Una nuova routine
di
Gwfen
genere
dominazione
Per contatti gwfen26@libero.it
Come sempre è ispirato ad una storia vera
È una sera di metà settembre, l’aria tiepida entra dai finestrini abbassati mentre guido verso casa dopo una cena fuori. La radio suona piano una vecchia canzone italiana, e Alba è seduta al posto del passeggero, le gambe accavallate, il vestito nero corto che le sale un po’ sulle cosce. Ha bevuto un bicchiere di vino di troppo, quel tanto che la rende più audace del solito, ma non abbastanza da perdere il controllo.
La guardo di sfuggita. Ha quel sorriso intrigante, gli occhi che brillano sotto le luci dei lampioni che sfrecciano.
«Che c’è?» chiede lei, fingendo innocenza.
«Niente,» rispondo. «Solo che stasera mi sembri… particolarmente provocante.»
Ride piano, un suono basso che mi arriva dritto allo stomaco.
«Provocante? Io? Mai.»
Poi, senza dire altro, si slaccia i primi due bottoni del vestito. La scollatura si apre, i seni pieni spingono contro il tessuto, i capezzoli già tesi sotto la stoffa sottile.
«Meglio così?» chiede, la voce morbida ma con quella nota insolente che non manca mai.
Stringo il volante un po’ più forte, gli occhi sulla strada ma la mente altrove.
«Continua,» dico piano.
Non esita. Slaccia un altro bottone, poi un altro. Il vestito si apre completamente sul davanti, i seni nudi ora esposti all’aria fresca che entra dal finestrino. I capezzoli duri per il fresco e per l’eccitazione, la pelle chiara che riflette le luci arancioni dei lampioni e i fari delle macchine che passano.
Si appoggia allo schienale, le spalle indietro, spingendo il petto in fuori.
«Potrebbero vedermi,» sussurra, guardando fuori dal finestrino. Una macchina ci supera a sinistra, il guidatore rallenta appena, guarda. Non si copre. Anzi, si inarca un po’ di più, un piccolo gemito le sfugge.
«Lo so,» dico, la voce rauca. «E lo vuoi.»
«Forse,» risponde lei, provocatoria. «O forse voglio solo vedere quanto resisti tu a non toccarmi mentre guidi.»
La mano le scivola sul seno, accarezza un capezzolo con le dita, lo pizzica piano, poi lo tira leggermente. Geme piano, il suono che si mescola al rumore del motore.
Un’altra macchina si affianca a un semaforo. Il guidatore guarda dentro. Lo nota, arrossisce violentemente, ma invece di coprirsi alza un po’ il mento, lascia che veda: i seni nudi, i capezzoli eretti, il respiro accelerato.
Il semaforo diventa verde. Parto piano, ma invece di prendere la strada diretta verso casa svolto a sinistra, verso le alture. La strada si fa più stretta, i lampioni più rari, gli alberi che si chiudono intorno.
«Dove andiamo?» chiede Alba, la voce già tremante di eccitazione.
«In un posto dove possiamo finire quello che hai iniziato,» rispondo, la mano che scivola sulla sua coscia, sale piano sotto il vestito.
Arriviamo a un piccolo parcheggio sterrato vicino al bosco, uno di quei sentieri poco battuti che portano a punti panoramici. Di notte è quasi deserto, ma non del tutto: sulla strada principale sottostante passano ancora fari ogni tanto, e dal sentiero potrebbe sbucare un runner notturno, un cane con il padrone, o semplicemente qualcuno che passeggia.
Spengo il motore. Il silenzio improvviso è rotto solo dal canto dei grilli e dal respiro affannato di lei.
«Scendi,» ordino.
Apre la portiera, scende scalza – ha lasciato le scarpe in macchina – il vestito aperto che sventola intorno alle gambe. Cammina davanti a me verso il sentiero del bosco, i tacchi che affondano leggermente nella terra morbida, i seni nudi che ballano a ogni passo.
La seguo, le prendo i fianchi, la spingo contro il tronco di un albero grande, il primo del bosco. Le alzo il vestito fino alla vita, le strappa le mutandine con un gesto secco, le getto a terra.
«Qui,» dico, la voce bassa e carica di possesso. «Dove potrebbe passare qualcuno. Dove potrebbero vederti mentre ti prendo.»
