Tu non sei viva
di
Agavebet (Agave Ionia)
genere
pulp
Apro gli occhi. C’è questo peso dietro la nuca, lo stesso di quando dormi per dodici ore di fila e ti svegli più stanca di prima.
Sollevo la testa dal cuscino. In fondo al letto ci sono i miei piedi: sembrano più bianchi con lo smalto bordeaux che ho messo l’ultima volta, le vene risaltano. Il copriletto è decorato da fiori viola su sfondo avorio, la tapparella è quasi del tutto abbassata. Restano quattro centimetri d’aria in fondo, abbastanza da far entrare un corridoio di luce pulita nel quale galleggia il pulviscolo.
Butto fuori l’aria. Il petto non mi fa più male.
Oggi devo andare dalla psicologa. L’ho trovata su quel sito, Il tuo medico. Si chiama dottoressa Potenza. Mi hanno detto che è una che fa davvero onore al cognome che porta. Spiegarle tutto a voce sarebbe troppo lungo. Per questo le porterò il mio libro. Lì dentro c’è scritta tutta la faccenda. Registro ogni cosa, da tre anni.
Se qualcuno mi chiedesse chi sono senza quelle pagine, non saprei rispondere.
Mi tiro su dal materasso. Mi sento leggera, quasi fluida. Di solito la massa di capelli neri mi pesa sulle spalle, mi dà fastidio quando mi sfiora la schiena; invece ora no.
Vado dritta verso la cassettiera davanti al letto. Devo trovare quel libro.
Chiudo le dita attorno al pomello del primo cassetto. È più appiccicoso del solito, come se il sole avesse ammorbidito l’ottone. Lo tiro, lo ribalto sul letto. Niente. Passo al secondo. Lo tiro forte, lo rovescio. Trucchi, spazzole e altri oggetti cadono in disordine. Passo al terzo, infilo le mani dentro, e il nervoso inizia a salire lungo le braccia e mi arriva alla testa. Senza quelle pagine non posso presentarmi.
Non so da dove prendere il filo.
In fondo all’ultimo cassetto, la punta delle dita urta qualcosa di duro. Lo estraggo dal legno. È un cuore di plastica rosa shocking e sopra ci sono incollate tre foto. Tenendolo tra le dita guardo la prima, quella in alto a destra.
C’è questa ragazza con i capelli corti e una camicia azzurra che mi appoggia la testa sulla spalla. È Alessia. Visto che il libro è sparito, inizio a pensare a lei. Se riesco a rimettere insieme i pezzi di quello che ci siamo dette, avrò qualcosa da cui far iniziare la dottoressa.
Le cose non sono mai state facili.
Uscivo da una relazione che era un disastro. Chiudo gli occhi un momento. Devo raccontare tutto in ordine.
Alessia era felice quando perché lui aveva tolto il disturbo. Era un pomeriggio di luglio.
***
Il marciapiede scotta, l’asfalto rimanda un calore denso, cerco di stare al suo passo.
“La tua mania è crearti una gabbia”, dice Alessia, senza girarsi. Ha la camicia azzurra bagnata sulla schiena, i capelli rossi tinti appiccicati sulla nuca. “Pretendere di divertirsi a vivere bloccata in una stanza in attesa che un’altra persona decida se darti da mangiare o no, è solo una scusa schifosa”.
Le sto spiegando che non capisce. Il sole batte dritto sulla testa, mi fa stringere gli occhi.
“Capisco benissimo. È il tuo modo per non prendere in mano la vita, una strategia per stoppare la corsa verso l’età adulta. Ti sei nascosta dietro di lui per non assumerti una responsabilità che sia una”.
Le si sollevano gli angoli della bocca in una smorfia amara. Si ferma di colpo sulla strada rovente: “Vuoi fare la vittima perché è più comodo che diventare grandi”.
***
Rimetto questo ricordo nel cuore. Infilo il cuore di plastica nella borsa ed esco.
La luce rimbalza sui palazzi anche oggi. Sento il sudore colare dalla fronte alle sopracciglia. Dieci metri più avanti, Alessia cammina nella mia stessa direzione. Ha i capelli rossi tinti di fresco. Accelero il passo, arrivo a un soffio dalla sua spalla, sto per dire qualcosa ma lei non gira nemmeno la testa. Supera un’edicola, fissa un punto vuoto davanti a sé e continua a camminare.
Resto immobile a guardare la sua schiena che si allontana.
Non serve a niente correre. Ormai Alessia è satura, non vuole fermarsi e salutarmi.
Sento una fitta nel petto.
C’è tanto lavoro nella sua pasticceria e invece non c’è più nessuna anima da salvare qui dentro.
Non serve a niente prendersela, e il quadrante dell’orologio dice che il tempo è poco. Devo raggiungere la statua di Padre Pio e rientrare prima dei miei figli.
Vado veloce lungo il viale. A sinistra, oltre la fila delle palme, l’acqua dell’Adriatico è una tavola azzurra davanti al molo. L’aria sa di calamari fritti e crema solare.
Lo slargo della statua è immerso nel colore e nel profumo delle rose. I cespugli intorno sono spinosi. Al centro, Padre Pio guarda in basso con le mani di pietra giunte. Tra le dita di roccia, gli anelli del rosario metallico riflettono un raggio dritto nei miei occhi. Sbatto le palpebre.
È il sole di mezzogiorno, nient’altro che il sole.
Mi siedo sulla panchina di ferro e il Santo mi copre la faccia. Grazie alla sua ombra provo a concentrarmi per scrivermi in testa l’incipit del racconto che devo fare alla dottoressa.
***
Vedo le luci viola di quella notte, era un locale sul lungomare.
Un barman sbatte bicchieri sul bancone nero, i cubetti di ghiaccio rimbalzano contro il vetro. C’è il rumore della risacca e quello delle risate dei turisti abbandonati sui divanetti all’aperto. Gruppi di ragazzi consumano la notte a mezza voce, con i gomiti piantati sui braccioli di velluto rosso. Parlano fitto fitto, come se fossero a decine di sedute di psicoterapia avviate contemporaneamente sotto il cielo estivo. Ed è proprio in mezzo a quel fumo e a quelle chiacchiere che l’ho visto per la prima volta.
Anzi, prima mi ha vista lui.
Sono entrata con Alessia e ci ha guardate tutte e due.
È seduto indietro rispetto agli altri. Anche il suo divano è di velluto rosso fuoco. La camicia di lino bianca fa ancora più bianca la sua pelle. Sembra triste e a me sembra… non so… forse qualcuno che, con un sorriso, potrebbe diventare bellissimo.
Ho l’impressione che, in mezzo a tutto questo caos, io non possa fissare nient’altro che lui.
La luce viola dei neon sfarfalla nei suoi occhi solo per un istante, prima che tornino a spegnersi.
Accanto a lui ci sono un ragazzo e il titolare di questo posto. Alessia conosce bene il proprietario: ha imparato a lavorare qui da lui.
Il ragazzo bianco non si muove, ha lo sguardo basso sul bicchiere. Il proprietario saluta Alessia, solleva un braccio e indica lo spazio vuoto sul velluto rosso.
“Venite qui con noi”.
Prendo posto di fronte a lui.
Stiamo parlando di tante cose diverse: io, Alessia, il suo amico e il titolare, ma lui non dice niente e allora mi viene in mente che dovrei sporgermi e dirgli: “Ci senti?”
E invece dico, cercando il suo sguardo:
“Questo posto è sempre pieno.”
Lui non si muove. Fissa le bollicine che salgono nel vetro.
Stavolta lo dico: “Ci senti?”
“Non mi piacciono i posti pieni.” La voce è incolore.
“Non ti piace la musica o sei stanco?” Insisto leggendo il suo orologio, segna già le due del mattino.
“Nessuna delle due.”
“Allora cos’è? Siamo davanti al mare.”
Solleva la testa: “Mi chiamo Massimo”. Nei suoi occhi passa un guizzo rapido. “E tu, prima di farmi tante domande, avresti anche potuto presentarti.”
Dico: “Hai ragione, io mi chiamo…”
“Non mi interessa”, la voce sembra arrivare da molto lontano. “Non conosco nessuno in questa città.”
“Hai ragione. Non importa”, rispondo, tenendo il tono basso. “Ma io sono l’unica ragazza che devi conoscere subito nella città.”
Continua a ruotare il bicchiere.
“Una ragazza grande e cattiva?”
Sorrido.
Sono alta, i miei capelli neri cadono come un mantello sulle spalle, il mio naso è ricurvo e so che la mia figura non offre rassicurazioni a prima vista. Anzi, forse in questa notte sono io la strega.
Mi spingo di più verso di lui, finché il profumo del mare e quello delle bevande svaniscono e resta solo l’odore pulito della sua pelle. Ho l’istinto di raddrizzare la sua schiena curva, di strapparlo fuori dal silenzio.
“Dovreste scambiarvi i numeri”, dice il ragazzo accanto a noi, spingendo il telefono sul tavolo.
Sembra ansioso anche lui di far parlare questo suo amico con qualcuno, almeno al telefono.
Massimo ritrae le dita dal vetro. “No, non serve. Davvero. Io sono timido.”
Cerco di bloccargli ogni via di fuga con lo sguardo: “Potremmo vederci domani. Di pomeriggio, lontano da questo rumore.”
“Io vado solo nei locali notturni.”
Mi affretto subito: “Li conosco tutti.” I miei occhi non mollano i suoi. “Posso essere la tua guida personale nella vita dei notturni di questa costa.”
Non gli dico che, dopo il divorzio, ho passato mesi a setacciare quei posti, tavolo dopo tavolo, per riempire il vuoto con sguardi veloci di uomini sconosciuti. Quella mappa ce l’ho stampata nel cervello. In questa maniera potrei aiutarlo.
Lui cede. Digita le cifre sul mio schermo senza dire una parola.
Passano tre giorni e il telefono resta muto. Chiamo, ma la linea squilla a vuoto fino alla segreteria.
Questa città è troppo piccola per nascondersi a lungo.
Il lunedì mattina trovo l’amico di Massimo davanti alla vetrina della scuola guida. Mi fermo e lo saluto. Alla fine, l’altra sera, mi ha detto che si chiama Daniele.
“Non risponde”, schiaccio la borsa contro il fianco. “Devi dirgli che lo sto cercando.”
Daniele aspira da un sigaro, fissa la strada.
“Devi avere pazienza con lui. Decide della vita e dello stipendio di tantissimi dipendenti ogni giorno. Non sta bene.”
Sento una fiammata partirmi dal petto: “Che cos’è di preciso?”
“È una specie di burn-out.”
Un uomo consumato dalle responsabilità è perfetto per me. In una coppia che se ne intende, è una soddisfazione che arriva fino al midollo.
“Starebbe bene con me. Digli solo di rispondere.”
***
L’ha convinto e alla fine siamo qui.
Il cameriere s’inserisce tra noi col tic della birra che ha posato sul tavolo. Gocce colano sul collo della bottiglia. Massimo si è messo una giacca scura anche se ci sono trentaquattro gradi. Ha un odore secco di stiratura recente. Io ho addosso una maglietta traforata e una gonna di jeans con l’orlo sfilacciato.
La liscio tre volte di fila. Voglio che mi guardi e veda il disordine, che senta come potrebbe occuparsi di una sola vita e sentirsi ripagato più di mille stipendi.
Ha fatto un grande sforzo e stasera siamo in un ristorante sul lungomare. La luce di una candela proietta l’ombra della sua sagoma contro la vetrata. Oltre il vetro, l’Adriatico è una massa nera che si gonfia nel buio.
“Dovresti pensare a una cura”, butto lì la proposta insieme alle salviette al limone che il cameriere ci ha lasciato per pulire le dita.
All’improvviso spezza un grissino in due parti uguali, tenendo gli occhi bassi sul piatto. “Ma io mi sto curando.”
