Il pub
di
Andrea Sinner
genere
etero
Il pub
Mi ero iscritta all’università contro il volere dei miei genitori. Loro avrebbero preferito che mi cercassi subito un lavoro o, meglio ancora, mi “sistemassi” (così dicevano) trovandomi un marito possibilmente ricco.
Io ero molto determinata, mi piaceva studiare e volevo essere indipendente.
Ora, però, dovevo darmi da fare e trovare un lavoro part time che mi permettesse di mantenermi agli studi e di soddisfare le mie esigenze di diciannovenne.
I miei mi avevano appena comprato una piccola utilitaria di seconda mano come regalo per la maturità e non erano nelle condizioni di pagarmi anche le tasse universitarie, i libri, la benzina per andare in facoltà, ecc.
La ricerca del lavoro si rivelò più difficile di quanto credessi. Mi offrivano solo tirocini gratuiti oppure lavori pagati in nero con richieste di orari assurdi.
Ero veramente scoraggiata quando un’amica mi segnalò che in una cittadina vicina c’era un pub che cercava cameriere per le giornate di maggior affluenza.
Pur non essendoci mai stata conoscevo il locale; al tempo era famoso e frequentato da clienti che venivano da tutta la regione soprattutto perché ogni giovedì sera organizzavano dei contest in cui le clienti più disinibite venivano invitate sul palco per improvvisare divertenti spogliarelli.
Mi presentai immediatamente. Parlai con Salvatore, uno dei tre gestori. Mi fece un’ottima impressione, mi spiegò con chiarezza cosa mi veniva richiesto e cosa mi offrivano. Dopo un periodo di prova mi avrebbero fatto un regolare contratto con assicurazione, contributi, ecc. mansioni e orari erano chiari e ben definiti.
La paga era molto buona e capì subito il perché; alle cameriere, tutte ragazze giovani e carine, veniva richiesto un abbigliamento un po’ particolare con una minigonna svasata nera e una canotta bianca corta e attillata. Salvatore ci tenne a informarmi che poteva capitare che qualche cliente allungasse le mani o facesse apprezzamenti pesanti e mi chiese se questo potesse rappresentare per me un problema, precisando che comunque il servizio d’ordine del locale sarebbe intervenuto prontamente in caso di eccessi. Era chiaro che voleva farmi capire che non avrei dovuto fare scenate nel caso mi fossi trovata una mano sulle tette o sul culo o se mi fossero stati rivolti apprezzamenti non richiesti.
Anche se ero un po’ perplessa cercai di rassicurarlo. Avevo assoluto bisogno di quel lavoro, avrei dovuto lavorare solo le sere di giovedì, venerdì e sabato e mi veniva assicurato uno stipendio praticamente da full time.
Ci accordammo per cominciare il periodo di prova la sera stessa e mi diede una lista con i documenti che avrei dovuto portargli per poter firmare il contratto.
Quando cominciai il mio primo turno di lavoro ero molto nervosa, quasi impaurita. Non mi spaventava il dover lavorare duro ma il tipo di ambiente che avrei trovato, sia il rapporto con le colleghe che con i clienti. Temevo che non sarei stata a mio agio a muovermi tra i tavoli con quell’abbigliamento così “essenziale” e ripensavo alle parole di Salvatore sul possibile comportamento dei clienti.
Devo ammettere che trovai invece colleghe molto carine che mi misero subito a mio agio e, dopo i primi minuti di imbarazzo, restai sorpresa da me stessa per la disinvoltura con la quale riuscivo a svolgere il mio lavoro e a tenere a bada anche i clienti più maleducati e intraprendenti.
