in mano. E lei, a un tratto, ha alzato una mano e ha avvolto le dita attorno a quelle di Redian. Come se cercasse qualcosa dentro la sua mano o sotto, dove le sue dita non arrivavano bene.
Non so se ci sia stato qualche rumore. Non mi pare di aver sentito qualcosa. Ma forse ero troppo impegnata a guardare per sentire.”
–Guardare era più facile che respirare. Penso.
Un secondo dopo, oltre le mani, ho visto il suo viso: era pallido e una striscia di sangue si allungava all’infinito. Le dita di Redian hanno smesso di stringere e la pistola è scivolata a terra. E ho sentito Dasho che diceva: “Be’, ora l’hai aiutata a tornare a casa...”
“Per questo sei scappata via stamattina appena l’hai visto?”
Valjet alza e abbassa la testa due volte.
“Sì. Non so se sa che ho visto. Il sangue l’avevano tolto loro, poi Max mi ha detto di fare su un secchio d’acqua e candeggina e lavare la stanza.”
Sento Marina, quello che diceva a Lori stamattina.
Adesso questa è anche la mia vita.
Le sue occhiaie risaltano sul viso diafano.
Arriva Luce. Per Valjet è facilissimo risultare naturale. Anzi, non parla proprio. Io continuo a raccontarmi che la paura che sento sia solo perché Luce potrebbe capire che lavoro fa.
Mia suocera ipotizza:
“Tuo babbo è un avvocato, vero amore?”
Dico: “Proprio così.”
Scrivo un messaggio:
–Lei chiama amore tutti.
Valjet lo legge sotto il tavolo, risponde:
–Sì, lo facciamo anche noi coi clienti. Per non sbagliarci coi nomi.
Luce parla da sola:
“Dove vi siete conosciute?”
“Al corso di balli latini,” dico.
E veramente non ci vado da una vita.
Valjet scioglie i capelli, s’infila l’elastico al polso per non perderlo.
“Angela è tornata quella settimana che Matteo era a Roma. Si sentiva sola in casa.”
Mia suocera mi sorride, piega la testa.
“Hai fatto bene.”
Tenta solo un’altra piccola indagine su Valjet.
“Ma tu sei forestiera di sicuro.”
“Sì, i miei sono macedoni.”
“Ah, dove lavora il tuo papà?”
Ho un’esplosione dentro. Parlo io: “Ha uno studio a Skopje, lei è qui per studiare. Ti alzi tu per il caffè? Ormai sai dove sta tutto.”
Valjet risponde:
“Certo. E dovrò ricambiare tutti i tuoi gentili inviti, prima o poi. Devi assolutamente venire a casa mia.”
Le scrivo sotto il tavolo:
–Apri l’anta sinistra della credenza, nel barattolo rosso c’è il decaffeinato, il resto lo trovi. Mi raccomando, attenzione. Questa povera donna soffre di cuore.
Valjet risponde col pollice alzato.
Marina parla di nuovo nella mia testa:
–Non lascerai questa casa da viva.
Ogni volta che Luce guarda nella mia direzione, mi tormento la guancia con la punta dell’unghia, sempre nello stesso punto finché la pelle non comincia a bruciare
Valjet torna con le tazzine. Lo sguardo mi cade sulla foto del mio matrimonio appesa in soggiorno.
Io amo quella foto.
Amo Luce.
Amo Matteo.
E non mi salva.
Questa è la mia vita, ma non mi tiene.
Noi non stiamo pranzando con un’amica di famiglia, ma amo anche questa ragazza che mi sta toccando le dita, chiedendo:
“Quanto zucchero?”
Il sole fa una piroetta sul bordo dorato della tazzina e all’improvviso sento un colpo di fulmine anche per la ragazza bionda che quel giorno alla villa mi ha toccato le dita e mi ha chiesto: “Come ti chiami?”
Avrei dovuto rispondere: Marchesa De Zoccolis, nata a RoccadeVigliacchi.
Mi si bagnano gli occhi.
Valjet dice:
“Angela? Quanto zucchero.”
“Due.”
Penso:
–Scusa, mamma. Non so dove sono finita.
E per mamma adesso intendo quella che ho a fianco: Luce, che ha finito di bere e si liscia la gonna come se cercasse una briciola.
Si alza, dice che è ora di andare. Sta uscendo.
Prima che sia fuori, la avviso: “Domani ti vengo a prendere e ti accompagno dal cardiologo.”
Apre la sua borsa microscopica in cerca di qualcosa. “Se te l’ha ordinato Matteo, digli che ti lasci in pace. Ti fa stare sempre sola. A me non serve la badante, ancora.”
“Ma io lo faccio con piacere.”
Non bada a me. Le cade una boccetta di vetro, il tappo rotola via liberando un profumo intenso di menta. Rimarrà sul tappeto del mio ingresso per un sacco di tempo.
Valjet annusa l’aria. “Che meraviglia!”
Luce la raccoglie, la chiude e gliela mette in mano. “Prendilo. Te lo regalo.”
Valjet legge la marca. “No, che non merito regali così, signora.”
“Lo meriti, prendilo.”
Sono quasi le quattro e dobbiamo andare da Fabiana, a pregarla di salvare quei capelli.
Alla fine, con i suoi intrugli, la maga Fabiana ha ridato a Valjet la forma umana. Possiamo tornare a casa. Abbiamo preso un mezzo pubblico ricoperto di graffiti. Gli scossoni della strada mi fanno venire sonno.
“Era da quando andavo a scuola che non prendevo l’autobus.”
Valjet si raddrizza.
“Stavi per piangere prima, a pranzo con tua suocera. Perché?”
Guardo gli altri passeggeri: è tutta gente normale.
“Perché amo Luce, ma l’ho tradita.”
Valjet sobbalza con gli scossoni dell’autobus.
“Se tanto la ami, perché la tradisci?”
Poggio la fronte contro il vetro vibrante del finestrino, tengo gli occhi incollati alla striscia d’asfalto che si srotola davanti a noi.
“La amo più di quanto forse ami Matteo.”
“Non hai risposto.”
“Ma amo anche te.”
“È cosa buona e giusta, Angela.”
Siamo arrivate. Valjet spinge il portone, che si apre cigolando.
Marina ci porta l’acqua fredda di frigo.
“Com’è andata?”
Valjet beve dalla bottiglia.
“C’era molto sole, in città si va a fuoco. Angela m’ha fatto passare per la figlia di un avvocato macedone.”
Marina appoggia il mento sulle dita incrociate.
“Bel sogno.”
Il sogno finisce appena mi avvicino al tavolo.
Lori è ancora lì, sul pavimento, legata.
Sento il citofono che squilla e Ditmir, mentre va ad aprire, si ferma un attimo davanti a lei.
“Ecco l’ospite. Attenta a quello che fai.”
Le palpebre di Lori si abbassano, dietro le ciglia brilla una luce nera.
Marina allunga il collo verso la porta:
“È arrivato il Bimbo.”
Io non la capisco, ma dalla gola del corridoio vedo arrivare un uomo che sembra un armadio a quattro ante. Trascina una lampada a piantana: il metallo della base stride sul pavimento. Tanti anellini gli forano le labbra. Quando schiaccia l’interruttore col piede, la luce alogena esplode: un bianco violento trasforma la cucina in un obitorio.
Questo deve essere Massimo, il tatuatore.
Le linee del profilo di Lori risaltano nel cono di luce. Il calore del faro le investe la pelle, evidenziando la cicatrice. Dasho la tira su e la spinge sul divano. Le tira giù una spallina e, con il palmo aperto, le colpisce il seno. Il suono è sordo, cavo: risuona come un tamburello su cui la pelle è stata tirata fino a diventare ultratesa. Sotto la luce radente della lampada vedo i sussulti sul petto di lei.
“Guarda qui.”
Il tatuatore si gira verso Dasho e srotola una prolunga lungo il pavimento.
“La cicatrice è invisibile. Non perdere tempo.”
Nadia porta uno sgabello pieghevole. Massimo ci sale sopra: sembra impossibile che quello scheletro di plastica lo regga senza finire in mille pezzi. La lampada proietta la sua ombra gigante contro il legno dei mobili: è nera e sembra stia per divorare Lori.
Le mette davanti un flashbook mentre dice:
“Sì. È abbastanza vecchia, si può coprire. Scegli cosa devo farci sopra.”
Lori tace.
Dasho la fissa.
“Spicciati, altrimenti scelgo io e poi ti abitui.”
Lori sputa tra i singhiozzi.
“Non voglio nessun tatuaggio. Niente di niente. Non sono roba vostra.”
Dasho taglia corto:
“Scegli tu, basta che sparisca quello sfregio.”
Quello posa uno stencil sulla pelle. Imprime la traccia e, dopo poco, tira fuori la macchinetta.
“Non si vedrà nulla se lo faccio Dynamic Black. E resta lì per sempre.”
Il telaio d’acciaio brilla. Monta l’ago sterile e il ronzio della bobina rimbalza contro le pareti: sembra il volo di un insetto metallico che stride nel silenzio del pomeriggio.
Dasho non sposta lo sguardo.
“Va bene.”
Massimo solleva una boccetta.
“Stamattina è passato Max da me. Abbiamo iniziato un lavoro infinito. Ma per fine mese gli copro tutta la schiena.”
Lori inizia a tremare sul divano.
Vedo il primo tratto di nero incidere il bordo della cicatrice. Una perla di sangue scuro emerge e scivola lungo l’anca, brilla sotto la luce.
È un nero che sembra petrolio.
Massimo le pulisce l’eccesso di inchiostro e sangue con lo Scottex imbevuto di qualcosa. Mi arriva un forte odore di erbe.
“Signorina, se ti muovi mentre lavoro su di te, rischio di fare un altro danno.”
Sento la carta che gratta sulla carne incisa.
“Questo divano è troppo basso, mi viene il mal di schiena.”
“Allora andiamo in camera.”
Il citofono rompe il silenzio un’altra volta, seguito dallo scatto della porta.
Entra Redian e Valjet si dilegua.
Dice:
“Nadia, eccomi qua.”
Ma cammina dritto verso Dasho e Massimo.
Nel vetro della finestra appare il riflesso di Nadia.
Non vedo la sua faccia, solo il gesto con cui saluta. Poggia sul tavolo una busta di plastica con un rumore morbido.
“Sono contenta che sei tornato. C’è da fare il coniglio.”
Redian le lancia un’occhiata sopra la spalla.
“Finisco di aiutare loro e te lo faccio.”
Dasho gli indica la lampada:
“Prendi tutto e andiamo in camera.”
Lori tenta di filarsela, ma in tre la pigliano per i fianchi e le caviglie. La sento urlare:
“Delinquenti!”
La sua ombra sparisce con loro nel profondo del corridoio.
Il telefono mi vibra in tasca. È Matteo.
Dice che ha recuperato tutto, che il mio consiglio è stato ottimo e che ormai, per comodità, resta a dormire a Genova. Torna domani.
“Sono contenta”, scrivo, deglutisco per liberare la gola dalla colpa. La colpa è nera, densa come quell’inchiostro.
Vorrei andarmene adesso. Mi alzo, ma ricompare Marina.
“Aspetta, devi ancora farmi da modella per lo smalto.”
Me n’ero dimenticata.
“Va bene, tanto mio marito non c’è.”
L’ultimo sole rosso luccica sugli strass che mi attacca al fucsia. Mi fa sentire davvero meglio.
Ho proprio unghie sgargianti adesso, da puttana.
Le chiedo:
“Irina dov’è?”
“Al lavoro, è andata oggi per dormire stanotte.”
“Per me è quasi ora di andare.”
Redian sta tornando insieme a Massimo.
“Aspetta Angela, perché anche tu scappi appena arrivo?”
Marina ha una faccia interrogativa. Fingo di non sapere di che parla.
“Dovrò tornare a casa. Sono qui da ieri alle nove.”
Lui si sta tirando su le maniche.
“Marina, se hai finito liberami il tavolo.”
Lei raccoglie tutto il suo materiale da estetista e se ne va.
Il coniglio è una massa lunga, di un rosa perlaceo. Lo afferra per le zampe posteriori: un movimento secco che fa schioccare le vertebre. Guardo il coltello da disosso come se fosse un’estensione delle sue dita tatuate. Non so perché guardo proprio lì. La lama è larga un dito. Le sue mani non tremano mai. I miei occhi restano incollati a quel coniglio.
Massimo ci ha raggiunti.
Il fiato mi esce solo a piccoli respiri corti, sono incapace di staccare gli occhi dalla lama. Redian sta di nuovo delirando sulle magie e i miracoli, mentre parlano di Lori che non ha dato tregua. I miei occhi corrono sulla sua mano che separa la carne della coscia e io non penso più all’animale. Penso a quanto è facile aprire qualcosa, se sai dove mettere le dita.
Ora metto a fuoco meglio: Massimo ha tanti anellini che gli forano il labbro inferiore e il naso. Tremano tutti insieme ogni volta che ride. È coperto dai disegni fino al collo.
La lama entra nella carne. La guardo cedere e penso a Monica: il coltello scorre contro le costole.
Per un istante non vedo più il coniglio, vedo Monica.
Un corpo aperto può assomigliare a qualsiasi altro.
Lui non guarda nemmeno quello che fa. Sento il crack della cartilagine che cede.
Mi dice:
“Adesso quella non urlerà più. Sono sicuro che l’ha fatta contenta Massimo.”
Ho davanti agli occhi l’interno dell’animale, sento l’odore pungente. So che dovrei provare schifo, ma quello arriva dopo. Prima c’è qualcos’altro. La colpa arriva un secondo più tardi, quando capisco che il problema non è lui. È che io sono ancora seduta qui.
Il gigante tatuato ride.
“Modestamente...”
I polpastrelli mi formicolano. La pelle delle mie braccia si fa d’oca mentre davanti a me il corpo viene smontato fibra dopo fibra.
Redian affonda la punta del coltello nell’incavo del bacino, ruota il polso con uno scatto violento e la coscia allungata viene via, lasciando l’osso bianco e lucido come un dente.
“Dacci il vino, Angela, io ho le mani sporche.”
Lo cerco dentro la credenza di Nadia. L’odore di carne fredda mi sale più in profondità nelle narici. Sento il mio cuore battere contro le costole, il ritmo è irregolare.
Uno, due, tre...
Vorrei essere molto lontana da questa cucina.
Lui sorride e, mentre solleva il dorso per staccarlo dalla carcassa, vedo il guizzo dei tendini sui suoi avambracci.
Verso il vino in due bicchieri, li lascio davanti a loro. La mia faccia, nel riflesso rosso cupo, sta in silenzio.
D’istinto dico:
“Sei un macellaio.”
– Ma perché non mi sono trattenuta?
Redian taglia di netto un altro tendine.
“Lo so. A Nadia... le piace che lo faccio io perché dopo lascio tutto pulito. Sempre.”
Mi torna addosso come un riflesso il pensiero del modo in cui lei si è tolta gli orecchini stamattina.
Respiro insieme a lui.
Quando tira, trattengo.
Quando affonda, espiro.
“Squartare gli animali è come fare la puttana. All’inizio ti fa schifo, ma poi diventa droga. Diventa magia.”
Lui ride e gli anellini di Massimo non smettono mai di tintinnare. Nemmeno quando guarda dentro il cadavere e io mi sento sulla porta dell’inferno.
Affonda le dita nella cassa toracica, strappa via i piccoli polmoni.
“L’hai mai ammazzato tu, un coniglio?”
“No.”
