Il ritorno a casa
di
Gwfen
genere
dominazione
Per contatti gwfen26@libero.it
Torniamo dalla Grecia con la pelle ancora calda di sole e il corpo che ricorda ogni onda, ogni morso, ogni resa. L’aereo atterra in tarda serata, l’aria umida e familiare ci avvolge come una coperta vecchia ma comoda. La villetta sulle alture ci aspetta silenziosa, le luci accese per il timer, il giardino che profuma di erba bagnata da un temporale pomeridiano.
Entriamo, lasciamo cadere le valigie nell’ingresso. Alba è stanca ma elettrica, come sempre dopo un viaggio. Si toglie le scarpe con un calcio, mi guarda con quel sorriso obliquo che dice “non è finita”.
«Doccia?» chiede, già dirigendosi verso il bagno.
«No,» dico piano, la voce bassa ma decisa. «Prima una cosa.»
Lei si ferma sulla soglia, si gira lenta. «Che cosa?»
«Voglio vederti disperata.»
I suoi occhi verdi si accendono di curiosità mista a sfida. Sa esattamente cosa intendo. Ne abbiamo parlato tempo fa, tra un bicchiere di vino e una carezza sul divano. Pee desperation. Ora è il momento.
Le porgo un paio di shorts bianchi di cotone leggero, corti, quasi trasparenti quando bagnati. Nient’altro. Niente mutandine, niente top, niente reggiseno.
«Indossali,» ordino. «Solo quelli. E bevi.»
Indico la bottiglietta d’acqua da un litro e mezzo sul bancone. Lei la guarda, poi guarda me. Un sorriso lento, pericoloso.
«Mi fai trattenere fino a scoppiare come una puttanella disobbediente?» chiede, la voce già venata di quel tono ribelle che mi fa ribollire. «Che romantico, come ritorno a casa.»
«Bevi,» ripeto, sedendomi sul divano, le gambe aperte, lo sguardo che non le lascia scampo.
Lei prende la bottiglia, svita il tappo con lentezza esasperante. Beve il primo sorso guardandomi fisso, poi il secondo, poi il terzo, lasciando che un rivolo le coli sul mento, scenda sul collo, tra i seni nudi. Finisce tutta la bottiglia in piedi davanti a me, la gola che si muove a ogni deglutizione, gli occhi che non mollano i miei un secondo.
«Contento?» dice, buttando la bottiglia vuota sul tavolo con un tonfo. «O devo berne un’altra per farti contento, padrone?»
L’ultima parola esce come un insulto mascherato da carezza. Si passa la lingua sulle labbra, si avvicina di un passo.
Le afferro il polso, la tiro tra le mie gambe. Lei si lascia cadere in ginocchio senza opporre resistenza, ma lo fa con quel movimento lento, felino: le mani sulle mie cosce, il viso alzato, le labbra socchiuse in un sorriso di sfida.
«Quanto pensi che resisterò prima di dirtene quattro e farmela scappare comunque?»
«Trattieniti,» dico piano. «Per me. Fino a quando non te lo permetto io.»
Lei deglutisce, un piccolo fremito le attraversa il corpo. La vescica si riempie velocemente – ha bevuto tanto, e il corpo è ancora abituato al caldo greco. Passano dieci minuti. Lei inizia a muoversi appena sulle ginocchia, stringe le cosce con forza, il respiro che diventa corto e spezzato.
Allunga una mano, mi slaccia i pantaloni con dita tremanti ma sicure, tira giù la zip. Il mio cazzo è già duro. Lo prende in mano, inizia a segarmi lentamente, con movimenti lenti e deliberati, la presa ferma ma non veloce, proprio per torturarmi mentre lei stessa soffre.
«Così ti piace di più, vero?» sussurra, la voce che trema per il dolore crescente. «Guardarmi mentre mi trattengo… mentre mi fa male da morire… e intanto te lo faccio venire duro…»
Io stringo la mascella, ma non la fermo. Continuo a guardarla, a controllare.
