Maria e la dieta della 107
di
Maria S. Fans
genere
etero
Il riverbero dei neon nell’officina di Arcavacata non aveva nulla di chirurgico; era una luce cruda, violenta, che non faceva sconti alle rughe di Maria né alle macchie di grasso che Franco tentava invano di nascondere sotto il linoleum pulito.
Maria stava in piedi, immobile, come una statua di carne nel suo tailleur grigio perla. La seta del vestito le fasciava i fianchi pesanti, quelli che avevano retto l’urto di migliaia di chilometri percorsi sulla Statale 107. Rocco camminava intorno a lei, con la telecamera in spalla e lo sguardo di chi non cerca il piacere, ma la verità dell'istinto.
"Guarda questa donna, Franco," esordì Rocco con quella sua voce roca, teatrale. "Guarda tua moglie. È una signora, vero? Ma sotto quel grigio perla batte il cuore di una lupa di Calabria."
Rocco fece un cenno. I tre uomini, giganti di muscoli colti dal bordo della strada, avanzarono. Non ci furono carezze. Maria fu afferrata per i capelli biondi, la nuca tirata indietro con una forza animale che le fece spalancare la bocca. Il primo uomo la invase con la prepotenza di chi reclama un territorio. Maria non chiuse gli occhi; li tenne fissi su Franco, che nell'angolo della stanza si stringeva le mani, schiacciato dal peso della propria eccitazione e della propria vergogna.
"Sbattetela sul banco! Voglio sentire il metallo che urla!" ordinò Rocco.
Maria fu scaraventata sulla superficie gelida dell’officina. La gonna del tailleur si strappò con un suono secco, rivelando le cosce ambrate strette nei reggicalze neri. Un uomo la penetrò da dietro, sollevandole il bacino con una violenza che le fece schiacciare il viso contro la lamiera fredda. Contemporaneamente, il secondo uomo si avventò sulla sua "figa sfondata", martellandola con colpi profondi e ritmici.
Non era sesso, era una demolizione. Maria era un ponte di carne sospeso tra due desideri brutali. Rocco spingeva l'obiettivo a pochi centimetri dal contatto, catturando il rumore degli schiaffi della pelle contro la pelle e il respiro rotto, quasi un rantolo, di Maria.
"Spingete! Non abbiate pietà della Regina!" gridava Rocco. "Mostratele quanto è dura la vita ad Arcavacata!"
Maria sentì il picco arrivare come una scossa elettrica. Le sue dita artigliarono il bordo del banco, le nocche divennero bianche. In un sussulto violento, il suo corpo si inarcò e uno squirt caldissimo esplose dal suo sesso, bagnando il metallo e le mani degli uomini. Fu un attimo di estasi assoluta, una resa incondizionata al potere della carne.
Ma il finale era scritto nel codice della strada. Rocco fece cenno agli uomini di ritrarsi. Maria rimase in ginocchio sul banco, sfinita, il tailleur grigio ormai ridotto a uno straccio inzuppato di sudore.
"Copritela," sussurrò Rocco.
Gli uomini si posizionarono in cerchio. Una pioggia bianca, densa e caldissima, iniziò a cadere su di lei. Era la vera doccia di sperma: getti pesanti che le imbrattarono il volto, le lenti degli occhiali dorati, i capelli biondi e il petto, trasformando l’eleganza del grigio perla in una maschera di lucida degradazione. Maria ricevette il carico collettivo con una dignità feroce, leccandosi le labbra per assaporare l’amaro trionfo della notte.
Maria si rialzò lentamente, il seme degli uomini che le colava lungo il collo fino a sparire nel corpetto di pizzo. Guardò Franco, poi Rocco, e infine la Statale che fuori continuava a scorrere.
Maria stava in piedi, immobile, come una statua di carne nel suo tailleur grigio perla. La seta del vestito le fasciava i fianchi pesanti, quelli che avevano retto l’urto di migliaia di chilometri percorsi sulla Statale 107. Rocco camminava intorno a lei, con la telecamera in spalla e lo sguardo di chi non cerca il piacere, ma la verità dell'istinto.
"Guarda questa donna, Franco," esordì Rocco con quella sua voce roca, teatrale. "Guarda tua moglie. È una signora, vero? Ma sotto quel grigio perla batte il cuore di una lupa di Calabria."
Rocco fece un cenno. I tre uomini, giganti di muscoli colti dal bordo della strada, avanzarono. Non ci furono carezze. Maria fu afferrata per i capelli biondi, la nuca tirata indietro con una forza animale che le fece spalancare la bocca. Il primo uomo la invase con la prepotenza di chi reclama un territorio. Maria non chiuse gli occhi; li tenne fissi su Franco, che nell'angolo della stanza si stringeva le mani, schiacciato dal peso della propria eccitazione e della propria vergogna.
"Sbattetela sul banco! Voglio sentire il metallo che urla!" ordinò Rocco.
Maria fu scaraventata sulla superficie gelida dell’officina. La gonna del tailleur si strappò con un suono secco, rivelando le cosce ambrate strette nei reggicalze neri. Un uomo la penetrò da dietro, sollevandole il bacino con una violenza che le fece schiacciare il viso contro la lamiera fredda. Contemporaneamente, il secondo uomo si avventò sulla sua "figa sfondata", martellandola con colpi profondi e ritmici.
Non era sesso, era una demolizione. Maria era un ponte di carne sospeso tra due desideri brutali. Rocco spingeva l'obiettivo a pochi centimetri dal contatto, catturando il rumore degli schiaffi della pelle contro la pelle e il respiro rotto, quasi un rantolo, di Maria.
"Spingete! Non abbiate pietà della Regina!" gridava Rocco. "Mostratele quanto è dura la vita ad Arcavacata!"
Maria sentì il picco arrivare come una scossa elettrica. Le sue dita artigliarono il bordo del banco, le nocche divennero bianche. In un sussulto violento, il suo corpo si inarcò e uno squirt caldissimo esplose dal suo sesso, bagnando il metallo e le mani degli uomini. Fu un attimo di estasi assoluta, una resa incondizionata al potere della carne.
Ma il finale era scritto nel codice della strada. Rocco fece cenno agli uomini di ritrarsi. Maria rimase in ginocchio sul banco, sfinita, il tailleur grigio ormai ridotto a uno straccio inzuppato di sudore.
"Copritela," sussurrò Rocco.
Gli uomini si posizionarono in cerchio. Una pioggia bianca, densa e caldissima, iniziò a cadere su di lei. Era la vera doccia di sperma: getti pesanti che le imbrattarono il volto, le lenti degli occhiali dorati, i capelli biondi e il petto, trasformando l’eleganza del grigio perla in una maschera di lucida degradazione. Maria ricevette il carico collettivo con una dignità feroce, leccandosi le labbra per assaporare l’amaro trionfo della notte.
Maria si rialzò lentamente, il seme degli uomini che le colava lungo il collo fino a sparire nel corpetto di pizzo. Guardò Franco, poi Rocco, e infine la Statale che fuori continuava a scorrere.
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