“Mia madre, giù a casa, ne faceva fuori a decine. Li teneva per le orecchie e… zac. Si scuote, scalcia nel vuoto, il sangue schizza dappertutto. Col pollo è uguale, non muore subito. Continua a saltare, sbatte le ali, pure senza testa. Lo spirito se n’è andato, ma il corpo ancora non lo sa.”
Il mio stomaco è caduto. Sento il vuoto, ma guardo sul pavimento e non lo trovo.
Mi ha toccato il naso col bicchiere.
“È eccitante.”
Non capisco se dentro le ossa mi stanno entrando le sue parole deliranti o l’umidità di questo condominio.
“Con una persona è uguale.”
Monica mi attraversa la testa così in fretta che quasi l’ho vista camminare.
“Se le spari, non cade subito. Fa qualche passo, come il coniglio. Per quello devi tenerla seduta, o immobile in qualche modo, sennò ti sporca tutto il pavimento.”
Nel vetro della credenza la mia faccia è di un bianco candeggina che quasi ne sento l’odore.
“Voglio che mi guardi.”
Giro la testa di nuovo, dalla credenza verso di lui, e si mettono a ridere di nuovo. Non so di cosa.
“Vedi che scherzo.”
Vorrei credergli. E andare a farmi una doccia con la candeggina. Forse farebbe svanire quest’odore dolce di carne morta.
“Sai come lo so? Me l’ha detto Spira Gaetano. Siamo stati insieme a San Vittore. È lì che ho imparato a disossare. In galera finisci a fare il casalingo.”
Si volta verso Massimo.
“C’era pure lui. Non ti preoccupare, che l’ha trattata benissimo Lori. È un bimbo, lo sanno tutti.”
Il gigante finalmente parla.
“L’ho trattata benissimo, sì. E mi ha fatto sudare come un porco. Ti farà crepare.”
“Ma a me più resiste e più mi fa godere. Solo che ancora non lo sa.”
Guardo prima uno, poi l’altro.
Massimo trangugia il vino e il pomo d’Adamo gli sussulta a ogni sorso.
“Mi ha fatto sudare per farle il disegno. Che stavi pensando?”
Redian smette di stringere le dita e il coltello scivola a terra.
“Angela pensa sempre a quello.”
Vado a fuoco.
“Me lo raccogli, per favore? Se sporco il manico mi tocca lavarlo.”
Mi piego in avanti, lo sollevo da terra, la lama che brilla di grasso, più degli strass sulle unghie fucsia che mi ha fatto Marina. La tengo tra due dita per passarglielo dalla parte del manico.
“Lo sai chi altro c’era con noi a San Vittore?”
“E come faccio a saperlo?”
“Max.”
Si pulisce le mani insanguinate su uno straccio.
“Max è arrivato lo stesso giorno di Gaetano. C’era il Prepotente che comandava il raggio e ha detto a Gaetano: tu, da oggi, ogni mattina mi compri le sigarette, come fanno tutti quanti. E Gaetano l’ha fatto, ogni giorno, per anni. Noi siamo usciti e lui ha continuato a stare lì a comprare le sigarette al Prepotente. Quando è uscito, se n’è andato salutandolo. Un mese dopo è uscito il Prepotente, allora l’ha aspettato sotto casa, gli ha staccato il fegato e se l’è mangiato. Per questo dalle parti di Mimì gli dicono Santo. Anche se il martirio l’ha subito il Prepotente.”
–Non può essere vero. Ma questo pensiero non mi rassicura.
Sta cercando qualche altra viscera dentro quello che resta del coniglio. Sento qualcosa cedere anche dentro di me, nello stesso punto in cui lui affonda le dita.
“Ma perché mi dici queste cose?”
Appena lo dico, mi sento una cretina.
Massimo fa scoppiare un pacchetto di patatine.
“Per farti capire che se ti vuoi tenere il diavolo, devi volere bene pure al macellaio.”
Redian allarga il taglio nel punto in cui non è arrivato.
“È inutile che mi guardi così. Chi pensi che me li dia questi incarichi? Il ministro degli esteri?”
Mi gratto la guancia.
“Nadia.”
Redian infila di nuovo due dita nella carcassa.
“Proprio lei, sì...”
Finalmente tira fuori il cuore. È una piccola gemma scura, umida. Me lo accosta al viso.
“Te lo regalo, non ti sembra un rubino?”
Che strana offerta: un cuore che sembra una confidenza.
Me lo appoggia alla guancia.
“È stato Gaetano che ha fatto venire a Max la mania di mangiare carne cruda. Gli diceva: così diventi ’o lupo.”
Il cuore del coniglio stretto nelle sue mani è diventato caldo, più caldo della mia pelle.
Mi alzo. La sedia stride contro il pavimento.
“Per me è tardi.”
Massimo occupa tutto lo spazio verso la porta.
Chiedo:
“Permesso...”
“Ma bevi pure tu un bicchiere, poi scendi con Massimo.”
Accetto il bicchiere dalle mani di Redian. Il vetro è ancora caldo, come il sangue di... del coniglio.
Appena bevo capisco che andarmene sarebbe stato più facile un sorso fa.
Massimo si alza.
Nadia entra in cucina.
Redian sta lucidando il tavolo.
“Ho fatto tutto quello che hai ordinato, e ho anche pulito, signora.”
Nadia si prende la carne.
“Sei un bravo macellaio.”
Faccio per uscire, ma lui mi parla ancora:
“Angela. A Valjet… dille che lo so che mi ha visto. Non c’è niente da nascondere.”
Faccio sì sì con la testa.
“Finché usate la bocca solo per quello che dovete, non c’è niente da preoccuparsi.”
Forse vuole sapere se io so.
“Ma non so di che parli.”
Il suo dito mi raccoglie il sangue dallo zigomo.
Per un attimo penso che sappia esattamente dove toccare per non farmi muovere. E infatti non mi muovo.
Nemmeno mi ero accorta di essere ancora sporca. È un odore che resta addosso come una firma.
La saliva non va giù. La mia gola è carta vetrata.
Mi prende il viso con una mano sola, inclina la mia guancia verso la luce.
“Sto guardando se sei ancora sporca.”
Ha gli occhi di mia madre, quando legge il cancro nel sangue.
Mi allontano. Lui mi lascia.
“E comunque non era quella l’idea.”
Ho un meschino palpito di vita e allora dico:
“Ma non eri tu che la scorsa settimana hai detto: chi ti ama farebbe di tutto? Non è utile, per farsi amare... spaventare o ammazzare la gente...”
“Non è questione di spaventare o ammazzare.”
Altro vino scende nel bicchiere.
“È questione di controllo. È come con i figli: nessuno vuole spaventarli o ammazzarli. Vuole solo farli ragionare.”
Svuota il bicchiere.
“Non importa quanto ami qualcuno. Devi ottenere quello che vuoi.”
E siccome il mio sistema nervoso non risponde più come dovrebbe, parlo ancora:
“Non è che ci dai un po’ troppo dentro col vino?”
Non mi risponde.
Di là non sento più niente.
Mi chiedo se Lori sia ancora viva. Guardo verso la sua porta.
Anche Redian guarda là.
“Se fosse per me la farei sparire con la magia.”
“Hai sempre la soluzione.”
“Questa è la mia soluzione, e funziona. Ma io non sono realmente me. Il segreto è essere professionisti: se perdi il controllo, lo fai gratis. O forse voi, quando finite di lavorare, avete ancora voglia di scopare?”
Stringo le gambe come se qualcuno potesse vedere dentro. Solo quando mi muovo capisco che non erano rilassate.
Il pensiero peggiore non è quello che potrebbero farmi qui.
È quello che il mio corpo, nonostante tutto, non ha ancora smesso di fare.
“Se non ho già ucciso quella bestia urlante cento volte, è solo perché per farlo dovrei perdere il controllo.”
Di quella ragazza che si chiamava Monica, ricordo che aveva gli occhi verde menta.
Mi mette un altro bicchiere in mano.
“Salute. Bisogna trovare la tranquillità.”
I nostri bicchieri si toccano.
Scendo le scale dietro a Massimo. Parla senza girarsi:
“Non devi credere a niente di quello che dice. Quello ti prende in giro. C’ha la fissa della magia. Ogni tanto penso che sia posseduto.”
Già, anche io ogni tanto mi sento come se fossi posseduta.
Non vedo la mia faccia, ma mi parla dal fondo del petto:
– E non stai cercando nessuno che possa farti un esorcismo per davvero.
Se non cerco nessuno è anche perché credo a quello che ha detto Redian, anche se è assurdo aspettarsi un alto livello di sincerità in un posto come questo.
“E comunque non devi credere a niente. Devi fare sempre finta che quello che c’è in realtà non c’è. Questa è la magia.”
Dico:
“Ma uno non deve credere a quello che vede o a quello che sente?”
“A niente, perché tanto tu non lo sai quale lato è reale. Nemmeno io lo so di te. Devi fare finta che quello che vuoi tu è vero.”
Più che un consiglio sembra qualcosa che ha già fatto a qualcuno.
È la prima cosa vera che imparo da quando sono qui.
“Sì, come dice Valjet. Devo imparare a dire meglio le bugie.”
“Brava. Come fanno gli altri.”
Siamo arrivati in fondo alle scale.
L’androne è tutto buio e il portone è chiuso. Allungo il braccio per aprire, ma Massimo copre la serratura con la sua mano prima di me. Le mie dita si fermano a un centimetro dal dorso della sua pelle tatuata.
“Hai già chiamato il taxi?”
“Non ancora.”
“Allora fermati con me. Fammi divertire.”
Alzo lo sguardo verso le sue spalle. Non potrei filarmela.
“Ma dove?”
“Al bar. Andiamo a trovare Luciano.”
Non collego.
“Luciano?”
“Sì, lo spione. Può succedere qualsiasi cosa a una puttana. Se qualcuno ti mette in una posizione scomoda, tu quanto resisti?”
Sembra stia parlando di un interrogatorio, ma sembra più interessato a sapere quanto ci metterei a cedere con le gambe aperte.
Sorride con tutti gli anelli di ferro.
“Sono sicuro che appena entriamo ti dice qualche cosa quel lombrico. Voglio vedere quanto la tieni, la versione che decidi di sostenere.”
Capisco solo che non si riferisce al bar.
“Che pensavi, che mi volessi fare una sveltina?”
Faccio sì sì con la testa.
“Ce l’hai già chi ti scopa. Io voglio vedere se sotto il trucco c’è ancora la signora.”
– Già. Forse io confondo sempre una prova con una voglia.
“Se vuoi, si può fare anche quello. Ma io non obbligo nessuno.”
Alzo gli occhi verso il cielo appena lui apre. Mi pare di essere un coniglio che esce perché qualcuno ha aperto la gabbia.
Mi sta spingendo verso il barretto:
“Fai come dice Valjet. Se sei in un guaio e non sai come uscirne, va bene anche fare cose senza senso. Provochi un’esplosione. Una voragine. Un terremoto. Sono tutte vie d’uscita.”
Sembra uno che ti spiega come muoverti sopra qualcuno senza farti buttare giù.
Alzo il mento verso la grande finestra.
Dasho è lì. Ci sta osservando.
Guardo questo misero, vuoto, triste, brutto bar dove tutto è cominciato.
Lui entra prima di me.
Lo seguo. Tra essere spinta e dimostrare che entro da sola, adesso preferisco la seconda.
Si gira ancora una volta:
“E quando ogni bugia rischia di sembrare troppo artefatta, bisogna dire la verità. La verità certe volte è talmente assurda che chi ti sta davanti rimane muto. O ride per non crederti.”
Sembra la voce-guida degli esercizi che mi dava lo psicologo dell’università, tanti anni fa.
Mi si stampa subito nel cervello, allontana la paura. E poi voglio proprio guardare in faccia quel barista spione.
Il bar è vuoto e, se ho capito bene, quello dietro il bancone è Luciano.
“Ciao, Massimo.”
Massimo fa ciao, ciao come Nadia. Ma la sua non è una manina.
“Hai visto che compagnia porto? Una gran signora.”
Si è installato al tavolinetto al quale mi mettevo io, in quella settimana pazza.
Il barista mi dice:
“Bentornata, signora. Solito?”
Parla di quel cappuccino e cornetto che venivo a prendere. I suoi occhi mi strisciano addosso.
“Io non sono mai stata in questo bar.”
Massimo dice:
“A me il solito.”
Luciano viene con un calice di vino e patatine.
Il barista sorride. Il mento gli raddoppia.
“Mai?”
“Mai e poi mai.”
Mi mostra la mano che conta.
“È stata qui cinque giorni di fila in una settimana. Non lo ricorda più?”
Penso: hai tenuto il conto delle tue possibilità o delle mie colazioni alle tre del pomeriggio?
Il pomeriggio ha già quella luce da fine giornata. Mi vedo nel riflesso. Non serve più Angela del vetro.
“Santa Angela è stata qui? Io mai.”
“Lei è stata qui, signora”, insiste.
“Mai stata qui prima di oggi.”
Rinuncia.
Abbassa gli occhi e torna ad asciugare le sue tazzine zozze, appena uscite dalla sua lavastoviglie più zozza.
“Se lo dice lei, signora.”
Dopo un po’ rialza la testa.
“Solito cappuccino e brioche?”
È furbo!
“Vino pure a me. Non mangio brioche a quest’ora.”
Lui ridacchia.
Mi porta lo stesso vino qui, allo stesso tavolino dove Ditmir venne a prelevarmi.
“Non dovrebbe avercela così tanto con me, signora.”
Sento il collo tirare mentre sollevo il mento.
Lo guardo dritto.
“Se non fosse stato per me, nessuno si sarebbe accorto di lei.”
“Passo inosservata?”
Quasi quasi gli lancio il vino.
“E non sarebbero mai scesi.”
Mi faccio i fatti miei.
“Con questo non sto dicendo che lei non sia attraente. Ma dovrebbe ringraziarmi di averle fatto da messaggero.”
Sentilo. Che pirla.
“Lei mi confonde con qualcun’altra.”
Addento queste patatine mosce.
“Lei non dovrebbe bere i suoi liquori.”
“Niente affatto. Lei era seduta proprio lì, dov’è ora.”
Si scalda lo spione.
Alla luce del tramonto è rosa come un salmone.
“Qua intorno parlano tutti di lei. È diventata una leggenda.”
“Balle.” Bevo l’ultimo sorso.
“Mi chiedono tutti chi è quell’italiana tutta strana che si trasferisce part-time in quel condominio tutti i giorni, weekend esclusi.”
Metto il naso dentro il bicchiere, inspirando l'odore aspro del vino scadente. Ha ragione Valjet: qua bevono roba che l’uva l’ha vista da lontano.
“Io sono una signora. Se lei o qualcun altro insinua qualcosa, e ne parla perfino in giro, mi difenderò nelle sedi opportune.”
Massimo si trattiene, ma tutti i suoi anellini tremano impazziti mentre cerca di non ridere.
“Che cosa? Io non volevo offendere nessuno... ma lei...”
“Ma io?”
“Lei è una prostituta. Viene a lavorare in quell’androne.”
Penso alla finestra sopra di noi. Sarebbe facile rispondere: e allora?
Ma secondo me Dasho giurerebbe il contrario.
“Quando mai?”
“E che è venuta a fare oggi?”
“A trovare un amico di mio marito.”
“Un amico con la fedina penale nera?”
“Cose normali per un avvocato.”
Il riso di Luciano prosegue basso.
“Che nome ha questo amico?”
Le sopracciglia di Massimo si sollevano fino all’attaccatura dei capelli.
“Lo direi a te, spione?”
“Immaginavo, lei è una prostituta.”
“Ho mai... come dire, fatto del sesso con lei?”
“Io le ho salvato la vita. Il mio avviso, mi creda, le ha salvato la vita quel giorno.”
