Coppia matura dominata dal portinaio Karim

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Mi chiamo Massimiliano, Max per gli amici, 71 anni, dirigente di azienda in pensione. Mia moglie è Anna, 65 anni, siamo una coppia ancora piacente della buona borghesia milanese. Abbiamo una unica figlia che vive nel Veneto, sposata e madre di un ragazzo di 16 anni. La nostra vita sociale è tranquilla, frequentiamo il collauduto giro delle amicizie storiche. Il rapporto più propriamente coniugale, come per tante coppie di pari età, vive un periodo di stasi, abbiamo tirato i remi in barca, come si suol dire, anche a seguito di un mio problema cardiologico di alcuni anni fa, fortunatamente risolto, almeno in parte. Per essere chiari fino in fondo non riesco più ad avre una valida erezione. Per fortuna Anna è molto comprensiva, non mi fa pesare la cosa e, in pratica, si è rassegnata.
Siamo nel mese di luglio dl 2025.
Come ogni anno, il portinaio del condominio dove abitiamo, in zona Città Studi, ha preso le ferie, per l'intero mese di luglio. Per il portinaio il fatto di prendere le ferie a luglio è una notevole furbata, considerato che ad agosto il condominio si svuota ed il lavoro, per l'addetto alla portineria, cala moltissimo.
Di solito il portinaio si fa sostituire da un suo amico pensionato, che si presta volentieri per guadagnare qualcosina extra.
Questa volta, però, il solito pensionato non era disponibile, per cui è stato trovato come sostituto Karim, 40 anni, un maschio alfa, nordafricano, di bell'aspetto, vigoroso, atletico, comunque molto serio e rispettoso nel disbrigo delle sue mansioni. Subito ho notato che Karim lanciava, con discrezione, inequivocabili occhiate di ammirazione alle signore del condominio, non esclusa Anna. Stranamente la cosa non mi infastidiva, anzi provavo una strana e piacevole sensazione nel sapere che un uomo giovane fosse interessato a mia moglie.
Il supplente portinaio Karim mi aveva colpito anche per un altro motivo, più delicato e difficile da ammettere. Il modo in cui Karim mi guardava, con una particolare intensità, sia pure mantenendosi sempre deferente e rispettoso, mi causava nervosismo, come se fossi oggetto del desiderio di un altro uomo. Possibile ? Realtà oppure semplici mie fantasticherie ? Ogni volta che passavo davanti alla guardiola, Karim mi guardava con i suoi occhi fieri e mi sembrava proprio di decifrare, nello sguardo di Karim una possibile intenzione sessuale nei miei confronti.
La sera, a letto, parlavo spesso di Karim con mia moglie. Anche lei aveva notato le eloquenti occhiate che Karim le lanciava ogni volta che la incrociava. Mi chiese a Max se la cosa mi infastidisse. Preso il coraggio a due mani confidai ad Anna che non ero per nulla infastidito, anzi ero quasi eccitato dalla cosa. Anna mi abbracciò e mi baciò con passione e provò anche a verificare se quei discorsi eccitanti risvegliassero il mio "bell'addormentato nell'inguine". Purtroppo niente da fare. Anna, alquanto eccitata, mi bisbigliò nell'orecchio "Max, davvero ti eccita così tanto pensare che Karim voglia fare qualcosa con me ?". La baciai a mia volta con passione e confermai. Certamente mi guardai bene dal riferire ad Anna le altre sensazioni, molto più segrete, che gli sguardi di Karim mi provocavano. Meglio tacere. Fantasticammo un po', prima di prender sonno, su Karim e ipotizzammo provare a fare un passo concreto per verificarne le reali intenzioni. Alla fine stabilimmo he la cosa più semplice e meno compromettente da fare era invitarlo una sera, a casa nostra, dopo cena, a mangiare un gelato, in modo da poter studiare da vicino il suo comportamento. Anna mi chiese, nel caso ci fossero stati sviluppi, quale sarebbe stato il mio possibile ruolo. Risposi, con la massima disinvoltura possibile, che mi sarebbe piaciuto limitarmi a guardare e basta. Baciai ancora Anna e la masturbai delicatamente con le dita, come ormai avevo imparato benissimo a fare, fino a farle raggiungere l'orgasmo.