Si morde il labbro, guarda verso la strada lontana: luci di fari che passano ogni tanto, voci lontane di un cane che abbaia, il rischio reale che qualcuno possa imboccare il sentiero e vederci.
«Sei un bastardo,» sussurra, ma spinge il culo indietro contro di me, le gambe che si allargano istintivamente. «Mi fai eccitare così… in pubblico… con il rischio che ci vedano…»
Mi slaccio i pantaloni, il cazzo duro che sfiora la sua figa bagnata. Entro piano, un affondo lento e profondo che la fa gemere forte, le mani appoggiate all’albero ruvido, i seni che oscillano a ogni spinta.
«Fottimi… qui… nel bosco… dove potrebbero vederci,» ansima lei, la voce spezzata dal piacere, spingendo indietro per prendermi tutto.
Accelero, le mani sui fianchi, la tiro contro di me a ogni colpo brutale. Il suono della pelle contro pelle si mescola al fruscio delle foglie e al respiro affannato di lei.
«Senti quanto sei bagnata?» ringhio all’orecchio, la voce rauca. «Per il rischio… per la paura che qualcuno ti veda mentre prendi il mio cazzo come una troia di strada. Dimmi quanto sei mia.»
Spinge indietro, incontra ogni spinta, i gemiti che diventano più alti, più incontrollati.
«Sono tua… cazzo… la tua troia esibizionista… guardami… sto colando per te… qualcuno potrebbe passare… vedermi con le tette fuori… scopata contro un albero… continua… padrone… fottimi più forte…»
Le afferro i capelli, tiro la testa indietro per esporre il collo, lo mordo forte mentre pompo più profondo, più veloce. Una macchina passa sulla strada principale, i fari illuminano per un secondo il sentiero: ombre che potrebbero vedere, potrebbero fermarsi, potrebbero sentire i suoi gemiti.
Trema violentemente, il corpo che si tende come una corda.
«Sto venendo… cazzo… sto venendo nel bosco… con il rischio che ci vedano… ti prego… riempimi…»
Viene forte, i muscoli che stringono intorno a me in spasmi violenti, i succhi che colano lungo le cosce, un urlo soffocato che le sfugge dalle labbra. Continuo, brutale, implacabile, fino a esplodere dentro di lei, riempiendola di sperma caldo, pulsando profondo mentre geme contro l’albero, il corpo ancora scosso dagli spasmi.
Ci appoggiamo entrambi al tronco, ansimanti, sudati. Si gira piano, mi bacia con fame selvaggia, i seni nudi premuti contro il mio petto, le mani nei miei capelli.
«Mi hai fatto venire dove chiunque poteva vederci,» sussurra, la voce rauca e tremante. «E mi è piaciuto da morire… troppo.»
Le bacio il collo, ridendo piano contro la sua pelle.
«Lo so. E la prossima volta… ti porto ancora più esposta. Magari con qualcuno che guarda davvero.»
Sorride, obliqua, gli occhi ancora lucidi di piacere.
«Provaci,» dice. «Tanto lo sai che resisterò… fino a quando ne avrò voglia.»
Torniamo alla macchina, lei con il vestito ancora semiaperto, le gambe molli, il sorriso che dice che la sfida è appena cominciata. La notte è ancora lunga, e il bosco resta silenzioso.
La giornata dopo il bosco è stata un inferno lento. Alba è venuta in ufficio assieme a me, con quel tailleur grigio perla che le fascia i fianchi come una promessa, la camicetta bianca con un bottone in meno del necessario, e le autoreggenti nere che so portano ancora il segno del mio morso di ieri sera. Ogni volta che entrava nel mio ufficio con un documento, un caffè, una domanda, lo faceva con movimenti studiati: si chinava troppo, lasciava che la scollatura si aprisse quel tanto da farmi vedere il pizzo nero del reggiseno, passava accanto alla mia sedia sfiorandomi il braccio con il fianco, o si sedeva sulla poltrona di fronte accavallando le gambe in modo che la gonna salisse di un centimetro, rivelando la cucitura delle calze. Non diceva niente di esplicito, ma ogni sguardo era un “Ricordi come ti ho implorato contro l’albero? Ricordi come ti ho stretto mentre venivo?”. Io mantenevo l’espressione professionale, davo ordini secchi, chiudevo call con tono freddo, ma dentro ribollivo. Il cazzo mi si induriva ogni volta che si avvicinava, e dovevo concentrarmi per non afferrarla lì, davanti alla finestra con le tapparelle abbassate a metà.
