La prima volta che l’ho incontrata
di
Gwfen
genere
dominazione
Basato su una storia vera, con qualche piccola modifica per la privacy.
Per contatti gwfen26@libero.it
Entro nel mio ufficio alle sette e mezza precise, come sempre. La città si sveglia piano sotto di me, venticinque piani più in basso, ma io sono già concentrato sulla giornata. Il caffè è freddo quando lo preparo da solo – non mi fido di nessuno per quella roba – ma oggi c’è una novità. Una nuova assistente. Alba. Ho letto il suo curriculum tre volte ieri sera, non perché dubitassi delle sue competenze, ma perché qualcosa in quelle righe mi ha incuriosito. Brillante. Determinata. Testarda. Il suo ex capo ha scritto “difficile da gestire” tra le righe della raccomandazione. Bene. Mi piacciono le sfide.
Alba entra nella mia vita come un temporale estivo: improvvisa, elettrica, impossibile da ignorare. Ha ventotto anni, capelli castano scuro che le cadono in onde morbide fino a metà schiena, occhi verdi profondi che sembrano sempre sul punto di ridere o sfidarti. Il viso è ovale, con zigomi alti e labbra piene che si incurvano in un sorriso obliquo, quasi sarcastico. È alta circa un metro e settanta, corpo snello ma con curve generose nei punti giusti: seno pieno che tende sempre un po’ troppo le camicette, vita stretta, fianchi rotondi che ondeggiano quando cammina. Le gambe sono lunghe, toniche, e le piace metterle in mostra con gonne al ginocchio o leggermente più corte, calze velate o a rete quando vuole provocare. Ha la pelle chiara, quasi porcellana, che arrossisce facilmente sulle guance e sul collo quando è eccitata o arrabbiata – cosa che succede spesso. Si muove con una sicurezza felina, i tacchi alti che battono sul pavimento come un ritmo di guerra, e porta sempre un profumo agrumato con una nota calda di vaniglia che resta nell’aria dopo che è passata.
Alle otto in punto sento bussare. Due colpi secchi, decisi. Non timidi. Entra. É lì, sulla soglia, con un tailleur blu navy che le fascia i fianchi in modo quasi provocatorio e tacchi rossi che urlano ribellione in un mondo di grigio e nero. Tiene in mano il mio caffè – nero, bollente, senza zucchero, spero – e un tablet sottobraccio.
“Buongiorno, signore,” dice con un sorriso che è mezzo cortese, mezzo sfida.
La guardo da capo a piedi, lentamente. Non lo nascondo. Voglio che senta il peso del mio sguardo. “Buongiorno, Alba. Siediti.”
Posa il caffè sulla scrivania con un gesto preciso, ma non si siede subito. Rimane in piedi un secondo di troppo, come se stesse decidendo se obbedire o no. Alla fine lo fa, incrociando le gambe con una grazia calcolata. Le sue cosce si tendono appena sotto la stoffa della gonna.
“Ho preparato l’agenda,” dice, aprendo il tablet. “Riunione con gli investitori alle nove e mezza, poi call con Singapore alle undici, pranzo con il team legale alle tredici. Ho già mandato le slide aggiornate e il report preliminare del Q3.”
Annuisco, prendo il caffè. È perfetto. Caldo al punto giusto, amaro come piace a me. “Bene. Ma la prossima volta voglio che tu sia qui alle sette e cinquanta. Non alle otto in punto. Anticipa.”
Lei inclina la testa, un lampo negli occhi. “Sette e cinquanta? Non c’è traffico a quell’ora, ma… va bene. Se serve.”
C’è una nota di ironia nella voce. Piccola, ma c’è. Mi piace. Mi appoggio allo schienale della poltrona, le mani intrecciate sullo stomaco. “Serve. E quando dico una cosa, la voglio fatta esattamente come la dico io. Chiaro?”
“Chiarissimo,” risponde lei, ma il suo sorriso si allarga appena. È un sorriso da gatta che ha appena visto il topo muoversi.
La mattinata passa in un turbine di riunioni. Lei è impeccabile: prende appunti velocissimi, anticipa le mie richieste prima che io le faccia, risponde alle email con toni perfetti. Ma ogni tanto, quando penso che stia eseguendo ordini senza fiatare, alza lo sguardo e mi fissa. Non è uno sguardo sottomesso. È uno sguardo che dice: “Sto facendo quello che mi chiedi, ma solo perché per ora mi va.”
Durante la pausa pranzo – io resto in ufficio, lei dovrebbe andare a mangiare con il resto del team – la trovo ancora lì, seduta sulla poltrona di fronte alla mia scrivania, a digitare furiosamente.
“Non vai a pranzo?” le chiedo, togliendomi la giacca e appendendola allo schienale.
“Ho portato un’insalata,” risponde senza alzare gli occhi. “Non mi piace perdere tempo nei corridoi a fare chiacchiere inutili.”
Mi avvicino, giro intorno alla scrivania e mi fermo dietro di lei. È così vicina che sento il suo profumo – qualcosa di fresco, agrumato, con una nota calda di vaniglia. Mi chino appena, guardando lo schermo sopra la sua spalla.
“Stai modificando il report del Q3?”
“Sì. Ho visto un errore nei dati di conversione della campagna social. Era sottostimato del 12%. L’ho corretto.”
Stringo le labbra. Ha ragione. Avrei dovuto vederlo io. O almeno il mio analista. Invece l’ha trovato lei, al secondo giorno.