Altri cinque minuti. Ora si morde il labbro inferiore fino a farsi male, le cosce che tremano visibilmente, il bacino che fa piccoli scatti disperati. Il dolore è evidente: il ventre contratto, la fronte sudata, gli occhi lucidi che passano dal piacere eccitato alla sofferenza vera.
«Stefano… cazzo… sto scoppiando,» geme, la voce rotta, quasi un singhiozzo. «Fa male… male da morire… la vescica mi tira da impazzire… ma è così eccitante… non riesco a smettere di bagnarmi… voglio cedere… ma resisto per te…»
La sua mano continua a segarmi, lenta, mentre il corpo le trema sempre di più. È un misto perfetto: il dolore lancinante della vescica piena che la fa ansimare e inarcarsi, il godimento perverso di trattenersi per me, l’eccitazione che le fa colare i succhi lungo le cosce nonostante tutto.
Lei ansima forte, il petto che sale e scende rapido. Gli shorts bianchi si tendono sulla figa gonfia, la vescica preme contro il tessuto, il dolore la fa inarcare.
«Ti prego…» sussurra, ma subito aggiunge, con quel tono ribelle spezzato dal dolore: «O forse no… magari me la faccio scappare apposta… solo per vederti incazzato mentre vengo dalla liberazione…»
Le stringo il mento più forte.
«Chiedimi il permesso.»
Lei chiude gli occhi un secondo, respira profondo tra i denti, poi li riapre – sguardo bruciante, disperato, sottomesso ma ancora feroce.
«Posso… posso lasciarmi andare?» ansima, la voce un filo tremante. «Per favore… padrone… sto per esplodere… fa troppo male… ma sono così bagnata… ti prego… fammi pisciare come la tua sporca puttana…»
È il punto di rottura. La parola “padrone” le esce come un colpo di frusta, carica di dolore, eccitazione e resa totale.
«Ora,» dico.
Lei trema violentemente, un ultimo spasmo di controllo, poi cede. Un fiotto caldo e potente le sfugge, bagna gli shorts all’istante. Il cotone bianco diventa trasparente in un secondo, aderisce alla figa gonfia e al culo, l’urina calda cola lungo le cosce in rivoli infiniti, forma una pozza larga sul pavimento.
Nello stesso momento, la sua mano – che non ha mai smesso di segarmi – accelera appena, la presa perfetta nonostante il tremore, e io vengo forte, schizzi caldi che le colpiscono il petto nudo, il collo, qualche goccia sulle labbra mentre lei geme di sollievo puro misto a un orgasmo improvviso, il corpo che si rilassa completamente mentre continua a fare pipì, lunga e abbondante, senza riuscire a fermarsi.
Quando finisce, resta in ginocchio, ansimante, fradicia, gli shorts appiccicati come una seconda pelle, il mio sperma che le cola sul petto, gli occhi fissi nei miei – esausta, bagnata, dolorante ma estasiata, con quella scintilla che dice “l’ho fatto… ho sofferto per te… e ti ho fatto venire mentre mi pisciavo addosso… e lo rifarei”.
Mi alzo, la tiro su per le braccia, la bacio con violenza, la lingua che le invade la bocca mentre le mani scendono a sfiorare il tessuto fradicio tra le sue gambe, premendo contro la figa ancora calda e pulsante.
«Brava la mia stronzetta,» mormoro contro le sue labbra. «Ora vai a farti la doccia. Ma dopo… dopo ti lego al letto e ti faccio pagare ogni secondo di sfida.»
L’acqua calda ci ha lavati via tutto: il sudore del viaggio, l’urina, lo sperma, ma non ha spento il fuoco che ci brucia ancora addosso. Usciamo dal bagno gocciolanti, lei avvolta solo in un asciugamano che le arriva appena sotto il culo, io nudo, già duro di nuovo solo a guardarla.