Sfrego la gonna sotto il tavolo un’altra volta: “E come?”
“Terapia e farmaci, da sette mesi.”
Il cameriere torna più volte e io ordino sempre quello che ordina lui.
Massimo sta ancora fissando il grissino rotto: “Mi stai copiando il menù.”
Inspiro con forza dal naso: “Vedo che hai più gusto di me.”
Le prime volte ho dovuto insistere molto, ma nel giro di un mese e mezzo ha detto: “Smetti di chiamarmi ogni mattino, uscirò con te ogni volta che vuoi.”
I nostri amici mi sono parsi molto contenti, però a parte Daniele, gli altri e pure Alessia non sono mai stati completamente d’accordo con me quando dico la verità. La gente non ama sentire la verità. Ma io lo so, i medici non capiscono niente. A lui non serve uno psichiatra o una scatola di pillole sul comodino. Gli serve una donna. L’amore vero è il pronto soccorso della mente, guarisce dove la scienza alza bandiera bianca.
***
Per rispettare il suo limite della mattina, ho preso l’abitudine di scrivergli in tutti gli altri momenti della giornata. D’altronde, i limiti sono messi lì per essere superati ed è eccitante l’asfissia di chi si cura di te.
Stasera si scorge un bel panorama dalle finestre della mia casa vuota.
“Guarda”, scrivo riempiendo lo schermo del cellulare col profilo del mare senza farmi vedere, “questa è la vista dalla mia camera.”
Visualizza ma non scrive.
Nel lieve bagliore dello schermo vedo che esce e torna on-line per tre volte.
“Vieni qui da me”, dico.
“Vieni tu.”
Sono andata a prenderlo io. I lampioni scorrono veloci a destra e a sinistra. L’abitacolo è caldo. Gli parlo del nostro legame che sta diventando unico e lui parla del dottor Benevento, il suo psichiatra. Dice che anche con lui il legame è unico.
Mi accorgo di aver digrignato i denti. Devo vedere questo dottore, capire come togliergli il prigioniero. Lo psichiatra è l’unico tipo di medico che cura la gente per una vita e non guarisce mai nessuno.
Qualcuno ha mai sentito di un matto guarito? Il problema non sono i matti, sono loro e le loro diagnosi.
Alla radio, il giornale interrompe la pubblicità. Il cronista inizia a descrivere i dettagli di un incidente sulla statale: parla di quattro veicoli coinvolti, di un corpo incastrato sotto un camion, di sangue sull’asfalto. Massimo alza il volume.
Gli dico che mi dà fastidio.
Lui ascolta il resoconto della fine con gli occhi luccicanti.
“Quel tizio ha perso il controllo”, dice.
E io chiedo: “Chi?”
“Quello del camion. E io lo invidio.”
“Spegni questa roba”, sussurro sfiorandogli la manica. “Perché devi ascoltare cose orrende? Dovresti pensare a cose belle.”
Lui si gira: “Per esempio?”
“Pensa a me.”
Aspetta che il cronista finisca, poi abbassa il volume.
“Tu non sei bella.”
Sorrido, preferisco insulti più originali ma si parte sempre dal basso.
Mette di nuovo le dita sui tasti della radio. “Quella gente pensava a cose belle. Forse stava andando al mare, coi figli magari, ma oggi è morta lo stesso. Tutto ciò per cui ci affaccendiamo o ci accendiamo finirà lo stesso.”
Mi viene da ridere. Chi è più intelligente, è più pazzo si sa: “Massimo, ma se non abbiamo neppure iniziato!”
Siamo sotto casa mia, tolgo le chiavi nel quadro ma lui dice: “Infatti non me la sento di iniziare qui. Voglio andare a casa mia.”
Vorrei impormi, girare il volante e trascinarlo subito nel mio mondo, tra le mie pareti, dove posso curarlo come voglio io.
Ma mi liscio la gonna e accetto.
“Andiamo a casa tua allora”.
Siamo arrivati in un quarto d’ora.
In cucina c’è una grande vetrata. I miei occhi si muovono lungo i suoi fianchi, salgono, si stringono dietro le sue spalle. Sul tavolo sta un bicchiere di vetro, vuoto, sporco di vino. A sinistra spicca un busto con un grosso seno, una di quelle sculture che trovi ai mercati dell’antiquariato. Ma il cestino è pieno di tazzine tutte rotte.
Le guardo perplessa.
“Ci passo il tempo”, mi dice.
“Che passatempo è?”
“A volte spezzo gli oggetti, per sentire qualcosa dentro.”
“E dopo cosa senti?”
“Una cosa... È come quando una canzone triste ti ritorna nel cervello e non va via, ma ti fa sentire bene.”
Ci rifletto.
“Hai ragione. Anche questo è potere, ma è inutile.”
“Niente è davvero utile.”
In camera guardo per un momento verso lo specchio. Compaiono i miei zigomi, coperti da una sfumatura polverosa di terra. Le mie ciglia sono cariche di mascara nero ma il caldo l’ha sciolto in una scia scura.
Massimo accorcia la distanza. Sento il suo calore mentre appoggia il naso e la bocca contro la pelle del mio collo. Le mie labbra si muovono, esce un soffio, ma nessun suono. I miei occhi restano inchiodati alla finestra. Lui raccoglie con la bocca una ciocca dei miei capelli neri, toglie il fermaglio e tutta la massa cade, coprendomi la schiena. Le sue labbra si muovono sulle mie spalle, i denti agganciano la mia catenina, tirandola su. La sua bocca mi scotta sull’orecchio.
Ci spostiamo sul letto. Le mie unghie lunghissime, rosse, cariche di glitter dorati identici a quelli sul tessuto del mio reggiseno fanno saltare i suoi bottoni.
Mette la bocca sul mio capezzolo e lo morde. L’aria mi esce dai polmoni a un ritmo sempre più corto. I miei capelli sono tutti stesi sul copriletto, arrivano quasi al pavimento. Raccoglie quella criniera scura mentre mi tira giù il tessuto della gonna. Ho così tanto sudore sulle palpebre che quasi non ci vedo più.
I vestiti cadono sul pavimento. Sento il calore della sua pelle sul mio corpo, ma in un attimo è svanito. È seduto davanti a me sul letto.
Sta cercando qualcosa nel comodino. Una matassa nera gli riempie le mani e allora dico: “Che cos’è?”
“Solo nylon, posso legarti?”
“Sì.”
Ora che sono immobile e non potrei muovere un muscolo, mi avvicina agli occhi un barattolino di vetro. Sembra un distillato di fiorellini rosa, ma mentre me lo versa addosso sento un gelo da cella frigorifera.
Il liquido cola, appena tocca la pelle vira in un rosso sangue denso.
Le spalle mi si irrigidiscono, cerco di scrollarlo via.
“Cos’è questo?”
Sta attento a non toccarlo mentre mi rigira la boccetta mezza vuota davanti alla faccia.
“È solo una delle cose che produce l’azienda per cui lavoro, niente di più.”
Controllo il percorso che questa orrenda cosa scarlatta compie sulle mie gambe.
“Tra poco ti si scioglierà la pelle. È un acido.”
Sembra che mi abbiano pompato via tutto il sangue, sicuramente ora si sente molto superiore a me. Anche le persone più brutte del mondo si sentono superiori a chi è sfregiato.
“Ammettilo, volevi che io mi occupassi di te.”
Mi scappa un grido che graffia la gola. Tento di strappare i polsi e le caviglie dai lacci, ma il nylon penetra e taglia la cute.
“Ammetto tutto, metti via quella roba.”
“Lo sapevo. Basta che uno stia per conto suo, e gli sconosciuti pensano che sia un idiota e si sentono in diritto di ficcarsi nella sua vita. Ora io metto un rimedio, perché la tua faccia non la potrai più portare a infastidire nessuno.”
Affondo la guancia nel cuscino e non ho il coraggio di guardare le mie gambe. Sento un bruciore persistente.
“Forse potrei anche capirti, in questo mondo tutti giudicano le donne. Controllano se vi depilate il pube e le gambe, vi guardano giorno e notte. È normale che imparate a sentirvi eroine e poi volete salvare la gente. Farò quello che volevi, ti toglierò questa responsabilità…”
Sento la sua mano che mi afferra il mento e tenta di girarmi, sento un vortice in testa.
“Con la tua nuova faccia, non avrai il peso di andare a salvare nessuno.”
Non riesco nemmeno a sollevarmi, il copriletto è ruvido e fastidioso. L’aria non mi entra nel petto, è come se qualcuno la stesse tirando via. Mi si è bagnata la faccia ma di lacrime credo.
“Io ho solo deciso di ignorare la vita, ho fatto abbastanza sforzi per realizzare il mio potenziale. Essere ricchi e realizzati è una doppia maledizione. Costringe a ritrovarsi intorno gente come te…”
Non mi si aprono le labbra, si sono incollate come le palpebre, come la faccia al cuscino. Il cuore mi batte nel petto, nello stomaco, in tutte le vene.
“Gente che ogni volta che vede uno come me, sente una vocetta fastidiosa nella testa che suggerisce: forse è l’occasione della tua vita.”
I suoi passi si allontanano. Non riesco a liberarmi per quanto ci provi. Devo guardarmi allo specchio ma non riesco nemmeno a guardare in basso.
Sento uno scroscio freddo addosso, il mio respiro si rilascia.
Quel barattolo è sparito.
Riapro gli occhi e lo vedo osservarmi, come un medico che prende i parametri. Ha in mano una pentola vuota e io sono immersa nell’acqua.
“Sei tutta bagnata, puttana grande e cattiva.”
Mi guardo le cosce che sono identiche a prima.
“Ma non l’hai vista l’ etichetta? È un reagente”
Il petto mi fa male, l’aria torna a scatti: “Non sono esperta di queste cose.”
Lui ride e io sono felice che lui rida.
Sono felice di scopare in questo letto sporco di un liquido rosso come l’amore.
Mi domando cosa penserebbe Alessia se mi vedesse adesso. Forse che sono solo una troia fuori di testa, ma a me va bene così.
Vedo nello specchio il suo solito sorriso quella piccola costellazione che ho tatuata nello spazio tra la spalla e il collo.
Lui non mi guarda, però mi chiede: “Stai guardando bene?”
Allora mi viene da ridere.
“Sì.”
“Mi sto abituando a questi tuoi occhi che tagliano tutto”.
Mentre mi dice così, mi tira su di sé. Muovo le anche per agevolare il ritmo. Andiamo avanti così finché sento dentro di me sciogliersi qualcosa. Le contrazioni si fanno sempre più violente, un rilascio che mi svuota.
***
Non devo dimenticare nemmeno questo. È importante che la dottoressa capisca.
Padre Pio è ancora qui.
C’era un mobiletto nel bagno di casa sua. L’ho richiuso piano piano, un parallelepipedo di cartoncino bianco e giallo posato su una mensolina di vetro sembrava fissarmi. C’era una scritta verde in alto: RISPERDAL.
Quella sera ci siamo salutati in corridoio. È rimasto a guardarmi davanti alla porta con le mani sui fianchi. Mi stavo sistemando i capelli davanti allo specchietto della mia macchina.
Aveva una camicia blu scuro, non una piega spuntava. Sul davanti c’erano piccole palme argentate, le foglie brillavano. Dal colletto usciva la sua collana di dadi d’oro bianco. Dietro di lui e la sua casa, c’era un cielo con tante stelle, come nodini fatti col filo di seta, ricamati nel blu.
Era una camicia da sabato sera, che gli avrei visto bene per il ricevimento di un matrimonio.
Ho detto: “Ci sentiamo nei prossimi giorni”, la sua voce era calma.
Il giorno dopo sono andata a pranzo da mia madre.
***
È una giornata piena di gabbiani, cicale e frastuono, una di quelle in cui possono succedere cose meravigliose.
