La prima vacanza

di
genere
dominazione

Come sempre ispirato ad una storia vera, per contatti gwfen26@libero.it

È agosto, l’aria si fa pesante e appiccicosa ovunque, il lavoro rallenta quel tanto che basta per permetterci di staccare. Decidiamo di fare le cose in grande per la nostra prima vacanza vera da coppia: una villetta isolata su una piccola isola greca del Mar Egeo, nascosta tra le rocce a picco sul mare, lontana dal turismo di massa. Accesso diretto a una spiaggia privata di ciottoli chiari e sabbia fine, circondata da scogliere che la rendono invisibile da terra e dal mare aperto. Solo noi, il sole cocente, l’acqua turchese cristallina e sette giorni senza sveglie, riunioni o scadenze.
Arriviamo di venerdì pomeriggio, un paio di valigie, vino greco, olive fresche e quel senso di libertà che ci fa sorridere come idioti. La villetta è perfetta: bianca con persiane azzurre, terrazza coperta da un pergolato di vite, cucina esterna con barbecue, e la camera da letto con vetrata a tutta altezza che dà direttamente sulla spiaggia. Appena entriamo, Alba lascia cadere la borsa sul pavimento e si toglie le scarpe con un calcio.
«bello» dice girandosi verso di me con gli occhi che brillano. «Qui posso fare la stronza in pace senza che nessuno mi senta urlare il tuo nome.»
Io rido, la prendo per la vita e la bacio contro il muro dell’ingresso, già eccitato solo dall’idea di averla tutta per me per una settimana intera.
Il primo giorno è pigro: sistemiamo le cose, apriamo una bottiglia di Assyrtiko freddo, mangiamo pane e pomodori sul terrazzo. Ma quando il sole inizia a calare, lei si alza, si sfila il vestitino leggero che portava sopra il costume e mi guarda con quel sorriso lento e pericoloso.
«Vieni a nuotare? O hai paura di bagnarti?»
Non è una domanda innocente. È una sfida.
Scendiamo la scaletta di pietra che porta alla spiaggia privata. L’acqua è calma, di un turchese profondo vicino alle rocce, più chiaro verso il largo. Lei entra per prima, lenta, l’acqua che le sale sulle cosce toniche, poi sui fianchi rotondi, fino a lambirle la vita. Il costume è rosso fuoco, semplice ma minuscolo: slip a brasiliana che le lasciano quasi tutto il culo scoperto, reggiseno a balconcino che a malapena contiene i suoi seni pieni. Quando si immerge fino al petto, l’acqua fredda la fa sussultare, i capezzoli si induriscono all’istante sotto il tessuto sottile, spingendo contro il la stoffa come se volessero bucarlo.
Si gira verso di me, i capelli bagnati appiccicati al collo e alle spalle, gocce d’acqua che le colano sul décolleté. I suoi seni galleggiano appena, mossi dalle piccole onde, pieni e sodi, la pelle chiara che contrasta con l’abbronzatura leggera di questi giorni. L’acqua li solleva leggermente, rendendoli ancora più invitanti, il costume rosso che diventa quasi trasparente quando è bagnato, lasciando intravedere i capezzoli rosa scuro eretti dal freddo e dall’eccitazione. Ogni movimento fa ondeggiare l’acqua intorno a loro, piccole increspature che li sfiorano, li fanno tremare appena, il rosso vivo che spicca contro il blu del mare come un invito proibito.
«Che c’è, Ste?» dice con quel tono provocatorio, immergendosi fino al collo e poi riemergendo piano, l’acqua che le scivola sul viso, sulle labbra, sul petto. «Ti piace guardarmi così? Le mie tette che galleggiano…bagnate, fredde, pronte a essere prese.»
Nuoto verso di lei in silenzio, la raggiungo in pochi colpi. Le afferro i fianchi sott’acqua, la tiro contro di me. Lei ride piano, avvolgendomi le gambe intorno alla vita, premendo il seno contro il mio petto nudo.
«Dimmi cosa vuoi,» mormora, mordendomi il labbro inferiore. «Dimmi che sei il mio capo anche qui, in mezzo al mare.»
Le mie mani salgono, le slaccio il reggiseno con un gesto secco. I seni liberi galleggiano ora nell’acqua, pesanti e perfetti, le gocce che colano dai capezzoli eretti. Li prendo tra le mani, stringo piano, i pollici che strofinano i capezzoli freddi e duri. Lei ansima, inarca la schiena, spingendoli di più nelle mie mani.