“Bene,” dico piano, la voce bassa. “Ma la prossima volta mi avvisi prima di modificare qualcosa che porta il mio nome.”
Lei si gira lentamente sulla sedia, alzando il viso verso di me. Siamo a pochi centimetri. I suoi occhi verdi sono accesi. “Avvertirti? Pensavo che volessi efficienza. Non burocrazia.”
Il silenzio tra noi è denso. Sento il suo respiro accelerare appena. Il mio anche.
“Voglio efficienza,” mormoro, “ma voglio anche controllo. Tutto passa da me. Tutto.”
Lei non abbassa lo sguardo. “Capito. Tutto passa da te.” Poi aggiunge, quasi sussurrando: “Per ora.”
Quella parola – “per ora” – mi colpisce come uno schiaffo leggero. Eccitante. Mi raddrizzo, torno al mio posto, ma l’aria è cambiata. È carica.
Il pomeriggio è una danza. Le do ordini secchi: “Portami il contratto con i coreani rivisto entro le sedici.” “Chiama il fornitore di Singapore e digli che abbassino il prezzo del 3% o salta tutto.” “Prepara la sala conferenze per le diciotto, luci basse, niente distrazioni.”
Ogni volta lei annuisce, esegue, ma aggiunge sempre un piccolo twist. Quando mi porta il contratto, ha allegato una nota a margine con un’alternativa migliore che non le avevo chiesto. Quando chiama Singapore, mi manda un audio di due secondi con la voce del dirigente che cede – e un messaggio WhatsApp: “Visto? 3% e un extra di sconto sul prossimo ordine. Prego.”
La guardo mentre esce dal mio ufficio per l’ultima volta prima di fine giornata. La gonna le ondeggia sui fianchi, i tacchi rossi ticchettano come un conto alla rovescia. Si ferma sulla soglia, si volta.
“Altro, capo?”
Il modo in cui dice “capo” è un misto di rispetto e provocazione. Mi alzo, giro la scrivania, mi fermo a un metro da lei.
“Domani alle sette e quarantacinque. Puntuale. E vestiti… appropriato.”
Lei inarca un sopracciglio. “Appropriato? Tipo tailleur grigio e camicia abbottonata fino al collo?”
“No,” rispondo, avvicinandomi di un passo. “Tipo quello che porti oggi. Ma con le calze nere. A rete. Voglio vederle.”
Il suo respiro si ferma per un secondo. Poi sorride, lento, pericoloso.
“Calze a rete. Interessante richiesta. Le porto… se mi dici perché.”
“Perché lo dico io,” ribatto, la voce dura. “E perché voglio vedere se obbedisci.”
Lei ride piano, una risata bassa che mi arriva dritta allo stomaco. “Vedremo.”
Esce, lasciandomi solo con il suo profumo nell’aria e un’erezione che devo ignorare per il resto della serata.
Il giorno dopo arriva alle sette e quarantatré. Due minuti prima. Indossa un abito nero aderente, camicetta di seta bianca semi-trasparente, e sì – calze nere a rete. Le vedo quando si siede, accavallando le gambe con lentezza esasperante. La trama fine che si tende sulla pelle chiara. È una dichiarazione di guerra.
“Buongiorno, Stefano,” dice, usando il mio nome per la prima volta. Senza “signore”. Sfida aperta.
La guardo negli occhi. “Buongiorno, Alba. Chiudi la porta.”
Obbedisce. Il clic della serratura è come un interruttore.
Mi alzo, giro intorno alla scrivania, mi fermo dietro la sua sedia. Le poso le mani sulle spalle, leggere ma ferme.
“Hai portato le calze,” dico piano.
“Sì.”
“Perché?”
“Perché me l’hai chiesto tu.” Pausa. “E perché volevo vedere la tua faccia quando le vedevi.”
Le stringo le spalle un po’ più forte. “Attenta, piccola. Stai giocando con il fuoco.”
Lei gira il viso verso di me, labbra socchiuse. “Lo so. Ma mi piace scottarmi.” Il resto della giornata passa tra mille impegni e non ho purtroppo non trovo altro tempo da dedicarle. Ma la mattina successiva, finalmente, arriva il momento. Lo sento nell’aria, nel modo in cui Alba entra nel mio ufficio, con un passo che è un misto di sfida e anticipazione. Sono passati cinque giorni dal suo primo giorno qui alla Apex, e la tensione tra noi ha raggiunto un punto di ebollizione. Ogni ordine che le do, ogni piccola ribellione che mi lancia, è come benzina sul fuoco. Lei è una brat perfetta: obbedisce quel tanto che basta per stuzzicarmi, ma sempre con un ghigno, un commento sarcastico, un tocco di disobbedienza che mi fa ribollire il sangue. E io? Io sono il dominatore che non cede. Non ancora. Ma oggi… oggi cambierà tutto.
È venerdì, fine della settimana. L’ufficio si svuota presto, come sempre. Le ho detto di restare dopo le diciotto per “rivedere i report finali”. Lei ha annuito, ma con quel luccichio negli occhi verdi che dice: “Vediamo cosa hai in mente, capo.” Ora sono le diciotto e quindici, e la sento bussare. Due colpi, secchi. Entra.
Indossa un abito rosso scuro oggi, aderente sui seni e sui fianchi, con una scollatura che lascia intravedere il bordo di pizzo nero del reggiseno. Calze a rete, come le ho ordinato ieri, ma stavolta con una gonna più corta del solito. Sa cosa sta facendo. Si siede di fronte a me senza aspettare l’invito, accavallando le gambe con lentezza deliberata. La trama delle calze si tende sulla pelle liscia delle cosce, e io devo sforzarmi per non fissarle.