Era vero che non pochi uomini, soprattutto il giovedì quando c’era lo spettacolo di strip-tease, si sentivano autorizzati a rivolgersi a noi cameriere in modo volgare e anche a palparci le tette e il culo. Più di una volta ho dovuto togliermi di dosso mani che si erano intrufolate fin sotto la gonna. C’era chi faceva finta di toccarmi inavvertitamente mentre servivo al tavolo ma altri non si facevano alcuno scrupolo a strizzarmi una tetta o entrambe, anche davanti alle loro ragazze. In queste circostanze ero spesso sorpresa dalla reazione delle compagne che non si arrabbiavano per il comportamento da maiale del loro uomo e non dimostravano la minima empatia nei miei confronti. Al contrario o ridevano insieme al resto dei presenti al tavolo o mi fulminavano con sguardi di disprezzo come a voler dire “Sei vestita da puttana ed è giusto che da puttana vieni trattata”. Un po’ ci rimanevo male ma poi rispondevo sfoderando un bel sorriso e continuavo il mio lavoro.
Devo ammettere, ed è strano che lo dica io che per tutta l’adolescenza mi sono vista brutta e impacciata e ho cercato di nascondere il più possibile il mio corpo, che la “divisa” richiesta dal locale esaltava i miei punti di forza e mi rendeva particolarmente provocante. La minigonna era molto mini ed esaltava le mie gambe slanciate, e ben tornite, La canotta era aderente e così scollata da non permettermi di indossare il reggiseno; in tal modo la mia quarta abbondante era oggettivamente una calamita di sguardi e di… palpate.
Inoltre, poiché il top lasciava l’ombelico scoperto, avevo deciso di ornarlo con un brillantino che nella penombra del locale risaltava particolarmente e mi distingueva dalle altre cameriere.
A volte i comportamenti sopra le righe dei clienti mi risultavano anche piacevoli, in particolare da parte di ragazzi più timidi e non aggressivi. C’era anche chi con uno sguardo o una frase o anche toccandomi con gentilezza mi lusingava e mi procurava una certa eccitazione.
Insomma, il lavoro mi piaceva e anche molto. E mi piaceva anche quella mia audacia nel mostrarmi agli sguardi di tanta gente. Il fatto che fosse una “divisa” e che anche le altre cameriere fossero (s)vestite allo stesso modo rendeva il tutto per me più accettabile ma era forse solo un mio alibi per non ammettere la mia indole esibizionista.
Ero incuriosita anche dagli spettacolini di strip-tease amatoriale del giovedì. Salvatore era molto bravo nel coinvolgere le ragazze, lo faceva con garbo, leggerezza e ironia. Erano sempre numerose le ragazze che riusciva a far salire sul palco e poi convinceva a togliersi un capo di abbigliamento e poi un altro e poi un altro ancora. La maggior parte si fermava una volta restata in biancheria intima ma c’era anche chi andava oltre e arrivava a mostrare il seno nudo o anche di più. Non di rado Salvatore doveva fermarle perché lo spettacolo da sexy rischiava di trasformarsi in porno. Era anche interessante cercare di distinguere chi era arrivata al locale già con l’idea di spogliarsi e quelle che davvero si erano lasciate convincere sul momento. Di solito era la biancheria intima indossata dalle ragazze a identificare le due “categorie”; c’era chi svelava mise intime particolarmente sexy o costose e chi invece reggiseni e mutandine di tutti i giorni, spesso nemmeno abbinate per tipologia o colore. Ed erano queste ultime ragazze che attiravano maggiormente la mia attenzione e in qualche modo anche la mia invidia per il coraggio e la sfrontatezza che manifestavano nello spogliarsi davanti a una sala stracolma di persona che ridevano, urlavano, applaudivano, fischiavano, lanciavano apprezzamenti o commenti volgari. A volte mi chiedevo se io avessi mai avuto un simile coraggio oppure mi immaginavo al loro posto sul palco. E dire che in quel momento non è che io fossi molto più vestita di loro.
Mi divertiva anche vedere il comportamento dei fidanzati delle ragazze coinvolte negli spettacoli. C’era chi era imbarazzato, chi cercava di bloccare la morosa, chi s’arrabbiava di brutto, chi era eccitato dal mostrare la propria donna. Una volta un ragazzo è addirittura salito sul palco e, tra gli improperi del pubblico, ha portato via di peso la fidanzata che stava per togliersi il reggiseno. In quell’occasione dovette intervenire la security per riportare la calma.