“Ma mi risponda. Io e lei abbiamo avuto rapporti sessuali?”
Per un secondo perfino Massimo smette di sorridere.
“Lei lavora lì dentro, punto.”
Metto una mano in tasca ed estraggo il telefono.
“Ripeta.”
Il suo doppio mento è diventato triplo.
“Lei è fuori di testa... come dicono.”
“Sto registrando. Chiederò i danni per l’ingiuria e la diffamazione.”
“Lei mi denuncia?”
“Lei lo può dimostrare quello che dice? Io sono la moglie di un avvocato che non ha bisogno di difensori.”
Le parole mi scivolano fuori dalle labbra senza che io ci pensi.
“E se il castello vi crollerà addosso, suo marito la difenderà o difenderà sé stesso?”
Per un attimo alzo il naso al soffitto. Non so cosa farebbe Matteo.
“Non ho bisogno di lui. Io ci so stare in tribunale, anche da sola. La denuncerò perché lei fa il palo per soggetti di spiccata pericolosità sociale. Forse mio marito non difenderebbe me, ma è certo non ci sarà nessuno che si sporcherà le mani per lei.”
“Non volevo offendere nessuno.”
“Lei parlerà ancora in giro di me?”
“No.”
Gli butto davanti venti centesimi di mancia. Il cerchietto dorato brilla in mezzo alla polvere del suo bancone.
Tanto è la paga netta di un servo.
“Addio, pirla.”
Massimo ha pagato per tutti e due alla fine.
“Mi sono divertito.”
“A farmi fare il teatro?”
“Volevo vedere se quando ti buttano a terra mordi o piangi.”
La strada è vuota.
“Bene che non gli hai fatto nessun nome.”
Fa troppo caldo, ma mi mette un braccio intorno alle spalle lo stesso. I nostri nasi si toccano quasi.
“Perché?”
“Come perché? Metti caso che tu gli avessi risposto: sono amica di Redian. Poi lui lo dice a un altro. Se passa da qui qualcuno che ce l’ha con Redian, ti spara in mezzo alla strada perché pensa che stai vicina a lui. O il contrario: qualcuno fa male a lui perché ce l’ha con te. Ricordati: in pubblico non si dicono mai i nomi.”
L’aria è calda, ma il mio corpo rimane freddo.
“Te lo chiamo io il taxi.”
La grande finestra sopra di noi è vuota.
Vuota oppure no, ormai il problema non è più se mi guarda.
È che continuo a comportarmi come se potesse farlo da un momento all’altro.
Ecco il taxi. Si sentono solo le ruote sulla stradina.
“Torna a casa tua.”
Massimo aspetta un attimo prima di chiudere la portiera.
“Trova la tranquillità. Dillo pure a Valjet, non ti scordare.”
La portiera si chiude.
***
Idra si sta togliendo il Tapage Nocturne di ieri sera.
“Quando sono tornata a casa quella sera ho ricevuto un altro messaggio da Francesco, ma non l’ho letto. Ero sfinita e ho trovato la tranquillità subito. L’ultimo pensiero prima di dormire è stato:
– Se potessi liberarmi di quel parassita la mia felicità sarebbe completa.”
Scrivo sul solito taccuino:
Certo, per trovare la tranquillità bisognava riuscire a raccontare e raccontarsi tante favole. Essere capace di ridere della coppia felice che io e Matteo eravamo ancora a luglio, e che avrebbe potuto finire sul titolo di un tabloid. Bisognava sforzarsi di aiutare un’altra ragazza a non fare figli e pure convincersi che la Morte Rossa aiutava la gente a tornare a casa.
E basta.
No.
C’era pure da dare un nome santo alla signora che Irina credeva di vedere sorgere dall’acqua della vasca, quando fumava troppo. La chiamavano Vergine Maria.
Non servivano risposte. Solo formule ripetute abbastanza a lungo da superare la speranza. A casa del diavolo la speranza è solo una dipendenza terribile. E poi il modo migliore per buttare via la vita è passarla a nutrire speranze. Meglio distrarsi coi dettagli e dare fiducia ai demoni, almeno non portano la maschera.
Lo psicologo dell’università avrebbe qualcosa da ridire.
Elena indica il taccuino con un’unghia decorata da perline, il chiarore che riflettono interrompe il giro ossessivo dei miei pensieri.
“Stai scrivendo proprio tutto?”
“Sì.”
“È meglio se alla fine lo metti al rogo quello.”
Idra mescola il latte e i cereali in una ciotola così larga che mi sembra un calderone.
La porta si apre. La doccia getta acqua a tutta forza.
Lei ha un asciugamano azzurro avvolto in vita e sta parlando al telefono. A meno che non mi sbagli, la voce di donna che sento dal telefono è quella di Luvis, la moglie cubana del mio datore di lavoro.
Idra riattacca.
Mi si irrigidisce il collo.
Mentre va a vestirsi, mi chiede: “Che c’è?”
“Mi domandavo se si stesse lamentando di me.”
Idra si scrolla l’acqua dai capelli. “Non ha niente a che fare con te.”
Entra in un abito di tagli termosaldati senza una singola cucitura a interrompere la tensione della carne. Davanti ti inchioda sul décolleté, dietro si apre in un vuoto attraversato da un gioiello che scende lungo la schiena come un invito al disastro.
Dico: “Che bel vestito.”
Lei mi strizza l’occhio. “Stasera sono la Huldra. Non è un travestimento.”
“Non so cosa sia.”
Lei si stende sul divano. “La Huldra è la strega col buco sulla schiena.”
È presto per uscire.
“È un’illusione ottica che ti frega sempre. È bellissima davanti, ma se le giri intorno scopri che la sua schiena è vuota, come un tronco d’albero marcio. La gente cade se cerca di abbracciarla.”
Chissà perché mi ricorda tanta gente che ho conosciuto.
Idra sta succhiando una ciliegia che aveva immerso nel Maraschino. “L’Huldra non è maschio, non è femmina. È un demone che non può darti entrambi i lati di sé.”
Starnutisce e sputa il gambo: “È una cosa che succede. Quando impari a svuotarti nel punto giusto, la gente entra da sola.”
Elena suona al campanello. Idra va ad aprire. Non mostra mai la schiena per intero o forse sono io che non riesco a guardarla fino in fondo. Idra s’informa in continuazione di magia, perciò le ho regalato un libro di antropologia che usavo all’università. Parla di sacrifici antichi e rituali dimenticati. Cose che gli esseri umani facevano per chiedere protezione, cedendo in cambio carne.
Lo sta leggendo ad alta voce da mezz’ora, intanto io cucino.
“Stasera non mi sento bene,” dice Elena, “metti via quel coso che parla di cannibali.”
“In realtà,” rispondo, “la carne consumata dopo le orge in onore di Bacco, Dioniso, era quella di una capra. Almeno al tempo che tratta il mio libro.”
Idra legge: “Carne cruda.”
La saliva mi diventa amara, lo stomaco si contrae. Strizzo gli occhi fino a vedere macchie scure.
Rivedo Max.
La catena di anelli alle sue dita e la luce bianca di quel pomeriggio. La carne rossa che sanguina sulla porcellana del piatto. Risento l’odore ferroso.
Idra legge per Elena e le sue parole si fanno immagini.
Cieli esotici rossissimi. Non il rubino domestico del tramonto cittadino, ma un cielo che sanguina luce.
Sotto quel cielo, uomini e donne sono intorno ai fuochi, vivono ancora come bestie.
Grida, morsi, carne cruda.
Divorare ed essere divorati.
Scomparire.
Diventare tutt’uno con l’altro.
Tutt’uno con Dio.
Apro gli occhi: la città fuori è grigia. Vedo solo palazzi e antenne, eppure mi sembra che anche qui, sotto la superficie, qualcosa si muova. Un animale invisibile.
Guardo in alto masticando: “Idra, non farmici pensare.”
Elena mi versa il vino. “Perché stiamo parlando con Angela? Porta qui libri tristi.”
Idra chiude il mio manuale. “Per assorbire il male.”
La sua frase cade come una pietra in un pozzo.
Elena beve. “E poi non è una brava cristiana.”
Sono d’accordo. “Infatti no, credo al dio del boccale, ormai.” Bevo anch’io.
Oltre i vetri, la città sembra una bestia addormentata, respira, inala smog invece dell’aria.
Ha le fogne al posto del cuore.
“Non avevo dormito bene quella notte, dopo che mi ero svegliata sognando di essere lapidata in Galilea, lo sapete? Francesco mi diede il tormento tutta la notte.”
Appena dico questo nome, l’umore di Elena migliora.
***
Stanotte, qualcosa dopo il sogno mi ha scossa dal cuscino un’altra volta: una vibrazione attutita dalla fodera. Il cellulare è accanto alla mia testa. Resto con le orecchie tese nel silenzio. L’aria condizionata fa fluttuare le tende e sudo, chissà perché penso ai fantasmi. Le cifre rosse della sveglia segnano le tre e quindici minuti. Prima che riesca a riaddormentarmi la vibrazione riprende. Non me l’ero sognata.
— Angela, sei sveglia? Immagino di sì. Se non stai lavorando, il tuo segreto ti morde la coscienza.
La gola mi brucia e non è perché a casa di Dasho ho ripreso il vizio di fumare.
Francesco! Penso: ma come ha osato scrivermi a quest’ora? E se Matteo, per caso, fosse stato sveglio e avesse letto?
Mi giro. Mio marito dorme e il suo respiro è regolare.
— Voglio portare il nostro rapporto a un livello superiore.
Scioccata, cerco di trovare una risposta.
L’icona di Whatsapp, verde come l’ira, dice che lui sta scrivendo.
— Ho guardato Loredana dormire stasera e ho pensato a te. Lei è prevedibile. Tu invece sei un abisso. Ho deciso: questa settimana non vi lascerò soli. Voglio portarvi in vacanza con noi. Immagina noi quattro in barca... Io e te siamo uniti ma lui non lo sa. Non è eccitante?
Penso: Uniti? Aveva ragione Jasmin a dire che il centro d’igiene mentale a Milano è un cesso.
— Matteo sarà così felice dell’invito. Mi ringrazierà con una stretta di mano mentre io, con l’altra, tengo il tuo guinzaglio.
Matteo si sta voltando verso di me, seguo il fruscio del lenzuolo che si porta dietro. Trattengo il fiato a metà, l’aria non va né su né giù, mentre sbarro gli occhi nel buio per spiare ogni millimetro del suo movimento.
— Rispondi, troia. So che leggi. Vedo il bagliore del tuo telefono da qui. Ti sto offrendo il paradiso, ma dovrai guadagnartelo un centimetro alla volta.
Per un attimo penso di rispondere davvero, giusto per vedere fino a dove arriva.
Il telefono lampeggia ancora.
“Sai cosa mi piace di più? Che tu non mi hai mai detto di no davvero.”
Sconnetto la rete con la modalità aereo e tento di dormire. Ma resto con le dita intrecciate sullo stomaco a fissare il soffitto fino alle sei.
Matteo nel sonno mi sfiora la schiena. Mi viene da pensare che anche io, dietro, non abbia niente. Solo che nessuno si è ancora preso la briga di guardare. E mi chiedo se si accorgerebbe del vuoto, se infilasse la mano un po’ più a fondo.
Lascio il letto, forse mi riprendo se faccio colazione. E mentre fumo davanti alla porta di casa per non dare fastidio a Matteo, che ancora sogna, mi guardo nello specchio del corridoio.
Mi viene in mente Max, le sue mani dentro i miei capelli, quando mi ha detto di guardarmi allo specchio.
Mi vedo come il contorno di un’ombra. Lo spettro del fantasma di ciò che sono stata. Non è che la versione attuale mi dispiaccia così tanto. Se dicessi il contrario, sarei come mia madre.
Controllo ancora il mio riflesso. Il taglio che mi ha fatto Liveta si sta sfaldando, le punte non tengono più forma. È come un vestito che perde la sua linea: non fa quello che deve. E poi devo togliermi dalla testa la sua presenza.
Matteo si alza e sono quasi le sette. So che prima di venire in cucina per fare colazione si farà la barba. Mi affaccio in bagno.
“Vado da Fabiana.”
Continuando a radersi, alza lo sguardo e lo sposta su di me attraverso lo specchio.
“Di domenica?”
“Ci vado da anni, mi fa senza appuntamento.”
“Va bene, a dopo.”
***
D’AVORIO LÈGERE
I caratteri argentati dell’insegna rilucono al sole della domenica mattina, così eleganti da darmi la sensazione di essere ancora padrona della mia vita.
Il salone profuma di shampoo e di caffè. Le dipendenti lavorano in un silenzio ordinato. In fondo, inchiodata a una poltrona alta come un trono di comando, c’è Fabiana. È di origine tedesca, ma ormai ha le ossa milanesi. Ha le mani sottili, i capelli sono raccolti con una precisione che è il suo manifesto. L’ordine è l’unica religione qui.
Si accosta a me.
“Buongiorno. Un caffè?”
“Sì, grazie.”
Prendo la tazzina dalle mani della ragazza che lo porta, è bollente e tanto amaro da farmi contrarre la lingua contro il palato. Lo registro nel database dei presagi. Se il buongiorno si vede dal mattino, oggi qualcuno finirà smontato.
Fabiana si siede accanto alla poltrona, senza invadere con il suo corpo snello.
“Come sta, signora? E suo marito?”
“Bene, Matteo lavora molto, ma sta bene.”
Sciolgo la paranoia in un sorriso e le parole scivolano, lubrificate dalla menzogna.
Penso che mi piacerebbe portare Valjet in questo tempio del capello. Fabiana riuscirebbe a ridarle un aspetto decente.
Fabiana inspira forte.
“Domenica della prossima settimana, inauguriamo un nuovo negozio. Può venire con suo marito.”
Mi piace l’idea. Un posto dove recitare la parte della moglie senza che nessuno guardi dietro la scenografia.
“Grazie. Verrò.”
Lei promette:
“Sarà una bella giornata.”
Mi pare che mi rassicuri su questo giorno iniziato così strano, con il sole che versa sulla città oro e ansia.
Mi accomodo. La ragazza alle mie spalle inizia l’esecuzione. Seguo con gli occhi il volo delle ciocche che si accumulano sul pavimento come scarti di produzione. Nello specchio vedo un viso stanco, ma con ancora abbastanza voltaggio da illuminare la mia anima. Voglio una forma. Voglio una cornice.
Ha finito. Mi raddrizzo sullo schienale della poltrona. Ora sì che ho i bordi affilati.
“Le sta bene,” dice Fabiana.
Se approva lei, è un timbro di garanzia.
“Grazie.”
Mi avvio verso casa forzando il passo, il selciato rimanda al mio corpo la vibrazione dei miei tacchi. Trovo Matteo davanti al computer, anche di domenica è prigioniero delle e-mail.
“Sono tornata.”
Smette di fissare lo schermo.
“Com’è andata, signora Angela?”
Mi piace quel signora. Mi piace il suo sorriso.
“Bene.” Indico la mia testa.
“Stai bene.”
Mentre lo dice, si pulisce le mani sui pantaloni, come se avesse toccato qualcosa di appiccicoso.
Chiude il portatile. Lo schermo sbatte.
“La domenica della prossima settimana, Fabiana ci invita a un’inaugurazione. Hai voglia?”
“Sì. Sono contento di vederti più serena.”
Sento gli angoli della bocca bloccarsi, mentre sforzo le palpebre a non battere sotto la pressione del suo sguardo. Parlo del salone, di Fabiana, del caffè amaro. Lui ascolta. Le parole escono dalle mie labbra con la stessa velocità dell’acqua che scorreva nei rubinetti della parrucchiera, per non sentire le urla di Lori che già mi stanno risuonando nel cranio.