“Hai i report?” chiedo, la voce bassa, controllata.
“Sì,” risponde lei, porgendomi il tablet. Ma invece di passarmelo direttamente, lo posa sulla scrivania e lo spinge verso di me con un dito, le unghie laccate di rosso. “Ho aggiunto qualche nota. Miglioramenti, sai. Come al solito.”
Prendo il tablet, sfoglio velocemente. Ha ragione, le sue note sono brillanti. Ma non è quello il punto. “Ti ho detto di non modificare senza chiedere.”
Lei scrolla le spalle, un gesto innocente che non inganna nessuno. “Ops. Pensavo che volessi il meglio per l’azienda.”
Mi alzo lentamente, giro intorno alla scrivania. L’ufficio è silenzioso ora, solo il ronzio dell’aria condizionata e il ticchettio lontano di qualche collega che se ne va. Chiudo la porta a chiave con un clic che riecheggia. Lei non si muove, ma vedo il suo petto alzarsi e abbassarsi un po’ più veloce.
“Alzati,” ordino.
Lei obbedisce, ma piano, stiracchiandosi come una gatta. Siamo faccia a faccia ora, a pochi centimetri. Il suo profumo mi avvolge – vaniglia e qualcosa di muschiato, eccitante. Le prendo il mento tra pollice e indice, costringendola a guardarmi negli occhi.
“Hai giocato abbastanza, Alba. Ogni giorno mi provochi. Ogni ordine lo esegui a metà, con quel sorrisetto. Pensi che non lo noti?”
Lei deglutisce, ma il suo sguardo non vacilla. “E se lo facessi? Mi puniresti?”
La mia mano si stringe appena sul suo mento. “Sì. È esattamente quello che farò.”
Le sue labbra si socchiudono, un respiro affannoso le sfugge. Non c’è paura nei suoi occhi – solo desiderio, misto a quella scintilla ribelle. La spingo indietro contro la scrivania, il suo sedere che tocca il bordo di mogano. Con l’altra mano, le afferro il polso destro, portandolo dietro la schiena. Lei ansima, ma non resiste. Non ancora.
“Dimmi la tua safe word,” mormoro, la bocca vicina al suo orecchio. Abbiamo parlato di questo ieri, in un momento di tensione durante una pausa caffè. Lei l’ha buttata lì come una battuta, ma io l’ho presa sul serio.
“Rosso,” sussurra lei, la voce tremula ma eccitata.
“Bene. Usala se devi. Altrimenti… obbedisci.”
Le lascio il polso, ma solo per un secondo. Dalla tasca interna della giacca tiro fuori una cravatta di seta nera – ne ho portate un paio apposta oggi. Le lego i polsi dietro la schiena, stretti ma non dolorosi. Lei si inarca leggermente, premendo il petto contro il mio. Sento i suoi capezzoli indurirsi sotto la stoffa sottile della camicetta.
“Stefano…” mormora, usando il mio nome come una provocazione.
Le tappo la bocca con un bacio feroce, la lingua che invade la sua, dominandola. Lei ricambia con fame, mordendomi il labbro inferiore. Brat fino in fondo. La punisco spingendola più forte contro la scrivania, le mie mani che scendono sui suoi fianchi, afferrando la gonna e tirandola su fino alla vita. Sotto, mutandine di pizzo nero, coordinate con il reggiseno. Le calze a rete arrivano fino a metà coscia, tenute da giarrettiere.
“Queste le hai messe per me?” chiedo, la voce rauca, mentre le mie dita tracciano la trama delle calze.
“Forse,” risponde lei, ansimando. “O forse solo per sentirmi sexy.”
Le do uno schiaffo leggero sul sedere, abbastanza per farla sussultare. “Bugiarda. Le hai messe perché te l’ho ordinato. E ora… toglile.”
Lei ride piano, un suono basso e erotico. “Con le mani legate? Impossibile.”
La giro di scatto, premendola con la pancia contro la scrivania. Le sue mani legate dietro la schiena la rendono vulnerabile, esposta. Le abbasso le mutandine con un gesto fluido, facendole scivolare lungo le gambe fino alle caviglie. Lei le scalcia via, allargando leggermente le cosce. È bagnata, lo vedo, lo sento nell’aria – un aroma muschiato che mi fa indurire all’istante.
Le mie mani esplorano ora, senza fretta. Accarezzo l’interno delle cosce, sfiorando la pelle sopra le calze, salendo piano verso il suo centro. Lei si inarca, spingendo il sedere verso di me, implorando tacitamente.
“Ti prego…” sussurra.
“Ti prego cosa?” chiedo, la voce dura. Le mie dita la sfiorano appena, un tocco leggero sul clitoride che la fa gemere.
“Ti prego… toccami.”
Le do un altro schiaffo, più forte stavolta, sul gluteo destro. La pelle si arrossa leggermente sotto il mio palmo. “Non implorare. Guadagnatelo.”
Lei gira la testa, i capelli castani che le cadono sul viso sudato. “E come? Dimmi come, capo.”
La tiro su, girandola di nuovo verso di me. Le slaccio la camicetta con dita esperte, un bottone alla volta, rivelando il reggiseno di pizzo che a malapena contiene i suoi seni pieni. Lo abbasso, esponendoli all’aria fresca dell’ufficio. I capezzoli sono rosa scuro, eretti, imploranti. Mi chino, ne prendo uno in bocca, succhiando forte mentre l’altra mano gioca con l’altro, pizzicandolo.