Una sera, mentre stavamo risistemando la sala dopo aver chiuso il locale, Salvatore mi chiese di seguirlo in ufficio. Non avevo ancora terminato il periodo di prova e la sua richiesta mi preoccupò non poco. Pensai di aver fatto qualcosa di sbagliato e che mi volesse mandar via.
Nell’ufficio trovai anche Antonio, il più anziano dei gestori. Non avevo mai avuto occasione di parlare con lui ma, al contrario di Salvatore, non mi piaceva affatto, non mi ispirava fiducia, mi sembrava un uomo “viscido”. Era sulla quarantina, con un bel fisico e occhi di un azzurro penetrante. Mi dava inquietudine. Con mia sorpresa fu proprio Antonio a parlare per primo. Mi disse che mi aveva osservata attentamente mentre lavoravo, che ero brava, che apparivo disinvoltura, che sapevo come gestire i clienti anche quelli più “intraprendenti”. Mi chiese poi come mi trovavo e se questo lavoro mi piaceva. Le sue parole mi rassicurarono e risposi con sincerità che ero contenta del lavoro e che mi trovavo bene. Nel frattempo, Salvatore fu richiamato in sala e uscì dalla stanza.
Ero rimasta sola con Antonio e mi sentivo un po’ a disagio. Lo sguardo di Antonio si alternava tra il mio seno e le cosce ed era chiaramente uno sguardo da porco.
Mi disse che considerava finito il mio periodo di prova e che dal giorno successivo sarei stata assunta a tutti gli effetti.
Aprì un piccolo frigo che c’era nella stanza e prese una bottiglia di spumante invitandomi a festeggiare. Provai a dire che non era il caso ma fu irremovibile. Prese due bicchieri, mi versò da bere e brindammo. Una, due, tre volte. La testa cominciava a girarmi. Lui continuava a parlare, a farmi complimenti e a fissarmi tette e cosce.
Poi la frase che mi fece raggelare: “Se ti raddoppiassi la paga saresti un po’ carina con me?”
Avevo capito perfettamente cosa intendesse ma mi venne istintivo dire: “Scusa? Non ho capito, Cosa intendi per essere carina?”
“Saresti disposta a fare sesso con me?”
Scattai in piedi: “No, assolutamente no. Non sono una puttana.”
“Lo so che sei una brava ragazza ma mi è sembrato di capire che i soldi ti servono. Non ti chiedo chissà cosa. Che so… tanto per provare mi faresti una sega per 50.000 lire ?”
Ero incazzata, spaventata ma, devo ammetterlo, quei soldi in più mi avrebbero fatto comodo, Un po’ ero anche eccitata. Mi stava offrendo un bel po’ di soldi per menargli un po’ il cazzo. Non era proprio come fare sesso.
“Dammene 80 e lo faccio, ma solo quello e tu non mi devi toccare.” Oddio, ma ero stata proprio io a dire quelle cose?
“Va bene ma almeno togliti la maglietta, voglio vederti le tette.”
Sfilai il top dalla testa e istintivamente cercai di coprirmi il seno incrociando le braccia. Lui chiuse la porta a chiave.
Avevo paura, mi vergognavo ma ero anche… curiosa. Sarei stata capace?
Lui si avvicinò, si tirò giù in un solo movimento pantalone e mutande e si appoggiò alla scrivania.
Mi ero accovacciata davanti a lui e mi trovai all’altezza della faccia un cazzo di tutto rispetto già in erezione. Esitai, lo guardai in viso, mi fece segno come per dire: “E allora? Che aspetti?”