Il rumore dell’aranciata versata nel bicchiere è un sibilo di bollicine che esplodono contro il vetro. Ne preparo uno per me e uno per Matteo.
Lui mi guarda come chi ha appena ricevuto una notizia che non sa dove riporre.
“Francesco mi ha chiamato.” Fuori passano le macchine, ascolto più volentieri quelle. “Vuole fare una settimana in Francia con Loredana. Ci ha invitati.”
Porto il posacenere. È un pezzo di vetro pesante, mi viene in mente che potrebbe spaccare un cranio se usato con la giusta angolazione.
“No.” La parola mi esce piatta.
Allungo la mano verso il nostro giradischi e calo la puntina sul vinile lasciando che le prime note di J’y suis jamais allé riempiano il vuoto.
“Posso avere Parigi nel mio salotto. E, se proprio dobbiamo, andiamo da soli: è un posto per i romantici, non per terzi incomodi come Francesco.”
Non dice nulla subito, ma sento l’attrito dei suoi pensieri.
“Sicuramente dopo non potrò fino a dicembre. Adesso ho qualche possibilità di prendermi dei giorni al lavoro.”
Ripeto:
“No.”
E la musica fa da sottofondo alla delusione di Matteo: “Non ci sono mai andato.”
Ci sediamo a pranzo. Il rumore delle forchette sulla ceramica è l’unico battito che scandisce il tempo in questa stanza troppo luminosa.
Matteo pulisce il bordo del piatto col pane.
“Amore, siccome mia sorella e suo marito domani devono ripartire per Bologna, martedì pomeriggio accompagni mia madre dal cardiologo?”
Il cibo si ferma mentre inghiotto. Devo mandare giù un lungo sorso di aranciata per mandare giù l’ansia che mette il dover chiedere un giorno libero a casa del diavolo.
Matteo scola la bottiglia.
“Ce la fa benissimo da sola, ma starei più tranquillo.”
“Va bene, la accompagno.”
“Grazie.”
Restiamo sul divano, con le tazzine vuote del caffè e il posacenere pieno delle sigarette spente sul tavolino basso. Il sole taglia la tavola. Il silenzio cambia consistenza e, per una volta, iniziamo a fare l’amore e io non piango. È un miracolo.
Gli apro la camicia, un bottone dopo l’altro. I pantaloni scivolano sul pavimento della cucina. Premo il petto contro il suo e lui sorride.
La bocca di Matteo scende fino al mio seno, si è arrampicata sul capezzolo. Le sue dita umide passano tra le grandi labbra, affondano nelle mie mucose. L’altra mano mi accarezza i capezzoli. Sento il calore della sua bocca farsi più intenso sulla punta del mio seno e, in quel momento, lui alza gli occhi verso i miei. Nel suo sguardo c’è una tenerezza che mi spezza il respiro. Credo che la mia serenità ora sia trasparente come la sua saliva.
Seguendo l’andirivieni del suo respiro mi muovo su di lui. Ogni volta che riprende fiato, torno a riempirmi di lui.
Mi accorgo che stiamo respirando insieme.
Quando si ferma, trattengo.
Quando affonda, lascio andare.
Il sole filtra dalle tende gialle, polveroso e caldo. Lui sa d’aranciata, sembra perfetto.
Io so già dove passare, come se il suo corpo mi avesse parlato prima. La verità è che ora conosco meglio i corpi, era da tanto che non lo facevamo così. Funziona tutto troppo bene. È come con la Huldra: l’illusione è l’unica parte che conta.
Un trillo frantuma l’immagine del momento perfetto. La pelle sudata di Matteo si stacca dalla mia, si ricompone in fretta e va a rispondere, lasciandomi con le gambe ancora aperte.
Vedo la sua sagoma allontanarsi verso il corridoio. La chiamata si allunga, non distinguo le sue parole. Aspetto un minuto, poi due. Il cuore inizia a battermi contro le costole, un tamburo accelerato che batte fino alla trachea.
Allora approfitto per andare nella camera degli ospiti. Prendo il telefono aziendale. Scrivo a Marina, ma la punta del pollice mi trema, cancello e riscrivo tre volte la stessa lettera, sono indecisa ma ho anche fretta.
— Per favore, puoi dire a Dasho che martedì mi serve il pomeriggio libero?
Resto a fissare lo schermo, col fiato sospeso, finché non vedo il segnale d’invio. Mi sento come se avessi appena innescato una bomba. Rimetto a posto il telefono proprio mentre sento i passi di Matteo che torna in cucina.
Sono ancora lì, con il respiro che deve tornare al suo posto, quando il citofono infrange il silenzio. Matteo si alza di nuovo, va al display del citofono.
“Sono Chiara e Andrea.” La sua voce è piena di fastidio. Si volta verso di me, scuotendo la testa.
“Ma si può andare a casa della gente a quest’ora senza neanche chiamare?”
Non ho avuto tempo di ribattere, lui si avvia ad aprire borbottando:
“Questi senza Dio.”
Scende le scale e già sento le voci. Non c’è mai pace.
Davanti alla porta della sala da pranzo vedo questa coppia di senza Dio che fino a un paio di mesi fa consideravo persone gradite.
“È tanto che non venivate a trovarci,” sta dicendo mio marito. Rimette su la caffettiera come una brava cameriera.
Chiara, la moglie di Andrea, mi urla:
“Vieni qui a vedere!”
Tiene una foto tra due unghie rosate col bordo bianco. Mi avvicino e guardo: è una bambina.
“È nata mia nipote.” È compiaciuta e l’oro dei capelli le illumina la faccia.
“È bella.”
Non mi va di dire altro. Mi allontano dicendo che vado in bagno, devo controllare il telefono aziendale.
Marina ha risposto:
— Dasho ha detto di sì per martedì, se vieni al lavoro stanotte.
Sospiro.
Scrivo ancora:
— Non c’è maniera di cambiare quel pomeriggio con una mattina?
Marina risponde:
— Angela, non farmi disturbare ancora che è nero con Lori. E io pure. Non la sopporto più sta’ stronza.
Scrivo:
— Povera ragazza...
— Povera un cazzo. Tu stanotte hai dormito, noi abbiamo lavorato e quella ci sta rendendo la vita un inferno coi suoi strilli.
— E lui non dice niente?
Marina sta scrivendo e scrivendo ancora. Alla fine mi appare un messaggio pieno di emoji esasperati.
– Ha detto solo: lei urla, tu lasciala urlare. Prima o poi finisce il fiato.
Certo. Il tempo farà il lavoro sporco, come con i bambini.
Marina, ancora: – Dai, cosa devo dire?
– Due secondi. Fammi trovare una scusa per mio marito.
Vado in cucina. Mio marito ha rifatto il caffè, Andrea mi guarda da sopra la tazzina, la tiene con il mignolo alzato. Mi fa ridere. Non lo temo: non ha l’audacia di Francesco. Anche perché, se Chiara scopre che va a puttane, lo lancia dal balcone e lo lascia in mutande. Perciò si limita a finirci tutti i frollini.
Chiara sta sventolando sotto il mio naso la foto della nipote neonata.
“E voi due? Quando darete questa gioia?”
La guardo peggio di quanto vorrei.
Matteo tira su un biscottino. Lo zucchero a velo gli nevica sul colletto.
“Siamo troppo impegnati.”
Andrea stringe le labbra. Di sicuro si sta chiedendo ancora se sono io Michela, la puttana.
“Io, per esempio, devo fare avanti e indietro da Genova in continuazione adesso,” continua Matteo.
Chiara si sporge in avanti.
“Come mai?”
Matteo beve quel che resta del suo caffè e si toglie lo zucchero dal collo.
“Un cliente si è fissato che devo seguirgli una causa. Era iniziata qui, ma la sede dell’azienda ce l’ha a Genova. Per cui si dovrebbe rivolgere a uno del foro di Genova.”
Andrea ridacchia:
“Così gli costano più le tue trasferte che i danni eventuali in tribunale.”
“Non ridete, sarà una corsa lunga, e forse andrà avanti fino alla mia pensione, di questo passo. Il giudice non ha fissato ancora la seconda udienza.”
Chiara si tira giù la gonna a coprirsi le cosce. Vedo com’è corta, intanto che incrocia le gambe e piazza un piede col tacco alto davanti all’altro.
Mi domando che ci va a fare Andrea a puttane, avendo una donna come questa.
“Si vede che si è innamorato di te,” dice Chiara.
Matteo parla agitando il cucchiaino:
“Sono attraente, lo so. Ma questo sta buttando un sacco di soldi inutilmente. Io comunque martedì mattina vado su e raccolgo gli atti in cancelleria, ma mi devo sempre appoggiare a un collega di Genova per seguire. Mica mi posso trasferire là.”
Andrea si raccomanda:
“Questo però non glielo devi dire.”
Chiara mi dà una gomitata:
“Li senti? Gli avvocati sono peggio delle puttane.”
Sposto la confezione di biscotti vuota:
“Hai ragione, ma guadagnano meglio.”
Andrea coglie subito la palla al balzo:
“Ma sicura?”
Matteo pensa che mi riferisca ai cinquanta euro che mi dava durante il nostro gioco. Lo sento. Mi guarda e si morde il labbro. Mi sta dicendo con gli occhi: attenta.
Cambio discorso, vado dove mi interessa:
“Devi proprio andare su? Sicuro?”
“Metà dei vecchi allegati non si vedono da remoto, mi tocca andare a spulciare l’archivio di persona.”
“Quindi, parti domani sera?”
“Domani mattina. Mi sistemo prima un paio di cose a studio.”
“Amore, ma se parti stanotte sarai in tribunale a Genova domattina alle otto e mezza. Il lunedì è fondamentale perché tutte le istanze inviate tra venerdì sera e domenica le cancellerie iniziano a smistarle lunedì mattina.”
“Sì, però ho due atti da inviare entro domani, sennò scadono i termini. Devo andare per forza a studio.”
“Ma lasciali a una segretaria. Se arrivi prima degli altri lunedì a Genova, riesci a farti vistare gli atti e a ritirare le copie conformi dei decreti ingiuntivi prima che il flusso della settimana blocchi tutto.”
Matteo ci sta riflettendo. Devo spingere.
“Se aspetti domani, tra il viaggio e la coda rischi di arrivare quando il tribunale è già un carnaio. Poi devi aspettare, rincorrere la cancelleria e basta un intoppo per trovarti a correre dietro alle notifiche urgenti.”
Matteo mastica piano, piano.
“Sì, hai ragione.” Guarda Chiara e Andrea. “Che moglie che c’ho, eh?”
“Poteva fare tutti i lavori, veramente,” dice Andrea.
Mi si allargano le narici mentre lo ascolto, tengo le dita intrecciate sulla tazza per non tradire il fastidio.
“Sono tutte cose che ho imparato da Matteo,” dico, “mio marito non va nemmeno al bar, e io vedo tutto quello che fa.”
Andrea si spazzola anche lo zucchero dal fondo della tazzina col cucchiaino.
“Per stare sempre a casa devi avere davvero la migliore delle mogli. O forse la peggiore.”
Chiara prende l’ultimo cioccolatino nella ciotola di vetro che ho sul tavolo.
Questi bifolchi.
Se una cosa buona l’ha fatta mia madre, è stato insegnarmi come si sta a casa degli altri.
Matteo salta in piedi.
“Non mi prendete per cafone, però adesso devo farmi la valigia e cercarmi il treno.”
Loro scendono e io corro a rispondere a Marina:
“Vengo stanotte.”
Dopo un po’, Matteo grida che ha trovato il treno delle 18.00 da Centrale e uscirà di casa tra mezz’ora.
Ficcando un ricambio in un trolley, mi strilla di mandare un messaggio ad Annamaria, la segretaria. Corre a farsi una doccia. Io vado per mandare il messaggio, non tocco mai il telefono di mio marito. L’ha registrata come “Anna Sì Subito”.
Mah.
Comunque quella risponde all’istante:
— Sì, subito dottore.
Sarà per quello.
Matteo si infila la giacca correndo.
“Ma perché c’è scritto Anna Sì Subito?”
Lui sghignazza.
“Perché a studio la chiamiamo la dottoressa Subito. Ti fa sempre: arrivo subito. Sono pronta subito. Subito, subito...”
Sarà...
Mi bacia e sparisce giù per le scale.
Sento il rumore metallico della serratura che scatta, il doppio giro che sigilla il mondo di fuori. Matteo è uscito. Il taxi lo sta portando verso Centrale, verso il treno per Genova, verso la sua vita di carte e tribunali.
Finalmente sola.
Un brivido elettrico mi attraversa la schiena. Sono libera. Libera di essere la troia di Dasho.
Basta non pensare a cosa resta quando mi giro.
Un altro messaggio di Marina:
— L’orario è le nove quando si lavora di notte, non ti scordare.
Sto volando sopra il mio stesso disastro, e il panorama da quassù è di un azzurro che acceca.
Rispondo:
— Non vedo l’ora.
Marina scrive:
— Dio t’aiuti. Tu hai perso la testa.
Dissolvenza con sfocatura.
Ha ragione, l’ho persa tutta. Infatti mi sono scordata che da ieri notte il mio telefono è in modalità aereo. Vado a rimetterlo a posto.
Subito mi appare il messaggio del microbo che mi infesta la gioia:
— Matteo ha detto che non vuoi venire con noi in Francia. Te ne pentirai.
Digito veloce:
— Mio marito doveva partire per lavoro. Sono molto spiacente.
Chiudo e lo lancio lontano. Non sento la mancanza di quel telefono, Francesco non lascia il vuoto, solo lo sporco. E pensa che sia la stessa cosa.
Stringo il mio telefono aziendale. Solo quello mi serve, tanto Matteo non chiamerà prima di essere a Genova.
Stasera sono una puttana, non è un travestimento.
Appena entro nell’appartamento del terzo piano incontro Irina.
“Che ci fai qui?”
Mi cambio da lei e da Jasmin.
“Mio marito traffica avanti e indietro da Genova. Anche a lui è capitato un cliente difficile.”
Lei mi guarda con gli occhi truccati di viola.
“Spero che almeno lo paghi bene.”
Marina sta ancora finendo di mangiare in cucina.
Le chiedo:
“Dov’è Valjet?”
“Dorme, ha lavorato oggi pomeriggio. Con la parrucca in testa.”
Ride lei, e ride Nadia che sta lavando i piatti.
Marina ripiega la stagnola del kebab che ha finito di mangiare.
“Angela, quando torniamo ti puoi fermare un’ora?”
“Certo. Che devo fare?”
“Mi serve una modella per il semipermanente. L’ho già fatto a tutte le altre. Sto imparando, così magari, quando sarò libera, farò l’estetista.”
Arriva Jasmin.
“Non vuoi più fare la maestra?”
“Per quello è tardi. Troppo tardi.”
Mi piazzo tra loro due.
“Ti piacerebbe?”
“Certo. Mi piacerebbe truccare le ragazze, fare loro le unghie…”
“Pensi che tornerai davvero a essere libera?”
“Devo solo rendergli i suoi soldi. Ci vorranno sei vite, ma se sarò fortunata come un gatto, mi resterà la settima.”
La mia faccia nello specchio non mi lascia mai in pace ultimamente, ma almeno qui i pensieri si congelano. Incrocio le braccia sotto il seno per proteggermi dall’aria umida della notte. La notte scorre nera, senza intoppi.
Qualcuno accende i fari di una macchina e mi ritrovo investita da un fascio di luce.