Però le cose avrebbero preso una direzione ben diversa rispetto alle nostre fantasie.
La domenica mattina successiva, prima delle otto, scesi in cortile a recuperate nell'automobile una cartellina con documenti per il commercialista.
Doveva essere una cosa di cinque minuti, per cui ero sceso con la giacca ed i pantaloncini del pigiama e le ciabatte.
Invece, aprendo la porta che dava sul cortile, mi fermai.
Karim era là, a una decina di metri, intento a lavare la sua vecchia utilitaria bianca. Aveva un secchio ai piedi, una spugna in mano, e addosso soltanto un paio di pantaloncini scuri e ciabatte da mare. La schiena era rivolta verso di me. La luce del mattino cadeva obliqua sul cortile e prendeva i muscoli del dorso di Karim in un modo che li disegnava con precisione, come una carta geografica di un territorio che si è formato con il lavoro e il tempo, non in una palestra. Mi incantai a guardarlo.
Karim si girò, aveva forse sentito il rumore della porta, e mi vide.
"Buongiorno, Ingegnere !" disse, con lo stesso tono rispettoso di sempre. Come se stesse in uniforme, come se fosse dietro al suo bancone. Solo la schiena ancora lucida di sudore denunciava il contesto.
"Buongiorno, Karim. Non volevo disturbare. Ho dimenticato dei documenti in macchina..."
"Nessun disturbo, si figuri Ingegnere"
Con una operazione da 15 secondi recuperai il fascicolo dal sedile posteriore dell'auto.
Karim aveva ripreso a passare la spugna sul cofano, muovendosi intorno all'auto con gesti leggeri ma decisi.
Invece di andarmene mi incantai di nuovo a guardarlo.
Fu Karim ad accorgersene.
Alzò gli occhi dall'auto e incontrò il mio sguardo, senza alcun imbarazzo.
Restammo così un momento.
Poi Karim posò la spugna sul bordo del secchio, si raddrizzò, e si passò una mano sull'avambraccio per togliersi un po' di schiuma. Il gesto aveva una naturalezza totale, come se stesse semplicemente organizzando i secondi successivi.
Mi venne da dire "La sua macchina la cura bene..."
"Ha cent'ottantamila chilometri. Bisogna curare le cose vecchie di più, non di meno"
Karim mi guardava.
Più mi guardava, più mi sentivo a disagio.
E Karim, senza fretta, riprese a passare la spugna sull'auto.
Io non mi muovevo.
Karim, posando la spugna, mi chiese "Se ha piacere, Ingegnere, le faccio provare il nostro caffè. molto buono, me lo porta mio cognato dal Marocco".
Lo disse con naturalezza, come se fosse la cosa più normale del mondo invitare il condomino del quarto piano a entrare nel suo appartamento di servizio una domenica mattina.
In quel preciso momento avrei dovuto dire "no, grazie, un'altra volta" e invece mi uscì fuori "Volentieri".
Karim prese l'asciugamano che aveva appoggiato sul tettuccio dell'auto e si passò velocemente sulle spalle e sulle braccia. Non si rivestì. Poi si mosse verso la porta dell'appartamento di servizio. Prima di aprire, Karim si fermò.
Fu un gesto breve, quasi impercettibile: uno sguardo al cortile, all'apertura che dava sull'atrio, alle finestre del palazzo che si affacciavano sul lato interno. Rapido e sistematico, come chi ha imparato a leggere gli spazi. Il cortile era vuoto. Le finestre, chiuse o con le persiane abbassate, domenica mattina, luglio, Milano quasi deserta.
Solo allora aprì la porta ed entrò.
Io gli andai dietro.
L'appartamento era piccolo e in ordine con una precisione quasi militare. Un tinello con un tavolino e due sedie, una cucina a vista separata da un bancone basso, una porta chiusa che dava presumibilmente sul resto, la camera, il bagno. Niente di superfluo. Un tappeto piccolo vicino all'ingresso, geometrico, dai colori che avevano sbiadito con gli anni ma che conservavano ancora una dignità. Sul davanzale dell'unica finestra, una pianta grassa e un piccolo oggetto di legno intagliato.
