Una serata diversa
di
Gwfen
genere
dominazione
Come sempre ispirato ad una storia vera, per contatti gwfen26@libero.it
Torno a casa verso le 21:30, più tardi del previsto. L’ultima call con Londra è finita male – una situazione complicata – e ho dovuto chiudere la cosa con tono duro. Sono stanco, stufo di rumore e parole. Quando apro la porta dell’appartamento, l’aria è diversa: silenzio pesante, luci soffuse solo nel salotto, profumo di vaniglia calda e agrumi che mi colpisce subito. Alba.
Chiudo la porta. Il telefono vibra in tasca. Lo tiro fuori.
Un messaggio da lei.
“Sala da pranzo.
La sedia al centro.
Siediti.
Mani sui braccioli.
Non muoverti.
Non parlare.
Non toccarti.
Non toccarmi.
Se infrangi una regola, finisce tutto.
La tua Alba.”
Sorrido tra me e me, un misto di irritazione e desiderio che mi sale dallo stomaco. È una delle sue sfide preferite: prendere il controllo per farmi perdere il mio. Entro in sala da pranzo. Al centro della stanza, sotto la luce calda del lampadario basso, c’è una sedia – quella di pelle nera, alta, con braccioli larghi, che di solito sta in un angolo. Nient’altro. Il tavolo è stato spostato di lato, il pavimento libero. Solo la sedia e la luce che la illumina come un palcoscenico.
Mi siedo. Mani sui braccioli, schiena dritta. So che mi sta osservando da qualche parte – forse dal corridoio buio, forse dalla cucina. E aspetto.
La musica parte all’improvviso, senza che io veda chi ha premuto play. È “Wicked Game” nella versione di Chris Isaak, lenta, ipnotica, con quella chitarra che ti entra sottopelle e la voce che sussurra desiderio e sofferenza. Il volume è basso ma avvolgente, vibra nel petto.
Poi la sento arrivare. Il suono dei tacchi – sottili, eleganti, quasi delicati. Passi lenti, misurati, come se stesse contando ogni secondo per farmi aspettare.
Esce dall’ombra del corridoio.
Il mio respiro si ferma.
Indossa un completo da scolaretta che sembra uscito dai miei incubi più belli e bagnati. La gonna plissata nera è cortissima, arriva appena sotto il culo, e ogni movimento fa intravedere il bordo delle autoreggenti nere con la cucitura dietro che le allungano le gambe infinite. Sopra, una camicetta bianca annodata sotto i seni, aperta quel tanto da mostrare la pancia piatta e il reggiseno push-up di pizzo nero che solleva i suoi seni pieni, rotondi, i capezzoli rosa scuro già visibili attraverso il tessuto sottile. Una cravatta rossa allentata intorno al collo, che pende tra i seni come un invito proibito. I capelli castani sciolti, mossi, le cadono sulle spalle e sul décolleté in onde perfette. Il trucco è impeccabile: rossetto rosso scuro, occhi smokey che accentuano il verde profondo, un tocco di blush sulle guance che la fa sembrare innocente e peccaminosa allo stesso tempo. Sotto, lo so già, c’è lingerie nera di pizzo: perizoma minuscolo che scompare tra le natiche, reggiseno che solleva i seni come un’offerta.
Cammina verso di me, lenta, ogni passo un’onda controllata. I tacchi battono sul parquet come una campana crudele. Si ferma a un metro, mi guarda negli occhi, e inizia.
Le mani salgono piano lungo i fianchi, sfiorano il tessuto, salgono ai seni. Li accarezza attraverso la camicetta annodata, li stringe piano, li solleva, li lascia cadere. I capezzoli sfregano contro il pizzo, si intravedono duri, rosa scuro, imploranti. Geme piano, un suono basso che mi arriva dritto al cazzo.