Alba geme ad alta voce, inarcandosi contro di me. “Sì… oh, cazzo, sì.”
La mordo leggermente, un morso che lascia un segno rosso. “Lingua a posto. O ti tappo la bocca.”
Lei ride di nuovo, ma è un riso spezzato dal desiderio. “Provaci.”
Accetto la sfida. Prendo l’altra cravatta dalla tasca e gliela lego intorno alla bocca, un bavaglio improvvisato che la fa mugolare. Ora i suoi suoni sono attutiti, ma i suoi occhi parlano: sfida, eccitazione, sottomissione parziale.
La spingo di nuovo contro la scrivania, stavolta facendola chinare in avanti. Le sue mani legate la tengono in equilibrio precario. Le allargo le gambe con il ginocchio, esponendola completamente. Le mie dita tornano a esplorare, scivolando dentro di lei con facilità. È bagnata fradicia, calda, stretta. Muovo le dita piano, in cerchi, stuzzicando il punto G mentre il pollice preme sul clitoride.
Lei si dimena, mugolando contro il bavaglio, il corpo che trema. Sento i suoi muscoli contrarsi intorno alle mie dita, il suo respiro accelerare. Sta per venire, lo so. Ma non glielo permetto. Ritraggo la mano all’ultimo momento, lasciandola sull’orlo.
“No!” cerca di dire attraverso il bavaglio, il corpo che si tende in frustrazione.
Le do un altro schiaffo, stavolta sul sinistro. “Non decidi tu quando venire. Lo decido io.”
La giro di nuovo, la faccio sedere sul bordo della scrivania. Le slego il bavaglio, ma solo per un momento. “Dimmi perché ti sottometti a me, Alba. Dimmelo.”
Lei ansima, le labbra gonfie. “Perché… perché mi fai sentire viva. Mi controlli, ma mi fai desiderare di più. Non come gli altri, che mi annoiano.”
Le slego i polsi, ma le tengo le mani ferme contro la scrivania. “E la ribellione? Perché mi provochi sempre?”
“Per vedere se sei degno,” confessa, la voce rotta. “Per spingerti a dominarmi di più. Mi eccita… la lotta.”
Annuisco, soddisfatto. È la brat perfetta. La bacio di nuovo, possessivo, mentre le mie mani scendono a slacciarmi la cintura. Il mio cazzo è duro come marmo, dolorante per lei. Lo libero, premendolo contro la sua entrata bagnata.
“Prendilo,” ordino.
Lei allunga una mano, lo accarezza con dita esperte, stringendo alla base. “Quanto lo vuoi dentro di me?”
La spingo dentro con un colpo solo, profondo, riempiendola completamente. Geme forte, le unghie che mi graffiano la schiena attraverso la camicia. Inizio a muovermi, lento all’inizio, godendomi ogni centimetro che scivola dentro e fuori. Lei si aggrappa a me, le gambe avvolte intorno alla mia vita, le calze a rete che sfregano contro la mia pelle.
“Aumenta,” implora. “Più forte.”
Accelero, i colpi diventano potenti, ritmici. La scrivania scricchiola sotto di noi, i report sparsi che cadono a terra. Le sue tette rimbalzano a ogni spinta, i capezzoli che sfregano contro il mio petto. Le prendo i capelli in una mano, tirandoli indietro per esporre il collo. Lo mordo, succhio, lasciando marchi che domani coprirà con un foulard.
“Sei mia,” ringhio contro la sua pelle. “Dillo.”
“Sono… tua,” ansima lei, ma aggiunge: “Per ora.”
Quella parola mi fa impazzire. La punisco con colpi più duri, più profondi, la mano che scende a strofinare il clitoride in cerchi veloci. Sento il suo corpo tendersi, i muscoli interni che mi stringono come una morsa. Sta venendo, stavolta non la fermo.
“Vieni per me,” ordino.
Lei esplode, urlando il mio nome, il corpo che convulsa intorno a me. L’orgasmo la scuote tutta, le lacrime agli angoli degli occhi. Io continuo a spingere, prolungandolo, fino a quando non resisto più. Esplodo dentro di lei con un gemito rauco, riempiendola, marchiandola.
Crolliamo insieme sulla scrivania, ansimanti, sudati. Le slego le mani completamente, accarezzandole i polsi rossi. Lei mi sorride, esausta ma soddisfatta.
“Non è finita,” dico piano, baciandole la fronte.
“Lo so,” risponde lei, con quel ghigno bratty. “E non vedo l’ora della prossima ribellione.”
Restiamo lì per minuti infiniti, i corpi intrecciati, l’ufficio che diventa il nostro regno privato. Ma so che questo è solo l’inizio. La sua sottomissione è dolce, ma la sua ribellione la rende perfetta. E io… io la dominerò ogni volta, fino a farla cedere completamente. O forse no. Forse è proprio la lotta che ci terrà legati.
Il sole tramonta sulla città fuori dalla finestra, tingendo la stanza di arancione. Lei si riveste piano, i movimenti languidi, sensuali. Io la guardo, già pianificando la prossima mossa. Un weekend fuori città, forse. Una villa isolata dove posso legarla per ore, stuzzicarla fino al limite.
“Domani,” dico mentre usciamo dall’ufficio, la mano sulla sua schiena.
“Domani cosa?” chiede lei, innocente.
“Lo vedrai. E obbedirai.”