Alle 18 in punto l’ufficio si svuota. Rumori di borse, saluti frettolosi, ascensori che si chiudono. Io resto. Lei resta. Lo so perché non ha spento il computer, non ha preso la borsa. Quando l’ultimo collega esce, sento i suoi tacchi nel corridoio. Entra senza bussare, chiude la porta a chiave, posa una cartellina sulla mia scrivania.
«Il riepilogo delle call di oggi,» dice, la voce neutra, professionale. «Come richiesto.»
Ma il modo in cui lo dice, con quel sorriso malizioso e gli occhi che non mollano i miei, è un invito a punirla. Indossa ancora il tailleur grigio, ma la camicetta è slacciata di un bottone in più rispetto a stamattina. Le autoreggenti nere brillano sotto la luce della lampada da tavolo.
Mi appoggio allo schienale, la guardo da capo a piedi lentamente.
«Hai finito di fare la sbadata per oggi?» chiedo, la voce bassa.
Lei inclina la testa, finge sorpresa.
«Sbadata? Io? Ho fatto tutto perfetto, signor CEO.»
Fa un passo avanti, si china sulla scrivania per sistemare un foglio – un movimento lento, calcolato, la gonna che si tende sul culo, la camicetta che si apre quel tanto da farmi vedere il bordo del reggiseno e la curva interna dei seni. So che lo fa apposta. So che sta pensando al bosco, a come l’ho presa contro l’albero, a come ha urlato il mio nome.
Mi alzo piano, giro intorno alla scrivania, mi fermo dietro di lei.
«Sbadata,» ripeto, la voce dura. «Hai sbagliato il nome del cliente nella mail delle 11:47. Hai invertito due cifre nel budget Q4 che mi hai mandato alle 14:20. E hai dimenticato di allegare il file di Singapore alle 16:05.»
Tutte bugie. Ha fatto tutto perfetto. Ma è il nostro gioco: la assistente sbadata che deve essere punita.
Lei si raddrizza, si gira verso di me, le labbra socchiuse.
«Ops,» sussurra, con quel tono innocente che è puro veleno. «Che sbadata sono stata… cosa meriti di fare a una assistente così negligente, capo?»
Le afferro i fianchi, la tiro contro di me. Sento il suo culo premere contro il mio cazzo già duro.
«Meriti una punizione,» dico, la voce rauca. «Per imparare a fare meglio.»
Le alzo la gonna fino alla vita con un gesto deciso. Sotto, mutandine di pizzo nero coordinate, già bagnate al centro. Le abbasso piano, le lascio scivolare lungo le autoreggenti fino alle caviglie.
Lei si morde il labbro, spinge il culo indietro.
«Come mi punirai?» chiede, la voce dolce ma tagliente. «Mi sculacci? Mi leghi? Mi fai lavorare di straordinario… sulla tua scrivania?»
Le do una sculacciata secca sul gluteo destro. Il suono riecheggia nella stanza vuota. Lei sussulta, ma spinge indietro.
«Uno,» dico. «Per la mail sbagliata.»
Un’altra, più forte, sul sinistro. La pelle si arrossa subito. Lei geme, le mani che stringono il bordo della scrivania.
«Due,» sussurra. «Per le cifre invertite.»
Continuo, alternando, cinque schiaffi lenti ma ritmati, ogni colpo che la fa gemere più forte, la pelle che diventa rosa acceso. Non è dolore, è dominazione pura. Ogni colpo la fa bagnare di più, i succhi che colano lungo le cosce.
«Ora dimmi che sei la mia assistente personale… e che impari dai tuoi errori,» dico, la mano che sfiora la figa bagnata, due dita che entrano piano.
«Sono… la tua assistente… cazzo… e imparo… quando mi punisci così,» risponde lei, la voce spezzata ma ancora ribelle.
Accelero le dita, il pollice sul clitoride, la scopo con la mano mentre con l’altra le tiro i capelli indietro.
«Quando ti punisco? No. Impari sempre. O ti lego alla scrivania e ti lascio qui fino a lunedì, con la porta aperta.»
Ansima, spinge contro la mia mano.
Ritraggo le dita, la giro di scatto, la faccio sedere sul bordo della scrivania. Le allargo le cosce, mi inginocchio tra le sue gambe. La lingua tocca il clitoride gonfio, gira lento, poi succhio forte. Getta la testa indietro, le mani nei miei capelli, tira.