Qualcosa bolle sul fuoco. Mia madre è davanti ai fornelli con il grembiule allacciato in vita, si sta lavando le mani.
Non si volta quando faccio il nome di Massimo.
“A me non fa una buona impressione”, dice mentre asciuga le dita su un canovaccio ricamato a ciliegine. “Mi sembra pericoloso e malvagio.”
Io mi metto a ridere.
Mia madre è nata qui, ha sempre vissuto qui e, senza sfera di cristallo, garantisco che morirà qui.
Le spiego che lui è un professionista stimatissimo che coordina l’intera logistica e i flussi commerciali di una multinazionale. Sì, per lui è un periodo difficile, ma tutti abbiamo un momento della vita in cui serve aiuto per rimettere insieme i pezzi… e magari si prende qualche goccia la sera: questo non rende una persona malvagia.
***
Ci siamo sposati solo sei mesi dopo. Ho impiegato tutta la mia energia e la mia attenzione per dimostrargli che non sono una martire. Ma c’è sempre qualcosa che non va.
Un pomeriggio Alessia viene a casa mia.
Abitiamo così vicine che so quando va a dormire perché vedo quando spegne la luce e tira tutte le tende.
Massimo è in poltrona, fissa il fuoco nel mio camino. Può farlo per tre o anche cinque ore di fila. Lei gli sta chiedendo cosa fa esattamente nella multinazionale. Non le risponde, dice di avere un’emicrania che gli fa scoppiare il cervello oggi. Alessia non molla, siamo simili in questo, perciò gli fa la seconda domanda, poi la terza.
Alla fine lui, senza girarsi, dice:
“Lavoro con i farmaci, è tutta la mia vita.”
Alessia, con le labbra strette come quelle di una bimba piccola dice:
“Non è tanto educato fare finta di non sentire e continuare a darmi le spalle.”
Lui si alza.
“Ok, io sarò burbero, ma almeno non sono invadente e non sembro un pachiderma.”
Alessia non è grassa, ma larga di fianchi e di spalle sì.
“Questo è ancora più da cafone.”
“Sarò un cafone, ma almeno non sono te.”
Massimo prende il bordo del tavolo, lo rovescia sul pavimento. Le stoviglie volano ovunque.
Di solito, nel mio giardino, ci sono vento e rumore, ma oggi. Oggi è tutto silenzioso, si sente solo il click della portiera della Kia di Alessia. Prima di salire butta la borsa sul sedile del passeggero:
“Non è malvagio, di più. E tu mi fai pena.”
Non so che farmene della sua altezzosa compassione.
“Vado avanti lo stesso.”
Lei ha ancora un piede sulla strada.
“Anche se la vita perde sapore? Potrebbe ammazzarti.”
“Ma dai, la morte tocca a tutti, anche se nessuno progetta mai come fare.”
I suoi tacchi fucsia spariscono dietro la portiera che si richiude:
“Tu ci stai riuscendo, a forza di non progettare la vita…”
***
Padre Pio ha uno sguardo sereno. Lui è un santo, non sbaglia mai.
Ma io ho ricordato abbastanza, mi riavvio verso casa.
In cucina non c’è nessuno. Voglio una fettona di torta al cioccolato, ce l’ho in credenza. Del cioccolato sento l’odore, ma in bocca è soltanto roba gommosa. Che altro devo dire alla dottoressa Potenza?
Ah sì.
Una sera mi sono chiusa a chiave in camera perché non ne potevo più di sentirlo urlare in salotto. Le sue grida facevano vibrare il legno della porta.
Gli avevo detto che Benevento non capiva un cazzo.
Lui diceva che Benevento sa il fatto suo. Lo psichiatra gli aveva parlato di una transizione morbida, qualche settimana in quella struttura immersa nel verde, tra le colline della campagna.
Me ne stavo contro la superficie liscia della parete, sentendo il calore del mio stesso respiro sul petto.
Benevento vuole solo allontanarlo. È quello che fanno loro, i medici della mente. Ti isolano, ti strappano le radici, ti convincono che la tua carne e il tuo sangue siano il veleno da cui scappare.
Gliel’ho detto anche quella sera, prima di chiudermi in camera: nessuno si cura con la distanza dalla famiglia.
Sorrido nella penombra, non ho acceso la luce. L’insoddisfazione striscia dentro le case anche quando tutto è perfetto, ma i nostri figli sono impeccabili. Non esiste una crepa in loro.
Quella bambina nella foto vicino alla credenza, vestita per la comunione, è Asia, nostra figlia.
La vedo sul palco quando canta per il coro della scuola religiosa, con le mani giunte sul petto. Quando apre la bocca, la sua voce d’angelo riempie lo spazio, tutti gli altri genitori si commuovono. Ha preso un vizio che a volte mi fa stringere il cuore dal ridere. Dice sempre: “Sia lodato Gesù Cristo.”
Una purezza che Benevento non saprebbe nemmeno da dove iniziare a contaminare con le sue boccette e i suoi taccuini malefici.
Una spanna più giù, sul muro, sta la foto di Marco. Il nostro secondo bambino ha un cervello che brilla più di una medaglia.
Nei periodi in cui io e suo padre litigavamo troppo, l’ho sentito spesso chiedere a mio suocero se, in caso di divorzio e nuovi matrimoni, noi saremmo diventati i genitori degli altri figli, smettendo di essere i loro. Il nonno lo rassicurava sul fatto che saremmo rimasti comunque i loro genitori, e Marco rispondeva con la freddezza di un analista:
“Sì, ma non più esclusivi. Non più solo nostri. Sarebbero genitori condivisi, questo è matematico.”
Ha vinto le Olimpiadi della matematica con quella stessa logica. È inattaccabile dal caos che suo padre si ostina a portarsi dentro e per questo deve restargli accanto. Solo il nostro amore può ripulirgli la mente.
Mi mangio i Bounty uno dietro l’altro. Sento la voce di Massimo dell’altra sera, diceva:
“Il problema è il tuo cervello! Non sai fare nulla!”
Guardo fuori dal vetro. Di macchine non ne passano. La strada qui sotto è completamente deserta, la cucina è fresca. Io so fare tutto, ma lui ha un’inclinazione naturale a gestire le cose, a comandare. Così gli ho intestato la mia casa, gli ho ceduto il mio conto, fino all’ultimo centesimo. Quando mi compra lui i vestiti, la gente si gira per strada e dice che sto benissimo. È per questo che l’ho convinto a prendere il controllo del mio armadio, a svuotare i ripiani e decidere cosa devo mettermi.
Ma Alessia non ha mai voluto capire! Per via di qualche altro episodio come quello del tavolo ha smesso di frequentare casa mia negli ultimi due anni e oggi mi ha tolto anche il saluto.
Prendo un altro Bounty per scacciare l’amarezza.
Io in questa maniera l’ho recuperato dall’oscurità. Prima di incontrarmi ha passato otto mesi interi a dormire. Sempre sotto le coperte. Me lo ha confidato sua madre all’orecchio il giorno del nostro matrimonio. E altri sette mesi a non fare niente, salvando il posto in azienda solo grazie alla stima profonda dei suoi superiori.
Dandogli la mia vita, io ho risollevato la sua. L’ho rimesso in piedi. E Alessia si preoccupa perché a volte facciamo a botte. Non capisce che nelle coppie come la nostra è tutto consensuale e non è che lo facciamo in faccia ai nostri figli.
Sono già diciassette anni che siamo sposati. Marco ha tredici anni e Asia quindici.
E comunque, mentre prendo il terzo Bounty, penso a qualcosa che è successo solo tre settimane fa. Avevo deciso di lasciare questa folle idea, questa fratellanza tra anime ferite che ci ha tenuti incatenati.
Era un giorno in cui il vento soffiava troppo forte e proprio lì. Faceva venire il freddo nelle ossa e i crampi ai muscoli.
***
Devo solo iniziare a vivere, e decido di farlo da qualcosa di piccolo. Cancello l’idea che sia lui il mio maestro di eleganza. Entro in un negozio di intimo. La commessa si allontana e torna allargando tra le mani il tessuto che le ho chiesto: un body di pizzo nero e un paio di autoreggenti blu notte.
Entro nel camerino e scosto la tenda color lavanda. Mi sfilo i vestiti scelti da lui, lasciandoli cadere in un angolo. Resto nuda sotto la luce verticale dello specchio. Infilo il body. La trama nera sale sui fianchi stringendosi sul ventre, uno scorpione è ricamato in corrispondenza del cuore. Aggancio le spalline e il tessuto solleva il petto. Srotolo le calze blu notte tirando la balza elastica fino a metà coscia. Mi liscio la stoffa sulle gambe tre volte. Le dita salgono ad accarezzare la pelle delle braccia, passano sulle costole, mentre la costellazione tatuata sul collo risalta sotto la luce al neon. Sono ancora giovane, la carne risponde al tocco. Mi guardo di lato: l’inquadratura ravvicinata mette a fuoco il mio profilo, poi scende sulla curva del bacino, sul contrasto tra il nero e la pelle.
Ma mentre fisso il vetro, l’eccitazione si spegne in un colpo. I pensieri tornano a girare a vuoto. Non so se le mie tette piccole siano buone o cattive, non so se queste stoffe siano brutte o belle. Non provo niente. Sono solo quello che sembro.
La verità è che non conosco il futuro, perciò non vivo nel presente.
L’angoscia mi brucia nel petto.
Chiunque ora riderebbe di me. Una donna che non sa scegliersi la biancheria.
È solo normale, fredda realtà.
Mi tiro via tutto. Mi rivesto coi panni comprati da mio marito, pago e torno a casa. La nostra casa.
Entro in salotto, lascio la busta del negozio al centro della stanza. Quando la porta si apre e lui compare e mi fissa, mi sento anche io un pezzo di stoffa trafitto da un ago elettrico. Gli chiedo a bruciapelo se ho fatto bene a comprarli.
La sua faccia è come la fotografia in bianco e nero di un paesaggio invernale.
“Tu non sai comprarti un paio di mutande senza di me.”
Si mette a fumare per i nervi e dalla sua bocca escono nuvolette che sembravano fantasmi. I miei occhi desiderano calore: fisso la brace della sigaretta.
“Tu non sei viva”.
Per tutta la sera è rimasto chiuso in bagno a parlare al telefono con Benevento.
Ricordo che la mattina ho cercato di non fiatare mentre lui, appoggiato allo stipite della porta, mi ha detto con quella voce piatta: “Benevento dice che potrei stare in quella clinica anche solo per un mese. Il tempo di riposare.”
Sto per replicare ma lui aggiunge: “Vuole parlarti. Ti aspetta martedì alle dieci nel suo studio.”
***
Lo studio è pieno di souvenir. Benevento mi sta dicendo che sono tutti regali dei pazienti o dei loro parenti.
C’è un tagliacarte dorato dal suo lato con incisi pirati e monete. Sarebbe da incorniciarlo e appenderlo in un museo. Mi siedo di fronte a lui con le ginocchia unite, le mani piatte sulle cosce. La stoffa della gonna è tesa, controllo sempre.
I suoi capelli sono lunghi e bianchi, già solo per quell’acconciatura da druido mi pare uno strambo che gioca coi superstiziosi.
La sua voce è come il miele: “Il riposo che ho proposto a Massimo non è un’imposizione. È un’esigenza che gli è germogliata dentro durante i nostri ultimi colloqui”.
Mantengo il tono educato e la postura di chi sa incassare senza muovere un muscolo. “Mio marito non ha bisogno di essere rinchiuso.”
Benevento intreccia le dita sul tavolo. Le nocche delle sue mani sono grandi.
“Non è lecito dare dettagli nemmeno ai parenti, ma lui è in una fase particolare. Ragiona molto sul male.”
Un brivido mi riporta la mente alla prima volta che sono entrata a casa sua. Il fare e ricevere il male so esattamente che sapore ha.