Ride piano. “Vedremo.”
Sì, vedremo. E sarà eccitante da morire.
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Entro nel mio ufficio alle sette e mezza precise, come sempre. La città si sveglia piano sotto di me, venticinque piani più in basso, ma io sono già concentrato sulla giornata. Il caffè è freddo quando lo preparo da solo – non mi fido di nessuno per quella roba – ma oggi c’è una novità. Una nuova assistente. Alba. Ho letto il suo curriculum tre volte ieri sera, non perché dubitassi delle sue competenze, ma perché qualcosa in quelle righe mi ha incuriosito. Brillante. Determinata. Testarda. Il suo ex capo ha scritto “difficile da gestire” tra le righe della raccomandazione. Bene. Mi piacciono le sfide.
Alba entra nella mia vita come un temporale estivo: improvvisa, elettrica, impossibile da ignorare. Ha ventotto anni, capelli castano scuro che le cadono in onde morbide fino a metà schiena, occhi verdi profondi che sembrano sempre sul punto di ridere o sfidarti. Il viso è ovale, con zigomi alti e labbra piene che si incurvano in un sorriso obliquo, quasi sarcastico. È alta circa un metro e settanta, corpo snello ma con curve generose nei punti giusti: seno pieno che tende sempre un po’ troppo le camicette, vita stretta, fianchi rotondi che ondeggiano quando cammina. Le gambe sono lunghe, toniche, e le piace metterle in mostra con gonne al ginocchio o leggermente più corte, calze velate o a rete quando vuole provocare. Ha la pelle chiara, quasi porcellana, che arrossisce facilmente sulle guance e sul collo quando è eccitata o arrabbiata – cosa che succede spesso. Si muove con una sicurezza felina, i tacchi alti che battono sul pavimento come un ritmo di guerra, e porta sempre un profumo agrumato con una nota calda di vaniglia che resta nell’aria dopo che è passata.
Alle otto in punto sento bussare. Due colpi secchi, decisi. Non timidi. Entra. É lì, sulla soglia, con un tailleur blu navy che le fascia i fianchi in modo quasi provocatorio e tacchi rossi che urlano ribellione in un mondo di grigio e nero. Tiene in mano il mio caffè – nero, bollente, senza zucchero, spero – e un tablet sottobraccio.
“Buongiorno, signore,” dice con un sorriso che è mezzo cortese, mezzo sfida.
La guardo da capo a piedi, lentamente. Non lo nascondo. Voglio che senta il peso del mio sguardo. “Buongiorno, Alba. Siediti.”
Posa il caffè sulla scrivania con un gesto preciso, ma non si siede subito. Rimane in piedi un secondo di troppo, come se stesse decidendo se obbedire o no. Alla fine lo fa, incrociando le gambe con una grazia calcolata. Le sue cosce si tendono appena sotto la stoffa della gonna.
“Ho preparato l’agenda,” dice, aprendo il tablet. “Riunione con gli investitori alle nove e mezza, poi call con Singapore alle undici, pranzo con il team legale alle tredici. Ho già mandato le slide aggiornate e il report preliminare del Q3.”
Annuisco, prendo il caffè. È perfetto. Caldo al punto giusto, amaro come piace a me. “Bene. Ma la prossima volta voglio che tu sia qui alle sette e cinquanta. Non alle otto in punto. Anticipa.”
Lei inclina la testa, un lampo negli occhi. “Sette e cinquanta? Non c’è traffico a quell’ora, ma… va bene. Se serve.”
C’è una nota di ironia nella voce. Piccola, ma c’è. Mi piace. Mi appoggio allo schienale della poltrona, le mani intrecciate sullo stomaco. “Serve. E quando dico una cosa, la voglio fatta esattamente come la dico io. Chiaro?”
“Chiarissimo,” risponde lei, ma il suo sorriso si allarga appena. È un sorriso da gatta che ha appena visto il topo muoversi.
La mattinata passa in un turbine di riunioni. Lei è impeccabile: prende appunti velocissimi, anticipa le mie richieste prima che io le faccia, risponde alle email con toni perfetti. Ma ogni tanto, quando penso che stia eseguendo ordini senza fiatare, alza lo sguardo e mi fissa. Non è uno sguardo sottomesso. È uno sguardo che dice: “Sto facendo quello che mi chiedi, ma solo perché per ora mi va.”
Durante la pausa pranzo – io resto in ufficio, lei dovrebbe andare a mangiare con il resto del team – la trovo ancora lì, seduta sulla poltrona di fronte alla mia scrivania, a digitare furiosamente.
“Non vai a pranzo?” le chiedo, togliendomi la giacca e appendendola allo schienale.
“Ho portato un’insalata,” risponde senza alzare gli occhi. “Non mi piace perdere tempo nei corridoi a fare chiacchiere inutili.”
Mi avvicino, giro intorno alla scrivania e mi fermo dietro di lei. È così vicina che sento il suo profumo – qualcosa di fresco, agrumato, con una nota calda di vaniglia. Mi chino appena, guardando lo schermo sopra la sua spalla.
“Stai modificando il report del Q3?”
“Sì. Ho visto un errore nei dati di conversione della campagna social. Era sottostimato del 12%. L’ho corretto.”
Stringo le labbra. Ha ragione. Avrei dovuto vederlo io. O almeno il mio analista. Invece l’ha trovato lei, al secondo giorno.
“Bene,” dico piano, la voce bassa. “Ma la prossima volta mi avvisi prima di modificare qualcosa che porta il mio nome.”
