Sotto le sabbie dell'arena

di
genere
etero

Il sole del mattino cadeva obliquo sull’arena del Colosseo, illuminando la sabbia ancora intatta. Livia osservava dall’alto, nascosta dietro il velo color porpora che le donne rispettabili portavano per non attirare troppi sguardi. Era figlia di un senatore, cresciuta tra marmi e silenzi, ma il suo cuore batteva ogni volta che sentiva il clangore delle armi.
Marco Valerio, il gladiatore trace, attendeva sotto le arcate. Aveva il corpo segnato da cicatrici e gli occhi scuri di chi aveva visto la morte troppo da vicino. Per il popolo era un eroe, per i patrizi uno spettacolo, per Livia qualcosa di più difficile da nominare.
Accanto a lei sedevano altre donne romane: matrone che fingevano disinteresse, schiave che tremavano per i loro uomini nell’arena, giovani come lei che lanciavano sguardi rapidi e colpevoli. Roma diceva che le donne dovevano essere composte, ma l’arena smascherava tutti: lì anche i cuori femminili gridavano.
Quando Marco entrò, il boato del pubblico fece vibrare la pietra. Livia trattenne il respiro. Combatteva con eleganza, come se la spada fosse un’estensione del suo braccio. Ogni colpo era una danza tra vita e morte. Alla fine, il suo avversario cadde, e Marco alzò lo sguardo verso le gradinate, cercando forse un volto che lo rendesse ancora umano.
Per un istante, i loro occhi si incontrarono.
Non fu amore dichiarato, né promessa possibile. Era un legame silenzioso, fatto di sguardi rubati e di sogni proibiti. Livia sapeva che il destino di Marco era scritto nella sabbia, cancellato e riscritto a ogni combattimento. Marco sapeva che lei apparteneva a un mondo che non avrebbe mai potuto toccare.
Quando la folla chiese la grazia e il pollice dell’imperatore si alzò, Livia sentì le lacrime bruciarle gli occhi. Quel giorno Marco sarebbe vissuto.
La sera Livia si abbandonò alle dolci mani della sua schiava preferita, lei nuda godeva delle carezze e delle stimolazioni delle dita della sua schiava, venne ma non era abbastanza, la schiava inziò a penetrarla con un cetriolo, Livia godeva, ma non le bastava, infilami le dita nel culo ordinò, la schiava unse le dita e giocò con il suo ano, poi introdusse un cetriolo, Livia con un cetriolo nella figa e uno nel culo stava godendo tantissimo, a un certo punto squirtò, poi la chiava tolse i cetrioli e la leccò a lungo, spossata ed appagata Livia si addromentò.
Livia non avrebbe dovuto essere lì.
Una donna del suo rango non si fermava nei corridoi ombrosi sotto l’arena, dove il sudore dei gladiatori si mescolava all’odore del ferro. Eppure, ogni volta che Marco combatteva, il suo corpo sembrava muoversi da solo, come guidato da un filo invisibile.
Lo incontrò dietro una colonna di pietra, lontano dagli sguardi. Marco aveva ancora l’elmo sotto il braccio, il petto che si alzava lentamente dopo il combattimento. Quando la vide, i suoi occhi si addolcirono, come se per un attimo la guerra fosse finita.
«Hai vinto», sussurrò Livia, come se parlare più forte potesse spezzare l’incantesimo.
«Ho vissuto», rispose lui. «È diverso.»
E ora vieni nellamia camera non ci vedà nessuno, lei lo seguì, si spogliarono e i loro corpi ardenti si fusero, Marco aveva un cazzo davvero grosso e livia pensò ai cetrioli, ma subito l'orgasmo la prese e iniziò a venire, sotto i colpi forsennati del giovane gladiatore lei provò orgasmi che le mani della sua schiava e gli rtaggi non potevano darle, schiacciata sotto i suoi muscoli possenti, il suo cazzo la riempiva alla perfezione e le si sentiva la mente svuotata, non c'era passato, non c'era futuro, ma solo l'estreo piacere che le dava il cazzo del gladiatore, dopo il suo decimo orgasmo Marco la riempì del suo sperma, e che sborrata, ne sentiva il calore che le riempiva la figa e lei godette ancora, poi rimasero abbracciati il cazzo di lui dentro dilei che perdeva lentamente vigore.
Livia gli raccontava di Roma al tramonto, dei giardini silenziosi, delle fontane dove nessuno gridava il suo nome. Marco le parlava dei sogni che faceva prima di addormentarsi sulla paglia fredda: una casa lontana dall’arena, una donna che lo chiamasse semplicemente “Marco”, non “gladiatore”.
Sapevano che il loro amore non aveva futuro. Lei era promessa a un uomo che non amava. Lui apparteneva alla folla, alla sabbia, al destino crudele di Roma. Eppure, in quei pochi istanti rubati, si sceglievano ogni volta.
Quando si separarono, Marco le sfiorò la guancia con il dorso della mano, gesto tenero, quasi casto, ma colmo di significato.
«Se morirò», disse piano, «sarà con il tuo nome nel cuore.»
Livia non rispose. Lo guardò allontanarsi, portando con sé l’unico amore che Roma non avrebbe mai potuto concederle.
scritto il
2026-02-11
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