Lo impugnai timidamente con la destra e comincia a menarlo, Poi aggiunsi anche l’altra mano. Mi stava letteralmente crescendo in mano ed era durissimo. Mi feci coraggio e comincia a fare su è giù con più vigore. Lo sentì gemere. Lo guardai. Aveva chiuso gli occhi. Confesso che la situazione cominciava a piacermi. Mi eccitava il potere che avevo su di lui, lo stavo facendo godere solo con le mie mani. Mi sporsi in avanti e sputai due volte sul glande in modo da segarlo meglio. Nell’avvicinarmi sentì un buon odore, evidentemente si era lavato da poco. Per un attimo pensai addirittura di prenderlo in bocca ma poi mi dissi: “No, l’accordo è 80.000 lire per una sega. Non gli regalerò un pompino.”
“Hai detto che io non posso toccarti allora toccati tu le tette.”
Lo guardai diritto negli occhi come per sfidarlo; con la destra continuavo a segarlo e con la sinistra comincia a carezzarmi e strizzarmi le tette. Lo vidi strabuzzare gli occhi. Per attizzarlo ancora di più mi venne istintivo passarmi la lingua sulle labbra. Paura e vergogna erano scomparse del tutto. Mi sentivo tanto puttana e mi piaceva da morire.
Lo stavo ormai segando da qualche minuto, era venuto il momento di farlo venire. Comincia a sbattermi la cappella su una tetta e poi a strusciare il cazzo tra i due seni.
Lui era tutto un gemere e incitarmi: “Brava, bravissima. Sì, così troia continua, continua”
Sentì il cazzo vibrare, capì che stava per esplodere. Mi spostai di lato, non volevo assolutamente che mi venisse addosso. Feci appena in tempo; cominciò a schizzare come una fontana. Ma quanta sperma aveva questo nei coglioni? Il mio primo istinto fu ancora una volta di prenderlo in bocca ma riuscì a trattenermi.
Avevamo finito. Mi alzai in piedi e rimasi con le mani sporche di sborra a mezzaria, come un uccello che si sta asciugando le ali. Sentivo l’odore dello sperma che mi colava dalle mani e mi faceva un po’ schifo.
Lui mi porse un pacchetto di fazzolettini per pulirmi. Fece altrettanto con il suo arnese.
“Woah, sei un po' cara per una sega ma devo dire che sei stata veramente brava. Credo proprio che te li sei guadagnata i tuoi soldi” e così dicendo mi porse quattro banconote da 20.
Presi i soldi, biascicai un grazie, mi rimisi in fretta il top e uscii quasi di corsa dalla stanza.
Dopo, mentre ero in macchina per tornarmene a casa, mi venne da piangere. Avevo davanti agli occhi le immagini di me in quella fottuta stanza che menavo il cazzo di quel porco del mio capo. Dovetti fermarmi a bordo strada. Cosa cazzo avevo fatto? Come ero caduta così in basso? Era inutile fingere, mi ero prostituita. Non mi ero fatta scopare, è vero, ma mi ero comunque venduta. Per soldi gli avevo fatto vedere le tette, gli avevo preso il cazzo in mano, gli avevo fatto una sega, me lo ero strofinata sul seno, avevo ancora tracce della sua sborra sulle mani. Mi chiedevo cosa avrei fatto alla sua prossima richiesta. Ero sicura che avrebbe voluto di più, non si sarebbe accontentato di essere masturbato. Cosa sarei stata disposta a fare? Gli avrei fatto un pompino? Avrei dovuto ingoiare? Quanto mi avrebbe dato Antonio per un bel servizietto? E se avesse voluto scoparmi? Se mi ha dato 80.000 lire per una sega quale poteva essere il compenso adeguato per chiavarmi? Sarei stata disposta a dargli anche il culo?
Non piangevo più, ora pensavo a quanto potevo guadagnare con poca fatica, solo con un piccolo sacrificio. D’altronde Antonio era un bell’uomo e aveva un bel cazzo. Come sarebbe stato prenderlo in bocca, nella fica, nel culo?
Mi stavo eccitando. Senza nemmeno accorgermene mi trovai con una mano sotto la gonna e due dita nella fica. Ero bagnata. Mi stavo masturbando a bordo strada pensando al cazzo di Antonio dentro di me e ai soldi che mi avrebbe dato. Ero diventata una puttana…. e mi piaceva.