Lei si gira lentamente sulla sedia, alzando il viso verso di me. Siamo a pochi centimetri. I suoi occhi verdi sono accesi. “Avvertirti? Pensavo che volessi efficienza. Non burocrazia.”
Il silenzio tra noi è denso. Sento il suo respiro accelerare appena. Il mio anche.
“Voglio efficienza,” mormoro, “ma voglio anche controllo. Tutto passa da me. Tutto.”
Lei non abbassa lo sguardo. “Capito. Tutto passa da te.” Poi aggiunge, quasi sussurrando: “Per ora.”
Quella parola – “per ora” – mi colpisce come uno schiaffo leggero. Eccitante. Mi raddrizzo, torno al mio posto, ma l’aria è cambiata. È carica.
Il pomeriggio è una danza. Le do ordini secchi: “Portami il contratto con i coreani rivisto entro le sedici.” “Chiama il fornitore di Singapore e digli che abbassino il prezzo del 3% o salta tutto.” “Prepara la sala conferenze per le diciotto, luci basse, niente distrazioni.”
Ogni volta lei annuisce, esegue, ma aggiunge sempre un piccolo twist. Quando mi porta il contratto, ha allegato una nota a margine con un’alternativa migliore che non le avevo chiesto. Quando chiama Singapore, mi manda un audio di due secondi con la voce del dirigente che cede – e un messaggio WhatsApp: “Visto? 3% e un extra di sconto sul prossimo ordine. Prego.”
La guardo mentre esce dal mio ufficio per l’ultima volta prima di fine giornata. La gonna le ondeggia sui fianchi, i tacchi rossi ticchettano come un conto alla rovescia. Si ferma sulla soglia, si volta.
“Altro, capo?”
Il modo in cui dice “capo” è un misto di rispetto e provocazione. Mi alzo, giro la scrivania, mi fermo a un metro da lei.
“Domani alle sette e quarantacinque. Puntuale. E vestiti… appropriato.”
Lei inarca un sopracciglio. “Appropriato? Tipo tailleur grigio e camicia abbottonata fino al collo?”
“No,” rispondo, avvicinandomi di un passo. “Tipo quello che porti oggi. Ma con le calze nere. A rete. Voglio vederle.”
Il suo respiro si ferma per un secondo. Poi sorride, lento, pericoloso.
“Calze a rete. Interessante richiesta. Le porto… se mi dici perché.”
“Perché lo dico io,” ribatto, la voce dura. “E perché voglio vedere se obbedisci.”
Lei ride piano, una risata bassa che mi arriva dritta allo stomaco. “Vedremo.”
Esce, lasciandomi solo con il suo profumo nell’aria e un’erezione che devo ignorare per il resto della serata.
Il giorno dopo arriva alle sette e quarantatré. Due minuti prima. Indossa un abito nero aderente, camicetta di seta bianca semi-trasparente, e sì – calze nere a rete. Le vedo quando si siede, accavallando le gambe con lentezza esasperante. La trama fine che si tende sulla pelle chiara. È una dichiarazione di guerra.
“Buongiorno, Stefano,” dice, usando il mio nome per la prima volta. Senza “signore”. Sfida aperta.
La guardo negli occhi. “Buongiorno, Alba. Chiudi la porta.”
Obbedisce. Il clic della serratura è come un interruttore.
Mi alzo, giro intorno alla scrivania, mi fermo dietro la sua sedia. Le poso le mani sulle spalle, leggere ma ferme.
“Hai portato le calze,” dico piano.
“Sì.”
“Perché?”
“Perché me l’hai chiesto tu.” Pausa. “E perché volevo vedere la tua faccia quando le vedevi.”
Le stringo le spalle un po’ più forte. “Attenta, piccola. Stai giocando con il fuoco.”
Lei gira il viso verso di me, labbra socchiuse. “Lo so. Ma mi piace scottarmi.” Il resto della giornata passa tra mille impegni e non ho purtroppo non trovo altro tempo da dedicarle. Ma la mattina successiva, finalmente, arriva il momento. Lo sento nell’aria, nel modo in cui Alba entra nel mio ufficio, con un passo che è un misto di sfida e anticipazione. Sono passati cinque giorni dal suo primo giorno qui alla Apex, e la tensione tra noi ha raggiunto un punto di ebollizione. Ogni ordine che le do, ogni piccola ribellione che mi lancia, è come benzina sul fuoco. Lei è una brat perfetta: obbedisce quel tanto che basta per stuzzicarmi, ma sempre con un ghigno, un commento sarcastico, un tocco di disobbedienza che mi fa ribollire il sangue. E io? Io sono il dominatore che non cede. Non ancora. Ma oggi… oggi cambierà tutto.
È venerdì, fine della settimana. L’ufficio si svuota presto, come sempre. Le ho detto di restare dopo le diciotto per “rivedere i report finali”. Lei ha annuito, ma con quel luccichio negli occhi verdi che dice: “Vediamo cosa hai in mente, capo.” Ora sono le diciotto e quindici, e la sento bussare. Due colpi, secchi. Entra.
Indossa un abito rosso scuro oggi, aderente sui seni e sui fianchi, con una scollatura che lascia intravedere il bordo di pizzo nero del reggiseno. Calze a rete, come le ho ordinato ieri, ma stavolta con una gonna più corta del solito. Sa cosa sta facendo. Si siede di fronte a me senza aspettare l’invito, accavallando le gambe con lentezza deliberata. La trama delle calze si tende sulla pelle liscia delle cosce, e io devo sforzarmi per non fissarle.