«Cazzo… sì… leccami… qui… nel tuo ufficio… dove chiunque potrebbe entrare…»
Continuo, implacabile: lingua che penetra, gira, succhia il clitoride, le dita che entrano di nuovo, curvandosi dentro. Trema, le cosce che si stringono intorno alla mia testa.
«Sto venendo… padrone… sto venendo sulla tua scrivania…»
Viene forte, i succhi che bagnano la mia bocca, il corpo che convulsa, un gemito soffocato che cerca di non far uscire troppo forte.
Mi alzo, mi slaccio i pantaloni, il cazzo duro che balza fuori. La penetro con un colpo solo, profondo, riempiendola completamente. La scrivania scricchiola sotto di noi, i report sparsi che cadono a terra.
«Prendilo tutto,» ringhio. «Questa è la tua punizione per essere stata sbadata tutto il giorno.»
Avvolge le gambe intorno alla mia vita, i tacchi che premono contro la mia schiena.
«Fottimi… più forte… qui… dove lavoro per te… dove potresti farmi licenziare se qualcuno entra…»
Accelero, brutale, le mani sui fianchi, la tiro contro di me a ogni spinta. Le sussurro all’orecchio dirty talk crudo:
«Senti come ti apro? Questa figa è mia… questo ufficio è mio… tu sei mia… dimmi che sei la mia troia sbadata…»
«Sono… la tua troia… la tua assistente sbadata che si fa scopare sulla scrivania… padrone… riempimi…»
Viene di nuovo, stringendomi forte dentro, urlando il mio nome contro la mia spalla. Esplodo poco dopo, riempiendola, pulsando profondo mentre trema ancora.
Crolliamo insieme sulla scrivania, ansimanti, sudati. La bacio lento, possessivo.
«Brava,» mormoro. «Hai imparato la lezione… per stavolta.»
Sorride, ancora tremante.
«Lezione? Io? Ho solo lasciato che vincessi tu… per stavolta.»
Ci alziamo piano, sistemiamo i vestiti, raccogliamo i fogli sparsi. L’ufficio torna silenzioso, ma l’aria è ancora carica di erotismo.
Come sempre è ispirato ad una storia vera
È una sera di metà settembre, l’aria tiepida entra dai finestrini abbassati mentre guido verso casa dopo una cena fuori. La radio suona piano una vecchia canzone italiana, e Alba è seduta al posto del passeggero, le gambe accavallate, il vestito nero corto che le sale un po’ sulle cosce. Ha bevuto un bicchiere di vino di troppo, quel tanto che la rende più audace del solito, ma non abbastanza da perdere il controllo.
La guardo di sfuggita. Ha quel sorriso intrigante, gli occhi che brillano sotto le luci dei lampioni che sfrecciano.
«Che c’è?» chiede lei, fingendo innocenza.
«Niente,» rispondo. «Solo che stasera mi sembri… particolarmente provocante.»
Ride piano, un suono basso che mi arriva dritto allo stomaco.
«Provocante? Io? Mai.»
Poi, senza dire altro, si slaccia i primi due bottoni del vestito. La scollatura si apre, i seni pieni spingono contro il tessuto, i capezzoli già tesi sotto la stoffa sottile.
«Meglio così?» chiede, la voce morbida ma con quella nota insolente che non manca mai.
Stringo il volante un po’ più forte, gli occhi sulla strada ma la mente altrove.
«Continua,» dico piano.
Non esita. Slaccia un altro bottone, poi un altro. Il vestito si apre completamente sul davanti, i seni nudi ora esposti all’aria fresca che entra dal finestrino. I capezzoli duri per il fresco e per l’eccitazione, la pelle chiara che riflette le luci arancioni dei lampioni e i fari delle macchine che passano.
Si appoggia allo schienale, le spalle indietro, spingendo il petto in fuori.
«Potrebbero vedermi,» sussurra, guardando fuori dal finestrino. Una macchina ci supera a sinistra, il guidatore rallenta appena, guarda. Non si copre. Anzi, si inarca un po’ di più, un piccolo gemito le sfugge.
«Lo so,» dico, la voce rauca. «E lo vuoi.»
«Forse,» risponde lei, provocatoria. «O forse voglio solo vedere quanto resisti tu a non toccarmi mentre guidi.»