«Brava ragazza,» le dico all’orecchio, la voce bassa e rauca. «Mostrami quanto sei obbediente quando ti voglio.»
Lei ride di nuovo, ma è un riso spezzato dal desiderio. «Obbediente? Solo se mi fai implorare prima.»
La porto più vicino alle rocce, dove l’acqua è bassa, fino a quando i suoi piedi toccano il fondo. La faccio appoggiare con la schiena contro una roccia liscia e calda dal sole. Le abbasso gli slip del costume, li lascio scivolare via nell’acqua. È nuda ora, il corpo bagnato che luccica al tramonto.
Le divarico le cosce con il ginocchio, le mie dita trovano subito la sua figa già fradicia, non solo d’acqua di mare. La penetro con due dita, lente, mentre con l’altra mano le stringo un seno, pizzicando il capezzolo fino a farla gemere forte.
La scopo con le dita, profondo, mentre la bacio con fame, la lingua che invade la sua bocca. Lei si dimena, le mani sulle mia spalle, graffiandomi la schiena. Quando è vicina, le ritiro le dita, la giro di scatto, premendola con il petto contro la roccia.
«Mani sulla roccia,» ordino. «Culo in fuori.»
Obbedisce, ma non senza provocare: spinge il sedere contro di me, sfregandosi sul mio cazzo duro attraverso il costume.
Abbasso i pantaloncini, libero il cazzo, lo strofino tra le sue natiche bagnate. Poi entro nella figa con un colpo solo, profondo, riempiendola completamente. L’acqua ci arriva alla vita, rende tutto più lento, più sensuale, ogni spinta che fa ondeggiare i suoi seni liberi, schizzando gocce ovunque.
La prendo forte, le mani sui fianchi, mentre lei geme contro la roccia, il suono che si mescola al rumore delle piccole onde. «Sì… fottimi… fammi sentire tua…»
Accelero, una mano che scende a strofinare il clitoride, l’altra che le tira i capelli indietro per esporre il collo e morderlo. Viene urlando il mio nome, il corpo che trema nell’acqua, i muscoli che mi stringono forte.
Io continuo, fino a esplodere dentro di lei, riempiendola mentre l’acqua ci lambisce, calda e salata.
Crolliamo insieme, abbracciati nell’acqua bassa, il tramonto che tinge tutto di arancione e rosa.
Lei si gira, mi bacia piano, i seni premuti contro il mio petto.
«Primo giorno di vacanza perfetto,» sussurra. «E ce ne sono altre sei. Preparati, perché domani ti farò implorare io.»
Rido, stringendola forte.
È martedì pomeriggio, il terzo giorno pieno di vacanza. Il sole è ancora alto, l’aria calda e salmastra entra dalle finestre aperte della villetta. Siamo sul terrazzo, sdraiati sulle sdraio all’ombra del pergolato, con bicchieri di acqua e limone mezzo vuoti e la pelle che sa di crema solare e mare. Alba è in topless, sdraiata a pancia in giù, il costume rosso abbassato sui fianchi, il culo sodo che cattura ogni raggio di luce. Io sto leggendo un messaggio sul telefono quando arriva la notifica: call urgente su Teams, dal gruppo dirigente. Niente di grave, ma serve che dia le istruzioni per chiudere una negoziazione in corso prima che i mercati asiatici aprano domani mattina.
Sospiro, mi alzo, e mi siedo al tavolo della cucina interna, quello di legno massiccio con vista sul mare, sistemando il telefono. Alba alza la testa, mi guarda con un sopracciglio inarcato.
«Lavoro? Sul serio?»
«Dieci minuti, massimo,» dico. «Resta qui se vuoi, ma non fare casino.»
Lei sorride lento, pericolosa, si alza senza fretta, si sistema il costume sui fianchi e viene verso di me scalza. Non dice niente. Si inginocchia piano sotto il tavolo, sparendo dal mio campo visivo proprio mentre clicco “Join” sulla chiamata.
La faccia del responsabile vendite appare sullo schermo, insieme a quelle di altri quattro. Saluti veloci, formalità, poi entro subito nel vivo: spiego la strategia, i numeri chiave, le concessioni che possiamo fare e quelle no. La voce mi esce ferma, professionale, come sempre.
