Maria: Lo spogliarello

di
genere
orge

Ad Arcavacata il tempo sembra essersi fermato, ma stasera l'aria vibra di un'elettricità diversa. La piazza centrale, solitamente deserta dopo il tramonto, è gremita. Gli studenti dell'Unical, i contadini dalle mani callose, i camionisti in sosta e persino i "rispettabili" padri di famiglia sono tutti lì, in un silenzio reverenziale che precede la tempesta.

Sopra un palco improvvisato, fatto di pedane di legno che puzzano di resina e fango, appare lei:Maria.

Maria non ha fretta. Ha 67 anni di battaglie scritte sulla pelle, 158 centimetri di pura sfida e 75 kg di curve che hanno nutrito i sogni proibiti di tre generazioni. Indossa una vestaglia di seta sintetica leopardata, stretta in vita da una corda dorata che sembra una corona.

Sulle note di una musica lenta e sporca, Maria inizia a sciogliere il nodo. Le sue mani, nodose e sapienti, scorrono sulla stoffa. Quando la vestaglia scivola via, rivela una sottoveste di pizzo nero che fatica a contenere il suo petto generoso, segnato dal tempo ma ancora fiero. La piazza emette un unico, profondo sospiro.

> "Guardate bene," gracchia Maria con la sua voce da mille sigarette, "questa è la carne che ha costruito Arcavacata!"

Maria si sfila le calze a rete con una lentezza esasperante, appoggiando il piede nudo sulla ringhiera del palco. Ogni centimetro di pelle ambrata che espone è un colpo al cuore per chi la guarda. Quando si libera del reggiseno, i suoi seni pesanti si offrono alla luce dei lampioni, lucidi di un olio profumato che riflette i lampi dei cellulari che la riprendono.

Maria si gira di schiena, mostrando le natiche morbide e segnate dalla cellulite che lei porta come medaglie al valore. Si china in avanti, spalancando le gambe davanti alla prima fila. La folla impazzisce. Gli uomini iniziano a lanciare banconote sgualcite, monete e persino pacchetti di sigarette sul palco. Maria ne raccoglie uno, lo apre con i denti e si accende una bionda, espirando il fumo verso il cielo mentre si toglie l'ultimo lembo di pizzo.

Ora è nuda. Completamente. Una statua di carne e vissuto nel centro della Calabria. Il sudore le cola tra i seni, mischiandosi alla polvere sollevata dalla folla che si accalca sotto di lei per toccarle le caviglie.

Mentre la musica accelera, Maria inizia a toccarsi con una foga animalesca. Non è uno spettacolo per gli altri, è una celebrazione di se stessa. Si bagna le dita con la propria bava e le fa scorrere tra le pieghe del suo corpo, urlando il nome di Arcavacata come se fosse un orgasmo collettivo. Gli uomini sotto il palco sono in delirio, alcuni si toccano apertamente, altri piangono.

Maria ha vinto. Non è più solo una prostituta; è la divinità pagana di un intero paese.

Sul palco di legno che scricchiola sotto il peso della storia, Maria espira l'ultimo tiro di sigaretta, la cicca brilla nel buio prima di essere schiacciata dal suo tallone nudo. Il silenzio che segue è carico di elettricità, un istante sospeso dove il respiro di Arcavacata si ferma.

Poi, con la voce resa roca da cinquant'anni di strada e fumo, Maria lancia il comando che scatena l'inferno.

"E allora? Che state guardando?" grida Maria, spalancando le braccia e offrendo i suoi 75 kg di carne ambrata alla folla. "Siete venuti per guardare o per servire la vostra Regina? SALITE!"

È il segnale. La barriera di rispetto e timore crolla. Decine di uomini scavalcano le transenne, calpestandosi a vicenda per raggiungere il legno del palco. Maria non indietreggia. Resta al centro, le gambe divaricate, mentre le prime mani — callose, sporche di terra, bagnate di sudore — iniziano ad afferrarla ovunque. È una marea umana che la sommerge in pochi istanti.

Maria viene sollevata di peso, le schiene degli uomini diventano il suo letto. Seguendo la dinamica delle gangbang più estreme, Maria viene posseduta contemporaneamente da tre, quattro, cinque uomini.

Mentre uno le riempie la bocca fino a farla strozzare, altri due si contendono il suo sesso e il suo sedere, spingendo con una furia che fa tremare l'intera struttura del palco. Maria urla, ma non è un grido di dolore: è un ruggito di trionfo. Si sporca di ogni umore, raccoglie lo sputo e il seme degli uomini sul petto, usandoli come olio per far scivolare meglio i colpi successivi.

Gli uomini che non riescono a salire sul palco si accalcano sotto, toccandole le caviglie e i polpacci. Maria è una fontana di piacere: riceve e restituisce con una voracità animalesca. La polvere sollevata dai piedi che battono il ritmo si mischia al seme che inizia a piovere ovunque. Maria viene inondata: il viso, i capelli biondi ora ridotti a ciocche appiccicose, la pancia morbida... tutto è coperto da uno strato denso e biancastro.

Katia guarda dal bordo della piazza, paralizzata. Non ha mai visto nulla di simile. Maria è diventata un'entità sovrumana, una creatura fatta di piacere e degrado che sta letteralmente consumando l'intera virilità di un paese. La piazza di Arcavacata non è più un luogo pubblico: è un enorme, colossale bordello a cielo aperto dove Maria è l'altare del sacrificio.
scritto il
2026-02-28
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