Agli angoli della strada aspettiamo San Valentino, che veglia sui nostri appuntamenti e ci porta i clienti, finché non compare dio che svuota le borse.
Sono le quattro e cinque minuti quando tornano a prenderci.
Redian apre la porta. Mi sta davanti con un giubbotto blu che sembra quello di un agente di polizia. Dalla faccia che ha si direbbe che ha dormito.
Sgattaioliamo lungo il corridoio oscuro. Qui dentro non si vede mai sorgere il sole e l’orologio sul muro segna le quattro e quaranta. Tutti vanno a farsi la doccia. Anche io.
L’acqua era ghiacciata, Marina dice che la caldaia non funziona da ieri.
Lori è immobile sulla porta della sua camera. Passa ai raggi X tutti quelli che emergono dalle ombre della notte e si trascinano nel corridoio, sbadigliando e socchiudendo gli occhi.
La porta è rimasta aperta e un gatto sale su per le scale.
Ditmir corre a cacciarlo fuori. Nadia lo recupera e lo stringe al petto.
“L’ho addomesticato io,” dice, “si chiama Esmeralda.”
Lui sospira:
“Va bene. Angela, tu puoi andare.”
“Vorrei restare.”
Dasho piega i soldi e si sfrega il naso.
“A fare cosa?”
“Marina vuole mettermi lo smalto.”
Non dice nulla, quindi lo prendo per un sì.
Ora so che le puttane fanno colazione alle cinque del mattino, quindi faccio così anche io.
Marina è ancora avvolta nell’accappatoio, seduta sul divano. La finestra è aperta e si sente il rumore della città che si sveglia. Sfoglia un catalogo di smalti e le si fa la pelle d’oca per via dell’aria fredda.
Jasmin mi chiede:
“Tu che mangi la mattina?”
Rispondo:
“Latte e cereali.”
Nadia serve tutti, veloce, sorridente. Avrei voluto vederla com’era cinque o sei anni fa. Mi si avvicina all’orecchio:
“Adesso sta zitta perché è da venerdì, quando c’eri tu, che non mangia. Ditmir le ha detto che se stanotte non faceva casino, stamattina poteva venire in cucina.”
La guardo in silenzio.
Lori ci fissa con la bocca aperta, come quando una si mette il mascara.
Incrocia gli occhi di Dasho e chiude la bocca, è seduto davanti a noi con un laptop. Gli occhi azzurri sono l’unica cosa che muove davanti allo schermo. Io li seguo e mi si fa un flash. Qualcuno ha schiacciato il tasto di reset nel mio cervello.
Lori mangia e lo fissa con odio.
Ora Nadia è seduta tra il punto investito dal sole e la cenere di sigarette che fa cadere Ditmir. Sta scorrendo il catalogo di smalti che Marina ha lasciato sul divano.
Dasho non distoglie lo sguardo dal PC. L’accappatoio di Marina scivola giù e lei si avvolge in una vestaglia.
Lo sento dentro, il ticchettio dell’orologio, costante come un battito cardiaco. Questa scena si ripete tutte le mattine. Ora lo so. Finché qualcuno non sbaglia una parola o finché lui non smette di fingere.
Come ora so che Jasmin fuma solo sigarette Slims, che in Italia non si trovano, e ascolta Slim Shady.
Ora so che Nadia si occupa della casa quasi da sola.
Ora so che Ditmir, ogni volta che piscia, non tira mai l’acqua.
Il cielo è ancora nero. Il caffè che mi passa Nadia è nero e sa di bruciato, ma non glielo dico.
Valjet sembra esitare:
“Che avete fatto oggi?”
Raccontiamo le novità di un allegro troiaio. A quest’ora si ride di tutto.
Irina ha rivisto quel pazzoide che paga solo per strapparle le calze. Ditmir lo trova molto divertente.
“Che storia assurda.”
Valjet fa le bolle con un chewing-gum. L’odore di fragola è nauseante.
“Volete sentire anche quanto fa ridere la mia storiella assurda?”
“No,” dice Dasho, “la conosciamo tutti. A memoria.”
Ditmir guarda Valjet.
“Che Dio ti benedica.”
Valjet sbatte il cucchiaio come il martelletto di un giudice.
“Non ti ascolterà.”
“Come no?”
“Hai un pessimo rapporto con Dio, come tutti noi.”
Ditmir alza la tazzina.
“Ho un rapporto ottimo con lui. Gli ho dimostrato il mio amore in carcere; lo pregavo tutti i giorni e gli ho anche dedicato questa.”
Scopre un tatuaggio: la corona di spine che gli scorre attorno al braccio.
Lori lo guarda e ride, ma è il riso di chi cerca di non urlare davanti all’assurdità di un uomo che dichiara il suo amore per Dio, dopo aver tenuto sotto chiave e a digiuno una ragazzina per tre giorni.
Ditmir si tira giù la manica.
“La nostra casa in realtà è una chiesa, siamo tutti molto devoti.”
Dasho ride.
“Ma nessuna preghiera può salvare Valjet.”
La storiella io non la conosco, ma una cosa che fa ridere tutti tanto forte, anche lui, deve essere per forza più che assurda.
“E va bene,” dice Valjet, “non la racconterò, ma tu mi farai uscire per la parrucchiera?”
“No.”
“E perché?”
“Combini sempre qualcosa, non metti piede fuori tu.”
“Ma non vedi come sono i miei capelli?”
“Chi deve guardarti i capelli fatti?”
Valjet si gira verso di me con uno sguardo che sembra una preghiera.
“Lo voglio io. Lasciala venire.”
Lui mi inquadra e i suoi occhi mi fanno sentire trasparente. Metto le mani sotto la cosce per nascondere le dita che tremano.
“Forse è una buona idea. Porta la culona lontano da me oggi pomeriggio. Ma alle nove vi alzate, lavorate stamattina.”
Qui il sonno è un bene di lusso.
“Oggi è lunedì, sono chiusi,” dice Valjet.
“Non la mia, ha pure un’inaugurazione questo fine settimana. Sta aperta tutti i giorni.”
“Ogni lavoro è uno sfruttamento,” dice Irina.
Dal corridoio appare Redian. Valjet salta in piedi senza finire il caffè:
“Visto che dopo dobbiamo uscire, io mi vado a riposare.”
Si eclissa nel buio.
Nadia gli sussurra a voce abbastanza alta da farsi sentire:
“Vuoi il caffè?”
“No. Mi sono appena svegliato e ce l’ho duro.”
Marina mi ha detto che anche questo succede tutte le mattine, se lui dorme qui.
Gli occhi di Dasho continuano a posarsi sulla pagina digitale, le sue dita battono sulla tastiera.
Vedo lunghe colonne di numeri.
Lo sento dire:
“Provvedi.”
Lori li fissa ed è silenziosa come una tempesta prima di esplodere. Percepisco il suo shock e mi scappa da ridere.
Nascondo la bocca dietro il bordo della tazzina.
Dio mi riduca in polvere.
Lori guarda il pavimento, poi i suoi occhi risalgono: sulle caviglie di Nadia, sul grembiule che si sta togliendo. Sui fianchi di Nadia, sulle sue spalle, fino al suo viso.
Lori è bianca e ha le labbra serrate, ma Nadia non incrocia il suo sguardo né quello degli altri.
Si avvicina a Redian.
“Cosa vuoi che faccia?”
Lui la guarda appena.
“Decidi tu.”
Pausa.
“Tanto fai sempre la cosa giusta.”
“Te lo succhio, ti va bene?”
Nadia si è messa in ginocchio.
“Il latte è già finito,” dice Jasmin.
Ditmir controlla la credenza.
“Impossibile. Se l’ho comprato l’altro ieri...”
Io bevo caffè e poi ancora, finché la caffettiera non è vuota. Dasho continua a leggere, col minimo sforzo di movimento.
Nadia guarda Redian e glielo tira fuori.
Lori chiude gli occhi. La tazzina le trema tra le dita.
Jasmin gira la rivista che stava sfogliando Nadia verso Irina.
“Questo era il colore preferito di Armani. Diceva che gli ricordava il mare di Pantelleria.”
Irina osserva lo smalto che riflette intense sfumature celesti.
“Marina, oggi mi fai le unghie così.”
La gatta di Nadia miagola.
Marina approva:
“Certamente.”
Nadia piega leggermente la testa tra le mani di Redian. Il sole tremola sulle ciocche di capelli che gli si incastrano tra le dita, fa luccicare il movimento degli orecchini. È quasi tenera.
Sento miagolare e ansimare.
Nadia non lo guarda, ma rallenta, come se volesse capire quanto può restare lì.
Sento lui che dice:
“Mi danno fastidio. Non ti servono.”
Con gli occhi chiusi, Nadia alza una mano e si sfila gli orecchini.
Redian la fa alzare.
Nadia si piega sul tavolo.
Distolgo lo sguardo un secondo, ma non cambia niente. Quando torno a guardare, è tutto esattamente dov’era.
Dasho sposta un po’ più in là il suo computer. Io tolgo la mia tazzina, Jasmin alza i cereali.
Lori fissa le vibrazioni del tavolo mentre lui la sbatte. Le tazzine traballano, Dasho sposta il laptop di altri tre centimetri per proteggerlo dagli schizzi di latte.
Marina fa scivolare la rivista accanto a me:
“Scegli anche tu come ti devo fare le unghie oggi.”
Premo i polpastrelli sulla carta lucida per tenerla ferma sul tavolo che traballa.
“Dammi tempo di vedere i colori.”
Nadia è vicina a me. Sento il suo profumo di limone e di rose. Sotto, l’odore del suo sudore, non sa solo di fatica.
Lui la riprende per i capelli e la fa inginocchiare di nuovo.
Io rimetto giù la mia tazzina.
Il PC torna al centro del tavolo.
Sento Redian dirle:
“Pulisci, troia.”
La lingua di Nadia scorre finché la carne che ha in bocca brilla solo della sua saliva. Pulisce perfettamente come fa coi vetri. È perfetto. Non lascia quasi niente. Nemmeno l’idea che ci sia stato qualcosa da togliere.
Le passa il pollice sul labbro inferiore.
Nadia sistema tutto. Gli richiude bene l’elastico del pigiama sorridendo.
Si rialza.
Nadia sorride un attimo prima che lui la tocchi, con quella precisione innaturale di chi riconosce il gesto prima ancora del contatto.
Le tocca i capelli.
“Sei una brava troia.”
Lori ha gli angoli della bocca piegati verso il basso, lascia cadere il braccio lungo il fianco e i suoi occhi mi sembrano dieci volte più neri di prima.
Sono pieni di incubi disgustosi.
Ditmir dice:
“Vado a ricomprare il latte.”
Io ho trovato una sfumatura di fucsia che mi interessa sulla rivista di Marina, gliela indico.
Marina mi strappa il catalogo:
“Ma quella è estiva!”
Dasho e Redian escono dalla cucina.
Lori ci fissa, aspettando... non so cosa si aspetti.
“Non è vero,” dice infine. “È stato solo un brutto sogno. Lo so.”
Nessuna di noi fa caso a lei.
“Voi tutti siete solo un incubo. Presto mi sveglierò.”
Sento la voce di Dasho dal corridoio:
“Appunto. Svegliati.”
Lei rimane un attimo interdetta, poi si rivolge a Nadia:
“Che cosa farai una volta comprata la tua nuova vita?”
Nadia si lecca il latte dalle labbra.
“In che senso?”
Le dà le spalle e si infila una tuta.
“Una volta che avrai il tuo biglietto per la libertà,” dice Lori, “passerai il resto della tua vita a cercare qualcun altro per cui fare mille schifezze, così da sentirti fare pat pat sulla testa?”
Marina starnutisce.
“Bella, non è il caso di pensarci. Adesso questa è anche la tua vita. Ed è solo una lunga sequenza di colazioni alle cinque del mattino.”
Lori urla a Nadia:
“Ma come puoi fare certe cose col sorriso? È un criminale.”
Nadia abbassa gli occhi solo per un secondo. Si gira e rimette su la caffettiera.
“Vado in pasticceria e torno.”
Il naso di Lori si sposta nella mia direzione.
“E tu lo sai che lui è un criminale?”
Sto zitta, conto le briciole rimaste sul tavolo lei ripete, come ipnotizzata:
“È un criminale. Un criminale. Solo un criminale.”
Marina indica la strada fuori dal balcone:
“Vieni a vedere.”
Lori si alza e io pure, e andiamo vicino a Marina.
Fuori un furgoncino bianco con una scritta rossa e una spiga dorata disegnata sulla portiera sta rallentando.
Marina tocca Lori:
“Lo vedi?”
“Lo vedo e quindi?”
Marina dice:
“È il panettiere. Passa tutte le mattine.”
“E allora?”
“E allora domattina sarai ancora qui e lo rivedrai, perciò piantala.”
E se ne torna a tavola.
Lori mette le mani sulla ringhiera e guarda a destra e a sinistra: “Io per domattina avrò lasciato questa casa.”
Marina risponde come se parlasse da sola:
“Non lascerai tanto presto questa casa, da viva.”
Irina sparisce dietro la rivista.
“Questa ragazza sta dalla parte giusta, lo so. Ma ci sta sul cazzo lo stesso.”
Ditmir si è riaffacciato.
“Nadia, ti accompagno?”
“Sì, scendiamo insieme.”
Nadia spegne il fornello.
Redian copre di nuovo il riquadro della porta:
“Nadia, non prepararmi la cena.”
Lei si volta:
“Torni alla villa?”
“Sì. Ti amo, ma non funziona. Quindi puoi dirmi addio.”
Nadia fa ciao, ciao con la manina.
“Addio. Se devi andare, vai. Almeno possiamo dire che ci abbiamo provato.”
Jasmin sta per uscire a fumare:
“Ci riproverete anche domani.”
Redian sembra pensarci.
“E se poi non funziona?”
Nadia esce prima di lui.
“Non mi addolorerò.”
Si ferma un attimo dietro di lei, come se volesse dire qualcosa. Poi non dice niente e se ne va.
Chissà perché mi suona in testa la suoneria del cellulare di Liveta.
Mi metto a letto, quello che era il letto di Liveta. Chiudo gli occhi e mi ricordo del giorno in cui è partita. È tremenda la fitta nel petto, ma subito mi addormento.
Il mio sonno si squarcia su una donna che urla. Temo che sia un altro incubo. I piedi toccano il pavimento prima ancora che io riesca ad aprire del tutto gli occhi, corro verso il corridoio.
Tra un urlo e l’altro si sente un pugno contro il legno e l’urto di una porta, poi la voce di Ditmir:
“Hai ripreso energia, brutta puttana!”
L’ha presa per il collo e, nonostante la sua altezza, è riuscito a sollevarla e ad appiccicarla al muro.
In fondo al corridoio è comparsa Valjet.
Sento un altro click e la porta di Dasho si spalanca.
Lori è stretta in un accappatoio rosa. Lo vedo uscire strofinandosi una mano sul viso, con gli occhi arrossati e ancora mezzi chiusi.
“Che cazzo hai urlato?”
I capelli di Lori grondano acqua, trema tutta dal freddo.
“Volevo solo farmi una doccia.”
“La caldaia non funziona da ieri. Non abbiamo avuto tempo di pensarci, qui la gente lavora e io ho investimenti da fare.”
Lori tossisce:
“Dovresti trattarli meglio, i tuoi investimenti.”
Dasho guarda Ditmir:
“Su questo potrebbe avere ragione. Mettila giù.”
Senza lasciarle il collo, Ditmir dice:
“Certo che la metterò giù, per il suo e per il nostro bene.”