L'aria dentro era fresca, un piccolo condizionatore ronzava nella stanza sul lato opposto.
"Si accomodi, Ingegnere".
Sentivo che sarebbe successo qualcosa, ma ero troppo emozionato per mettere in ordine i pensieri.
Mise sul fuoco una piccola caffettiera, una moka italiana, e poi portò in tavola due piccole tazze bianche.
Senza dire una parola. Lui non parlava, io nemmeno.
L'aria era carica di tensione.
Poi si alzò in piedi e fece alcuni passi verso di me, sempre seduto al tavolo.
Era vicinissimo.
Si sbottonò i pantaloncini corti e li fece cadere a terra.
Tirò fuori dagli slip bianchi il membro e me lo offrì.
Non lo avevo mai fatto prima di quel momento, ma non ebbi difficoltà.
Aprii la bocca e lo feci entrare. Sentivo il sapore salato del suo sesso che si mescolava a quello del caffè appena bevuto.
Mise delicatamente le due mani sulla mia nuca per imprimere il ritmo desiderato.
La situazione mi provocava una sorda libidine. Io seduto e lui in piedi, nudo, di fronte a me. Karim spingeva il membro sempre più in profondità ed io dovevo aprire sempre più la bocca. Non so dire quanti minuti passarono. Ad un certo punto si irrigidì, le mani sulla nuca premevano in modo più deciso.
Stava per raggiungere l'orgasmo. Non potevo far altro che accoglierlo, non mi potevo certo togliere da quella posizione. Ingoiai tutto. Lui continuò a tenere il membro nella mia bocca, muovendolo ancora lentamente avanti e indietro.
Finalmente lo tirò fuori e lo asciugò strofinandolo sulla giacca del mio pigiama.
"Sei stato molto bravo, Ingegnere, meglio di una donna, bravo... Si vede che sei molto esperto..."
Non obiettai nulla e gli lasciai credere che non fosse la prima volta.
"Adesso vai, torna a casa se no la tua bella moglie si chiede che fine hai fatto..."
Il tono di voce di Karim, era cambiato, era autoritario, molto deciso ed era passato dal lei al tu. "D'ora in avanti, ogni volta che io lo vorrò, tu dovrai obbedire ai miei ordini, è chiaro ?".
Feci cenno di sì con la testa, ma Karim mi incalzò 'Non ho sentito la tua voce, ti ho chiesto se ti è chiaro ciò che ti ho detto ?'
"Sì è chiaro, ho capito".
Karim insisteva, comunque senza mai alzare la voce "Non va bene così, devi dire che obbedirai a tutti i miei ordini, lo devi dire bene..."
Mi schiarii accuratamente la voce "Obbedirò a tutti i tuoi ordini, Padrone Karim...".
Karim, evidentemente soddisfatto per la mia estemporanea aggiunta "Padrone Karim" mi accompagnò alla porta.
"Non ti preoccupare, Ingegnere, di fronte ad altre persone ti darò sempre del lei, non ti faccio fare figure strane, però in privato le cose cambiano... cambiano molto...".
Presi l'ascensore per tornare a casa.
Ero confuso, su quello che avevo fatto, su quello che significava, su quello che sarebbe successo adesso, su quello che sarebbe successo a me, ma anche a mia moglie Anna.
Una vita intera costruita su una certa idea di sé, un'idea non arrogante, ma solida, fondata, Massimiliano, dirigente, marito, padre, nonno, un uomo che aveva sempre preso decisioni, guidato persone, un uomo che non aveva mai, mai, in nessun contesto, occupato la posizione che aveva occupato pochi minuti prima in quel tinello.
E tuttavia.
E tuttavia non ero pentito.
Questo era il fatto più sconcertante, non ero pentito. Non c'era rimorso, non c'era vergogna nel senso bruciante del termine, non c'era la voce che di solito accompagna le trasgressioni e dice 'cosa hai fatto... come hai potuto...'.
C'era confusione, sì, tanta confusione.
Ma sotto la confusione, più in fondo, più stabile, c'era qualcosa che somigliava, stranamente, alla quiete.
scritto il
2026-06-17
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