“Hai i report?” chiedo, la voce bassa, controllata.
“Sì,” risponde lei, porgendomi il tablet. Ma invece di passarmelo direttamente, lo posa sulla scrivania e lo spinge verso di me con un dito, le unghie laccate di rosso. “Ho aggiunto qualche nota. Miglioramenti, sai. Come al solito.”
Prendo il tablet, sfoglio velocemente. Ha ragione, le sue note sono brillanti. Ma non è quello il punto. “Ti ho detto di non modificare senza chiedere.”
Lei scrolla le spalle, un gesto innocente che non inganna nessuno. “Ops. Pensavo che volessi il meglio per l’azienda.”
Mi alzo lentamente, giro intorno alla scrivania. L’ufficio è silenzioso ora, solo il ronzio dell’aria condizionata e il ticchettio lontano di qualche collega che se ne va. Chiudo la porta a chiave con un clic che riecheggia. Lei non si muove, ma vedo il suo petto alzarsi e abbassarsi un po’ più veloce.
“Alzati,” ordino.
Lei obbedisce, ma piano, stiracchiandosi come una gatta. Siamo faccia a faccia ora, a pochi centimetri. Il suo profumo mi avvolge – vaniglia e qualcosa di muschiato, eccitante. Le prendo il mento tra pollice e indice, costringendola a guardarmi negli occhi.
“Hai giocato abbastanza, Alba. Ogni giorno mi provochi. Ogni ordine lo esegui a metà, con quel sorrisetto. Pensi che non lo noti?”
Lei deglutisce, ma il suo sguardo non vacilla. “E se lo facessi? Mi puniresti?”
La mia mano si stringe appena sul suo mento. “Sì. È esattamente quello che farò.”
Le sue labbra si socchiudono, un respiro affannoso le sfugge. Non c’è paura nei suoi occhi – solo desiderio, misto a quella scintilla ribelle. La spingo indietro contro la scrivania, il suo sedere che tocca il bordo di mogano. Con l’altra mano, le afferro il polso destro, portandolo dietro la schiena. Lei ansima, ma non resiste. Non ancora.
“Dimmi la tua safe word,” mormoro, la bocca vicina al suo orecchio. Abbiamo parlato di questo ieri, in un momento di tensione durante una pausa caffè. Lei l’ha buttata lì come una battuta, ma io l’ho presa sul serio.
“Rosso,” sussurra lei, la voce tremula ma eccitata.
“Bene. Usala se devi. Altrimenti… obbedisci.”
Le lascio il polso, ma solo per un secondo. Dalla tasca interna della giacca tiro fuori una cravatta di seta nera – ne ho portate un paio apposta oggi. Le lego i polsi dietro la schiena, stretti ma non dolorosi. Lei si inarca leggermente, premendo il petto contro il mio. Sento i suoi capezzoli indurirsi sotto la stoffa sottile della camicetta.
“Stefano…” mormora, usando il mio nome come una provocazione.
Le tappo la bocca con un bacio feroce, la lingua che invade la sua, dominandola. Lei ricambia con fame, mordendomi il labbro inferiore. Brat fino in fondo. La punisco spingendola più forte contro la scrivania, le mie mani che scendono sui suoi fianchi, afferrando la gonna e tirandola su fino alla vita. Sotto, mutandine di pizzo nero, coordinate con il reggiseno. Le calze a rete arrivano fino a metà coscia, tenute da giarrettiere.
“Queste le hai messe per me?” chiedo, la voce rauca, mentre le mie dita tracciano la trama delle calze.
“Forse,” risponde lei, ansimando. “O forse solo per sentirmi sexy.”
Le do uno schiaffo leggero sul sedere, abbastanza per farla sussultare. “Bugiarda. Le hai messe perché te l’ho ordinato. E ora… toglile.”
Lei ride piano, un suono basso e erotico. “Con le mani legate? Impossibile.”
La giro di scatto, premendola con la pancia contro la scrivania. Le sue mani legate dietro la schiena la rendono vulnerabile, esposta. Le abbasso le mutandine con un gesto fluido, facendole scivolare lungo le gambe fino alle caviglie. Lei le scalcia via, allargando leggermente le cosce. È bagnata, lo vedo, lo sento nell’aria – un aroma muschiato che mi fa indurire all’istante.
Le mie mani esplorano ora, senza fretta. Accarezzo l’interno delle cosce, sfiorando la pelle sopra le calze, salendo piano verso il suo centro. Lei si inarca, spingendo il sedere verso di me, implorando tacitamente.
“Ti prego…” sussurra.
“Ti prego cosa?” chiedo, la voce dura. Le mie dita la sfiorano appena, un tocco leggero sul clitoride che la fa gemere.
“Ti prego… toccami.”
Le do un altro schiaffo, più forte stavolta, sul gluteo destro. La pelle si arrossa leggermente sotto il mio palmo. “Non implorare. Guadagnatelo.”
Lei gira la testa, i capelli castani che le cadono sul viso sudato. “E come? Dimmi come, capo.”
La tiro su, girandola di nuovo verso di me. Le slaccio la camicetta con dita esperte, un bottone alla volta, rivelando il reggiseno di pizzo che a malapena contiene i suoi seni pieni. Lo abbasso, esponendoli all’aria fresca dell’ufficio. I capezzoli sono rosa scuro, eretti, imploranti. Mi chino, ne prendo uno in bocca, succhiando forte mentre l’altra mano gioca con l’altro, pizzicandolo.