La prendo per il polso, la tiro verso la camera da letto senza dire una parola. Lei ride piano, un suono basso e provocatorio, ma mi segue, i piedi nudi che lasciano impronte umide sul pavimento.
«Finalmente la punizione?» chiede, la voce dolce ma tagliente. «O hai paura che ti faccia cedere prima tu?»
La spingo sul letto a pancia in giù, le strappo l’asciugamano via con un gesto secco. È nuda, la pelle ancora arrossata dal calore della doccia, il culo sodo che si solleva leggermente quando si appoggia sui gomiti, girandosi a guardarmi con quel sorriso obliquo che è sfida pura.
«Legami,» dice, provocatoria. «O hai dimenticato come si fa?»
Prendo le corde di seta dal cassetto del comodino. Le lego i polsi dietro la schiena, stretti ma non dolorosi, poi le allargo le gambe con le ginocchia, le lego le caviglie alle estremità del letto. È esposta, vulnerabile, il culo in alto, la figa già bagnata che luccica tra le cosce aperte.
Mi inginocchio dietro di lei, le mani sulle natiche, le apro piano.
«Stasera,» dico, la voce bassa e controllata, «sei tu che implori.»
Inizio con baci leggeri sulle cosce interne, salgo lento verso il centro. Lei si inarca, spinge il culo indietro, impaziente.
«Non fare l’indeciso,» mormora. «Leccami. Leccami il culo a lungo, come sai fare tu… fino a farmi perdere la testa.»
La provoco ancora: lingua che gira intorno all’ano senza toccarlo, soffi leggeri, morsi delicati sulle natiche. Lei geme, si dimena contro le corde.
«Cazzo, Stefano… ficcamela dentro… leccami il buco, dai… non farmi aspettare…»
Finalmente la lingua tocca il centro. Cerchi lenti, umidi, intorno al bordo stretto. Lo sento pulsare sotto la punta, contrarsi e rilassarsi mentre lo esploro. Entro piano, la lingua che forza l’ingresso, gira all’interno, assaporando il suo sapore intimo, pulito dopo la doccia ma ancora caldo e personale.
Lei ansima forte, spinge il culo contro la mia faccia, cerca di cavalcare la mia lingua.
«Più dentro… sì… scopami il culo con la lingua… cazzo, si bravo… continua… non fermarti…»
Accelero, la lingua che entra e esce, gira, preme, la punta che spinge più a fondo possibile. Le mani le tengono aperte le natiche con forza, le dita che affondano nella carne mentre con l’altra mano scendo a sfiorarle la figa – è fradicia, i succhi che colano lungo le cosce.
Lei si contorce, le corde che tirano, i gemiti che diventano sempre più rotti.
«Sto impazzendo… oh dio… leccami così… ti prego…»
La parola “prego” le esce strozzata, quasi controvoglia. È il primo cedimento.
Continuo implacabile: lingua che penetra, gira, succhia leggermente l’anello mentre entro di nuovo. La figa gocciola, i muscoli che si contraggono intorno al nulla, implorando di essere riempiti.
Dopo minuti che sembrano ore, lei crolla la testa sul cuscino, il corpo tremante.
«Stefano… basta… ti prego… scopami… ho bisogno del tuo cazzo… dentro… nel culo… ti prego, padrone… fallo…»
La voce è spezzata, la ribelle che si arrende completamente.
Mi tiro indietro, mi posiziono dietro di lei, il cazzo duro che sfiora l’ano bagnato dalla mia saliva.
«Dove lo vuoi?» chiedo, strofinandolo piano.
«Nel culo,» ansima lei senza esitare. «Riempimi il culo… fottimi forte… ti prego…»
Entro piano all’inizio, la cappella che forza l’ingresso stretto, dilatandolo centimetro per centimetro. Lei geme forte, spinge indietro per prendermi tutto.