Controllo che la mia gonna non abbia pieghe.
Benevento si alza, la sedia stride sulle piastrelle. Cammina fino alla grande finestra che dà sul cortile, dandomi la schiena. Le sue mani ora sono giunte dietro i capelli bianchi.
“Le incomprensioni vere nascono dalle cose che non si sono proprio dette. Eppure… sono tremendamente problematiche anche le cose che si scelgono di dire.”
“Dottore, sono stata sempre pessima a risolvere gli indovinelli, ma credo...”
Mi interrompe:
“Le persone per molto tempo hanno creduto anche nella Bibbia. Lei conosce il passaggio che dice: in principio fu il Verbo?”
“Sì, anche io da bambina ho ascoltato quella solfa.”
“Signora, quella solfa vuole dire che da lì nacque l’umanità, che la parola ci ha elevato sopra gli animali. Io sono convinto del contrario. Dal momento in cui fu il verbo, l’umanità è stata rovinata. Siamo solo animali evoluti male, il linguaggio è un’arma progettata male. Farsi comprendere davvero è un’impresa disperata.”
La mia sedia è scomoda.
“Infatti, dottore, non ho capito niente.”
Il vecchio psichiatra preme le scapole contro il vetro della finestra.
“In certi momenti, per alcune persone, il peso delle responsabilità della vita diventa insopportabile. La loro natura lo tollera solo in superficie, lo tollera perché ci si aspetta che lo facciano. Forse stavolta lei deve cedere il comando a qualcuno esterno alla vostra…”
Mi rimetto in piedi.
“Tra di noi abbiamo un linguaggio preciso per questo. Un modo per abbandonare ogni peso. Lui lo sa. Io lo so.”
Benevento intercetta la frequenza esatta del mio messaggio, ma non cede.
Fa un passo verso la scrivania, senza risedersi.
“Lei sa meglio di me, signora, quanto può essere esaltante ricevere il male.”
Fa un piccolo inchino col capo.
“Ma può esserlo altrettanto fare del male agli altri. E farlo davvero.”
Massimo è rimasto ossessionato per due settimane con la storia della clinica nel verde. Ma alla fine abbiamo fatto pace, come sempre. Daniele, il suo amico che ci presentò, mi ha aiutata a fargli capire che io sono la sua sola cura, che lui ama me e i nostri bambini.
Siamo andati a cena fuori ieri sera.
***
Mi sono truccata gli occhi di porpora e oro, le mie palpebre erano simili a tramonti.
Tornando a casa ci siamo fermati a fare l’amore in macchina, come quando eravamo fidanzati, in una piazzola buia vicino ai canneti.
Con il fiato abbiamo già appannato tutti i vetri. Guardando la luna lassù, tratteniamo il respiro. Nell’istante in cui lui torna a respirare, si innervosisce. Qualcosa lo ha morso. Io ascolto il suo respiro corto, mentre dice: “Abbassa il finestrino.”
Apro il vetro.
Lui allunga la mano fuori e lascia cadere l’insetto che ha schiacciato accanto alla macchina.
“Non tornerà,” dice sottovoce.
Quando torna a premere il bacino contro il mio, spingendomi sul sedile, sento che la sua carne è ancora percorsa da brividi, ma non abbastanza. Sono gli effetti del veleno che gli dà quel druido, Benevento.
È lui, con quegli intrugli, che manda in crisi il nostro matrimonio. Lo fa diventare un morto: un senzatetto dopo una notte su una panchina ha più energia.
Le mie dita si stringono attorno a lui. La mia mano fa perno alla base per tenerlo fermo, mentre la mia bocca scende e sale, muovendosi lungo tutta la lunghezza. Accumulo la saliva sotto la lingua e la lascio cadere direttamente sulla sua pelle lucida. Lo fisso dal basso.
Sorride mentre affonda un dito sul mio labbro, lo passa sulla guancia e arriva vicino all’orecchio. Mi vedo nello specchietto retrovisore.
Il mio rossetto adesso è una macchia che si allunga oltre l’angolo destro delle labbra, fin sopra la guancia.
Il suo indice intercetta la sbavatura scura sul lato sinistro della mia bocca e trascina all’indietro anche quella, fino al lobo.
“Eccoti. Adesso sembri il Joker.”
La luce della luna mi fa risaltare il naso, i miei zigomi con questo nuovo trucco si sono sollevati ancora di più.
“Il Joker non è attraente.”
Non sposta gli occhi dalle mie palpebre dorate: “Di notte tutto può essere attraente. E poi non è che noi abbiamo proprio i gusti delle persone normali.”
Mantengo gli occhi nei suoi mentre la mia testa ricomincia a muoversi su e giù, gli sorrido e premo i denti direttamente sulla sua carne. Le mie spalle si raddrizzano. Con la punta dei polpastrelli raccolgo la saliva dai bordi della bocca e la spalmo su di lui, accelerando il ritmo con l’aiuto delle mani.
Siamo in silenzio da diversi minuti.
La sua lingua entra nella mia bocca. Lo trattengo per la nuca e dico:
“Non siamo stati felici alla fine? Penso che lo saremo per sempre.”
Mi toglie i capelli dalla faccia, sembra che mi stia guardando per la prima volta.
“Se nessuno è stato più felice di noi, e pensi che durerà per sempre… allora è la fine.”
***
Sì, ho finito di ricordare. Vedo mio marito che fa avanti e indietro nell’ingresso. Sento la voce di Asia che è appena arrivata:
“Sei qui? Dio sia lodato.”
Sto per rispondere, convinta che stia parlando con me. Invece i suoi occhi seguono il padre, che si siede di fronte a lei. Le passo accanto, nessuno alza la testa. Spesso non mi rispondono nemmeno quando parlo, quindi non dico nulla.
Vado in camera a cercare il libro. Alle sei devo andare dalla dottoressa Potenza e sono già le cinque. Se non lo trovo, scriverò i miei ricordi ora, ma non ce la farò in così poco tempo.
Metto le mani nel cassetto che è rimasto aperto e poi lo spingo per chiuderlo. Si blocca a metà corsa.
Mentre guardo il soffitto e le travi di legno, capisco. Il libro è lì, caduto dietro il cassetto.
Lo recupero e lo butto sul letto.
Ecco la mia vita: un ammasso di pagine ingiallite dentro una copertina viola rovinata.
Però… mi dispiace che Asia non mi abbia nemmeno salutato. E vabbè, forse il padre ha avuto un altro momento no, la capisco. Non possono sempre tutti pensare a me.
Guardo la stanza intorno a me. Ho lasciato che decidesse ogni dettaglio per evitargli lo stress di discutere.
E ripensando a ieri sera, in macchina, sento che forse tutto si può salvare con l’aiuto della dottoressa Potenza. Perché siamo stati bene, da una vita non lo facevamo così bene…
Purtroppo, quando siamo tornati a casa, ha ricominciato con le solite storie: a dire che ha brutti pensieri e che voleva prendere le medicine.
Ha mandato un messaggio a Benevento e poi è venuto a dirmi che voleva andare in quella clinica in campagna. Che lo psichiatra gli ha detto di farglielo sapere entro oggi, perché domani potrebbe accompagnarlo almeno per incontrare il responsabile.
Spero che quella psicologa mi dia un buon consiglio per impedirlo. Nel frattempo ieri sera ho pensato che poteva distrarci una crociera e ho subito iniziato a vedere quale, mostrandogli sul PC un itinerario.
I nostri figli non erano a casa. Marco mi ha chiamato dicendo che il nonno voleva che restassero a dormire da loro perché stavano guardando insieme un film su Iris.
Perciò ne ho parlato con mio figlio, che ama fare queste cose ed è organizzatissimo perché ha preso dal padre, e ho detto che dei dettagli avrebbe potuto occuparsi lui.
Cerco qualcosa per cambiarmi. Ieri mi devo essere addormentata vestita perché ero già sistemata così stamattina.
La porta è di rovere massiccio, spessa come una bara, eppure la voce stridula di mio figlio Marco, che chiede aiuto, si sente lo stesso. Corro a vedere che succede.
Ma… adesso ci sono.
Io non devo andare da nessuna dottoressa.
Mentre me ne sto lì, immobile in mezzo al corridoio, con addosso un freddo che non capisco da dove viene, visto che è estate, vedo Massimo che abbraccia Asia. Le piazza il naso tra i capelli, tiene le labbra vicino al collo, sotto l’orecchio, e dice:
“È stata lei che ha voluto a tutti i costi uscire con me, lei che si è voluta sposare.”
Le mie dita sono ancora sulla maniglia. Ma non la sento.
Sento il pianto di Marco dal piano di sopra. Non serve che io salga, la voce nella mia testa sa già cosa c’è lì.
Dice:
“Tu non sei viva. Per questo Alessia non ti ha salutato oggi.”
Massimo sta parlando alla scala: “È stata lei che è voluta uscire ieri…”
Asia si scosta i capelli tenendoli fermi dietro la testa, come se così potesse vedere meglio la realtà:
“È stata lei anche a chiedere Marco di aiutarla a organizzare… Gesù Cristo, lei pensava a farti riposare.”
Nel collo di Massimo vedo il battito del suo cuore:
“Proprio quello! Non c’è mai stata una volta che ha deciso una cosa lei e l’ha fatta lei!”
Le labbra di mia figlia si aprono e si chiudono, alla fine ingoia aria e parla:
“Ma se fino adesso hai detto solo: è stata lei!”
Mio marito sta andando verso il bagno.
Asia, con gli occhi spenti, urla dietro di lui:
“È stata lei anche a morire!”
Salgo le scale. Marco sta facendo un numero, ma il cellulare gli cade dalle mani. Vorrei poterlo aiutare.
Vorrei vedere…
Sono lì, stesa per terra accanto al PC ancora aperto, nella camera dove di solito leggevo o dove mio marito lavorava. Ho un occhio aperto e uno chiuso.
La mia mano ha le dita ritorte, attaccate alla fronte, a pochi centimetri dal nostro bilanciere d’acciaio. A causa del peso all’estremità, è rotolato sul pavimento e si è fermato accanto alla mia testa.
Avevo messo lo smalto bordeaux.
Sotto c’è una macchia densa, lucida, e anche quella sembra smalto, asciugato ormai. I capelli ci si sono appiccicati sopra.
Vado a vedere cosa combina Massimo in bagno. Ha riempito il lavandino con tutte le pasticche di Benevento.
Gli dico:
“Guarda che per me è tutto a posto. Non ce l’ho con te, è colpa di quelle pillole. Lo so.”
Ma lo specchio non riflette la mia faccia, non mi vede e non mi sente.
Cerco i miei figli. Marco è ancora in ginocchio e si copre gli occhi con il polso. Deve aver fatto la telefonata.
Non so quanto tempo è passato, ma i vetri delle finestre sono investiti da lampi rossi e blu.
Scendo di sotto, il mio giardino è il caos. È venuta anche Alessia. Chissà chi l’ha chiamata. I miei suoceri corrono verso la porta di casa.
Mi siedo sulla panchina in giardino, tanto adesso nessuno ha tempo di pensare a me.
La mia morte è la più grande fregatura del mondo: sono tutti qui per il mio corpo, ma quello che ha da dire la mia anima nessuno lo sente.
A pensarci meglio, non è che sia tanto diverso anche in vita. I corpi interessano sempre di più.
Aspetterò di rivedere ancora una volta i miei figli, poi me ne andrò.
Eccoli. Marco è uscito per primo. Ci sono adulti che non conosco con lui. Asia sta scendendo adesso, mio suocero le dà il braccio. Non le vedo il viso, lo nasconde contro la spalla del nonno.
Marco dice:
“Nonno, che succede?”
Mio suocero ha ottant’anni. Fino a ieri se li portava benissimo. Adesso, di colpo, li dimostra tutti e anche venti di più.