La mano le scivola sul seno, accarezza un capezzolo con le dita, lo pizzica piano, poi lo tira leggermente. Geme piano, il suono che si mescola al rumore del motore.
Un’altra macchina si affianca a un semaforo. Il guidatore guarda dentro. Lo nota, arrossisce violentemente, ma invece di coprirsi alza un po’ il mento, lascia che veda: i seni nudi, i capezzoli eretti, il respiro accelerato.
Il semaforo diventa verde. Parto piano, ma invece di prendere la strada diretta verso casa svolto a sinistra, verso le alture. La strada si fa più stretta, i lampioni più rari, gli alberi che si chiudono intorno.
«Dove andiamo?» chiede Alba, la voce già tremante di eccitazione.
«In un posto dove possiamo finire quello che hai iniziato,» rispondo, la mano che scivola sulla sua coscia, sale piano sotto il vestito.
Arriviamo a un piccolo parcheggio sterrato vicino al bosco, uno di quei sentieri poco battuti che portano a punti panoramici. Di notte è quasi deserto, ma non del tutto: sulla strada principale sottostante passano ancora fari ogni tanto, e dal sentiero potrebbe sbucare un runner notturno, un cane con il padrone, o semplicemente qualcuno che passeggia.
Spengo il motore. Il silenzio improvviso è rotto solo dal canto dei grilli e dal respiro affannato di lei.
«Scendi,» ordino.
Apre la portiera, scende scalza – ha lasciato le scarpe in macchina – il vestito aperto che sventola intorno alle gambe. Cammina davanti a me verso il sentiero del bosco, i tacchi che affondano leggermente nella terra morbida, i seni nudi che ballano a ogni passo.
La seguo, le prendo i fianchi, la spingo contro il tronco di un albero grande, il primo del bosco. Le alzo il vestito fino alla vita, le strappa le mutandine con un gesto secco, le getto a terra.
«Qui,» dico, la voce bassa e carica di possesso. «Dove potrebbe passare qualcuno. Dove potrebbero vederti mentre ti prendo.»
Si morde il labbro, guarda verso la strada lontana: luci di fari che passano ogni tanto, voci lontane di un cane che abbaia, il rischio reale che qualcuno possa imboccare il sentiero e vederci.
«Sei un bastardo,» sussurra, ma spinge il culo indietro contro di me, le gambe che si allargano istintivamente. «Mi fai eccitare così… in pubblico… con il rischio che ci vedano…»
Mi slaccio i pantaloni, il cazzo duro che sfiora la sua figa bagnata. Entro piano, un affondo lento e profondo che la fa gemere forte, le mani appoggiate all’albero ruvido, i seni che oscillano a ogni spinta.
«Fottimi… qui… nel bosco… dove potrebbero vederci,» ansima lei, la voce spezzata dal piacere, spingendo indietro per prendermi tutto.
Accelero, le mani sui fianchi, la tiro contro di me a ogni colpo brutale. Il suono della pelle contro pelle si mescola al fruscio delle foglie e al respiro affannato di lei.
«Senti quanto sei bagnata?» ringhio all’orecchio, la voce rauca. «Per il rischio… per la paura che qualcuno ti veda mentre prendi il mio cazzo come una troia di strada. Dimmi quanto sei mia.»
Spinge indietro, incontra ogni spinta, i gemiti che diventano più alti, più incontrollati.
«Sono tua… cazzo… la tua troia esibizionista… guardami… sto colando per te… qualcuno potrebbe passare… vedermi con le tette fuori… scopata contro un albero… continua… padrone… fottimi più forte…»
Le afferro i capelli, tiro la testa indietro per esporre il collo, lo mordo forte mentre pompo più profondo, più veloce. Una macchina passa sulla strada principale, i fari illuminano per un secondo il sentiero: ombre che potrebbero vedere, potrebbero fermarsi, potrebbero sentire i suoi gemiti.
Trema violentemente, il corpo che si tende come una corda.
«Sto venendo… cazzo… sto venendo nel bosco… con il rischio che ci vedano… ti prego… riempimi…»
Viene forte, i muscoli che stringono intorno a me in spasmi violenti, i succhi che colano lungo le cosce, un urlo soffocato che le sfugge dalle labbra. Continuo, brutale, implacabile, fino a esplodere dentro di lei, riempiendola di sperma caldo, pulsando profondo mentre geme contro l’albero, il corpo ancora scosso dagli spasmi.