Mi ero iscritta all’università contro il volere dei miei genitori. Loro avrebbero preferito che mi cercassi subito un lavoro o, meglio ancora, mi “sistemassi” (così dicevano) trovandomi un marito possibilmente ricco.
Io ero molto determinata, mi piaceva studiare e volevo essere indipendente.
Ora, però, dovevo darmi da fare e trovare un lavoro part time che mi permettesse di mantenermi agli studi e di soddisfare le mie esigenze di diciannovenne.
I miei mi avevano appena comprato una piccola utilitaria di seconda mano come regalo per la maturità e non erano nelle condizioni di pagarmi anche le tasse universitarie, i libri, la benzina per andare in facoltà, ecc.
La ricerca del lavoro si rivelò più difficile di quanto credessi. Mi offrivano solo tirocini gratuiti oppure lavori pagati in nero con richieste di orari assurdi.
Ero veramente scoraggiata quando un’amica mi segnalò che in una cittadina vicina c’era un pub che cercava cameriere per le giornate di maggior affluenza.
Pur non essendoci mai stata conoscevo il locale; al tempo era famoso e frequentato da clienti che venivano da tutta la regione soprattutto perché ogni giovedì sera organizzavano dei contest in cui le clienti più disinibite venivano invitate sul palco per improvvisare divertenti spogliarelli.
Mi presentai immediatamente. Parlai con Salvatore, uno dei tre gestori. Mi fece un’ottima impressione, mi spiegò con chiarezza cosa mi veniva richiesto e cosa mi offrivano. Dopo un periodo di prova mi avrebbero fatto un regolare contratto con assicurazione, contributi, ecc. mansioni e orari erano chiari e ben definiti.
La paga era molto buona e capì subito il perché; alle cameriere, tutte ragazze giovani e carine, veniva richiesto un abbigliamento un po’ particolare con una minigonna svasata nera e una canotta bianca corta e attillata. Salvatore ci tenne a informarmi che poteva capitare che qualche cliente allungasse le mani o facesse apprezzamenti pesanti e mi chiese se questo potesse rappresentare per me un problema, precisando che comunque il servizio d’ordine del locale sarebbe intervenuto prontamente in caso di eccessi. Era chiaro che voleva farmi capire che non avrei dovuto fare scenate nel caso mi fossi trovata una mano sulle tette o sul culo o se mi fossero stati rivolti apprezzamenti non richiesti.
Anche se ero un po’ perplessa cercai di rassicurarlo. Avevo assoluto bisogno di quel lavoro, avrei dovuto lavorare solo le sere di giovedì, venerdì e sabato e mi veniva assicurato uno stipendio praticamente da full time.
Ci accordammo per cominciare il periodo di prova la sera stessa e mi diede una lista con i documenti che avrei dovuto portargli per poter firmare il contratto.
Quando cominciai il mio primo turno di lavoro ero molto nervosa, quasi impaurita. Non mi spaventava il dover lavorare duro ma il tipo di ambiente che avrei trovato, sia il rapporto con le colleghe che con i clienti. Temevo che non sarei stata a mio agio a muovermi tra i tavoli con quell’abbigliamento così “essenziale” e ripensavo alle parole di Salvatore sul possibile comportamento dei clienti.
Devo ammettere che trovai invece colleghe molto carine che mi misero subito a mio agio e, dopo i primi minuti di imbarazzo, restai sorpresa da me stessa per la disinvoltura con la quale riuscivo a svolgere il mio lavoro e a tenere a bada anche i clienti più maleducati e intraprendenti.