“Succede che i vostri genitori adesso sono solo vostri per sempre.”
Sollevo la testa dal cuscino. In fondo al letto ci sono i miei piedi: sembrano più bianchi con lo smalto bordeaux che ho messo l’ultima volta, le vene risaltano. Il copriletto è decorato da fiori viola su sfondo avorio, la tapparella è quasi del tutto abbassata. Restano quattro centimetri d’aria in fondo, abbastanza da far entrare un corridoio di luce pulita nel quale galleggia il pulviscolo.
Butto fuori l’aria. Il petto non mi fa più male.
Oggi devo andare dalla psicologa. L’ho trovata su quel sito, Il tuo medico. Si chiama dottoressa Potenza. Mi hanno detto che è una che fa davvero onore al cognome che porta. Spiegarle tutto a voce sarebbe troppo lungo. Per questo le porterò il mio libro. Lì dentro c’è scritta tutta la faccenda. Registro ogni cosa, da tre anni.
Se qualcuno mi chiedesse chi sono senza quelle pagine, non saprei rispondere.
Mi tiro su dal materasso. Mi sento leggera, quasi fluida. Di solito la massa di capelli neri mi pesa sulle spalle, mi dà fastidio quando mi sfiora la schiena; invece ora no.
Vado dritta verso la cassettiera davanti al letto. Devo trovare quel libro.
Chiudo le dita attorno al pomello del primo cassetto. È più appiccicoso del solito, come se il sole avesse ammorbidito l’ottone. Lo tiro, lo ribalto sul letto. Niente. Passo al secondo. Lo tiro forte, lo rovescio. Trucchi, spazzole e altri oggetti cadono in disordine. Passo al terzo, infilo le mani dentro, e il nervoso inizia a salire lungo le braccia e mi arriva alla testa. Senza quelle pagine non posso presentarmi.
Non so da dove prendere il filo.
In fondo all’ultimo cassetto, la punta delle dita urta qualcosa di duro. Lo estraggo dal legno. È un cuore di plastica rosa shocking e sopra ci sono incollate tre foto. Tenendolo tra le dita guardo la prima, quella in alto a destra.
C’è questa ragazza con i capelli corti e una camicia azzurra che mi appoggia la testa sulla spalla. È Alessia. Visto che il libro è sparito, inizio a pensare a lei. Se riesco a rimettere insieme i pezzi di quello che ci siamo dette, avrò qualcosa da cui far iniziare la dottoressa.
Le cose non sono mai state facili.
Uscivo da una relazione che era un disastro. Chiudo gli occhi un momento. Devo raccontare tutto in ordine.
Alessia era felice quando perché lui aveva tolto il disturbo. Era un pomeriggio di luglio.
***
Il marciapiede scotta, l’asfalto rimanda un calore denso, cerco di stare al suo passo.
“La tua mania è crearti una gabbia”, dice Alessia, senza girarsi. Ha la camicia azzurra bagnata sulla schiena, i capelli rossi tinti appiccicati sulla nuca. “Pretendere di divertirsi a vivere bloccata in una stanza in attesa che un’altra persona decida se darti da mangiare o no, è solo una scusa schifosa”.
Le sto spiegando che non capisce. Il sole batte dritto sulla testa, mi fa stringere gli occhi.
“Capisco benissimo. È il tuo modo per non prendere in mano la vita, una strategia per stoppare la corsa verso l’età adulta. Ti sei nascosta dietro di lui per non assumerti una responsabilità che sia una”.
Le si sollevano gli angoli della bocca in una smorfia amara. Si ferma di colpo sulla strada rovente: “Vuoi fare la vittima perché è più comodo che diventare grandi”.
***
Rimetto questo ricordo nel cuore. Infilo il cuore di plastica nella borsa ed esco.
La luce rimbalza sui palazzi anche oggi. Sento il sudore colare dalla fronte alle sopracciglia. Dieci metri più avanti, Alessia cammina nella mia stessa direzione. Ha i capelli rossi tinti di fresco. Accelero il passo, arrivo a un soffio dalla sua spalla, sto per dire qualcosa ma lei non gira nemmeno la testa. Supera un’edicola, fissa un punto vuoto davanti a sé e continua a camminare.
Resto immobile a guardare la sua schiena che si allontana.
Non serve a niente correre. Ormai Alessia è satura, non vuole fermarsi e salutarmi.
Sento una fitta nel petto.
C’è tanto lavoro nella sua pasticceria e invece non c’è più nessuna anima da salvare qui dentro.
Non serve a niente prendersela, e il quadrante dell’orologio dice che il tempo è poco. Devo raggiungere la statua di Padre Pio e rientrare prima dei miei figli.
Vado veloce lungo il viale. A sinistra, oltre la fila delle palme, l’acqua dell’Adriatico è una tavola azzurra davanti al molo. L’aria sa di calamari fritti e crema solare.
Lo slargo della statua è immerso nel colore e nel profumo delle rose. I cespugli intorno sono spinosi. Al centro, Padre Pio guarda in basso con le mani di pietra giunte. Tra le dita di roccia, gli anelli del rosario metallico riflettono un raggio dritto nei miei occhi. Sbatto le palpebre.
È il sole di mezzogiorno, nient’altro che il sole.
Mi siedo sulla panchina di ferro e il Santo mi copre la faccia. Grazie alla sua ombra provo a concentrarmi per scrivermi in testa l’incipit del racconto che devo fare alla dottoressa.
***
Vedo le luci viola di quella notte, era un locale sul lungomare.
Un barman sbatte bicchieri sul bancone nero, i cubetti di ghiaccio rimbalzano contro il vetro. C’è il rumore della risacca e quello delle risate dei turisti abbandonati sui divanetti all’aperto. Gruppi di ragazzi consumano la notte a mezza voce, con i gomiti piantati sui braccioli di velluto rosso. Parlano fitto fitto, come se fossero a decine di sedute di psicoterapia avviate contemporaneamente sotto il cielo estivo. Ed è proprio in mezzo a quel fumo e a quelle chiacchiere che l’ho visto per la prima volta.
Anzi, prima mi ha vista lui.
Sono entrata con Alessia e ci ha guardate tutte e due.
È seduto indietro rispetto agli altri. Anche il suo divano è di velluto rosso fuoco. La camicia di lino bianca fa ancora più bianca la sua pelle. Sembra triste e a me sembra… non so… forse qualcuno che, con un sorriso, potrebbe diventare bellissimo.
Ho l’impressione che, in mezzo a tutto questo caos, io non possa fissare nient’altro che lui.
La luce viola dei neon sfarfalla nei suoi occhi solo per un istante, prima che tornino a spegnersi.
Accanto a lui ci sono un ragazzo e il titolare di questo posto. Alessia conosce bene il proprietario: ha imparato a lavorare qui da lui.
Il ragazzo bianco non si muove, ha lo sguardo basso sul bicchiere. Il proprietario saluta Alessia, solleva un braccio e indica lo spazio vuoto sul velluto rosso.
“Venite qui con noi”.
Prendo posto di fronte a lui.
Stiamo parlando di tante cose diverse: io, Alessia, il suo amico e il titolare, ma lui non dice niente e allora mi viene in mente che dovrei sporgermi e dirgli: “Ci senti?”
E invece dico, cercando il suo sguardo:
“Questo posto è sempre pieno.”
Lui non si muove. Fissa le bollicine che salgono nel vetro.
Stavolta lo dico: “Ci senti?”
“Non mi piacciono i posti pieni.” La voce è incolore.
“Non ti piace la musica o sei stanco?” Insisto leggendo il suo orologio, segna già le due del mattino.
“Nessuna delle due.”
“Allora cos’è? Siamo davanti al mare.”
Solleva la testa: “Mi chiamo Massimo”. Nei suoi occhi passa un guizzo rapido. “E tu, prima di farmi tante domande, avresti anche potuto presentarti.”
Dico: “Hai ragione, io mi chiamo…”
“Non mi interessa”, la voce sembra arrivare da molto lontano. “Non conosco nessuno in questa città.”
“Hai ragione. Non importa”, rispondo, tenendo il tono basso. “Ma io sono l’unica ragazza che devi conoscere subito nella città.”
Continua a ruotare il bicchiere.
“Una ragazza grande e cattiva?”
Sorrido.
Sono alta, i miei capelli neri cadono come un mantello sulle spalle, il mio naso è ricurvo e so che la mia figura non offre rassicurazioni a prima vista. Anzi, forse in questa notte sono io la strega.
Mi spingo di più verso di lui, finché il profumo del mare e quello delle bevande svaniscono e resta solo l’odore pulito della sua pelle. Ho l’istinto di raddrizzare la sua schiena curva, di strapparlo fuori dal silenzio.
“Dovreste scambiarvi i numeri”, dice il ragazzo accanto a noi, spingendo il telefono sul tavolo.
Sembra ansioso anche lui di far parlare questo suo amico con qualcuno, almeno al telefono.
Massimo ritrae le dita dal vetro. “No, non serve. Davvero. Io sono timido.”
Cerco di bloccargli ogni via di fuga con lo sguardo: “Potremmo vederci domani. Di pomeriggio, lontano da questo rumore.”
“Io vado solo nei locali notturni.”
Mi affretto subito: “Li conosco tutti.” I miei occhi non mollano i suoi. “Posso essere la tua guida personale nella vita dei notturni di questa costa.”
Non gli dico che, dopo il divorzio, ho passato mesi a setacciare quei posti, tavolo dopo tavolo, per riempire il vuoto con sguardi veloci di uomini sconosciuti. Quella mappa ce l’ho stampata nel cervello. In questa maniera potrei aiutarlo.
Lui cede. Digita le cifre sul mio schermo senza dire una parola.
Passano tre giorni e il telefono resta muto. Chiamo, ma la linea squilla a vuoto fino alla segreteria.
Questa città è troppo piccola per nascondersi a lungo.
Il lunedì mattina trovo l’amico di Massimo davanti alla vetrina della scuola guida. Mi fermo e lo saluto. Alla fine, l’altra sera, mi ha detto che si chiama Daniele.
“Non risponde”, schiaccio la borsa contro il fianco. “Devi dirgli che lo sto cercando.”
Daniele aspira da un sigaro, fissa la strada.
“Devi avere pazienza con lui. Decide della vita e dello stipendio di tantissimi dipendenti ogni giorno. Non sta bene.”
Sento una fiammata partirmi dal petto: “Che cos’è di preciso?”
“È una specie di burn-out.”
Un uomo consumato dalle responsabilità è perfetto per me. In una coppia che se ne intende, è una soddisfazione che arriva fino al midollo.
“Starebbe bene con me. Digli solo di rispondere.”
***
L’ha convinto e alla fine siamo qui.
Il cameriere s’inserisce tra noi col tic della birra che ha posato sul tavolo. Gocce colano sul collo della bottiglia. Massimo si è messo una giacca scura anche se ci sono trentaquattro gradi. Ha un odore secco di stiratura recente. Io ho addosso una maglietta traforata e una gonna di jeans con l’orlo sfilacciato.
La liscio tre volte di fila. Voglio che mi guardi e veda il disordine, che senta come potrebbe occuparsi di una sola vita e sentirsi ripagato più di mille stipendi.
Ha fatto un grande sforzo e stasera siamo in un ristorante sul lungomare. La luce di una candela proietta l’ombra della sua sagoma contro la vetrata. Oltre il vetro, l’Adriatico è una massa nera che si gonfia nel buio.
“Dovresti pensare a una cura”, butto lì la proposta insieme alle salviette al limone che il cameriere ci ha lasciato per pulire le dita.
All’improvviso spezza un grissino in due parti uguali, tenendo gli occhi bassi sul piatto. “Ma io mi sto curando.”
Sfrego la gonna sotto il tavolo un’altra volta: “E come?”