«Ti piace guardarmi, vero?» sussurra, la voce morbida, velenosa, sincronizzata con la musica. «Guardarmi mentre mi spoglio per te… mentre ti mostro tutto… ma tu non puoi toccare… non puoi fare niente se non guardare…»
Le mani scendono, slacciano lentamente la camicetta annodata, un bottone alla volta. Ogni clic è un colpo al mio autocontrollo. La camicetta si apre, rivela il reggiseno push-up di pizzo nero che solleva i seni pieni, i capezzoli rosa scuro eretti e visibili attraverso il tessuto trasparente. La camicetta cade dalle spalle, subito seguita dal reggiseno, resta in piedi con il petto esposto, i seni che si alzano e abbassano con il respiro accelerato. Li accarezza piano, le dita che tracciano cerchi intorno ai capezzoli, li pizzicano, li tirano fino a farli indurire ancora di più. Geme piano, un suono basso che mi arriva dritto al cazzo, facendolo pulsare contro la tasca.
«Senti quanto sono duri?» mormora, chinandosi leggermente verso di me, i seni a pochi centimetri dal mio viso. Sento il calore della sua pelle, il profumo di vaniglia misto a eccitazione. «Vorresti succhiarli, vero? Mordermi fino a farmi urlare… ma non puoi. Devi solo guardare mentre io… mi tocco per te.»
Si raddrizza, le mani scendono sui fianchi, slacciano la gonna plissata. La fa scivolare giù lentamente, centimetro per centimetro, rivelando il perizoma nero di pizzo che copre a malapena la figa gonfia, i succhi che già luccicano sulle labbra intime. La gonna cade a terra, lei la scalcia via con un tacco, resta in perizoma, autoreggenti e tacchi. Si gira di nuovo, mi mostra il culo perfetto, le natiche rotonde divaricate dal perizoma sottile. Si piega in avanti, le mani sulle ginocchia, il culo verso di me a un soffio dalla mia faccia. Lo sento, il suo aroma muschiato, il calore che emana. Si passa una mano tra le cosce, sfiora il pizzo bagnato, geme forte.
«Senti quanto sono bagnata?» sussurra, girandosi appena per guardarmi. «Senti quanto voglio il tuo cazzo dentro di me? Ma non puoi mettercelo… devi solo soffrire mentre io mi strofino… mentre vengo senza di te…»
Si alza, si avvicina. Si ferma tra le mie gambe, si china su di me, i seni nudi a un soffio dal mio viso. Il respiro mi esce affannato, il cazzo mi fa male nei pantaloni, premuto contro il tessuto, ma non mi muovo. Lei si passa le dita sui capezzoli, li tira, li fa ruotare, gemendo piano, il corpo che si inarca.
«So che vorresti mordermi… lasciare segni… farmi urlare il tuo nome…» sussurra. «Ma non puoi. Devi solo guardare mentre io…»
Si gira, si siede sulle mie ginocchia, di spalle, le gambe aperte intorno alle mie. Il suo culo premuto contro il mio cazzo duro, attraverso i pantaloni. Si muove piano, avanti e indietro, strofinandosi, gemendo contro il mio collo. Sento il calore della sua figa, il pizzo bagnato che sfiora il tessuto, il suo aroma che mi avvolge.
«Senti quanto ti voglio?» sussurra, chinandosi all’indietro contro il mio petto. «Senti quanto sono vicina a venire solo strofinandomi su di te? Ma tu non puoi toccarmi… non puoi venire…stasera comando io.»
Accelera il movimento, i seni che sfregano contro il mio braccio quando si inarca, il respiro spezzato, i gemiti che diventano più alti. Il mio cazzo pulsa dolorosamente, preme contro il suo culo, ma non mi muovo. Stringo i braccioli fino a farmi male alle mani.
Lei si alza all’improvviso, si gira verso di me. Le mani scendono sul perizoma, lo slacciano piano, lo fanno scivolare giù lungo le autoreggenti. Resta nuda, la figa gonfia, bagnata, i succhi che luccicano sulle labbra intime, il clitoride eretto che implora attenzione. Si passa le dita tra le cosce, sfiora il clitoride, gemendo forte.