Alba geme ad alta voce, inarcandosi contro di me. “Sì… oh, cazzo, sì.”
La mordo leggermente, un morso che lascia un segno rosso. “Lingua a posto. O ti tappo la bocca.”
Lei ride di nuovo, ma è un riso spezzato dal desiderio. “Provaci.”
Accetto la sfida. Prendo l’altra cravatta dalla tasca e gliela lego intorno alla bocca, un bavaglio improvvisato che la fa mugolare. Ora i suoi suoni sono attutiti, ma i suoi occhi parlano: sfida, eccitazione, sottomissione parziale.
La spingo di nuovo contro la scrivania, stavolta facendola chinare in avanti. Le sue mani legate la tengono in equilibrio precario. Le allargo le gambe con il ginocchio, esponendola completamente. Le mie dita tornano a esplorare, scivolando dentro di lei con facilità. È bagnata fradicia, calda, stretta. Muovo le dita piano, in cerchi, stuzzicando il punto G mentre il pollice preme sul clitoride.
Lei si dimena, mugolando contro il bavaglio, il corpo che trema. Sento i suoi muscoli contrarsi intorno alle mie dita, il suo respiro accelerare. Sta per venire, lo so. Ma non glielo permetto. Ritraggo la mano all’ultimo momento, lasciandola sull’orlo.
“No!” cerca di dire attraverso il bavaglio, il corpo che si tende in frustrazione.
Le do un altro schiaffo, stavolta sul sinistro. “Non decidi tu quando venire. Lo decido io.”
La giro di nuovo, la faccio sedere sul bordo della scrivania. Le slego il bavaglio, ma solo per un momento. “Dimmi perché ti sottometti a me, Alba. Dimmelo.”
Lei ansima, le labbra gonfie. “Perché… perché mi fai sentire viva. Mi controlli, ma mi fai desiderare di più. Non come gli altri, che mi annoiano.”
Le slego i polsi, ma le tengo le mani ferme contro la scrivania. “E la ribellione? Perché mi provochi sempre?”
“Per vedere se sei degno,” confessa, la voce rotta. “Per spingerti a dominarmi di più. Mi eccita… la lotta.”
Annuisco, soddisfatto. È la brat perfetta. La bacio di nuovo, possessivo, mentre le mie mani scendono a slacciarmi la cintura. Il mio cazzo è duro come marmo, dolorante per lei. Lo libero, premendolo contro la sua entrata bagnata.
“Prendilo,” ordino.
Lei allunga una mano, lo accarezza con dita esperte, stringendo alla base. “Quanto lo vuoi dentro di me?”
La spingo dentro con un colpo solo, profondo, riempiendola completamente. Geme forte, le unghie che mi graffiano la schiena attraverso la camicia. Inizio a muovermi, lento all’inizio, godendomi ogni centimetro che scivola dentro e fuori. Lei si aggrappa a me, le gambe avvolte intorno alla mia vita, le calze a rete che sfregano contro la mia pelle.
“Aumenta,” implora. “Più forte.”
Accelero, i colpi diventano potenti, ritmici. La scrivania scricchiola sotto di noi, i report sparsi che cadono a terra. Le sue tette rimbalzano a ogni spinta, i capezzoli che sfregano contro il mio petto. Le prendo i capelli in una mano, tirandoli indietro per esporre il collo. Lo mordo, succhio, lasciando marchi che domani coprirà con un foulard.
“Sei mia,” ringhio contro la sua pelle. “Dillo.”
“Sono… tua,” ansima lei, ma aggiunge: “Per ora.”
Quella parola mi fa impazzire. La punisco con colpi più duri, più profondi, la mano che scende a strofinare il clitoride in cerchi veloci. Sento il suo corpo tendersi, i muscoli interni che mi stringono come una morsa. Sta venendo, stavolta non la fermo.
“Vieni per me,” ordino.
Lei esplode, urlando il mio nome, il corpo che convulsa intorno a me. L’orgasmo la scuote tutta, le lacrime agli angoli degli occhi. Io continuo a spingere, prolungandolo, fino a quando non resisto più. Esplodo dentro di lei con un gemito rauco, riempiendola, marchiandola.
Crolliamo insieme sulla scrivania, ansimanti, sudati. Le slego le mani completamente, accarezzandole i polsi rossi. Lei mi sorride, esausta ma soddisfatta.
“Non è finita,” dico piano, baciandole la fronte.
“Lo so,” risponde lei, con quel ghigno bratty. “E non vedo l’ora della prossima ribellione.”
Restiamo lì per minuti infiniti, i corpi intrecciati, l’ufficio che diventa il nostro regno privato. Ma so che questo è solo l’inizio. La sua sottomissione è dolce, ma la sua ribellione la rende perfetta. E io… io la dominerò ogni volta, fino a farla cedere completamente. O forse no. Forse è proprio la lotta che ci terrà legati.
Il sole tramonta sulla città fuori dalla finestra, tingendo la stanza di arancione. Lei si riveste piano, i movimenti languidi, sensuali. Io la guardo, già pianificando la prossima mossa. Un weekend fuori città, forse. Una villa isolata dove posso legarla per ore, stuzzicarla fino al limite.
“Domani,” dico mentre usciamo dall’ufficio, la mano sulla sua schiena.
“Domani cosa?” chiede lei, innocente.
“Lo vedrai. E obbedirai.”
Ride piano. “Vedremo.”
Sì, vedremo. E sarà eccitante da morire.
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