“Terapia e farmaci, da sette mesi.”
Il cameriere torna più volte e io ordino sempre quello che ordina lui.
Massimo sta ancora fissando il grissino rotto: “Mi stai copiando il menù.”
Inspiro con forza dal naso: “Vedo che hai più gusto di me.”
Le prime volte ho dovuto insistere molto, ma nel giro di un mese e mezzo ha detto: “Smetti di chiamarmi ogni mattino, uscirò con te ogni volta che vuoi.”
I nostri amici mi sono parsi molto contenti, però a parte Daniele, gli altri e pure Alessia non sono mai stati completamente d’accordo con me quando dico la verità. La gente non ama sentire la verità. Ma io lo so, i medici non capiscono niente. A lui non serve uno psichiatra o una scatola di pillole sul comodino. Gli serve una donna. L’amore vero è il pronto soccorso della mente, guarisce dove la scienza alza bandiera bianca.
***
Per rispettare il suo limite della mattina, ho preso l’abitudine di scrivergli in tutti gli altri momenti della giornata. D’altronde, i limiti sono messi lì per essere superati ed è eccitante l’asfissia di chi si cura di te.
Stasera si scorge un bel panorama dalle finestre della mia casa vuota.
“Guarda”, scrivo riempiendo lo schermo del cellulare col profilo del mare senza farmi vedere, “questa è la vista dalla mia camera.”
Visualizza ma non scrive.
Nel lieve bagliore dello schermo vedo che esce e torna on-line per tre volte.
“Vieni qui da me”, dico.
“Vieni tu.”
Sono andata a prenderlo io. I lampioni scorrono veloci a destra e a sinistra. L’abitacolo è caldo. Gli parlo del nostro legame che sta diventando unico e lui parla del dottor Benevento, il suo psichiatra. Dice che anche con lui il legame è unico.
Mi accorgo di aver digrignato i denti. Devo vedere questo dottore, capire come togliergli il prigioniero. Lo psichiatra è l’unico tipo di medico che cura la gente per una vita e non guarisce mai nessuno.
Qualcuno ha mai sentito di un matto guarito? Il problema non sono i matti, sono loro e le loro diagnosi.
Alla radio, il giornale interrompe la pubblicità. Il cronista inizia a descrivere i dettagli di un incidente sulla statale: parla di quattro veicoli coinvolti, di un corpo incastrato sotto un camion, di sangue sull’asfalto. Massimo alza il volume.
Gli dico che mi dà fastidio.
Lui ascolta il resoconto della fine con gli occhi luccicanti.
“Quel tizio ha perso il controllo”, dice.
E io chiedo: “Chi?”
“Quello del camion. E io lo invidio.”
“Spegni questa roba”, sussurro sfiorandogli la manica. “Perché devi ascoltare cose orrende? Dovresti pensare a cose belle.”
Lui si gira: “Per esempio?”
“Pensa a me.”
Aspetta che il cronista finisca, poi abbassa il volume.
“Tu non sei bella.”
Sorrido, preferisco insulti più originali ma si parte sempre dal basso.
Mette di nuovo le dita sui tasti della radio. “Quella gente pensava a cose belle. Forse stava andando al mare, coi figli magari, ma oggi è morta lo stesso. Tutto ciò per cui ci affaccendiamo o ci accendiamo finirà lo stesso.”
Mi viene da ridere. Chi è più intelligente, è più pazzo si sa: “Massimo, ma se non abbiamo neppure iniziato!”
Siamo sotto casa mia, tolgo le chiavi nel quadro ma lui dice: “Infatti non me la sento di iniziare qui. Voglio andare a casa mia.”
Vorrei impormi, girare il volante e trascinarlo subito nel mio mondo, tra le mie pareti, dove posso curarlo come voglio io.
Ma mi liscio la gonna e accetto.
“Andiamo a casa tua allora”.
Siamo arrivati in un quarto d’ora.
In cucina c’è una grande vetrata. I miei occhi si muovono lungo i suoi fianchi, salgono, si stringono dietro le sue spalle. Sul tavolo sta un bicchiere di vetro, vuoto, sporco di vino. A sinistra spicca un busto con un grosso seno, una di quelle sculture che trovi ai mercati dell’antiquariato. Ma il cestino è pieno di tazzine tutte rotte.
Le guardo perplessa.
“Ci passo il tempo”, mi dice.
“Che passatempo è?”
“A volte spezzo gli oggetti, per sentire qualcosa dentro.”
“E dopo cosa senti?”
“Una cosa... È come quando una canzone triste ti ritorna nel cervello e non va via, ma ti fa sentire bene.”
Ci rifletto.
“Hai ragione. Anche questo è potere, ma è inutile.”
“Niente è davvero utile.”
In camera guardo per un momento verso lo specchio. Compaiono i miei zigomi, coperti da una sfumatura polverosa di terra. Le mie ciglia sono cariche di mascara nero ma il caldo l’ha sciolto in una scia scura.
Massimo accorcia la distanza. Sento il suo calore mentre appoggia il naso e la bocca contro la pelle del mio collo. Le mie labbra si muovono, esce un soffio, ma nessun suono. I miei occhi restano inchiodati alla finestra. Lui raccoglie con la bocca una ciocca dei miei capelli neri, toglie il fermaglio e tutta la massa cade, coprendomi la schiena. Le sue labbra si muovono sulle mie spalle, i denti agganciano la mia catenina, tirandola su. La sua bocca mi scotta sull’orecchio.
Ci spostiamo sul letto. Le mie unghie lunghissime, rosse, cariche di glitter dorati identici a quelli sul tessuto del mio reggiseno fanno saltare i suoi bottoni.
Mette la bocca sul mio capezzolo e lo morde. L’aria mi esce dai polmoni a un ritmo sempre più corto. I miei capelli sono tutti stesi sul copriletto, arrivano quasi al pavimento. Raccoglie quella criniera scura mentre mi tira giù il tessuto della gonna. Ho così tanto sudore sulle palpebre che quasi non ci vedo più.
I vestiti cadono sul pavimento. Sento il calore della sua pelle sul mio corpo, ma in un attimo è svanito. È seduto davanti a me sul letto.
Sta cercando qualcosa nel comodino. Una matassa nera gli riempie le mani e allora dico: “Che cos’è?”
“Solo nylon, posso legarti?”
“Sì.”
Ora che sono immobile e non potrei muovere un muscolo, mi avvicina agli occhi un barattolino di vetro. Sembra un distillato di fiorellini rosa, ma mentre me lo versa addosso sento un gelo da cella frigorifera.
Il liquido cola, appena tocca la pelle vira in un rosso sangue denso.
Le spalle mi si irrigidiscono, cerco di scrollarlo via.
“Cos’è questo?”
Sta attento a non toccarlo mentre mi rigira la boccetta mezza vuota davanti alla faccia.
“È solo una delle cose che produce l’azienda per cui lavoro, niente di più.”
Controllo il percorso che questa orrenda cosa scarlatta compie sulle mie gambe.
“Tra poco ti si scioglierà la pelle. È un acido.”
Sembra che mi abbiano pompato via tutto il sangue, sicuramente ora si sente molto superiore a me. Anche le persone più brutte del mondo si sentono superiori a chi è sfregiato.
“Ammettilo, volevi che io mi occupassi di te.”
Mi scappa un grido che graffia la gola. Tento di strappare i polsi e le caviglie dai lacci, ma il nylon penetra e taglia la cute.
“Ammetto tutto, metti via quella roba.”
“Lo sapevo. Basta che uno stia per conto suo, e gli sconosciuti pensano che sia un idiota e si sentono in diritto di ficcarsi nella sua vita. Ora io metto un rimedio, perché la tua faccia non la potrai più portare a infastidire nessuno.”
Affondo la guancia nel cuscino e non ho il coraggio di guardare le mie gambe. Sento un bruciore persistente.
“Forse potrei anche capirti, in questo mondo tutti giudicano le donne. Controllano se vi depilate il pube e le gambe, vi guardano giorno e notte. È normale che imparate a sentirvi eroine e poi volete salvare la gente. Farò quello che volevi, ti toglierò questa responsabilità…”
Sento la sua mano che mi afferra il mento e tenta di girarmi, sento un vortice in testa.
“Con la tua nuova faccia, non avrai il peso di andare a salvare nessuno.”
Non riesco nemmeno a sollevarmi, il copriletto è ruvido e fastidioso. L’aria non mi entra nel petto, è come se qualcuno la stesse tirando via. Mi si è bagnata la faccia ma di lacrime credo.
“Io ho solo deciso di ignorare la vita, ho fatto abbastanza sforzi per realizzare il mio potenziale. Essere ricchi e realizzati è una doppia maledizione. Costringe a ritrovarsi intorno gente come te…”
Non mi si aprono le labbra, si sono incollate come le palpebre, come la faccia al cuscino. Il cuore mi batte nel petto, nello stomaco, in tutte le vene.
“Gente che ogni volta che vede uno come me, sente una vocetta fastidiosa nella testa che suggerisce: forse è l’occasione della tua vita.”
I suoi passi si allontanano. Non riesco a liberarmi per quanto ci provi. Devo guardarmi allo specchio ma non riesco nemmeno a guardare in basso.
Sento uno scroscio freddo addosso, il mio respiro si rilascia.
Quel barattolo è sparito.
Riapro gli occhi e lo vedo osservarmi, come un medico che prende i parametri. Ha in mano una pentola vuota e io sono immersa nell’acqua.
“Sei tutta bagnata, puttana grande e cattiva.”
Mi guardo le cosce che sono identiche a prima.
“Ma non l’hai vista l’ etichetta? È un reagente”
Il petto mi fa male, l’aria torna a scatti: “Non sono esperta di queste cose.”
Lui ride e io sono felice che lui rida.
Sono felice di scopare in questo letto sporco di un liquido rosso come l’amore.
Mi domando cosa penserebbe Alessia se mi vedesse adesso. Forse che sono solo una troia fuori di testa, ma a me va bene così.
Vedo nello specchio il suo solito sorriso quella piccola costellazione che ho tatuata nello spazio tra la spalla e il collo.
Lui non mi guarda, però mi chiede: “Stai guardando bene?”
Allora mi viene da ridere.
“Sì.”
“Mi sto abituando a questi tuoi occhi che tagliano tutto”.
Mentre mi dice così, mi tira su di sé. Muovo le anche per agevolare il ritmo. Andiamo avanti così finché sento dentro di me sciogliersi qualcosa. Le contrazioni si fanno sempre più violente, un rilascio che mi svuota.
***
Non devo dimenticare nemmeno questo. È importante che la dottoressa capisca.
Padre Pio è ancora qui.
C’era un mobiletto nel bagno di casa sua. L’ho richiuso piano piano, un parallelepipedo di cartoncino bianco e giallo posato su una mensolina di vetro sembrava fissarmi. C’era una scritta verde in alto: RISPERDAL.
Quella sera ci siamo salutati in corridoio. È rimasto a guardarmi davanti alla porta con le mani sui fianchi. Mi stavo sistemando i capelli davanti allo specchietto della mia macchina.
Aveva una camicia blu scuro, non una piega spuntava. Sul davanti c’erano piccole palme argentate, le foglie brillavano. Dal colletto usciva la sua collana di dadi d’oro bianco. Dietro di lui e la sua casa, c’era un cielo con tante stelle, come nodini fatti col filo di seta, ricamati nel blu.
Era una camicia da sabato sera, che gli avrei visto bene per il ricevimento di un matrimonio.
Ho detto: “Ci sentiamo nei prossimi giorni”, la sua voce era calma.
Il giorno dopo sono andata a pranzo da mia madre.
***
È una giornata piena di gabbiani, cicale e frastuono, una di quelle in cui possono succedere cose meravigliose.
Qualcosa bolle sul fuoco. Mia madre è davanti ai fornelli con il grembiule allacciato in vita, si sta lavando le mani.