«Guardami mentre mi tocco,» sussurra, le dita che girano in cerchi lenti, crudeli. «Guardami mentre vengo per te…»
Si siede di nuovo sulle mie ginocchia, stavolta di fronte, le gambe aperte intorno ai miei fianchi. La sua figa bagnata premuta contro il mio cazzo duro attraverso i pantaloni. Si muove, strofinandosi, gemendo contro il mio orecchio. Sento i suoi succhi bagnarmi il tessuto, il calore che mi avvolge, il suo clitoride che sfrega contro la mia erezione.
«Senti quanto sono fradicia?» sussurra, mordendomi il lobo. «Senti quanto voglio venirti addosso…senti come voglio godere…»
Accelera, i movimenti che diventano più frenetici, i gemiti che riempiono la stanza. I suoi seni premono contro il mio petto, i capezzoli duri che sfregano attraverso la camicia. Il corpo trema.
«Sto venendo… cazzo… sto venendo su di te… guardami…guardami godere…»
Viene forte, il corpo che convulsa sulle mie ginocchia, i gemiti che diventano urla soffocate contro la mia spalla. Sento i suoi succhi bagnarmi i pantaloni, il calore della sua figa che pulsa contro il mio cazzo, l’orgasmo che mi fa impazzire.
Si ferma, ansimante, mi guarda negli occhi, il sorriso che torna.
«Ora tocca a te decidere se vuoi continuare… o se preferisci implorare.»
Il mio cazzo pulsa in tasca, dolorante, pronto a esplodere. Stringo i braccioli, il respiro affannato. Non mi muovo. Non parlo. Ma dentro di me, so che sta vincendo lei. Per stavolta.
Lei ride piano, bassa, soddisfatta.
«Vedremo quanto resisti, capo.»
Si alza, si china su di me, i seni a un soffio dalla mia bocca. Si passa le dita sulla figa bagnata, le porta alle labbra, le lecca piano, guardandomi.
«Senti il mio sapore?» sussurra. «Vorresti assaggiarlo, vero? Vorresti leccarmi fino a farmi urlare… io…»
Si allontana un passo, si gira, si piega in avanti, le mani sulle ginocchia. Il culo verso di me, le natiche rotonde divaricate, la figa bagnata che luccica, i succhi che colano lungo le cosce. Si passa una mano tra le gambe, sfiora l’ano stretto, poi il clitoride, gemendo forte.
«Guardami mentre mi tocco di nuovo,» sussurra. «Guardami mentre vengo un’altra volta… senza di te…»
Le dita entrano nella figa, due, curvandosi dentro. Si scopa con la mano, lenta, i gemiti che diventano più alti, il corpo che si inarca. Lo vedo, lo sento: sta venendo di nuovo, il corpo che trema, i succhi che schizzano sul pavimento.
Si rialza, si gira verso di me. Si avvicina, si china, le labbra a un soffio dalle mie.
«Implora,» sussurra. «Implora di toccarmi… di scoparmi… o continuo da sola tutta la notte.»
Il mio cazzo pulsa in tasca, dolorante. Non resisto più.
«Ti prego,» mormoro, la voce rotta. «Toccati… scopami… fammi venire…»
Lei ride, vittoriosa, crudele.
«Bravo, padrone,» sussurra. «Ora sì che sei mio.»
Si inginocchia tra le mie gambe, mi slaccia i pantaloni con dita esperte, libera il mio cazzo duro come marmo. Lo prende in bocca, succhia forte, la lingua che gira intorno alla cappella, ingoiandolo fino in gola. Gemo forte, le mani sui braccioli, il corpo che si tende.
«Vieni per me,» sussurra ritraendosi un secondo. «Vieni nella mia bocca… come un bravo ragazzo.»
Esplodo, schizzi caldi che le riempiono la bocca. Lei ingoia tutto, lenta, golosa, la lingua che raccoglie ogni goccia.
Si alza, mi bacia, il mio sapore sulle sue labbra.
«Brava, la mia stronzetta,» dico, ancora ansimante.
Lei sorride, civettuola.