«Cazzo… sì… tutto… spaccalo…»
Inizio a muovermi, lento e profondo, poi sempre più veloce, i colpi che diventano brutali. Le mani sui fianchi, la tiro contro di me a ogni spinta, il suono della pelle contro pelle che riempie la stanza.
Mentre la inculo forte, le parlo all’orecchio, la voce rauca e dominante:
«Senti come ti apro il culo, troia? Questo buco è mio… lo sto allargando per il mio cazzo… sei la mia puttana sottomessa, vero? Dillo.»
Lei geme, il corpo che trema sotto di me.
«Sì… sono la tua puttana… il tuo buco… fottimi… padrone… usami…»
«Bravo,» ringhio, accelerando ancora. «Senti come ti riempie? Ogni spinta ti ricorda chi comanda… chi decide quando vieni… chi decide quando ti marchia dentro… Prendi tutto, cagna… questo culo è proprietà mia… lo sto usando come voglio…»
Lei urla, il corpo che si tende.
«Sto venendo… con il tuo cazzo nel culo… oh dio… sì… padrone… sto venendo per te…»
Viene forte, i muscoli che mi stringono come una morsa calda e pulsante, il corpo convulso contro le corde. Io continuo a pompare, profondo e implacabile, fino a esplodere dentro di lei, riempiendola di sperma caldo, pulsando fino all’ultima goccia mentre lei geme il mio nome in un ultimo spasmo.
Crollo su di lei, ansimanti, sudati. Le slego piano i polsi e le caviglie, la giro, la stringo contro il petto.
Lei alza lo sguardo, gli occhi ancora lucidi, ma con quel sorriso obliquo che torna.
«Mi hai fatta implorare,» sussurra, la voce rauca.
Io le bacio la fronte, ridendo piano.
«E tu hai ceduto benissimo. Sei stata perfetta.»
Lei si accoccola contro di me, la mano che mi accarezza il petto.
«Vedremo la prossima volta,» mormora. «Tanto lo sai che prima o poi sarai tu a cedere.»
Torniamo dalla Grecia con la pelle ancora calda di sole e il corpo che ricorda ogni onda, ogni morso, ogni resa. L’aereo atterra in tarda serata, l’aria umida e familiare ci avvolge come una coperta vecchia ma comoda. La villetta sulle alture ci aspetta silenziosa, le luci accese per il timer, il giardino che profuma di erba bagnata da un temporale pomeridiano.
Entriamo, lasciamo cadere le valigie nell’ingresso. Alba è stanca ma elettrica, come sempre dopo un viaggio. Si toglie le scarpe con un calcio, mi guarda con quel sorriso obliquo che dice “non è finita”.
«Doccia?» chiede, già dirigendosi verso il bagno.
«No,» dico piano, la voce bassa ma decisa. «Prima una cosa.»
Lei si ferma sulla soglia, si gira lenta. «Che cosa?»
«Voglio vederti disperata.»
I suoi occhi verdi si accendono di curiosità mista a sfida. Sa esattamente cosa intendo. Ne abbiamo parlato tempo fa, tra un bicchiere di vino e una carezza sul divano. Pee desperation. Ora è il momento.
Le porgo un paio di shorts bianchi di cotone leggero, corti, quasi trasparenti quando bagnati. Nient’altro. Niente mutandine, niente top, niente reggiseno.
«Indossali,» ordino. «Solo quelli. E bevi.»
Indico la bottiglietta d’acqua da un litro e mezzo sul bancone. Lei la guarda, poi guarda me. Un sorriso lento, pericoloso.
«Mi fai trattenere fino a scoppiare come una puttanella disobbediente?» chiede, la voce già venata di quel tono ribelle che mi fa ribollire. «Che romantico, come ritorno a casa.»
«Bevi,» ripeto, sedendomi sul divano, le gambe aperte, lo sguardo che non le lascia scampo.
