Le passanti

di
genere
etero


Il bar si chiamava “Le Passanti”, ironia del destino, o forse era solo la sua mente che lo ribattezzava mentre la voce roca di Georges Brassens usciva dagli altoparlanti nascosti, lenta, struggente, come una carezza proibita. Les passantes, celles qu’on voit un instant… Lui era lì da un’ora, whisky invecchiato che bruciava in gola, occhi fissi sul bicchiere come se potesse leggervi il futuro. Il locale era quasi vuoto: solo il barista che lucidava bicchieri in silenzio e qualche ombra in fondo alla sala. Fuori, la notte pioveva sottile, rendendo le vetrine lucide come specchi di desiderio.
Poi lei entrò.
Non fece rumore. I tacchi alti sfiorarono il pavimento di legno come un sussurro. Capelli ricci, che ondeggiavano a ogni passo. Abito di seta nera, corto quel tanto da lasciare intravedere le cosce tornite, scollatura profonda che incorniciava il seno pieno, rotondo, che si alzava e abbassava con un ritmo ipnotico. Pelle di porcellana, labbra rosse come il vino che ordinò con un solo gesto della mano affusolata. Si sedette esattamente tre sgabelli più in là. Non lo guardò subito. Ma lui sì.
I loro occhi si incontrarono nel riflesso dello specchio dietro il bancone. Fu come una scintilla. Lui non distolse lo sguardo. Lei nemmeno. Brassens cantava celles qui sont déjà passées… e la canzone sembrava scritta per quel momento. Lui la spogliò con gli occhi, lentamente, esasperatamente. Partì dal collo lungo, elegante, scese sulla curva del décolleté, immaginando la pelle calda sotto la seta, i capezzoli che si indurivano solo per lui. Lei se ne accorse. Inclinò la testa, un sorriso impercettibile, e bevve un sorso di vino. La lingua rosa lambì il bordo del bicchiere, e lui sentì il cazzo pulsare nei pantaloni, gonfio, pesante, che premeva contro la stoffa.
Lei rispose al gioco. I suoi occhi verdi, profondi come pozzi di lussuria, scivolarono sul petto di lui, sui bicipiti tesi sotto la camicia, poi più giù, fermandosi sul rigonfiamento evidente tra le sue gambe. Lo fissò lì, senza pudore, per secondi eterni. Lui vide le sue pupille dilatarsi, le guance arrossarsi appena. Lei accavallò le gambe con lentezza esasperata, lasciando che l’orlo dell’abito salisse ancora, rivelando il bordo di pizzo nero delle autoreggenti. Un movimento impercettibile delle cosce, come se le stesse stringendo per sentire il calore umido che già la bagnava. Lui immaginò il clitoride gonfio, le labbra intime tumide, pronte a schiudersi. Il respiro di lei si fece più profondo; il seno si sollevava, i capezzoli ora visibilmente eretti contro la seta sottile.
Il tempo si dilatò. Il barista sparì in cucina. Erano soli. Gli sguardi si intrecciavano come corpi sudati. Lui la penetrava con gli occhi: la vedeva nuda, a quattro zampe sul bancone, che gemeva mentre lui la prendeva da dietro, forte, profondo. Lei lo guardava come se già lo stesse cavalcando, i fianchi che ruotavano, il suo sesso stretto che lo stringeva in una morsa vellutata. Nessuna parola. Solo quel dialogo osceno, silenzioso, che faceva salire l’eccitazione a livelli insopportabili. Lui sentiva il liquido preseminale bagnargli i boxer; lei, probabilmente, aveva le mutandine fradice, il clitoride che pulsava a ogni battito del cuore.
Passarono minuti che sembrarono ore. Lei si toccò il collo con le dita, lenta, scendendo fino alla scollatura, sfiorando il bordo del seno come se volesse invitarlo a farlo con la lingua. Lui strinse il bicchiere fino a farsi male. Il suo cazzo era duro come marmo, dolorosamente eretto, le vene in rilievo sotto la stoffa. Lei se ne accorse e si morse il labbro inferiore, gli occhi che dicevano: Lo voglio dentro di me. Adesso. Lui rispose con uno sguardo famelico, immaginando di leccarla fino a farla urlare, di affondare la lingua nel suo sapore dolce e salato.
Alla fine lei si alzò. Un movimento fluido, felino. Prese la borsa, ma prima di voltarsi gli lanciò l’ultimo sguardo: un invito bruciante, disperato. Seguimi. Lui lasciò i soldi sul bancone, il whisky intatto. La seguì fuori, nella pioggia leggera.