«Hai ceduto,» sussurra. «E mi è piaciuto da morire.»
Torno a casa verso le 21:30, più tardi del previsto. L’ultima call con Londra è finita male – una situazione complicata – e ho dovuto chiudere la cosa con tono duro. Sono stanco, stufo di rumore e parole. Quando apro la porta dell’appartamento, l’aria è diversa: silenzio pesante, luci soffuse solo nel salotto, profumo di vaniglia calda e agrumi che mi colpisce subito. Alba.
Chiudo la porta. Il telefono vibra in tasca. Lo tiro fuori.
Un messaggio da lei.
“Sala da pranzo.
La sedia al centro.
Siediti.
Mani sui braccioli.
Non muoverti.
Non parlare.
Non toccarti.
Non toccarmi.
Se infrangi una regola, finisce tutto.
La tua Alba.”
Sorrido tra me e me, un misto di irritazione e desiderio che mi sale dallo stomaco. È una delle sue sfide preferite: prendere il controllo per farmi perdere il mio. Entro in sala da pranzo. Al centro della stanza, sotto la luce calda del lampadario basso, c’è una sedia – quella di pelle nera, alta, con braccioli larghi, che di solito sta in un angolo. Nient’altro. Il tavolo è stato spostato di lato, il pavimento libero. Solo la sedia e la luce che la illumina come un palcoscenico.
Mi siedo. Mani sui braccioli, schiena dritta. So che mi sta osservando da qualche parte – forse dal corridoio buio, forse dalla cucina. E aspetto.
La musica parte all’improvviso, senza che io veda chi ha premuto play. È “Wicked Game” nella versione di Chris Isaak, lenta, ipnotica, con quella chitarra che ti entra sottopelle e la voce che sussurra desiderio e sofferenza. Il volume è basso ma avvolgente, vibra nel petto.
Poi la sento arrivare. Il suono dei tacchi – sottili, eleganti, quasi delicati. Passi lenti, misurati, come se stesse contando ogni secondo per farmi aspettare.
Esce dall’ombra del corridoio.
Il mio respiro si ferma.
Indossa un completo da scolaretta che sembra uscito dai miei incubi più belli e bagnati. La gonna plissata nera è cortissima, arriva appena sotto il culo, e ogni movimento fa intravedere il bordo delle autoreggenti nere con la cucitura dietro che le allungano le gambe infinite. Sopra, una camicetta bianca annodata sotto i seni, aperta quel tanto da mostrare la pancia piatta e il reggiseno push-up di pizzo nero che solleva i suoi seni pieni, rotondi, i capezzoli rosa scuro già visibili attraverso il tessuto sottile. Una cravatta rossa allentata intorno al collo, che pende tra i seni come un invito proibito. I capelli castani sciolti, mossi, le cadono sulle spalle e sul décolleté in onde perfette. Il trucco è impeccabile: rossetto rosso scuro, occhi smokey che accentuano il verde profondo, un tocco di blush sulle guance che la fa sembrare innocente e peccaminosa allo stesso tempo. Sotto, lo so già, c’è lingerie nera di pizzo: perizoma minuscolo che scompare tra le natiche, reggiseno che solleva i seni come un’offerta.
Cammina verso di me, lenta, ogni passo un’onda controllata. I tacchi battono sul parquet come una campana crudele. Si ferma a un metro, mi guarda negli occhi, e inizia.
Le mani salgono piano lungo i fianchi, sfiorano il tessuto, salgono ai seni. Li accarezza attraverso la camicetta annodata, li stringe piano, li solleva, li lascia cadere. I capezzoli sfregano contro il pizzo, si intravedono duri, rosa scuro, imploranti. Geme piano, un suono basso che mi arriva dritto al cazzo.