Sento le mani di Alba sulle mie cosce. Le sue dita salgono piano, slacciano il bottone dei pantaloncini, abbassano la zip senza il minimo rumore. Io tengo lo sguardo fisso sulla telecamera, il viso impassibile.
«Stefano, confermi che il target sul margine resta al 18%?» chiede uno dei colleghi.
«Sì,» rispondo tranquillo, mentre lei tira giù i pantaloni e i boxer quel tanto che basta. Il mio cazzo è già mezzo duro solo al pensiero di quello che sta per succedere. Lei lo prende in mano, lo accarezza lento, la lingua che sfiora la cappella in un cerchio leggero, quasi pigro.
Continuo a parlare: «Il fornitore ha già accettato lo sconto sul volume, ma dobbiamo spingere sul pagamento a 60 giorni. Non mollate su quello.»
La sua bocca si chiude intorno a me. Calda, bagnata, perfetta. Inizia piano, succhiando solo la punta, la lingua che vortica sotto il glande, mentre una mano mi stringe la base con pressione esatta. Io stringo appena la mascella, ma la voce non tradisce niente.
Uno dei dirigenti fa una domanda lunga. Approfitto del momento per abbassare lo sguardo per un secondo: Alba mi guarda dal basso, gli occhi verdi accesi di malizia pura, le labbra strette intorno al mio cazzo mentre lo prende più a fondo, lenta, controllata. È una maestra, lo sa. Sa esattamente quanto spingere, quanto rallentare, quanto usare la lingua per farmi tremare senza che io possa reagire.
Rispondo alla domanda, la voce un filo più bassa ma ancora stabile. «Sì, procediamo con quella clausola. Mandate la bozza aggiornata entro stasera.»
Lei accelera appena, la testa che va su e giù con ritmo perfetto, la saliva che lubrifica tutto, la mano che accompagna il movimento pompando la base mentre la bocca lavora la lunghezza. Sento il calore salire, il piacere che si concentra tutto lì, ma tengo il respiro controllato, le mani ferme sul tavolo.
Un altro intervento, un altro paio di minuti di discussione. Io annuisco, intervengo quando serve, do l’ultima indicazione decisiva: «Chiudete così. È l’offerta finale. Se non accettano, salutate e li portiamo in tribunale.»
Mentre parlo l’ultima frase, lei capisce che sono vicino. Mi prende tutto in gola, profondo, la gola che si contrae intorno a me in un piccolo spasmo controllato, poi risale lenta, succhiando forte, la lingua che preme sotto mentre la mano mi massaggia le palle con delicatezza crudele.
«Perfetto, Stefano. Grazie,» dice il direttore. «Chiudiamo qui, buon proseguimento di vacanza.»
«Grazie a voi,» rispondo, la voce che esce quasi normale.
Clicco “Leave meeting”. Lo schermo diventa nero.
Solo allora lascio andare il fiato. Afferro i capelli di Alba con una mano, non forte, solo per guidarla. Lei capisce, accelera, succhia con più intensità, gli occhi alzati verso di me, pieni di trionfo.
Vengo in silenzio, ma forte. Schizzi caldi e densi che le riempiono la bocca. Lei non si tira indietro, ingoia tutto, lenta, golosa, la lingua che raccoglie ogni goccia mentre continua a succhiare piano per prolungare il piacere fino all’ultima pulsazione.
Quando finisco, si ritrae piano, le labbra gonfie e lucide, un piccolo filo di saliva che le collega ancora la bocca al mio cazzo. Si lecca le labbra, mi guarda con quell’espressione soddisfatta e provocatoria.
«Dieci minuti, eh?» dice piano, la voce rauca. «Sei durato di più. Bravo.»
Io rido basso, ancora ansimante, la tiro su per le braccia e la faccio sedere sulle mie gambe. La bacio profondo, sentendo il mio sapore sulle sue labbra.
«Sei una stronza pericolosa,» mormoro contro la sua bocca.
«Lo so,» risponde lei, strofinandosi piano contro di me. «E tu adori quando ti faccio quasi perdere il controllo.»
La stringo forte, le mani sul suo culo nudo sotto il costume rosso.
«Stasera ti punisco per questo.»
Lei ride piano, mordendomi il labbro.
«Promesse, promesse. Ma prima… voglio un altro tuffo.»
di
scritto il
2026-01-18
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