Lei prende la bottiglia, svita il tappo con lentezza esasperante. Beve il primo sorso guardandomi fisso, poi il secondo, poi il terzo, lasciando che un rivolo le coli sul mento, scenda sul collo, tra i seni nudi. Finisce tutta la bottiglia in piedi davanti a me, la gola che si muove a ogni deglutizione, gli occhi che non mollano i miei un secondo.
«Contento?» dice, buttando la bottiglia vuota sul tavolo con un tonfo. «O devo berne un’altra per farti contento, padrone?»
L’ultima parola esce come un insulto mascherato da carezza. Si passa la lingua sulle labbra, si avvicina di un passo.
Le afferro il polso, la tiro tra le mie gambe. Lei si lascia cadere in ginocchio senza opporre resistenza, ma lo fa con quel movimento lento, felino: le mani sulle mie cosce, il viso alzato, le labbra socchiuse in un sorriso di sfida.
«Quanto pensi che resisterò prima di dirtene quattro e farmela scappare comunque?»
«Trattieniti,» dico piano. «Per me. Fino a quando non te lo permetto io.»
Lei deglutisce, un piccolo fremito le attraversa il corpo. La vescica si riempie velocemente – ha bevuto tanto, e il corpo è ancora abituato al caldo greco. Passano dieci minuti. Lei inizia a muoversi appena sulle ginocchia, stringe le cosce con forza, il respiro che diventa corto e spezzato.
Allunga una mano, mi slaccia i pantaloni con dita tremanti ma sicure, tira giù la zip. Il mio cazzo è già duro. Lo prende in mano, inizia a segarmi lentamente, con movimenti lenti e deliberati, la presa ferma ma non veloce, proprio per torturarmi mentre lei stessa soffre.
«Così ti piace di più, vero?» sussurra, la voce che trema per il dolore crescente. «Guardarmi mentre mi trattengo… mentre mi fa male da morire… e intanto te lo faccio venire duro…»
Io stringo la mascella, ma non la fermo. Continuo a guardarla, a controllare.
Altri cinque minuti. Ora si morde il labbro inferiore fino a farsi male, le cosce che tremano visibilmente, il bacino che fa piccoli scatti disperati. Il dolore è evidente: il ventre contratto, la fronte sudata, gli occhi lucidi che passano dal piacere eccitato alla sofferenza vera.
«Stefano… cazzo… sto scoppiando,» geme, la voce rotta, quasi un singhiozzo. «Fa male… male da morire… la vescica mi tira da impazzire… ma è così eccitante… non riesco a smettere di bagnarmi… voglio cedere… ma resisto per te…»
La sua mano continua a segarmi, lenta, mentre il corpo le trema sempre di più. È un misto perfetto: il dolore lancinante della vescica piena che la fa ansimare e inarcarsi, il godimento perverso di trattenersi per me, l’eccitazione che le fa colare i succhi lungo le cosce nonostante tutto.
Lei ansima forte, il petto che sale e scende rapido. Gli shorts bianchi si tendono sulla figa gonfia, la vescica preme contro il tessuto, il dolore la fa inarcare.
«Ti prego…» sussurra, ma subito aggiunge, con quel tono ribelle spezzato dal dolore: «O forse no… magari me la faccio scappare apposta… solo per vederti incazzato mentre vengo dalla liberazione…»
Le stringo il mento più forte.
«Chiedimi il permesso.»
Lei chiude gli occhi un secondo, respira profondo tra i denti, poi li riapre – sguardo bruciante, disperato, sottomesso ma ancora feroce.
«Posso… posso lasciarmi andare?» ansima, la voce un filo tremante. «Per favore… padrone… sto per esplodere… fa troppo male… ma sono così bagnata… ti prego… fammi pisciare come la tua sporca puttana…»
È il punto di rottura. La parola “padrone” le esce come un colpo di frusta, carica di dolore, eccitazione e resa totale.
«Ora,» dico.