Era vero che non pochi uomini, soprattutto il giovedì quando c’era lo spettacolo di strip-tease, si sentivano autorizzati a rivolgersi a noi cameriere in modo volgare e anche a palparci le tette e il culo. Più di una volta ho dovuto togliermi di dosso mani che si erano intrufolate fin sotto la gonna. C’era chi faceva finta di toccarmi inavvertitamente mentre servivo al tavolo ma altri non si facevano alcuno scrupolo a strizzarmi una tetta o entrambe, anche davanti alle loro ragazze. In queste circostanze ero spesso sorpresa dalla reazione delle compagne che non si arrabbiavano per il comportamento da maiale del loro uomo e non dimostravano la minima empatia nei miei confronti. Al contrario o ridevano insieme al resto dei presenti al tavolo o mi fulminavano con sguardi di disprezzo come a voler dire “Sei vestita da puttana ed è giusto che da puttana vieni trattata”. Un po’ ci rimanevo male ma poi rispondevo sfoderando un bel sorriso e continuavo il mio lavoro.
Devo ammettere, ed è strano che lo dica io che per tutta l’adolescenza mi sono vista brutta e impacciata e ho cercato di nascondere il più possibile il mio corpo, che la “divisa” richiesta dal locale esaltava i miei punti di forza e mi rendeva particolarmente provocante. La minigonna era molto mini ed esaltava le mie gambe slanciate, e ben tornite, La canotta era aderente e così scollata da non permettermi di indossare il reggiseno; in tal modo la mia quarta abbondante era oggettivamente una calamita di sguardi e di… palpate.
Inoltre, poiché il top lasciava l’ombelico scoperto, avevo deciso di ornarlo con un brillantino che nella penombra del locale risaltava particolarmente e mi distingueva dalle altre cameriere.
A volte i comportamenti sopra le righe dei clienti mi risultavano anche piacevoli, in particolare da parte di ragazzi più timidi e non aggressivi. C’era anche chi con uno sguardo o una frase o anche toccandomi con gentilezza mi lusingava e mi procurava una certa eccitazione.
Insomma, il lavoro mi piaceva e anche molto. E mi piaceva anche quella mia audacia nel mostrarmi agli sguardi di tanta gente. Il fatto che fosse una “divisa” e che anche le altre cameriere fossero (s)vestite allo stesso modo rendeva il tutto per me più accettabile ma era forse solo un mio alibi per non ammettere la mia indole esibizionista.
Ero incuriosita anche dagli spettacolini di strip-tease amatoriale del giovedì. Salvatore era molto bravo nel coinvolgere le ragazze, lo faceva con garbo, leggerezza e ironia. Erano sempre numerose le ragazze che riusciva a far salire sul palco e poi convinceva a togliersi un capo di abbigliamento e poi un altro e poi un altro ancora. La maggior parte si fermava una volta restata in biancheria intima ma c’era anche chi andava oltre e arrivava a mostrare il seno nudo o anche di più. Non di rado Salvatore doveva fermarle perché lo spettacolo da sexy rischiava di trasformarsi in porno. Era anche interessante cercare di distinguere chi era arrivata al locale già con l’idea di spogliarsi e quelle che davvero si erano lasciate convincere sul momento. Di solito era la biancheria intima indossata dalle ragazze a identificare le due “categorie”; c’era chi svelava mise intime particolarmente sexy o costose e chi invece reggiseni e mutandine di tutti i giorni, spesso nemmeno abbinate per tipologia o colore. Ed erano queste ultime ragazze che attiravano maggiormente la mia attenzione e in qualche modo anche la mia invidia per il coraggio e la sfrontatezza che manifestavano nello spogliarsi davanti a una sala stracolma di persona che ridevano, urlavano, applaudivano, fischiavano, lanciavano apprezzamenti o commenti volgari. A volte mi chiedevo se io avessi mai avuto un simile coraggio oppure mi immaginavo al loro posto sul palco. E dire che in quel momento non è che io fossi molto più vestita di loro.
Mi divertiva anche vedere il comportamento dei fidanzati delle ragazze coinvolte negli spettacoli. C’era chi era imbarazzato, chi cercava di bloccare la morosa, chi s’arrabbiava di brutto, chi era eccitato dal mostrare la propria donna. Una volta un ragazzo è addirittura salito sul palco e, tra gli improperi del pubblico, ha portato via di peso la fidanzata che stava per togliersi il reggiseno. In quell’occasione dovette intervenire la security per riportare la calma.