Mi vesto e purtroppo ho dormito solo tre ore. Sono le otto e la notte ho lavorato; la notte prima era già andata in bianco per colpa di Francesco.
Marina e Nadia sono in cucina, i loro lineamenti sono tirati. Fissano l’orologio, so già con chi ce l’hanno.
Valjet ci raggiunge.
“Abbiamo una nuova, spietata aguzzina.”
Crolla su una sedia accanto a me.
“E meno male che stanotte ci aveva lasciati dormire.”
Marina sbadiglia senza coprirsi la bocca.
“Una furia nuova di zecca, senza il tasto della pietà. Abbiamo dormito tre ore al giorno in totale, grazie a lei.”
Valjet mi prende la mano.
“Angela, dammi una diagnosi con gli elenchi di patologie che fa tua madre. Cosa è andato storto quando hanno assemblato quella lì?”
Mi sale una risata.
“Mia mamma non è una psichiatra.”
Ditmir traffica con un cilindro nero; il rumore della plastica che si srotola è un gemito sintetico che riempie la cucina.
Per il suo e per il nostro bene, la nostra nuova dispensatrice di tormenti è finita legata polsi e caviglie al tavolo della cucina, con uno strappo di scotch sulla bocca.
Sposto il peso del corpo in avanti, sul bordo della sedia. Vorrei alzarmi e inginocchiarmi accanto a lei, dirle qualcosa, ma prima che io possa trovare le parole, appare la mia maledizione privata.
Vedo i suoi occhi azzurri mentre se ne torna dietro la sua porta.
Poi la realtà subisce un fuori fuoco violento, i bordi del mondo si sciolgono in una macchia informe e, un battito di ciglia dopo, ecco tornata la serenità.
È ora della seconda colazione.
Valjet si butta addosso a Marina.
“Ha detto che oggi dobbiamo andare in quel parco schifoso.”
Guardo lei, poi Nadia che è già vestita e, infine, Irina.
“Un posto vale l’altro,” dice Nadia.
Valjet geme con la solita vocetta:
“Non è vero. Lì è pieno di drogati. C’è gente che ha l’AIDS.”
Nadia la stoppa con un gesto della mano.
“Non esagerare.”
Chiudono la bocca vedendo Dasho che torna.
Si avvicina a Lori e le strappa lo scotch dalle labbra.
Lei lascia cadere la testa contro la zampa del tavolo:
“Anche oggi la sera non arriverà mai, me lo sento.”
Dasho alza una mano e le sbatte davanti agli occhi il bagliore del telefono.
“Decido io quando scende il buio. Oggi arrivano ospiti per te, comportati bene.”
Scendiamo le scale, inghiottiti dal buio.
Nell’androne le pareti sanno di umidità.
Abbasso lo sguardo sulla lama bianca che taglia il pavimento sotto la porta.
È l’avviso che un altro giorno allucinante è già iniziato.
Tira un vento continuo al parco. Un flusso di foglie secche si muove a vortice.
Vorrei chiedere a Valjet cosa voleva dirmi sabato al telefono, ma non so se dovrei davanti alle altre.
“Valjet, la tua storiella assurda alla fine non me l’hai raccontata.”
“Quale storiella, Angela?”
“Quella che volevi raccontare oggi all’alba, ma Dasho ha detto che la conoscevano già tutti a memoria. Io non la conosco.”
“Oh... è vero.”
“Allora raccontamela.”
“Da dove inizio?”
Irina infila le dita nella borsa aperta. Conta i soldi e la richiude senza fare rumore.
“Dall’inizio, no? Stupidella...”
“Fino a qualche anno fa avevo un culo più piccolo. Anzi, non avevo per niente culo. E abitavo con la mia famiglia. Mio padre lavora con i maiali, quindi siamo ricchi, ma avevamo una casa piccola e un fienile, più un paio di vacche. Abbastanza per stare bene.”
Una macchina porta via Irina. Tanto la storiella la conosce già.
“Un giorno uno del paese vince al lotto. Mio padre comincia a giocare anche lui. Ma per uno che vince un milione... restano fottuti un milione di scemi, quindi perdiamo quasi tutto. Per rimediare chiede prestiti, e gli strozzini lo sai come funzionano.”
“Lo so.”
“Così pensa di parlare con qualcuno più affidabile. ‘Affidabile’ fa ridere qui, ma mi capite.”
“Sì,” diciamo.
“Mio padre incontra Dasho e si mettono d’accordo sul prezzo.”
Mi torna in mente il debito di cui parlava Marina.
“Prezzo?”
“Sì. Ma poi mia madre dice che andrà lei al posto mio. Dasho non la vuole: è troppo vecchia. Sembra una brutta idea archiviata.”
Non ha nessuna espressione in faccia.
“Una notte sono fuori, seduta davanti al fienile. Fumo una sigaretta, finisco e la getto alle spalle. Mi ero scordata di spegnerla. Il vento soffia forte e il fienile prende fuoco. In pochi minuti brucia gran parte della casa.”
Silenzio.
“La mamma non mi difende più. E anch’io mi sento colpevole. Così... eccomi qui.”
Irina è tornata.
“Che storia assurda. Ma come si fa a essere così stupidi?”
“Almeno è più originale delle vostre. Quasi tutte voi vi siete fatte fottere dai suoi begli occhi. A me mi ha bruciata una sigaretta.”
Marina emette un soffio d’aria dalle narici.
“Meno male che non ho mai fumato. Può fare davvero male.”
***
Ho preso Valjet e siamo fuggite via prima di pranzo. È un sogno strano girare con lei nella Milano ancora rovente.
Adesso voglio portarla a casa mia.
“Non puoi chiamarti Valjet. Come ti presento, se capita qualcuno?”
Lei si specchia nella mia stanza, davanti al mio letto coniugale.
“Valjet? E dov’è? Cos’è?”
Mi scappa una risata.
“Non conosco nessuno e nessuna cosa che abbia questo nome. Chiamami Valeria.”
“Ok.”
“Valjet...” riattacca lei. “Per caso è un personaggio dei cartoni?”
Squilla il mio telefono. “You’ll Never Leave Harlan Alive” s’insinua tra di noi.
Mi esce un rantolo divertito che cerco di soffocare. Mi ricordo di quello che volevo chiederle, ma stiamo troppo bene adesso e non voglio turbare l’attimo. Come se bastasse non nominarle, le cose, per farle sparire.
Lei si stacca dallo specchio.
“Sembra una di quelle canzoni country-folk che vanno tanto a casa nostra.”
Casa nostra...
“Infatti l’ho sentita lì.”
Brad Paisley cantava un giorno, dal “fu stereo di Liveta”, e da quello della nostra macchina. Marina mi ha detto che Liveta sentiva quella roba. Lei l’ha importata all’androne. E a me, così, sembra che lei sia ancora qui.
Non so come rispondere a Luce, perdo tempo guardandomi le pellicine e lucidandomi le unghie con la saliva.
“Angela, devi essere più convinta quando la racconti a qualcuno. Ricordati di credere tu per prima alle tue bugie.”
“D’accordo.”
–Nemmeno io conosco Valjet, penso. Nulla che assomigli a lei e al suo nome esiste nella mia vita.
Se lo dico bene, diventa vero.
La voce di Brad Paisley insiste.
Mi sembra che faccia promesse invece che minacce.
Continuo a sentire la parola “mai”, con lo stesso orecchio di un poveraccio che passerà la vita a scavare carbone dal fondo della tua stessa tomba, mentre il sole sorge verso le dieci del mattino e tramonta verso le tre del pomeriggio.
La stanza è la stessa, ma per un attimo non è più casa mia.
Ho dentro un senso di male universale: non importa dove sei, la miniera o il marciapiede ti mangerà comunque.
Leggo il nome sul display, mia suocera sta chiamando per la seconda volta.
Mi ero scordata che voleva pranzare con me, da sola, dal giorno che abbiamo guadagnato poco la mattina e sono rimasta a casa loro fino a sera.
Tocco Valjet.
“Rispondo?”
Anche se c’è lei, non potrà darci fastidio come mia madre.
“Sì.”
“E se poi viene qui?”
“Sono un’artista della bugia. E poi tua suocera che ne sa di chi o cosa sono e che cazzo di lavoro faccio?”
È eccitante come raccontare bugie alla mamma per fare filone a scuola. Tra poco anche Francesco non riuscirà più a farmi sentire male in questa posizione infelice.
Quando sento la voce di Luce, il mio riflesso nello specchio diventa irreale, quasi un teschio che sorride al posto del mio volto.
Luce dice che alla Conad ha visto uno di quei polli arrostiti, lo sa che mi piacciono tanto, e ha comprato anche una rosa rampicante.
Dico che non doveva spendere tanto e riattacco.
“Sta venendo qui. E tu sei la mia amica Giulietta.”
Decidere chi è mi piace più del dovuto.
“Ma io avevo scelto Valeria.”
“Giulietta me l’ha suggerito la rima con Violetta... I tuoi capelli.”
Le sta meglio così. Certi nomi sono vestiti perfetti.
Lei raccoglie i capelli come in una coda e il suo sorriso mi sembra troppo intimo per essere innocente.
Io mi avvicino all’armadio.
“Ti vesto come per un pranzo di famiglia programmato.”
Vestirla o metterle le mani addosso, forse è davvero la stessa cosa. Meglio non pensarci troppo.
Lei sghignazza.
“Tua suocera non ricorda i tuoi vestiti?”
“Mica tutti. Sai quanta roba ho con ancora il cartellino?”
Sto scegliendo quanto di lei coprire e quanto lasciare in pericolo.
Ora Valjet è Giulietta. Trovo solo modi diversi di guardarla. Pare un avvocato molto sexy con quella canottiera nera e il cardigan blu notte che le ho allacciato. È diventata più alta sulle mie scarpe.
Ma appena mi ci cadono gli occhi, la mia faccia nello specchio dice che potrei anche regalargliele per andare a lavorare. Sono di un materiale che si lava facilmente e di un colore scuro su cui lo sporco non si vede.
Lei si gira e si guarda nello specchio. Non fosse per quei capelli, senza trucco sta molto meglio.
Il cuore è una trappola, mi scatta nel petto. Afferro l’orlo del cardigan che le ho messo:
“Be’, alla fine non mi hai detto che avevi venerdì. Sabato stavi per dirmelo al telefono.”
Lei si siede sul mio letto.
“Al telefono non era il caso e... Non te l’abbiamo detto per non terrorizzarti, almeno non subito. Ma poi ho visto che hai cercato di fare Santa Angela... che volevi parlare a lui di Lori.”
Il silenzio urla più forte di Lori e il viso di Valjet si è fatto bianco.
“Io l’ho vista. La vedo anche adesso.”
“Ma cosa?”
“Monica. Ti ricordi la bionda che ha lanciato il tovagliolo, quando siamo andate a ripulire la villa? Le hai portato la bistecca a pranzo.”
“Sì.”
“Stava sanguinando, moltissimo... Stava seduta. Dasho e Max erano ai lati. Ho visto Redian che apriva un astuccio nero con lo stesso gesto con cui Monica apriva la sua borsetta e ha tirato fuori la pistola.”
Mi viene da pensare che c’è sempre qualcosa di troppo elegante nei gesti sbagliati.
Era davanti a lei, con un braccio teso e la pistola in mano. E lei, a un tratto, ha alzato una mano e ha avvolto le dita attorno a quelle di Redian. Come se cercasse qualcosa dentro la sua mano o sotto, dove le sue dita non arrivavano bene.
Non so se ci sia stato qualche rumore. Non mi pare di aver sentito qualcosa. Ma forse ero troppo impegnata a guardare per sentire.”
–Guardare era più facile che respirare. Penso.
Un secondo dopo, oltre le mani, ho visto il suo viso: era pallido e una striscia di sangue si allungava all’infinito. Le dita di Redian hanno smesso di stringere e la pistola è scivolata a terra. E ho sentito Dasho che diceva: “Be’, ora l’hai aiutata a tornare a casa...”
“Per questo sei scappata via stamattina appena l’hai visto?”
Valjet alza e abbassa la testa due volte.
“Sì. Non so se sa che ho visto. Il sangue l’avevano tolto loro, poi Max mi ha detto di fare su un secchio d’acqua e candeggina e lavare la stanza.”
Sento Marina, quello che diceva a Lori stamattina.
Adesso questa è anche la mia vita.
Le sue occhiaie risaltano sul viso diafano.
Arriva Luce. Per Valjet è facilissimo risultare naturale. Anzi, non parla proprio. Io continuo a raccontarmi che la paura che sento sia solo perché Luce potrebbe capire che lavoro fa.
Mia suocera ipotizza:
“Tuo babbo è un avvocato, vero amore?”
Dico: “Proprio così.”
Scrivo un messaggio:
–Lei chiama amore tutti.
Valjet lo legge sotto il tavolo, risponde:
–Sì, lo facciamo anche noi coi clienti. Per non sbagliarci coi nomi.
Luce parla da sola:
“Dove vi siete conosciute?”
“Al corso di balli latini,” dico.
E veramente non ci vado da una vita.
Valjet scioglie i capelli, s’infila l’elastico al polso per non perderlo.
“Angela è tornata quella settimana che Matteo era a Roma. Si sentiva sola in casa.”
Mia suocera mi sorride, piega la testa.
“Hai fatto bene.”
Tenta solo un’altra piccola indagine su Valjet.
“Ma tu sei forestiera di sicuro.”
“Sì, i miei sono macedoni.”
“Ah, dove lavora il tuo papà?”
Ho un’esplosione dentro. Parlo io: “Ha uno studio a Skopje, lei è qui per studiare. Ti alzi tu per il caffè? Ormai sai dove sta tutto.”
Valjet risponde:
“Certo. E dovrò ricambiare tutti i tuoi gentili inviti, prima o poi. Devi assolutamente venire a casa mia.”
Le scrivo sotto il tavolo:
–Apri l’anta sinistra della credenza, nel barattolo rosso c’è il decaffeinato, il resto lo trovi. Mi raccomando, attenzione. Questa povera donna soffre di cuore.
Valjet risponde col pollice alzato.
Marina parla di nuovo nella mia testa:
–Non lascerai questa casa da viva.
Ogni volta che Luce guarda nella mia direzione, mi tormento la guancia con la punta dell’unghia, sempre nello stesso punto finché la pelle non comincia a bruciare
Valjet torna con le tazzine. Lo sguardo mi cade sulla foto del mio matrimonio appesa in soggiorno.
Io amo quella foto.
Amo Luce.
Amo Matteo.
E non mi salva.
Questa è la mia vita, ma non mi tiene.
Noi non stiamo pranzando con un’amica di famiglia, ma amo anche questa ragazza che mi sta toccando le dita, chiedendo:
“Quanto zucchero?”
Il sole fa una piroetta sul bordo dorato della tazzina e all’improvviso sento un colpo di fulmine anche per la ragazza bionda che quel giorno alla villa mi ha toccato le dita e mi ha chiesto: “Come ti chiami?”
Avrei dovuto rispondere: Marchesa De Zoccolis, nata a RoccadeVigliacchi.
Mi si bagnano gli occhi.
Valjet dice:
“Angela? Quanto zucchero.”
“Due.”
Penso:
–Scusa, mamma. Non so dove sono finita.
E per mamma adesso intendo quella che ho a fianco: Luce, che ha finito di bere e si liscia la gonna come se cercasse una briciola.
Si alza, dice che è ora di andare. Sta uscendo.
Prima che sia fuori, la avviso: “Domani ti vengo a prendere e ti accompagno dal cardiologo.”
Apre la sua borsa microscopica in cerca di qualcosa. “Se te l’ha ordinato Matteo, digli che ti lasci in pace. Ti fa stare sempre sola. A me non serve la badante, ancora.”