«Ti piace guardarmi, vero?» sussurra, la voce morbida, velenosa, sincronizzata con la musica. «Guardarmi mentre mi spoglio per te… mentre ti mostro tutto… ma tu non puoi toccare… non puoi fare niente se non guardare…»
Le mani scendono, slacciano lentamente la camicetta annodata, un bottone alla volta. Ogni clic è un colpo al mio autocontrollo. La camicetta si apre, rivela il reggiseno push-up di pizzo nero che solleva i seni pieni, i capezzoli rosa scuro eretti e visibili attraverso il tessuto trasparente. La camicetta cade dalle spalle, subito seguita dal reggiseno, resta in piedi con il petto esposto, i seni che si alzano e abbassano con il respiro accelerato. Li accarezza piano, le dita che tracciano cerchi intorno ai capezzoli, li pizzicano, li tirano fino a farli indurire ancora di più. Geme piano, un suono basso che mi arriva dritto al cazzo, facendolo pulsare contro la tasca.
«Senti quanto sono duri?» mormora, chinandosi leggermente verso di me, i seni a pochi centimetri dal mio viso. Sento il calore della sua pelle, il profumo di vaniglia misto a eccitazione. «Vorresti succhiarli, vero? Mordermi fino a farmi urlare… ma non puoi. Devi solo guardare mentre io… mi tocco per te.»
Si raddrizza, le mani scendono sui fianchi, slacciano la gonna plissata. La fa scivolare giù lentamente, centimetro per centimetro, rivelando il perizoma nero di pizzo che copre a malapena la figa gonfia, i succhi che già luccicano sulle labbra intime. La gonna cade a terra, lei la scalcia via con un tacco, resta in perizoma, autoreggenti e tacchi. Si gira di nuovo, mi mostra il culo perfetto, le natiche rotonde divaricate dal perizoma sottile. Si piega in avanti, le mani sulle ginocchia, il culo verso di me a un soffio dalla mia faccia. Lo sento, il suo aroma muschiato, il calore che emana. Si passa una mano tra le cosce, sfiora il pizzo bagnato, geme forte.
«Senti quanto sono bagnata?» sussurra, girandosi appena per guardarmi. «Senti quanto voglio il tuo cazzo dentro di me? Ma non puoi mettercelo… devi solo soffrire mentre io mi strofino… mentre vengo senza di te…»
Si alza, si avvicina. Si ferma tra le mie gambe, si china su di me, i seni nudi a un soffio dal mio viso. Il respiro mi esce affannato, il cazzo mi fa male nei pantaloni, premuto contro il tessuto, ma non mi muovo. Lei si passa le dita sui capezzoli, li tira, li fa ruotare, gemendo piano, il corpo che si inarca.
«So che vorresti mordermi… lasciare segni… farmi urlare il tuo nome…» sussurra. «Ma non puoi. Devi solo guardare mentre io…»
Si gira, si siede sulle mie ginocchia, di spalle, le gambe aperte intorno alle mie. Il suo culo premuto contro il mio cazzo duro, attraverso i pantaloni. Si muove piano, avanti e indietro, strofinandosi, gemendo contro il mio collo. Sento il calore della sua figa, il pizzo bagnato che sfiora il tessuto, il suo aroma che mi avvolge.
«Senti quanto ti voglio?» sussurra, chinandosi all’indietro contro il mio petto. «Senti quanto sono vicina a venire solo strofinandomi su di te? Ma tu non puoi toccarmi… non puoi venire…stasera comando io.»
Accelera il movimento, i seni che sfregano contro il mio braccio quando si inarca, il respiro spezzato, i gemiti che diventano più alti. Il mio cazzo pulsa dolorosamente, preme contro il suo culo, ma non mi muovo. Stringo i braccioli fino a farmi male alle mani.
Lei si alza all’improvviso, si gira verso di me. Le mani scendono sul perizoma, lo slacciano piano, lo fanno scivolare giù lungo le autoreggenti. Resta nuda, la figa gonfia, bagnata, i succhi che luccicano sulle labbra intime, il clitoride eretto che implora attenzione. Si passa le dita tra le cosce, sfiora il clitoride, gemendo forte.