Non si volta quando faccio il nome di Massimo.
“A me non fa una buona impressione”, dice mentre asciuga le dita su un canovaccio ricamato a ciliegine. “Mi sembra pericoloso e malvagio.”
Io mi metto a ridere.
Mia madre è nata qui, ha sempre vissuto qui e, senza sfera di cristallo, garantisco che morirà qui.
Le spiego che lui è un professionista stimatissimo che coordina l’intera logistica e i flussi commerciali di una multinazionale. Sì, per lui è un periodo difficile, ma tutti abbiamo un momento della vita in cui serve aiuto per rimettere insieme i pezzi… e magari si prende qualche goccia la sera: questo non rende una persona malvagia.
***
Ci siamo sposati solo sei mesi dopo. Ho impiegato tutta la mia energia e la mia attenzione per dimostrargli che non sono una martire. Ma c’è sempre qualcosa che non va.
Un pomeriggio Alessia viene a casa mia.
Abitiamo così vicine che so quando va a dormire perché vedo quando spegne la luce e tira tutte le tende.
Massimo è in poltrona, fissa il fuoco nel mio camino. Può farlo per tre o anche cinque ore di fila. Lei gli sta chiedendo cosa fa esattamente nella multinazionale. Non le risponde, dice di avere un’emicrania che gli fa scoppiare il cervello oggi. Alessia non molla, siamo simili in questo, perciò gli fa la seconda domanda, poi la terza.
Alla fine lui, senza girarsi, dice:
“Lavoro con i farmaci, è tutta la mia vita.”
Alessia, con le labbra strette come quelle di una bimba piccola dice:
“Non è tanto educato fare finta di non sentire e continuare a darmi le spalle.”
Lui si alza.
“Ok, io sarò burbero, ma almeno non sono invadente e non sembro un pachiderma.”
Alessia non è grassa, ma larga di fianchi e di spalle sì.
“Questo è ancora più da cafone.”
“Sarò un cafone, ma almeno non sono te.”
Massimo prende il bordo del tavolo, lo rovescia sul pavimento. Le stoviglie volano ovunque.
Di solito, nel mio giardino, ci sono vento e rumore, ma oggi. Oggi è tutto silenzioso, si sente solo il click della portiera della Kia di Alessia. Prima di salire butta la borsa sul sedile del passeggero:
“Non è malvagio, di più. E tu mi fai pena.”
Non so che farmene della sua altezzosa compassione.
“Vado avanti lo stesso.”
Lei ha ancora un piede sulla strada.
“Anche se la vita perde sapore? Potrebbe ammazzarti.”
“Ma dai, la morte tocca a tutti, anche se nessuno progetta mai come fare.”
I suoi tacchi fucsia spariscono dietro la portiera che si richiude:
“Tu ci stai riuscendo, a forza di non progettare la vita…”
***
Padre Pio ha uno sguardo sereno. Lui è un santo, non sbaglia mai.
Ma io ho ricordato abbastanza, mi riavvio verso casa.
In cucina non c’è nessuno. Voglio una fettona di torta al cioccolato, ce l’ho in credenza. Del cioccolato sento l’odore, ma in bocca è soltanto roba gommosa. Che altro devo dire alla dottoressa Potenza?
Ah sì.
Una sera mi sono chiusa a chiave in camera perché non ne potevo più di sentirlo urlare in salotto. Le sue grida facevano vibrare il legno della porta.
Gli avevo detto che Benevento non capiva un cazzo.
Lui diceva che Benevento sa il fatto suo. Lo psichiatra gli aveva parlato di una transizione morbida, qualche settimana in quella struttura immersa nel verde, tra le colline della campagna.
Me ne stavo contro la superficie liscia della parete, sentendo il calore del mio stesso respiro sul petto.
Benevento vuole solo allontanarlo. È quello che fanno loro, i medici della mente. Ti isolano, ti strappano le radici, ti convincono che la tua carne e il tuo sangue siano il veleno da cui scappare.
Gliel’ho detto anche quella sera, prima di chiudermi in camera: nessuno si cura con la distanza dalla famiglia.
Sorrido nella penombra, non ho acceso la luce. L’insoddisfazione striscia dentro le case anche quando tutto è perfetto, ma i nostri figli sono impeccabili. Non esiste una crepa in loro.
Quella bambina nella foto vicino alla credenza, vestita per la comunione, è Asia, nostra figlia.
La vedo sul palco quando canta per il coro della scuola religiosa, con le mani giunte sul petto. Quando apre la bocca, la sua voce d’angelo riempie lo spazio, tutti gli altri genitori si commuovono. Ha preso un vizio che a volte mi fa stringere il cuore dal ridere. Dice sempre: “Sia lodato Gesù Cristo.”
Una purezza che Benevento non saprebbe nemmeno da dove iniziare a contaminare con le sue boccette e i suoi taccuini malefici.
Una spanna più giù, sul muro, sta la foto di Marco. Il nostro secondo bambino ha un cervello che brilla più di una medaglia.
Nei periodi in cui io e suo padre litigavamo troppo, l’ho sentito spesso chiedere a mio suocero se, in caso di divorzio e nuovi matrimoni, noi saremmo diventati i genitori degli altri figli, smettendo di essere i loro. Il nonno lo rassicurava sul fatto che saremmo rimasti comunque i loro genitori, e Marco rispondeva con la freddezza di un analista:
“Sì, ma non più esclusivi. Non più solo nostri. Sarebbero genitori condivisi, questo è matematico.”
Ha vinto le Olimpiadi della matematica con quella stessa logica. È inattaccabile dal caos che suo padre si ostina a portarsi dentro e per questo deve restargli accanto. Solo il nostro amore può ripulirgli la mente.
Mi mangio i Bounty uno dietro l’altro. Sento la voce di Massimo dell’altra sera, diceva:
“Il problema è il tuo cervello! Non sai fare nulla!”
Guardo fuori dal vetro. Di macchine non ne passano. La strada qui sotto è completamente deserta, la cucina è fresca. Io so fare tutto, ma lui ha un’inclinazione naturale a gestire le cose, a comandare. Così gli ho intestato la mia casa, gli ho ceduto il mio conto, fino all’ultimo centesimo. Quando mi compra lui i vestiti, la gente si gira per strada e dice che sto benissimo. È per questo che l’ho convinto a prendere il controllo del mio armadio, a svuotare i ripiani e decidere cosa devo mettermi.
Ma Alessia non ha mai voluto capire! Per via di qualche altro episodio come quello del tavolo ha smesso di frequentare casa mia negli ultimi due anni e oggi mi ha tolto anche il saluto.
Prendo un altro Bounty per scacciare l’amarezza.
Io in questa maniera l’ho recuperato dall’oscurità. Prima di incontrarmi ha passato otto mesi interi a dormire. Sempre sotto le coperte. Me lo ha confidato sua madre all’orecchio il giorno del nostro matrimonio. E altri sette mesi a non fare niente, salvando il posto in azienda solo grazie alla stima profonda dei suoi superiori.
Dandogli la mia vita, io ho risollevato la sua. L’ho rimesso in piedi. E Alessia si preoccupa perché a volte facciamo a botte. Non capisce che nelle coppie come la nostra è tutto consensuale e non è che lo facciamo in faccia ai nostri figli.
Sono già diciassette anni che siamo sposati. Marco ha tredici anni e Asia quindici.
E comunque, mentre prendo il terzo Bounty, penso a qualcosa che è successo solo tre settimane fa. Avevo deciso di lasciare questa folle idea, questa fratellanza tra anime ferite che ci ha tenuti incatenati.
Era un giorno in cui il vento soffiava troppo forte e proprio lì. Faceva venire il freddo nelle ossa e i crampi ai muscoli.
***
Devo solo iniziare a vivere, e decido di farlo da qualcosa di piccolo. Cancello l’idea che sia lui il mio maestro di eleganza. Entro in un negozio di intimo. La commessa si allontana e torna allargando tra le mani il tessuto che le ho chiesto: un body di pizzo nero e un paio di autoreggenti blu notte.
Entro nel camerino e scosto la tenda color lavanda. Mi sfilo i vestiti scelti da lui, lasciandoli cadere in un angolo. Resto nuda sotto la luce verticale dello specchio. Infilo il body. La trama nera sale sui fianchi stringendosi sul ventre, uno scorpione è ricamato in corrispondenza del cuore. Aggancio le spalline e il tessuto solleva il petto. Srotolo le calze blu notte tirando la balza elastica fino a metà coscia. Mi liscio la stoffa sulle gambe tre volte. Le dita salgono ad accarezzare la pelle delle braccia, passano sulle costole, mentre la costellazione tatuata sul collo risalta sotto la luce al neon. Sono ancora giovane, la carne risponde al tocco. Mi guardo di lato: l’inquadratura ravvicinata mette a fuoco il mio profilo, poi scende sulla curva del bacino, sul contrasto tra il nero e la pelle.
Ma mentre fisso il vetro, l’eccitazione si spegne in un colpo. I pensieri tornano a girare a vuoto. Non so se le mie tette piccole siano buone o cattive, non so se queste stoffe siano brutte o belle. Non provo niente. Sono solo quello che sembro.
La verità è che non conosco il futuro, perciò non vivo nel presente.
L’angoscia mi brucia nel petto.
Chiunque ora riderebbe di me. Una donna che non sa scegliersi la biancheria.
È solo normale, fredda realtà.
Mi tiro via tutto. Mi rivesto coi panni comprati da mio marito, pago e torno a casa. La nostra casa.
Entro in salotto, lascio la busta del negozio al centro della stanza. Quando la porta si apre e lui compare e mi fissa, mi sento anche io un pezzo di stoffa trafitto da un ago elettrico. Gli chiedo a bruciapelo se ho fatto bene a comprarli.
La sua faccia è come la fotografia in bianco e nero di un paesaggio invernale.
“Tu non sai comprarti un paio di mutande senza di me.”
Si mette a fumare per i nervi e dalla sua bocca escono nuvolette che sembravano fantasmi. I miei occhi desiderano calore: fisso la brace della sigaretta.
“Tu non sei viva”.
Per tutta la sera è rimasto chiuso in bagno a parlare al telefono con Benevento.
Ricordo che la mattina ho cercato di non fiatare mentre lui, appoggiato allo stipite della porta, mi ha detto con quella voce piatta: “Benevento dice che potrei stare in quella clinica anche solo per un mese. Il tempo di riposare.”
Sto per replicare ma lui aggiunge: “Vuole parlarti. Ti aspetta martedì alle dieci nel suo studio.”
***
Lo studio è pieno di souvenir. Benevento mi sta dicendo che sono tutti regali dei pazienti o dei loro parenti.
C’è un tagliacarte dorato dal suo lato con incisi pirati e monete. Sarebbe da incorniciarlo e appenderlo in un museo. Mi siedo di fronte a lui con le ginocchia unite, le mani piatte sulle cosce. La stoffa della gonna è tesa, controllo sempre.
I suoi capelli sono lunghi e bianchi, già solo per quell’acconciatura da druido mi pare uno strambo che gioca coi superstiziosi.
La sua voce è come il miele: “Il riposo che ho proposto a Massimo non è un’imposizione. È un’esigenza che gli è germogliata dentro durante i nostri ultimi colloqui”.
Mantengo il tono educato e la postura di chi sa incassare senza muovere un muscolo. “Mio marito non ha bisogno di essere rinchiuso.”
Benevento intreccia le dita sul tavolo. Le nocche delle sue mani sono grandi.
“Non è lecito dare dettagli nemmeno ai parenti, ma lui è in una fase particolare. Ragiona molto sul male.”
Un brivido mi riporta la mente alla prima volta che sono entrata a casa sua. Il fare e ricevere il male so esattamente che sapore ha.
Controllo che la mia gonna non abbia pieghe.