“Ma io lo faccio con piacere.”
Non bada a me. Le cade una boccetta di vetro, il tappo rotola via liberando un profumo intenso di menta. Rimarrà sul tappeto del mio ingresso per un sacco di tempo.
Valjet annusa l’aria. “Che meraviglia!”
Luce la raccoglie, la chiude e gliela mette in mano. “Prendilo. Te lo regalo.”
Valjet legge la marca. “No, che non merito regali così, signora.”
“Lo meriti, prendilo.”
Sono quasi le quattro e dobbiamo andare da Fabiana, a pregarla di salvare quei capelli.
Alla fine, con i suoi intrugli, la maga Fabiana ha ridato a Valjet la forma umana. Possiamo tornare a casa. Abbiamo preso un mezzo pubblico ricoperto di graffiti. Gli scossoni della strada mi fanno venire sonno.
“Era da quando andavo a scuola che non prendevo l’autobus.”
Valjet si raddrizza.
“Stavi per piangere prima, a pranzo con tua suocera. Perché?”
Guardo gli altri passeggeri: è tutta gente normale.
“Perché amo Luce, ma l’ho tradita.”
Valjet sobbalza con gli scossoni dell’autobus.
“Se tanto la ami, perché la tradisci?”
Poggio la fronte contro il vetro vibrante del finestrino, tengo gli occhi incollati alla striscia d’asfalto che si srotola davanti a noi.
“La amo più di quanto forse ami Matteo.”
“Non hai risposto.”
“Ma amo anche te.”
“È cosa buona e giusta, Angela.”
Siamo arrivate. Valjet spinge il portone, che si apre cigolando.
Marina ci porta l’acqua fredda di frigo.
“Com’è andata?”
Valjet beve dalla bottiglia.
“C’era molto sole, in città si va a fuoco. Angela m’ha fatto passare per la figlia di un avvocato macedone.”
Marina appoggia il mento sulle dita incrociate.
“Bel sogno.”
Il sogno finisce appena mi avvicino al tavolo.
Lori è ancora lì, sul pavimento, legata.
Sento il citofono che squilla e Ditmir, mentre va ad aprire, si ferma un attimo davanti a lei.
“Ecco l’ospite. Attenta a quello che fai.”
Le palpebre di Lori si abbassano, dietro le ciglia brilla una luce nera.
Marina allunga il collo verso la porta:
“È arrivato il Bimbo.”
Io non la capisco, ma dalla gola del corridoio vedo arrivare un uomo che sembra un armadio a quattro ante. Trascina una lampada a piantana: il metallo della base stride sul pavimento. Tanti anellini gli forano le labbra. Quando schiaccia l’interruttore col piede, la luce alogena esplode: un bianco violento trasforma la cucina in un obitorio.
Questo deve essere Massimo, il tatuatore.
Le linee del profilo di Lori risaltano nel cono di luce. Il calore del faro le investe la pelle, evidenziando la cicatrice. Dasho la tira su e la spinge sul divano. Le tira giù una spallina e, con il palmo aperto, le colpisce il seno. Il suono è sordo, cavo: risuona come un tamburello su cui la pelle è stata tirata fino a diventare ultratesa. Sotto la luce radente della lampada vedo i sussulti sul petto di lei.
“Guarda qui.”
Il tatuatore si gira verso Dasho e srotola una prolunga lungo il pavimento.
“La cicatrice è invisibile. Non perdere tempo.”
Nadia porta uno sgabello pieghevole. Massimo ci sale sopra: sembra impossibile che quello scheletro di plastica lo regga senza finire in mille pezzi. La lampada proietta la sua ombra gigante contro il legno dei mobili: è nera e sembra stia per divorare Lori.
Le mette davanti un flashbook mentre dice:
“Sì. È abbastanza vecchia, si può coprire. Scegli cosa devo farci sopra.”
Lori tace.
Dasho la fissa.
“Spicciati, altrimenti scelgo io e poi ti abitui.”
Lori sputa tra i singhiozzi.
“Non voglio nessun tatuaggio. Niente di niente. Non sono roba vostra.”
Dasho taglia corto:
“Scegli tu, basta che sparisca quello sfregio.”
Quello posa uno stencil sulla pelle. Imprime la traccia e, dopo poco, tira fuori la macchinetta.
“Non si vedrà nulla se lo faccio Dynamic Black. E resta lì per sempre.”
Il telaio d’acciaio brilla. Monta l’ago sterile e il ronzio della bobina rimbalza contro le pareti: sembra il volo di un insetto metallico che stride nel silenzio del pomeriggio.
Dasho non sposta lo sguardo.
“Va bene.”
Massimo solleva una boccetta.
“Stamattina è passato Max da me. Abbiamo iniziato un lavoro infinito. Ma per fine mese gli copro tutta la schiena.”
Lori inizia a tremare sul divano.
Vedo il primo tratto di nero incidere il bordo della cicatrice. Una perla di sangue scuro emerge e scivola lungo l’anca, brilla sotto la luce.
È un nero che sembra petrolio.
Massimo le pulisce l’eccesso di inchiostro e sangue con lo Scottex imbevuto di qualcosa. Mi arriva un forte odore di erbe.
“Signorina, se ti muovi mentre lavoro su di te, rischio di fare un altro danno.”
Sento la carta che gratta sulla carne incisa.
“Questo divano è troppo basso, mi viene il mal di schiena.”
“Allora andiamo in camera.”
Il citofono rompe il silenzio un’altra volta, seguito dallo scatto della porta.
Entra Redian e Valjet si dilegua.
Dice:
“Nadia, eccomi qua.”
Ma cammina dritto verso Dasho e Massimo.
Nel vetro della finestra appare il riflesso di Nadia.
Non vedo la sua faccia, solo il gesto con cui saluta. Poggia sul tavolo una busta di plastica con un rumore morbido.
“Sono contenta che sei tornato. C’è da fare il coniglio.”
Redian le lancia un’occhiata sopra la spalla.
“Finisco di aiutare loro e te lo faccio.”
Dasho gli indica la lampada:
“Prendi tutto e andiamo in camera.”
Lori tenta di filarsela, ma in tre la pigliano per i fianchi e le caviglie. La sento urlare:
“Delinquenti!”
La sua ombra sparisce con loro nel profondo del corridoio.
Il telefono mi vibra in tasca. È Matteo.
Dice che ha recuperato tutto, che il mio consiglio è stato ottimo e che ormai, per comodità, resta a dormire a Genova. Torna domani.
“Sono contenta”, scrivo, deglutisco per liberare la gola dalla colpa. La colpa è nera, densa come quell’inchiostro.
Vorrei andarmene adesso. Mi alzo, ma ricompare Marina.
“Aspetta, devi ancora farmi da modella per lo smalto.”
Me n’ero dimenticata.
“Va bene, tanto mio marito non c’è.”
L’ultimo sole rosso luccica sugli strass che mi attacca al fucsia. Mi fa sentire davvero meglio.
Ho proprio unghie sgargianti adesso, da puttana.
Le chiedo:
“Irina dov’è?”
“Al lavoro, è andata oggi per dormire stanotte.”
“Per me è quasi ora di andare.”
Redian sta tornando insieme a Massimo.
“Aspetta Angela, perché anche tu scappi appena arrivo?”
Marina ha una faccia interrogativa. Fingo di non sapere di che parla.
“Dovrò tornare a casa. Sono qui da ieri alle nove.”
Lui si sta tirando su le maniche.
“Marina, se hai finito liberami il tavolo.”
Lei raccoglie tutto il suo materiale da estetista e se ne va.
Il coniglio è una massa lunga, di un rosa perlaceo. Lo afferra per le zampe posteriori: un movimento secco che fa schioccare le vertebre. Guardo il coltello da disosso come se fosse un’estensione delle sue dita tatuate. Non so perché guardo proprio lì. La lama è larga un dito. Le sue mani non tremano mai. I miei occhi restano incollati a quel coniglio.
Massimo ci ha raggiunti.
Il fiato mi esce solo a piccoli respiri corti, sono incapace di staccare gli occhi dalla lama. Redian sta di nuovo delirando sulle magie e i miracoli, mentre parlano di Lori che non ha dato tregua. I miei occhi corrono sulla sua mano che separa la carne della coscia e io non penso più all’animale. Penso a quanto è facile aprire qualcosa, se sai dove mettere le dita.
Ora metto a fuoco meglio: Massimo ha tanti anellini che gli forano il labbro inferiore e il naso. Tremano tutti insieme ogni volta che ride. È coperto dai disegni fino al collo.
La lama entra nella carne. La guardo cedere e penso a Monica: il coltello scorre contro le costole.
Per un istante non vedo più il coniglio, vedo Monica.
Un corpo aperto può assomigliare a qualsiasi altro.
Lui non guarda nemmeno quello che fa. Sento il crack della cartilagine che cede.
Mi dice:
“Adesso quella non urlerà più. Sono sicuro che l’ha fatta contenta Massimo.”
Ho davanti agli occhi l’interno dell’animale, sento l’odore pungente. So che dovrei provare schifo, ma quello arriva dopo. Prima c’è qualcos’altro. La colpa arriva un secondo più tardi, quando capisco che il problema non è lui. È che io sono ancora seduta qui.
Il gigante tatuato ride.
“Modestamente...”
I polpastrelli mi formicolano. La pelle delle mie braccia si fa d’oca mentre davanti a me il corpo viene smontato fibra dopo fibra.
Redian affonda la punta del coltello nell’incavo del bacino, ruota il polso con uno scatto violento e la coscia allungata viene via, lasciando l’osso bianco e lucido come un dente.
“Dacci il vino, Angela, io ho le mani sporche.”
Lo cerco dentro la credenza di Nadia. L’odore di carne fredda mi sale più in profondità nelle narici. Sento il mio cuore battere contro le costole, il ritmo è irregolare.
Uno, due, tre...
Vorrei essere molto lontana da questa cucina.
Lui sorride e, mentre solleva il dorso per staccarlo dalla carcassa, vedo il guizzo dei tendini sui suoi avambracci.
Verso il vino in due bicchieri, li lascio davanti a loro. La mia faccia, nel riflesso rosso cupo, sta in silenzio.
D’istinto dico:
“Sei un macellaio.”
– Ma perché non mi sono trattenuta?
Redian taglia di netto un altro tendine.
“Lo so. A Nadia... le piace che lo faccio io perché dopo lascio tutto pulito. Sempre.”
Mi torna addosso come un riflesso il pensiero del modo in cui lei si è tolta gli orecchini stamattina.
Respiro insieme a lui.
Quando tira, trattengo.
Quando affonda, espiro.
“Squartare gli animali è come fare la puttana. All’inizio ti fa schifo, ma poi diventa droga. Diventa magia.”
Lui ride e gli anellini di Massimo non smettono mai di tintinnare. Nemmeno quando guarda dentro il cadavere e io mi sento sulla porta dell’inferno.
Affonda le dita nella cassa toracica, strappa via i piccoli polmoni.
“L’hai mai ammazzato tu, un coniglio?”
“No.”
“Mia madre, giù a casa, ne faceva fuori a decine. Li teneva per le orecchie e… zac. Si scuote, scalcia nel vuoto, il sangue schizza dappertutto. Col pollo è uguale, non muore subito. Continua a saltare, sbatte le ali, pure senza testa. Lo spirito se n’è andato, ma il corpo ancora non lo sa.”
Il mio stomaco è caduto. Sento il vuoto, ma guardo sul pavimento e non lo trovo.
Mi ha toccato il naso col bicchiere.
“È eccitante.”
Non capisco se dentro le ossa mi stanno entrando le sue parole deliranti o l’umidità di questo condominio.
“Con una persona è uguale.”
Monica mi attraversa la testa così in fretta che quasi l’ho vista camminare.
“Se le spari, non cade subito. Fa qualche passo, come il coniglio. Per quello devi tenerla seduta, o immobile in qualche modo, sennò ti sporca tutto il pavimento.”
Nel vetro della credenza la mia faccia è di un bianco candeggina che quasi ne sento l’odore.
“Voglio che mi guardi.”
Giro la testa di nuovo, dalla credenza verso di lui, e si mettono a ridere di nuovo. Non so di cosa.
“Vedi che scherzo.”
Vorrei credergli. E andare a farmi una doccia con la candeggina. Forse farebbe svanire quest’odore dolce di carne morta.
“Sai come lo so? Me l’ha detto Spira Gaetano. Siamo stati insieme a San Vittore. È lì che ho imparato a disossare. In galera finisci a fare il casalingo.”
Si volta verso Massimo.
“C’era pure lui. Non ti preoccupare, che l’ha trattata benissimo Lori. È un bimbo, lo sanno tutti.”
Il gigante finalmente parla.
“L’ho trattata benissimo, sì. E mi ha fatto sudare come un porco. Ti farà crepare.”
“Ma a me più resiste e più mi fa godere. Solo che ancora non lo sa.”
Guardo prima uno, poi l’altro.
Massimo trangugia il vino e il pomo d’Adamo gli sussulta a ogni sorso.
“Mi ha fatto sudare per farle il disegno. Che stavi pensando?”
Redian smette di stringere le dita e il coltello scivola a terra.
“Angela pensa sempre a quello.”
Vado a fuoco.
“Me lo raccogli, per favore? Se sporco il manico mi tocca lavarlo.”
Mi piego in avanti, lo sollevo da terra, la lama che brilla di grasso, più degli strass sulle unghie fucsia che mi ha fatto Marina. La tengo tra due dita per passarglielo dalla parte del manico.
“Lo sai chi altro c’era con noi a San Vittore?”
“E come faccio a saperlo?”
“Max.”
Si pulisce le mani insanguinate su uno straccio.
“Max è arrivato lo stesso giorno di Gaetano. C’era il Prepotente che comandava il raggio e ha detto a Gaetano: tu, da oggi, ogni mattina mi compri le sigarette, come fanno tutti quanti. E Gaetano l’ha fatto, ogni giorno, per anni. Noi siamo usciti e lui ha continuato a stare lì a comprare le sigarette al Prepotente. Quando è uscito, se n’è andato salutandolo. Un mese dopo è uscito il Prepotente, allora l’ha aspettato sotto casa, gli ha staccato il fegato e se l’è mangiato. Per questo dalle parti di Mimì gli dicono Santo. Anche se il martirio l’ha subito il Prepotente.”
–Non può essere vero. Ma questo pensiero non mi rassicura.
Sta cercando qualche altra viscera dentro quello che resta del coniglio. Sento qualcosa cedere anche dentro di me, nello stesso punto in cui lui affonda le dita.
“Ma perché mi dici queste cose?”
Appena lo dico, mi sento una cretina.
Massimo fa scoppiare un pacchetto di patatine.
“Per farti capire che se ti vuoi tenere il diavolo, devi volere bene pure al macellaio.”
Redian allarga il taglio nel punto in cui non è arrivato.
“È inutile che mi guardi così. Chi pensi che me li dia questi incarichi? Il ministro degli esteri?”
Mi gratto la guancia.
“Nadia.”
Redian infila di nuovo due dita nella carcassa.
“Proprio lei, sì...”
Finalmente tira fuori il cuore. È una piccola gemma scura, umida. Me lo accosta al viso.
“Te lo regalo, non ti sembra un rubino?”
Che strana offerta: un cuore che sembra una confidenza.
Me lo appoggia alla guancia.
“È stato Gaetano che ha fatto venire a Max la mania di mangiare carne cruda. Gli diceva: così diventi ’o lupo.”
Il cuore del coniglio stretto nelle sue mani è diventato caldo, più caldo della mia pelle.