Ci appoggiamo entrambi al tronco, ansimanti, sudati. Si gira piano, mi bacia con fame selvaggia, i seni nudi premuti contro il mio petto, le mani nei miei capelli.
«Mi hai fatto venire dove chiunque poteva vederci,» sussurra, la voce rauca e tremante. «E mi è piaciuto da morire… troppo.»
Le bacio il collo, ridendo piano contro la sua pelle.
«Lo so. E la prossima volta… ti porto ancora più esposta. Magari con qualcuno che guarda davvero.»
Sorride, obliqua, gli occhi ancora lucidi di piacere.
«Provaci,» dice. «Tanto lo sai che resisterò… fino a quando ne avrò voglia.»
Torniamo alla macchina, lei con il vestito ancora semiaperto, le gambe molli, il sorriso che dice che la sfida è appena cominciata. La notte è ancora lunga, e il bosco resta silenzioso.
La giornata dopo il bosco è stata un inferno lento. Alba è venuta in ufficio assieme a me, con quel tailleur grigio perla che le fascia i fianchi come una promessa, la camicetta bianca con un bottone in meno del necessario, e le autoreggenti nere che so portano ancora il segno del mio morso di ieri sera. Ogni volta che entrava nel mio ufficio con un documento, un caffè, una domanda, lo faceva con movimenti studiati: si chinava troppo, lasciava che la scollatura si aprisse quel tanto da farmi vedere il pizzo nero del reggiseno, passava accanto alla mia sedia sfiorandomi il braccio con il fianco, o si sedeva sulla poltrona di fronte accavallando le gambe in modo che la gonna salisse di un centimetro, rivelando la cucitura delle calze. Non diceva niente di esplicito, ma ogni sguardo era un “Ricordi come ti ho implorato contro l’albero? Ricordi come ti ho stretto mentre venivo?”. Io mantenevo l’espressione professionale, davo ordini secchi, chiudevo call con tono freddo, ma dentro ribollivo. Il cazzo mi si induriva ogni volta che si avvicinava, e dovevo concentrarmi per non afferrarla lì, davanti alla finestra con le tapparelle abbassate a metà.
Alle 18 in punto l’ufficio si svuota. Rumori di borse, saluti frettolosi, ascensori che si chiudono. Io resto. Lei resta. Lo so perché non ha spento il computer, non ha preso la borsa. Quando l’ultimo collega esce, sento i suoi tacchi nel corridoio. Entra senza bussare, chiude la porta a chiave, posa una cartellina sulla mia scrivania.
«Il riepilogo delle call di oggi,» dice, la voce neutra, professionale. «Come richiesto.»
Ma il modo in cui lo dice, con quel sorriso malizioso e gli occhi che non mollano i miei, è un invito a punirla. Indossa ancora il tailleur grigio, ma la camicetta è slacciata di un bottone in più rispetto a stamattina. Le autoreggenti nere brillano sotto la luce della lampada da tavolo.
Mi appoggio allo schienale, la guardo da capo a piedi lentamente.
«Hai finito di fare la sbadata per oggi?» chiedo, la voce bassa.
Lei inclina la testa, finge sorpresa.
«Sbadata? Io? Ho fatto tutto perfetto, signor CEO.»
Fa un passo avanti, si china sulla scrivania per sistemare un foglio – un movimento lento, calcolato, la gonna che si tende sul culo, la camicetta che si apre quel tanto da farmi vedere il bordo del reggiseno e la curva interna dei seni. So che lo fa apposta. So che sta pensando al bosco, a come l’ho presa contro l’albero, a come ha urlato il mio nome.
Mi alzo piano, giro intorno alla scrivania, mi fermo dietro di lei.
«Sbadata,» ripeto, la voce dura. «Hai sbagliato il nome del cliente nella mail delle 11:47. Hai invertito due cifre nel budget Q4 che mi hai mandato alle 14:20. E hai dimenticato di allegare il file di Singapore alle 16:05.»
Tutte bugie. Ha fatto tutto perfetto. Ma è il nostro gioco: la assistente sbadata che deve essere punita.
Lei si raddrizza, si gira verso di me, le labbra socchiuse.
«Ops,» sussurra, con quel tono innocente che è puro veleno. «Che sbadata sono stata… cosa meriti di fare a una assistente così negligente, capo?»