«Guardami mentre mi tocco,» sussurra, le dita che girano in cerchi lenti, crudeli. «Guardami mentre vengo per te…»
Si siede di nuovo sulle mie ginocchia, stavolta di fronte, le gambe aperte intorno ai miei fianchi. La sua figa bagnata premuta contro il mio cazzo duro attraverso i pantaloni. Si muove, strofinandosi, gemendo contro il mio orecchio. Sento i suoi succhi bagnarmi il tessuto, il calore che mi avvolge, il suo clitoride che sfrega contro la mia erezione.
«Senti quanto sono fradicia?» sussurra, mordendomi il lobo. «Senti quanto voglio venirti addosso…senti come voglio godere…»
Accelera, i movimenti che diventano più frenetici, i gemiti che riempiono la stanza. I suoi seni premono contro il mio petto, i capezzoli duri che sfregano attraverso la camicia. Il corpo trema.
«Sto venendo… cazzo… sto venendo su di te… guardami…guardami godere…»
Viene forte, il corpo che convulsa sulle mie ginocchia, i gemiti che diventano urla soffocate contro la mia spalla. Sento i suoi succhi bagnarmi i pantaloni, il calore della sua figa che pulsa contro il mio cazzo, l’orgasmo che mi fa impazzire.
Si ferma, ansimante, mi guarda negli occhi, il sorriso che torna.
«Ora tocca a te decidere se vuoi continuare… o se preferisci implorare.»
Il mio cazzo pulsa in tasca, dolorante, pronto a esplodere. Stringo i braccioli, il respiro affannato. Non mi muovo. Non parlo. Ma dentro di me, so che sta vincendo lei. Per stavolta.
Lei ride piano, bassa, soddisfatta.
«Vedremo quanto resisti, capo.»
Si alza, si china su di me, i seni a un soffio dalla mia bocca. Si passa le dita sulla figa bagnata, le porta alle labbra, le lecca piano, guardandomi.
«Senti il mio sapore?» sussurra. «Vorresti assaggiarlo, vero? Vorresti leccarmi fino a farmi urlare… io…»
Si allontana un passo, si gira, si piega in avanti, le mani sulle ginocchia. Il culo verso di me, le natiche rotonde divaricate, la figa bagnata che luccica, i succhi che colano lungo le cosce. Si passa una mano tra le gambe, sfiora l’ano stretto, poi il clitoride, gemendo forte.
«Guardami mentre mi tocco di nuovo,» sussurra. «Guardami mentre vengo un’altra volta… senza di te…»
Le dita entrano nella figa, due, curvandosi dentro. Si scopa con la mano, lenta, i gemiti che diventano più alti, il corpo che si inarca. Lo vedo, lo sento: sta venendo di nuovo, il corpo che trema, i succhi che schizzano sul pavimento.
Si rialza, si gira verso di me. Si avvicina, si china, le labbra a un soffio dalle mie.
«Implora,» sussurra. «Implora di toccarmi… di scoparmi… o continuo da sola tutta la notte.»
Il mio cazzo pulsa in tasca, dolorante. Non resisto più.
«Ti prego,» mormoro, la voce rotta. «Toccati… scopami… fammi venire…»
Lei ride, vittoriosa, crudele.
«Bravo, padrone,» sussurra. «Ora sì che sei mio.»
Si inginocchia tra le mie gambe, mi slaccia i pantaloni con dita esperte, libera il mio cazzo duro come marmo. Lo prende in bocca, succhia forte, la lingua che gira intorno alla cappella, ingoiandolo fino in gola. Gemo forte, le mani sui braccioli, il corpo che si tende.
«Vieni per me,» sussurra ritraendosi un secondo. «Vieni nella mia bocca… come un bravo ragazzo.»
Esplodo, schizzi caldi che le riempiono la bocca. Lei ingoia tutto, lenta, golosa, la lingua che raccoglie ogni goccia.
Si alza, mi bacia, il mio sapore sulle sue labbra.
«Brava, la mia stronzetta,» dico, ancora ansimante.
Lei sorride, civettuola.
«Hai ceduto,» sussurra. «E mi è piaciuto da morire.»
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