Non andarono lontano. Un vicolo buio dietro il bar, illuminato solo da un lampione fioco. Lei si fermò contro il muro umido, si girò verso di lui. Ancora nessuna parola. Solo occhi negli occhi. Lui si avvicinò, lento, predatorio. Le mani finalmente toccarono: prima il collo, poi scesero sui seni, strizzandoli con forza esasperata attraverso la seta. Lei inarcò la schiena, un gemito basso le sfuggì dalle labbra socchiuse. Lui le sollevò l’abito, trovò le mutandine di pizzo già zuppe. Le scostò con un dito, sfiorò le grandi labbra gonfie, scivolose. Lei era fradicia, bollente. Infilò due dita dentro di lei, sentì le pareti contrarsi, succhiarlo avide. Lei tremò, gli occhi ancora fissi nei suoi, la bocca aperta in un silenzio urlante di piacere.
Lui si inginocchiò. Le aprì le gambe, affondò il viso tra le cosce. La leccò con voracità, lingua che girava sul clitoride turgido, succhiandolo, mordicchiandolo piano. Lei gli afferrò i capelli, i fianchi che spingevano contro la sua bocca, bagnandogli il mento. Il sapore di lei era inebriante, muschiato, dolce. Lui non smetteva, esasperato, leccandola fino a farla tremare violentemente, un orgasmo silenzioso che la fece contrarre attorno alle sue dita.
Poi fu lei a prendere il controllo. Lo spinse contro il muro opposto, gli aprì i pantaloni con mani frenetiche. Il cazzo schizzò fuori, grosso, venato, la cappella lucida di umori. Lei si abbassò, lo prese in bocca tutto, fino in gola, succhiando con una fame animalesca. Lingua che vorticava, labbra strette, saliva che colava. Lui gemette, gli occhi rovesciati, ma sempre fissi nei suoi quando lei alzava lo sguardo. Lo succhiò per minuti eterni, ingoiandolo, soffocando, gemendo attorno al suo membro.
Non resistettero più. Lui la girò, la piegò contro il muro. Le entrò dentro con un colpo solo, profondo, fino alla base. Lei era stretta, rovente, bagnata come un fiume. Lui la scopò con rabbia esasperata, spinte lunghe e violente, i fianchi che sbattevano contro il suo culo sodo. Lei spingeva indietro, incontrandolo, le pareti che lo stringevano in una morsa vellutata. Occhi nello specchio di una pozzanghera: ancora legati, ancora silenziosi. Lui le strizzò i seni, le pizzicò i capezzoli, la scopò più forte, più veloce. Lei venne di nuovo, contraendosi attorno a lui, un fiotto caldo che gli bagnò le palle.
Lui la portò via. Trovarono una stanza d’albergo lì vicino, pagata in contanti, senza nomi. Sul letto, nudi, occhi sempre fissi. Lui la prese in ogni modo: da dietro, con le sue gambe sulle spalle, lei a cavalcioni che lo cavalcava selvaggia, ruotando il bacino, schiacciando il clitoride contro il suo pube. Sudore, umori, gemiti soffocati. Lui le venne dentro la prima volta, riempiendola, ma non si fermò. La leccò di nuovo, la fece venire sulla sua lingua, poi la penetrò ancora, lento stavolta, sensuale, esasperato, ogni spinta un’eternità di piacere. Lei lo cavalcò fino al secondo orgasmo di lui, il seme che le colava tra le cosce mentre lei tremava.
Esausti, corpi intrecciati, sudati, ancora occhi negli occhi.
Fu allora che arrivò l’inaspettato.
Lei sorrise, per la prima volta con le labbra, non solo con gli occhi. Si alzò nuda, bellissima, il corpo segnato dai loro morsi e dalle loro mani. Andò alla finestra, guardò la pioggia. Poi, senza voltarsi, sussurrò per la prima volta una parola. Una sola, perfetta:
«Passante.»
E svanì.
Non uscì dalla porta. Non si vestì. Semplicemente… non c’era più. La stanza era vuota. Il letto ancora caldo, il profumo di lei nell’aria, il suo seme ancora sulle lenzuola. Lui si alzò di scatto, cercò, toccò il vuoto. Il barista, il giorno dopo, gli disse che nessuna donna era entrata quella sera. Solo lui, da solo, con il whisky e la canzone di Brassens che suonava a ripetizione sul vecchio jukebox.
Ma il suo corpo ricordava tutto: i lividi leggeri sui fianchi, il sapore di lei ancora sulla lingua, il cazzo indolenzito dal piacere. E nella testa, la melodia esaltata, trionfante: lei non era passata invano. Era stata la passante perfetta, quella che esiste solo nello sguardo, nel desiderio esasperato, nel sogno più bagnato e reale che un uomo possa avere. E lui, per sempre, l’avrebbe rimpianta… sapendo che l’aveva posseduta tutta.
scritto il
2026-03-18
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