Le afferro i fianchi, la tiro contro di me. Sento il suo culo premere contro il mio cazzo già duro.
«Meriti una punizione,» dico, la voce rauca. «Per imparare a fare meglio.»
Le alzo la gonna fino alla vita con un gesto deciso. Sotto, mutandine di pizzo nero coordinate, già bagnate al centro. Le abbasso piano, le lascio scivolare lungo le autoreggenti fino alle caviglie.
Lei si morde il labbro, spinge il culo indietro.
«Come mi punirai?» chiede, la voce dolce ma tagliente. «Mi sculacci? Mi leghi? Mi fai lavorare di straordinario… sulla tua scrivania?»
Le do una sculacciata secca sul gluteo destro. Il suono riecheggia nella stanza vuota. Lei sussulta, ma spinge indietro.
«Uno,» dico. «Per la mail sbagliata.»
Un’altra, più forte, sul sinistro. La pelle si arrossa subito. Lei geme, le mani che stringono il bordo della scrivania.
«Due,» sussurra. «Per le cifre invertite.»
Continuo, alternando, cinque schiaffi lenti ma ritmati, ogni colpo che la fa gemere più forte, la pelle che diventa rosa acceso. Non è dolore, è dominazione pura. Ogni colpo la fa bagnare di più, i succhi che colano lungo le cosce.
«Ora dimmi che sei la mia assistente personale… e che impari dai tuoi errori,» dico, la mano che sfiora la figa bagnata, due dita che entrano piano.
«Sono… la tua assistente… cazzo… e imparo… quando mi punisci così,» risponde lei, la voce spezzata ma ancora ribelle.
Accelero le dita, il pollice sul clitoride, la scopo con la mano mentre con l’altra le tiro i capelli indietro.
«Quando ti punisco? No. Impari sempre. O ti lego alla scrivania e ti lascio qui fino a lunedì, con la porta aperta.»
Ansima, spinge contro la mia mano.
Ritraggo le dita, la giro di scatto, la faccio sedere sul bordo della scrivania. Le allargo le cosce, mi inginocchio tra le sue gambe. La lingua tocca il clitoride gonfio, gira lento, poi succhio forte. Getta la testa indietro, le mani nei miei capelli, tira.
«Cazzo… sì… leccami… qui… nel tuo ufficio… dove chiunque potrebbe entrare…»
Continuo, implacabile: lingua che penetra, gira, succhia il clitoride, le dita che entrano di nuovo, curvandosi dentro. Trema, le cosce che si stringono intorno alla mia testa.
«Sto venendo… padrone… sto venendo sulla tua scrivania…»
Viene forte, i succhi che bagnano la mia bocca, il corpo che convulsa, un gemito soffocato che cerca di non far uscire troppo forte.
Mi alzo, mi slaccio i pantaloni, il cazzo duro che balza fuori. La penetro con un colpo solo, profondo, riempiendola completamente. La scrivania scricchiola sotto di noi, i report sparsi che cadono a terra.
«Prendilo tutto,» ringhio. «Questa è la tua punizione per essere stata sbadata tutto il giorno.»
Avvolge le gambe intorno alla mia vita, i tacchi che premono contro la mia schiena.
«Fottimi… più forte… qui… dove lavoro per te… dove potresti farmi licenziare se qualcuno entra…»
Accelero, brutale, le mani sui fianchi, la tiro contro di me a ogni spinta. Le sussurro all’orecchio dirty talk crudo:
«Senti come ti apro? Questa figa è mia… questo ufficio è mio… tu sei mia… dimmi che sei la mia troia sbadata…»
«Sono… la tua troia… la tua assistente sbadata che si fa scopare sulla scrivania… padrone… riempimi…»
Viene di nuovo, stringendomi forte dentro, urlando il mio nome contro la mia spalla. Esplodo poco dopo, riempiendola, pulsando profondo mentre trema ancora.
Crolliamo insieme sulla scrivania, ansimanti, sudati. La bacio lento, possessivo.
«Brava,» mormoro. «Hai imparato la lezione… per stavolta.»
Sorride, ancora tremante.
«Lezione? Io? Ho solo lasciato che vincessi tu… per stavolta.»
Ci alziamo piano, sistemiamo i vestiti, raccogliamo i fogli sparsi. L’ufficio torna silenzioso, ma l’aria è ancora carica di erotismo.
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