Benevento si alza, la sedia stride sulle piastrelle. Cammina fino alla grande finestra che dà sul cortile, dandomi la schiena. Le sue mani ora sono giunte dietro i capelli bianchi.
“Le incomprensioni vere nascono dalle cose che non si sono proprio dette. Eppure… sono tremendamente problematiche anche le cose che si scelgono di dire.”
“Dottore, sono stata sempre pessima a risolvere gli indovinelli, ma credo...”
Mi interrompe:
“Le persone per molto tempo hanno creduto anche nella Bibbia. Lei conosce il passaggio che dice: in principio fu il Verbo?”
“Sì, anche io da bambina ho ascoltato quella solfa.”
“Signora, quella solfa vuole dire che da lì nacque l’umanità, che la parola ci ha elevato sopra gli animali. Io sono convinto del contrario. Dal momento in cui fu il verbo, l’umanità è stata rovinata. Siamo solo animali evoluti male, il linguaggio è un’arma progettata male. Farsi comprendere davvero è un’impresa disperata.”
La mia sedia è scomoda.
“Infatti, dottore, non ho capito niente.”
Il vecchio psichiatra preme le scapole contro il vetro della finestra.
“In certi momenti, per alcune persone, il peso delle responsabilità della vita diventa insopportabile. La loro natura lo tollera solo in superficie, lo tollera perché ci si aspetta che lo facciano. Forse stavolta lei deve cedere il comando a qualcuno esterno alla vostra…”
Mi rimetto in piedi.
“Tra di noi abbiamo un linguaggio preciso per questo. Un modo per abbandonare ogni peso. Lui lo sa. Io lo so.”
Benevento intercetta la frequenza esatta del mio messaggio, ma non cede.
Fa un passo verso la scrivania, senza risedersi.
“Lei sa meglio di me, signora, quanto può essere esaltante ricevere il male.”
Fa un piccolo inchino col capo.
“Ma può esserlo altrettanto fare del male agli altri. E farlo davvero.”
Massimo è rimasto ossessionato per due settimane con la storia della clinica nel verde. Ma alla fine abbiamo fatto pace, come sempre. Daniele, il suo amico che ci presentò, mi ha aiutata a fargli capire che io sono la sua sola cura, che lui ama me e i nostri bambini.
Siamo andati a cena fuori ieri sera.
***
Mi sono truccata gli occhi di porpora e oro, le mie palpebre erano simili a tramonti.
Tornando a casa ci siamo fermati a fare l’amore in macchina, come quando eravamo fidanzati, in una piazzola buia vicino ai canneti.
Con il fiato abbiamo già appannato tutti i vetri. Guardando la luna lassù, tratteniamo il respiro. Nell’istante in cui lui torna a respirare, si innervosisce. Qualcosa lo ha morso. Io ascolto il suo respiro corto, mentre dice: “Abbassa il finestrino.”
Apro il vetro.
Lui allunga la mano fuori e lascia cadere l’insetto che ha schiacciato accanto alla macchina.
“Non tornerà,” dice sottovoce.
Quando torna a premere il bacino contro il mio, spingendomi sul sedile, sento che la sua carne è ancora percorsa da brividi, ma non abbastanza. Sono gli effetti del veleno che gli dà quel druido, Benevento.
È lui, con quegli intrugli, che manda in crisi il nostro matrimonio. Lo fa diventare un morto: un senzatetto dopo una notte su una panchina ha più energia.
Le mie dita si stringono attorno a lui. La mia mano fa perno alla base per tenerlo fermo, mentre la mia bocca scende e sale, muovendosi lungo tutta la lunghezza. Accumulo la saliva sotto la lingua e la lascio cadere direttamente sulla sua pelle lucida. Lo fisso dal basso.
Sorride mentre affonda un dito sul mio labbro, lo passa sulla guancia e arriva vicino all’orecchio. Mi vedo nello specchietto retrovisore.
Il mio rossetto adesso è una macchia che si allunga oltre l’angolo destro delle labbra, fin sopra la guancia.
Il suo indice intercetta la sbavatura scura sul lato sinistro della mia bocca e trascina all’indietro anche quella, fino al lobo.
“Eccoti. Adesso sembri il Joker.”
La luce della luna mi fa risaltare il naso, i miei zigomi con questo nuovo trucco si sono sollevati ancora di più.
“Il Joker non è attraente.”
Non sposta gli occhi dalle mie palpebre dorate: “Di notte tutto può essere attraente. E poi non è che noi abbiamo proprio i gusti delle persone normali.”
Mantengo gli occhi nei suoi mentre la mia testa ricomincia a muoversi su e giù, gli sorrido e premo i denti direttamente sulla sua carne. Le mie spalle si raddrizzano. Con la punta dei polpastrelli raccolgo la saliva dai bordi della bocca e la spalmo su di lui, accelerando il ritmo con l’aiuto delle mani.
Siamo in silenzio da diversi minuti.
La sua lingua entra nella mia bocca. Lo trattengo per la nuca e dico:
“Non siamo stati felici alla fine? Penso che lo saremo per sempre.”
Mi toglie i capelli dalla faccia, sembra che mi stia guardando per la prima volta.
“Se nessuno è stato più felice di noi, e pensi che durerà per sempre… allora è la fine.”
***
Sì, ho finito di ricordare. Vedo mio marito che fa avanti e indietro nell’ingresso. Sento la voce di Asia che è appena arrivata:
“Sei qui? Dio sia lodato.”
Sto per rispondere, convinta che stia parlando con me. Invece i suoi occhi seguono il padre, che si siede di fronte a lei. Le passo accanto, nessuno alza la testa. Spesso non mi rispondono nemmeno quando parlo, quindi non dico nulla.
Vado in camera a cercare il libro. Alle sei devo andare dalla dottoressa Potenza e sono già le cinque. Se non lo trovo, scriverò i miei ricordi ora, ma non ce la farò in così poco tempo.
Metto le mani nel cassetto che è rimasto aperto e poi lo spingo per chiuderlo. Si blocca a metà corsa.
Mentre guardo il soffitto e le travi di legno, capisco. Il libro è lì, caduto dietro il cassetto.
Lo recupero e lo butto sul letto.
Ecco la mia vita: un ammasso di pagine ingiallite dentro una copertina viola rovinata.
Però… mi dispiace che Asia non mi abbia nemmeno salutato. E vabbè, forse il padre ha avuto un altro momento no, la capisco. Non possono sempre tutti pensare a me.
Guardo la stanza intorno a me. Ho lasciato che decidesse ogni dettaglio per evitargli lo stress di discutere.
E ripensando a ieri sera, in macchina, sento che forse tutto si può salvare con l’aiuto della dottoressa Potenza. Perché siamo stati bene, da una vita non lo facevamo così bene…
Purtroppo, quando siamo tornati a casa, ha ricominciato con le solite storie: a dire che ha brutti pensieri e che voleva prendere le medicine.
Ha mandato un messaggio a Benevento e poi è venuto a dirmi che voleva andare in quella clinica in campagna. Che lo psichiatra gli ha detto di farglielo sapere entro oggi, perché domani potrebbe accompagnarlo almeno per incontrare il responsabile.
Spero che quella psicologa mi dia un buon consiglio per impedirlo. Nel frattempo ieri sera ho pensato che poteva distrarci una crociera e ho subito iniziato a vedere quale, mostrandogli sul PC un itinerario.
I nostri figli non erano a casa. Marco mi ha chiamato dicendo che il nonno voleva che restassero a dormire da loro perché stavano guardando insieme un film su Iris.
Perciò ne ho parlato con mio figlio, che ama fare queste cose ed è organizzatissimo perché ha preso dal padre, e ho detto che dei dettagli avrebbe potuto occuparsi lui.
Cerco qualcosa per cambiarmi. Ieri mi devo essere addormentata vestita perché ero già sistemata così stamattina.
La porta è di rovere massiccio, spessa come una bara, eppure la voce stridula di mio figlio Marco, che chiede aiuto, si sente lo stesso. Corro a vedere che succede.
Ma… adesso ci sono.
Io non devo andare da nessuna dottoressa.
Mentre me ne sto lì, immobile in mezzo al corridoio, con addosso un freddo che non capisco da dove viene, visto che è estate, vedo Massimo che abbraccia Asia. Le piazza il naso tra i capelli, tiene le labbra vicino al collo, sotto l’orecchio, e dice:
“È stata lei che ha voluto a tutti i costi uscire con me, lei che si è voluta sposare.”
Le mie dita sono ancora sulla maniglia. Ma non la sento.
Sento il pianto di Marco dal piano di sopra. Non serve che io salga, la voce nella mia testa sa già cosa c’è lì.
Dice:
“Tu non sei viva. Per questo Alessia non ti ha salutato oggi.”
Massimo sta parlando alla scala: “È stata lei che è voluta uscire ieri…”
Asia si scosta i capelli tenendoli fermi dietro la testa, come se così potesse vedere meglio la realtà:
“È stata lei anche a chiedere Marco di aiutarla a organizzare… Gesù Cristo, lei pensava a farti riposare.”
Nel collo di Massimo vedo il battito del suo cuore:
“Proprio quello! Non c’è mai stata una volta che ha deciso una cosa lei e l’ha fatta lei!”
Le labbra di mia figlia si aprono e si chiudono, alla fine ingoia aria e parla:
“Ma se fino adesso hai detto solo: è stata lei!”
Mio marito sta andando verso il bagno.
Asia, con gli occhi spenti, urla dietro di lui:
“È stata lei anche a morire!”
Salgo le scale. Marco sta facendo un numero, ma il cellulare gli cade dalle mani. Vorrei poterlo aiutare.
Vorrei vedere…
Sono lì, stesa per terra accanto al PC ancora aperto, nella camera dove di solito leggevo o dove mio marito lavorava. Ho un occhio aperto e uno chiuso.
La mia mano ha le dita ritorte, attaccate alla fronte, a pochi centimetri dal nostro bilanciere d’acciaio. A causa del peso all’estremità, è rotolato sul pavimento e si è fermato accanto alla mia testa.
Avevo messo lo smalto bordeaux.
Sotto c’è una macchia densa, lucida, e anche quella sembra smalto, asciugato ormai. I capelli ci si sono appiccicati sopra.
Vado a vedere cosa combina Massimo in bagno. Ha riempito il lavandino con tutte le pasticche di Benevento.
Gli dico:
“Guarda che per me è tutto a posto. Non ce l’ho con te, è colpa di quelle pillole. Lo so.”
Ma lo specchio non riflette la mia faccia, non mi vede e non mi sente.
Cerco i miei figli. Marco è ancora in ginocchio e si copre gli occhi con il polso. Deve aver fatto la telefonata.
Non so quanto tempo è passato, ma i vetri delle finestre sono investiti da lampi rossi e blu.
Scendo di sotto, il mio giardino è il caos. È venuta anche Alessia. Chissà chi l’ha chiamata. I miei suoceri corrono verso la porta di casa.
Mi siedo sulla panchina in giardino, tanto adesso nessuno ha tempo di pensare a me.
La mia morte è la più grande fregatura del mondo: sono tutti qui per il mio corpo, ma quello che ha da dire la mia anima nessuno lo sente.
A pensarci meglio, non è che sia tanto diverso anche in vita. I corpi interessano sempre di più.
Aspetterò di rivedere ancora una volta i miei figli, poi me ne andrò.
Eccoli. Marco è uscito per primo. Ci sono adulti che non conosco con lui. Asia sta scendendo adesso, mio suocero le dà il braccio. Non le vedo il viso, lo nasconde contro la spalla del nonno.
Marco dice:
“Nonno, che succede?”
Mio suocero ha ottant’anni. Fino a ieri se li portava benissimo. Adesso, di colpo, li dimostra tutti e anche venti di più.
“Succede che i vostri genitori adesso sono solo vostri per sempre.”
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