Mi alzo. La sedia stride contro il pavimento.
“Per me è tardi.”
Massimo occupa tutto lo spazio verso la porta.
Chiedo:
“Permesso...”
“Ma bevi pure tu un bicchiere, poi scendi con Massimo.”
Accetto il bicchiere dalle mani di Redian. Il vetro è ancora caldo, come il sangue di... del coniglio.
Appena bevo capisco che andarmene sarebbe stato più facile un sorso fa.
Massimo si alza.
Nadia entra in cucina.
Redian sta lucidando il tavolo.
“Ho fatto tutto quello che hai ordinato, e ho anche pulito, signora.”
Nadia si prende la carne.
“Sei un bravo macellaio.”
Faccio per uscire, ma lui mi parla ancora:
“Angela. A Valjet… dille che lo so che mi ha visto. Non c’è niente da nascondere.”
Faccio sì sì con la testa.
“Finché usate la bocca solo per quello che dovete, non c’è niente da preoccuparsi.”
Forse vuole sapere se io so.
“Ma non so di che parli.”
Il suo dito mi raccoglie il sangue dallo zigomo.
Per un attimo penso che sappia esattamente dove toccare per non farmi muovere. E infatti non mi muovo.
Nemmeno mi ero accorta di essere ancora sporca. È un odore che resta addosso come una firma.
La saliva non va giù. La mia gola è carta vetrata.
Mi prende il viso con una mano sola, inclina la mia guancia verso la luce.
“Sto guardando se sei ancora sporca.”
Ha gli occhi di mia madre, quando legge il cancro nel sangue.
Mi allontano. Lui mi lascia.
“E comunque non era quella l’idea.”
Ho un meschino palpito di vita e allora dico:
“Ma non eri tu che la scorsa settimana hai detto: chi ti ama farebbe di tutto? Non è utile, per farsi amare... spaventare o ammazzare la gente...”
“Non è questione di spaventare o ammazzare.”
Altro vino scende nel bicchiere.
“È questione di controllo. È come con i figli: nessuno vuole spaventarli o ammazzarli. Vuole solo farli ragionare.”
Svuota il bicchiere.
“Non importa quanto ami qualcuno. Devi ottenere quello che vuoi.”
E siccome il mio sistema nervoso non risponde più come dovrebbe, parlo ancora:
“Non è che ci dai un po’ troppo dentro col vino?”
Non mi risponde.
Di là non sento più niente.
Mi chiedo se Lori sia ancora viva. Guardo verso la sua porta.
Anche Redian guarda là.
“Se fosse per me la farei sparire con la magia.”
“Hai sempre la soluzione.”
“Questa è la mia soluzione, e funziona. Ma io non sono realmente me. Il segreto è essere professionisti: se perdi il controllo, lo fai gratis. O forse voi, quando finite di lavorare, avete ancora voglia di scopare?”
Stringo le gambe come se qualcuno potesse vedere dentro. Solo quando mi muovo capisco che non erano rilassate.
Il pensiero peggiore non è quello che potrebbero farmi qui.
È quello che il mio corpo, nonostante tutto, non ha ancora smesso di fare.
“Se non ho già ucciso quella bestia urlante cento volte, è solo perché per farlo dovrei perdere il controllo.”
Di quella ragazza che si chiamava Monica, ricordo che aveva gli occhi verde menta.
Mi mette un altro bicchiere in mano.
“Salute. Bisogna trovare la tranquillità.”
I nostri bicchieri si toccano.
Scendo le scale dietro a Massimo. Parla senza girarsi:
“Non devi credere a niente di quello che dice. Quello ti prende in giro. C’ha la fissa della magia. Ogni tanto penso che sia posseduto.”
Già, anche io ogni tanto mi sento come se fossi posseduta.
Non vedo la mia faccia, ma mi parla dal fondo del petto:
– E non stai cercando nessuno che possa farti un esorcismo per davvero.
Se non cerco nessuno è anche perché credo a quello che ha detto Redian, anche se è assurdo aspettarsi un alto livello di sincerità in un posto come questo.
“E comunque non devi credere a niente. Devi fare sempre finta che quello che c’è in realtà non c’è. Questa è la magia.”
Dico:
“Ma uno non deve credere a quello che vede o a quello che sente?”
“A niente, perché tanto tu non lo sai quale lato è reale. Nemmeno io lo so di te. Devi fare finta che quello che vuoi tu è vero.”
Più che un consiglio sembra qualcosa che ha già fatto a qualcuno.
È la prima cosa vera che imparo da quando sono qui.
“Sì, come dice Valjet. Devo imparare a dire meglio le bugie.”
“Brava. Come fanno gli altri.”
Siamo arrivati in fondo alle scale.
L’androne è tutto buio e il portone è chiuso. Allungo il braccio per aprire, ma Massimo copre la serratura con la sua mano prima di me. Le mie dita si fermano a un centimetro dal dorso della sua pelle tatuata.
“Hai già chiamato il taxi?”
“Non ancora.”
“Allora fermati con me. Fammi divertire.”
Alzo lo sguardo verso le sue spalle. Non potrei filarmela.
“Ma dove?”
“Al bar. Andiamo a trovare Luciano.”
Non collego.
“Luciano?”
“Sì, lo spione. Può succedere qualsiasi cosa a una puttana. Se qualcuno ti mette in una posizione scomoda, tu quanto resisti?”
Sembra stia parlando di un interrogatorio, ma sembra più interessato a sapere quanto ci metterei a cedere con le gambe aperte.
Sorride con tutti gli anelli di ferro.
“Sono sicuro che appena entriamo ti dice qualche cosa quel lombrico. Voglio vedere quanto la tieni, la versione che decidi di sostenere.”
Capisco solo che non si riferisce al bar.
“Che pensavi, che mi volessi fare una sveltina?”
Faccio sì sì con la testa.
“Ce l’hai già chi ti scopa. Io voglio vedere se sotto il trucco c’è ancora la signora.”
– Già. Forse io confondo sempre una prova con una voglia.
“Se vuoi, si può fare anche quello. Ma io non obbligo nessuno.”
Alzo gli occhi verso il cielo appena lui apre. Mi pare di essere un coniglio che esce perché qualcuno ha aperto la gabbia.
Mi sta spingendo verso il barretto:
“Fai come dice Valjet. Se sei in un guaio e non sai come uscirne, va bene anche fare cose senza senso. Provochi un’esplosione. Una voragine. Un terremoto. Sono tutte vie d’uscita.”
Sembra uno che ti spiega come muoverti sopra qualcuno senza farti buttare giù.
Alzo il mento verso la grande finestra.
Dasho è lì. Ci sta osservando.
Guardo questo misero, vuoto, triste, brutto bar dove tutto è cominciato.
Lui entra prima di me.
Lo seguo. Tra essere spinta e dimostrare che entro da sola, adesso preferisco la seconda.
Si gira ancora una volta:
“E quando ogni bugia rischia di sembrare troppo artefatta, bisogna dire la verità. La verità certe volte è talmente assurda che chi ti sta davanti rimane muto. O ride per non crederti.”
Sembra la voce-guida degli esercizi che mi dava lo psicologo dell’università, tanti anni fa.
Mi si stampa subito nel cervello, allontana la paura. E poi voglio proprio guardare in faccia quel barista spione.
Il bar è vuoto e, se ho capito bene, quello dietro il bancone è Luciano.
“Ciao, Massimo.”
Massimo fa ciao, ciao come Nadia. Ma la sua non è una manina.
“Hai visto che compagnia porto? Una gran signora.”
Si è installato al tavolinetto al quale mi mettevo io, in quella settimana pazza.
Il barista mi dice:
“Bentornata, signora. Solito?”
Parla di quel cappuccino e cornetto che venivo a prendere. I suoi occhi mi strisciano addosso.
“Io non sono mai stata in questo bar.”
Massimo dice:
“A me il solito.”
Luciano viene con un calice di vino e patatine.
Il barista sorride. Il mento gli raddoppia.
“Mai?”
“Mai e poi mai.”
Mi mostra la mano che conta.
“È stata qui cinque giorni di fila in una settimana. Non lo ricorda più?”
Penso: hai tenuto il conto delle tue possibilità o delle mie colazioni alle tre del pomeriggio?
Il pomeriggio ha già quella luce da fine giornata. Mi vedo nel riflesso. Non serve più Angela del vetro.
“Santa Angela è stata qui? Io mai.”
“Lei è stata qui, signora”, insiste.
“Mai stata qui prima di oggi.”
Rinuncia.
Abbassa gli occhi e torna ad asciugare le sue tazzine zozze, appena uscite dalla sua lavastoviglie più zozza.
“Se lo dice lei, signora.”
Dopo un po’ rialza la testa.
“Solito cappuccino e brioche?”
È furbo!
“Vino pure a me. Non mangio brioche a quest’ora.”
Lui ridacchia.
Mi porta lo stesso vino qui, allo stesso tavolino dove Ditmir venne a prelevarmi.
“Non dovrebbe avercela così tanto con me, signora.”
Sento il collo tirare mentre sollevo il mento.
Lo guardo dritto.
“Se non fosse stato per me, nessuno si sarebbe accorto di lei.”
“Passo inosservata?”
Quasi quasi gli lancio il vino.
“E non sarebbero mai scesi.”
Mi faccio i fatti miei.
“Con questo non sto dicendo che lei non sia attraente. Ma dovrebbe ringraziarmi di averle fatto da messaggero.”
Sentilo. Che pirla.
“Lei mi confonde con qualcun’altra.”
Addento queste patatine mosce.
“Lei non dovrebbe bere i suoi liquori.”
“Niente affatto. Lei era seduta proprio lì, dov’è ora.”
Si scalda lo spione.
Alla luce del tramonto è rosa come un salmone.
“Qua intorno parlano tutti di lei. È diventata una leggenda.”
“Balle.” Bevo l’ultimo sorso.
“Mi chiedono tutti chi è quell’italiana tutta strana che si trasferisce part-time in quel condominio tutti i giorni, weekend esclusi.”
Metto il naso dentro il bicchiere, inspirando l'odore aspro del vino scadente. Ha ragione Valjet: qua bevono roba che l’uva l’ha vista da lontano.
“Io sono una signora. Se lei o qualcun altro insinua qualcosa, e ne parla perfino in giro, mi difenderò nelle sedi opportune.”
Massimo si trattiene, ma tutti i suoi anellini tremano impazziti mentre cerca di non ridere.
“Che cosa? Io non volevo offendere nessuno... ma lei...”
“Ma io?”
“Lei è una prostituta. Viene a lavorare in quell’androne.”
Penso alla finestra sopra di noi. Sarebbe facile rispondere: e allora?
Ma secondo me Dasho giurerebbe il contrario.
“Quando mai?”
“E che è venuta a fare oggi?”
“A trovare un amico di mio marito.”
“Un amico con la fedina penale nera?”
“Cose normali per un avvocato.”
Il riso di Luciano prosegue basso.
“Che nome ha questo amico?”
Le sopracciglia di Massimo si sollevano fino all’attaccatura dei capelli.
“Lo direi a te, spione?”
“Immaginavo, lei è una prostituta.”
“Ho mai... come dire, fatto del sesso con lei?”
“Io le ho salvato la vita. Il mio avviso, mi creda, le ha salvato la vita quel giorno.”
“Ma mi risponda. Io e lei abbiamo avuto rapporti sessuali?”
Per un secondo perfino Massimo smette di sorridere.
“Lei lavora lì dentro, punto.”
Metto una mano in tasca ed estraggo il telefono.
“Ripeta.”
Il suo doppio mento è diventato triplo.
“Lei è fuori di testa... come dicono.”
“Sto registrando. Chiederò i danni per l’ingiuria e la diffamazione.”
“Lei mi denuncia?”
“Lei lo può dimostrare quello che dice? Io sono la moglie di un avvocato che non ha bisogno di difensori.”
Le parole mi scivolano fuori dalle labbra senza che io ci pensi.
“E se il castello vi crollerà addosso, suo marito la difenderà o difenderà sé stesso?”
Per un attimo alzo il naso al soffitto. Non so cosa farebbe Matteo.
“Non ho bisogno di lui. Io ci so stare in tribunale, anche da sola. La denuncerò perché lei fa il palo per soggetti di spiccata pericolosità sociale. Forse mio marito non difenderebbe me, ma è certo non ci sarà nessuno che si sporcherà le mani per lei.”
“Non volevo offendere nessuno.”
“Lei parlerà ancora in giro di me?”
“No.”
Gli butto davanti venti centesimi di mancia. Il cerchietto dorato brilla in mezzo alla polvere del suo bancone.
Tanto è la paga netta di un servo.
“Addio, pirla.”
Massimo ha pagato per tutti e due alla fine.
“Mi sono divertito.”
“A farmi fare il teatro?”
“Volevo vedere se quando ti buttano a terra mordi o piangi.”
La strada è vuota.
“Bene che non gli hai fatto nessun nome.”
Fa troppo caldo, ma mi mette un braccio intorno alle spalle lo stesso. I nostri nasi si toccano quasi.
“Perché?”
“Come perché? Metti caso che tu gli avessi risposto: sono amica di Redian. Poi lui lo dice a un altro. Se passa da qui qualcuno che ce l’ha con Redian, ti spara in mezzo alla strada perché pensa che stai vicina a lui. O il contrario: qualcuno fa male a lui perché ce l’ha con te. Ricordati: in pubblico non si dicono mai i nomi.”
L’aria è calda, ma il mio corpo rimane freddo.
“Te lo chiamo io il taxi.”
La grande finestra sopra di noi è vuota.
Vuota oppure no, ormai il problema non è più se mi guarda.
È che continuo a comportarmi come se potesse farlo da un momento all’altro.
Ecco il taxi. Si sentono solo le ruote sulla stradina.
“Torna a casa tua.”
Massimo aspetta un attimo prima di chiudere la portiera.
“Trova la tranquillità. Dillo pure a Valjet, non ti scordare.”
La portiera si chiude.
***
Idra si sta togliendo il Tapage Nocturne di ieri sera.
“Quando sono tornata a casa quella sera ho ricevuto un altro messaggio da Francesco, ma non l’ho letto. Ero sfinita e ho trovato la tranquillità subito. L’ultimo pensiero prima di dormire è stato:
– Se potessi liberarmi di quel parassita la mia felicità sarebbe completa.”
Scrivo sul solito taccuino:
Certo, per trovare la tranquillità bisognava riuscire a raccontare e raccontarsi tante favole. Essere capace di ridere della coppia felice che io e Matteo eravamo ancora a luglio, e che avrebbe potuto finire sul titolo di un tabloid. Bisognava sforzarsi di aiutare un’altra ragazza a non fare figli e pure convincersi che la Morte Rossa aiutava la gente a tornare a casa.
E basta.
No.
C’era pure da dare un nome santo alla signora che Irina credeva di vedere sorgere dall’acqua della vasca, quando fumava troppo. La chiamavano Vergine Maria.
Non servivano risposte. Solo formule ripetute abbastanza a lungo da superare la speranza. A casa del diavolo la speranza è solo una dipendenza terribile. E poi il modo migliore per buttare via la vita è passarla a nutrire speranze. Meglio distrarsi coi dettagli e dare fiducia ai demoni, almeno non portano la maschera.
Lo psicologo dell’università avrebbe qualcosa da ridire.
Elena indica il taccuino con un’unghia decorata da perline, il chiarore che riflettono interrompe il giro ossessivo dei miei pensieri.
“Stai scrivendo proprio tutto?”
“Sì.”
“È meglio se alla fine lo metti al rogo quello.”
Idra mescola il latte e i cereali in una ciotola così larga che mi sembra un calderone.
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