Una sera, mentre stavamo risistemando la sala dopo aver chiuso il locale, Salvatore mi chiese di seguirlo in ufficio. Non avevo ancora terminato il periodo di prova e la sua richiesta mi preoccupò non poco. Pensai di aver fatto qualcosa di sbagliato e che mi volesse mandar via.
Nell’ufficio trovai anche Antonio, il più anziano dei gestori. Non avevo mai avuto occasione di parlare con lui ma, al contrario di Salvatore, non mi piaceva affatto, non mi ispirava fiducia, mi sembrava un uomo “viscido”. Era sulla quarantina, con un bel fisico e occhi di un azzurro penetrante. Mi dava inquietudine. Con mia sorpresa fu proprio Antonio a parlare per primo. Mi disse che mi aveva osservata attentamente mentre lavoravo, che ero brava, che apparivo disinvoltura, che sapevo come gestire i clienti anche quelli più “intraprendenti”. Mi chiese poi come mi trovavo e se questo lavoro mi piaceva. Le sue parole mi rassicurarono e risposi con sincerità che ero contenta del lavoro e che mi trovavo bene. Nel frattempo, Salvatore fu richiamato in sala e uscì dalla stanza.
Ero rimasta sola con Antonio e mi sentivo un po’ a disagio. Lo sguardo di Antonio si alternava tra il mio seno e le cosce ed era chiaramente uno sguardo da porco.
Mi disse che considerava finito il mio periodo di prova e che dal giorno successivo sarei stata assunta a tutti gli effetti.
Aprì un piccolo frigo che c’era nella stanza e prese una bottiglia di spumante invitandomi a festeggiare. Provai a dire che non era il caso ma fu irremovibile. Prese due bicchieri, mi versò da bere e brindammo. Una, due, tre volte. La testa cominciava a girarmi. Lui continuava a parlare, a farmi complimenti e a fissarmi tette e cosce.
Poi la frase che mi fece raggelare: “Se ti raddoppiassi la paga saresti un po’ carina con me?”
Avevo capito perfettamente cosa intendesse ma mi venne istintivo dire: “Scusa? Non ho capito, Cosa intendi per essere carina?”
“Saresti disposta a fare sesso con me?”
Scattai in piedi: “No, assolutamente no. Non sono una puttana.”
“Lo so che sei una brava ragazza ma mi è sembrato di capire che i soldi ti servono. Non ti chiedo chissà cosa. Che so… tanto per provare mi faresti una sega per 50.000 lire ?”
Ero incazzata, spaventata ma, devo ammetterlo, quei soldi in più mi avrebbero fatto comodo, Un po’ ero anche eccitata. Mi stava offrendo un bel po’ di soldi per menargli un po’ il cazzo. Non era proprio come fare sesso.
“Dammene 80 e lo faccio, ma solo quello e tu non mi devi toccare.” Oddio, ma ero stata proprio io a dire quelle cose?
“Va bene ma almeno togliti la maglietta, voglio vederti le tette.”
Sfilai il top dalla testa e istintivamente cercai di coprirmi il seno incrociando le braccia. Lui chiuse la porta a chiave.
Avevo paura, mi vergognavo ma ero anche… curiosa. Sarei stata capace?
Lui si avvicinò, si tirò giù in un solo movimento pantalone e mutande e si appoggiò alla scrivania.
Mi ero accovacciata davanti a lui e mi trovai all’altezza della faccia un cazzo di tutto rispetto già in erezione. Esitai, lo guardai in viso, mi fece segno come per dire: “E allora? Che aspetti?”
