Maria in Grecia

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etero

Ad Arcavacata, quella domenica di ottobre, l'autunno non arrivava: moriva direttamente addosso alla Statale 107, lasciando un odore di foglie marce e fumo di castagne. Maria stava sulla veranda della locanda, avvolta in una vestaglia di seta che aveva visto troppe albe e troppe battaglie. Fumava una sigaretta amara, di quelle senza filtro che ti grattano la gola, osservando Franco che la guardava come se lei fosse uno specchio rotto, capace solo di riflettere i cocci di un matrimonio fatto di sospetti e dazi non dichiarati.

Era stata Maria a lanciare la bomba, con quel tono da tragica greca che usava quando voleva ottenere qualcosa. "Voglio vivere come un alito di vento, Franco. Voglio accarezzare nuovi scampoli d'assenza."

Franco la fissava con gli occhi spenti di chi ha visto troppi chilometri di asfalto. "Scampoli di che? Maria, siamo a ottobre. Che cacchio ti prepari per l'estate? È prematuro." Ma Maria aveva già deciso. Lei e Katia, l'amica del cuore (e di turni massacranti sulla 107), avevano bisogno di aria. O almeno, così dicevano. Franco annuiva, diceva "capisco", ma nella sua testa martellava un'unica parola, ritmata come un pistone: Puttana. Puttana.

Quando Maria tornò, era più bruna, più sana, con la pelle che profumava di sale e di un dazio straniero che non riusciva a nascondere. Franco fingeva indifferenza, pulendo il bancone della locanda con una foga sospetta.

"Com'era? Quanta gente c'era?" chiedeva lui, cercando di tendere la trappola.
"No, no, Franco. Un'isola deserta. Due chilometri di spiaggia vuota. Solo io e Katia in un capanno. Ogni sera i pescatori ci portavano il pesce... grigliate, canzoni di Battisti fino all'alba..."

Maria parlava e Franco pensava a quanti "capanni" e quanti "pescatori" servissero per ospitare tutte le donne che tornavano dalla Grecia con la stessa identica storia. Si immaginava questi pescatori greci, invece di stare in alto mare a faticare, tutti lì a importunare le "brave ragazze" come Maria e Katia, travolte dagli eventi e dalla voglia di fare... quello che Maria sapeva fare meglio di chiunque altra ad Arcavacata.

Mentre Maria raccontava delle cozze mangiate sulla spiaggia (e Franco sospettava che le "cozze" fossero ben altro), lui sentiva la rabbia montargli nel petto. Lei era sana, radiosa; lui era pallido, patito, consumato dal pensiero di lei lontana a praticare gimcane tra le lenzuola elleniche.

"Sei la mia libellula selvaggia, Maria," disse Franco avvicinandosi, "ma adesso dimmi... cos'hai fatto con quel greco sulla spiaggia?"

La guardò fisso negli occhi. La tensione era profonda. Franco non era stupido, c'era solo il silenzio di Arcavacata e l'odore del dazio che Maria si era portata dietro nelle valigie.

Il salone della locanda di Arcavacata si trasforma in un confessionale profano. Maria non ha nessuna intenzione di negare; anzi, il sapore del sale greco le ha dato una sfrontatezza nuova, una voglia di reclamare il suo trono con una narrazione che è pura manodopera specialistica.

Maria si siede a cavalcioni su una sedia impagliata, guardando Franco dritto negli occhi. "Vuoi sapere dei pescatori, Franco? Vuoi sapere se la spiaggia era davvero vuota?"

Inizia a raccontare, con una voce che scivola come olio bollente. Gli descrive i pescatori dell'Egeo, uomini dalle mani incrostate di sale e dalle braccia bruciate dal sole, che non portavano solo pesce al capanno. "Erano tre, Franco. Arrivavano con la barca a notte fonda, mentre Battisti suonava basso dalla radiolina. Ci usavano sulla sabbia ancora calda, un turno che durava fino all'alba. Mi tenevano ferma per i polsi mentre il mare ci schizzava addosso, e io... io pensavo a te, mentre incassavo il loro dazio straniero."

Franco è pallido, le nocche bianche mentre stringe il bordo del tavolo. La descrizione di Maria è un martellamento, una gimkana tra i ricordi di una lussuria che lui può solo immaginare.

Proprio in quel momento, la porta della locanda sbatte. Entra Katia, ancora con i capelli spettinati dal vento della Statale e un sorriso che è l'eco perfetta di quello di Maria. Ha sentito le ultime parole e non si tira indietro.

"Dille la verità, Maria," interviene Katia, sfilandosi il giubbetto di jeans e restando con una canottiera che fatica a contenere il suo entusiasmo. "Dille che i pescatori greci non ci bastavano mai. Che dopo la grigliata, eravamo noi a chiedere il supplemento."

Katia si posiziona dietro Maria, facendole scivolare le mani sulle spalle e scendendo verso il seno. Le due donne si scambiano uno sguardo complice, una coalizione di carne che ad Arcavacata non ha eguali.

Maria afferra la mano di Katia e se la porta alla bocca, poi guarda Franco, che è ormai sull'orlo di un collasso nervoso o di un'esplosione di desiderio. "Adesso, Franco, visto che sei così curioso e così 'patito', ti facciamo vedere noi come si festeggia il ritorno dall'isola deserta."

Maria si alza, spingendo via la sedia. Lei e Katia iniziano una danza nuda e bagnata di sudore proprio lì, sul pavimento di cotto della locanda. Si intrecciano, si mordono, ricreando per Franco le scene del capanno. Maria si piega in avanti, mostrando il suo leggendario "culo da vacca", mentre Katia la esplora con una fame che non conosce confini geografici.

È un assedio totale: il dazio greco viene celebrato e superato dalla prepotenza della carne calabrese. Franco è costretto a guardare le sue due "puttane" preferite che si divorano davanti a lui, trasformando il salone in una nuova spiaggia deserta, dove l'unica legge è quella del piacere senza fiato.
scritto il
2026-03-21
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