Lei trema violentemente, un ultimo spasmo di controllo, poi cede. Un fiotto caldo e potente le sfugge, bagna gli shorts all’istante. Il cotone bianco diventa trasparente in un secondo, aderisce alla figa gonfia e al culo, l’urina calda cola lungo le cosce in rivoli infiniti, forma una pozza larga sul pavimento.
Nello stesso momento, la sua mano – che non ha mai smesso di segarmi – accelera appena, la presa perfetta nonostante il tremore, e io vengo forte, schizzi caldi che le colpiscono il petto nudo, il collo, qualche goccia sulle labbra mentre lei geme di sollievo puro misto a un orgasmo improvviso, il corpo che si rilassa completamente mentre continua a fare pipì, lunga e abbondante, senza riuscire a fermarsi.
Quando finisce, resta in ginocchio, ansimante, fradicia, gli shorts appiccicati come una seconda pelle, il mio sperma che le cola sul petto, gli occhi fissi nei miei – esausta, bagnata, dolorante ma estasiata, con quella scintilla che dice “l’ho fatto… ho sofferto per te… e ti ho fatto venire mentre mi pisciavo addosso… e lo rifarei”.
Mi alzo, la tiro su per le braccia, la bacio con violenza, la lingua che le invade la bocca mentre le mani scendono a sfiorare il tessuto fradicio tra le sue gambe, premendo contro la figa ancora calda e pulsante.
«Brava la mia stronzetta,» mormoro contro le sue labbra. «Ora vai a farti la doccia. Ma dopo… dopo ti lego al letto e ti faccio pagare ogni secondo di sfida.»
L’acqua calda ci ha lavati via tutto: il sudore del viaggio, l’urina, lo sperma, ma non ha spento il fuoco che ci brucia ancora addosso. Usciamo dal bagno gocciolanti, lei avvolta solo in un asciugamano che le arriva appena sotto il culo, io nudo, già duro di nuovo solo a guardarla.
La prendo per il polso, la tiro verso la camera da letto senza dire una parola. Lei ride piano, un suono basso e provocatorio, ma mi segue, i piedi nudi che lasciano impronte umide sul pavimento.
«Finalmente la punizione?» chiede, la voce dolce ma tagliente. «O hai paura che ti faccia cedere prima tu?»
La spingo sul letto a pancia in giù, le strappo l’asciugamano via con un gesto secco. È nuda, la pelle ancora arrossata dal calore della doccia, il culo sodo che si solleva leggermente quando si appoggia sui gomiti, girandosi a guardarmi con quel sorriso obliquo che è sfida pura.
«Legami,» dice, provocatoria. «O hai dimenticato come si fa?»
Prendo le corde di seta dal cassetto del comodino. Le lego i polsi dietro la schiena, stretti ma non dolorosi, poi le allargo le gambe con le ginocchia, le lego le caviglie alle estremità del letto. È esposta, vulnerabile, il culo in alto, la figa già bagnata che luccica tra le cosce aperte.
Mi inginocchio dietro di lei, le mani sulle natiche, le apro piano.
«Stasera,» dico, la voce bassa e controllata, «sei tu che implori.»
Inizio con baci leggeri sulle cosce interne, salgo lento verso il centro. Lei si inarca, spinge il culo indietro, impaziente.
«Non fare l’indeciso,» mormora. «Leccami. Leccami il culo a lungo, come sai fare tu… fino a farmi perdere la testa.»
La provoco ancora: lingua che gira intorno all’ano senza toccarlo, soffi leggeri, morsi delicati sulle natiche. Lei geme, si dimena contro le corde.
«Cazzo, Stefano… ficcamela dentro… leccami il buco, dai… non farmi aspettare…»
Finalmente la lingua tocca il centro. Cerchi lenti, umidi, intorno al bordo stretto. Lo sento pulsare sotto la punta, contrarsi e rilassarsi mentre lo esploro. Entro piano, la lingua che forza l’ingresso, gira all’interno, assaporando il suo sapore intimo, pulito dopo la doccia ma ancora caldo e personale.