Lo impugnai timidamente con la destra e comincia a menarlo, Poi aggiunsi anche l’altra mano. Mi stava letteralmente crescendo in mano ed era durissimo. Mi feci coraggio e comincia a fare su è giù con più vigore. Lo sentì gemere. Lo guardai. Aveva chiuso gli occhi. Confesso che la situazione cominciava a piacermi. Mi eccitava il potere che avevo su di lui, lo stavo facendo godere solo con le mie mani. Mi sporsi in avanti e sputai due volte sul glande in modo da segarlo meglio. Nell’avvicinarmi sentì un buon odore, evidentemente si era lavato da poco. Per un attimo pensai addirittura di prenderlo in bocca ma poi mi dissi: “No, l’accordo è 80.000 lire per una sega. Non gli regalerò un pompino.”
“Hai detto che io non posso toccarti allora toccati tu le tette.”
Lo guardai diritto negli occhi come per sfidarlo; con la destra continuavo a segarlo e con la sinistra comincia a carezzarmi e strizzarmi le tette. Lo vidi strabuzzare gli occhi. Per attizzarlo ancora di più mi venne istintivo passarmi la lingua sulle labbra. Paura e vergogna erano scomparse del tutto. Mi sentivo tanto puttana e mi piaceva da morire.
Lo stavo ormai segando da qualche minuto, era venuto il momento di farlo venire. Comincia a sbattermi la cappella su una tetta e poi a strusciare il cazzo tra i due seni.
Lui era tutto un gemere e incitarmi: “Brava, bravissima. Sì, così troia continua, continua”
Sentì il cazzo vibrare, capì che stava per esplodere. Mi spostai di lato, non volevo assolutamente che mi venisse addosso. Feci appena in tempo; cominciò a schizzare come una fontana. Ma quanta sperma aveva questo nei coglioni? Il mio primo istinto fu ancora una volta di prenderlo in bocca ma riuscì a trattenermi.
Avevamo finito. Mi alzai in piedi e rimasi con le mani sporche di sborra a mezzaria, come un uccello che si sta asciugando le ali. Sentivo l’odore dello sperma che mi colava dalle mani e mi faceva un po’ schifo.
Lui mi porse un pacchetto di fazzolettini per pulirmi. Fece altrettanto con il suo arnese.
“Woah, sei un po' cara per una sega ma devo dire che sei stata veramente brava. Credo proprio che te li sei guadagnata i tuoi soldi” e così dicendo mi porse quattro banconote da 20.
Presi i soldi, biascicai un grazie, mi rimisi in fretta il top e uscii quasi di corsa dalla stanza.
Dopo, mentre ero in macchina per tornarmene a casa, mi venne da piangere. Avevo davanti agli occhi le immagini di me in quella fottuta stanza che menavo il cazzo di quel porco del mio capo. Dovetti fermarmi a bordo strada. Cosa cazzo avevo fatto? Come ero caduta così in basso? Era inutile fingere, mi ero prostituita. Non mi ero fatta scopare, è vero, ma mi ero comunque venduta. Per soldi gli avevo fatto vedere le tette, gli avevo preso il cazzo in mano, gli avevo fatto una sega, me lo ero strofinata sul seno, avevo ancora tracce della sua sborra sulle mani. Mi chiedevo cosa avrei fatto alla sua prossima richiesta. Ero sicura che avrebbe voluto di più, non si sarebbe accontentato di essere masturbato. Cosa sarei stata disposta a fare? Gli avrei fatto un pompino? Avrei dovuto ingoiare? Quanto mi avrebbe dato Antonio per un bel servizietto? E se avesse voluto scoparmi? Se mi ha dato 80.000 lire per una sega quale poteva essere il compenso adeguato per chiavarmi? Sarei stata disposta a dargli anche il culo?
Non piangevo più, ora pensavo a quanto potevo guadagnare con poca fatica, solo con un piccolo sacrificio. D’altronde Antonio era un bell’uomo e aveva un bel cazzo. Come sarebbe stato prenderlo in bocca, nella fica, nel culo?
Mi stavo eccitando. Senza nemmeno accorgermene mi trovai con una mano sotto la gonna e due dita nella fica. Ero bagnata. Mi stavo masturbando a bordo strada pensando al cazzo di Antonio dentro di me e ai soldi che mi avrebbe dato. Ero diventata una puttana…. e mi piaceva.
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