Lei ansima forte, spinge il culo contro la mia faccia, cerca di cavalcare la mia lingua.
«Più dentro… sì… scopami il culo con la lingua… cazzo, si bravo… continua… non fermarti…»
Accelero, la lingua che entra e esce, gira, preme, la punta che spinge più a fondo possibile. Le mani le tengono aperte le natiche con forza, le dita che affondano nella carne mentre con l’altra mano scendo a sfiorarle la figa – è fradicia, i succhi che colano lungo le cosce.
Lei si contorce, le corde che tirano, i gemiti che diventano sempre più rotti.
«Sto impazzendo… oh dio… leccami così… ti prego…»
La parola “prego” le esce strozzata, quasi controvoglia. È il primo cedimento.
Continuo implacabile: lingua che penetra, gira, succhia leggermente l’anello mentre entro di nuovo. La figa gocciola, i muscoli che si contraggono intorno al nulla, implorando di essere riempiti.
Dopo minuti che sembrano ore, lei crolla la testa sul cuscino, il corpo tremante.
«Stefano… basta… ti prego… scopami… ho bisogno del tuo cazzo… dentro… nel culo… ti prego, padrone… fallo…»
La voce è spezzata, la ribelle che si arrende completamente.
Mi tiro indietro, mi posiziono dietro di lei, il cazzo duro che sfiora l’ano bagnato dalla mia saliva.
«Dove lo vuoi?» chiedo, strofinandolo piano.
«Nel culo,» ansima lei senza esitare. «Riempimi il culo… fottimi forte… ti prego…»
Entro piano all’inizio, la cappella che forza l’ingresso stretto, dilatandolo centimetro per centimetro. Lei geme forte, spinge indietro per prendermi tutto.
«Cazzo… sì… tutto… spaccalo…»
Inizio a muovermi, lento e profondo, poi sempre più veloce, i colpi che diventano brutali. Le mani sui fianchi, la tiro contro di me a ogni spinta, il suono della pelle contro pelle che riempie la stanza.
Mentre la inculo forte, le parlo all’orecchio, la voce rauca e dominante:
«Senti come ti apro il culo, troia? Questo buco è mio… lo sto allargando per il mio cazzo… sei la mia puttana sottomessa, vero? Dillo.»
Lei geme, il corpo che trema sotto di me.
«Sì… sono la tua puttana… il tuo buco… fottimi… padrone… usami…»
«Bravo,» ringhio, accelerando ancora. «Senti come ti riempie? Ogni spinta ti ricorda chi comanda… chi decide quando vieni… chi decide quando ti marchia dentro… Prendi tutto, cagna… questo culo è proprietà mia… lo sto usando come voglio…»
Lei urla, il corpo che si tende.
«Sto venendo… con il tuo cazzo nel culo… oh dio… sì… padrone… sto venendo per te…»
Viene forte, i muscoli che mi stringono come una morsa calda e pulsante, il corpo convulso contro le corde. Io continuo a pompare, profondo e implacabile, fino a esplodere dentro di lei, riempiendola di sperma caldo, pulsando fino all’ultima goccia mentre lei geme il mio nome in un ultimo spasmo.
Crollo su di lei, ansimanti, sudati. Le slego piano i polsi e le caviglie, la giro, la stringo contro il petto.
Lei alza lo sguardo, gli occhi ancora lucidi, ma con quel sorriso obliquo che torna.
«Mi hai fatta implorare,» sussurra, la voce rauca.
Io le bacio la fronte, ridendo piano.
«E tu hai ceduto benissimo. Sei stata perfetta.»
Lei si accoccola contro di me, la mano che mi accarezza il petto.
«Vedremo la prossima volta,» mormora. «Tanto lo sai che prima o poi sarai tu a cedere.»
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