Un equilibrio precario

di
genere
dominazione

Secondo capitolo, come il primo ispirato da una storia vera con quel minimo di adattamento per tutelare la privacy e rendere la lettura scorrevole.
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Il weekend passa in un turbine di messaggi criptici e silenzi carichi di attesa. Sabato mattina le mando un testo: “Riposa. Lunedì alle sette e quaranta. Non tardare.” Lei risponde con una emoji di una tazza di caffè e un “Vedremo se meriti il mio caffè perfetto.” Niente di più. Niente di meno. Ma quel “meriti” mi rimane in testa, un’eco della sua ribellione che mi fa sorridere nel buio della mia camera da letto. Non le dico che ho pensato a lei tutto il giorno, rivivendo ogni gemito, ogni contrazione del suo corpo intorno al mio. Non le dico che, oltre al desiderio, c’è qualcosa di più profondo: un’ammirazione per come affronta il mondo, per la sua mente affilata che mi tiene sveglio quanto il suo corpo. Ma lo tengo per me. Sentimenti? Non ora. Non con lei. Sarebbe pericoloso.
Lunedì mattina, l’ufficio è un’arena familiare. Arrivo per primo, come sempre, e preparo la mia postazione. Alle sette e trentanove, sento i suoi tacchi nel corridoio – un ritmo preciso, provocatorio. Entra senza bussare, un caffè in mano, l’altro braccio carico di documenti. Indossa un tailleur grigio perla oggi, gonna pencil che le fascia i fianchi come una seconda pelle, camicetta bianca con i primi due bottoni slacciati quel tanto da mostrare un accenno di pizzo. I capelli sono raccolti in una coda alta, esponendo il collo dove ho lasciato un segno venerdì – coperto da un velo di fondotinta, ma io lo so che c’è.
“Buongiorno, Stefano,” dice, posando il caffè sulla mia scrivania con un movimento fluido che fa ondeggiare i suoi seni appena. Si china un po’ più del necessario, e i miei occhi cadono inevitabilmente sulla scollatura. Sa che lo sto guardando.
“Buongiorno, Alba. Puntuale. Brava ragazza.” La voce esce bassa, con un sottotono che rende “brava ragazza” una carezza erotica.
Lei si raddrizza, inarcando un sopracciglio. “Brava? Solo perché ti ho portato il caffè? O perché ti ho lasciato vincere venerdì?”
Mi appoggio allo schienale, incrociando le braccia. “Vincere? Era una punizione, non una gara. Ma se vuoi un rematch…”
Ride piano, un suono che mi va dritto all’inguine. Si siede sulla sedia di fronte, accavallando le gambe con lentezza deliberata. La gonna sale di un centimetro, rivelando il bordo delle calze – autoreggenti, stavolta, non a rete. Un upgrade. “Magari dopo la riunione delle nove. Non vorrei distrarti troppo presto.”
La mattinata scorre in una routine apparentemente normale, ma ogni interazione è intrisa di elettricità. Durante la riunione con il team marketing, lei è al mio fianco, proiettando slide che ha preparato alla perfezione. Mentre parlo, la sua mano sfiora la mia sotto il tavolo – un tocco accidentale? No, lo fa apposta, le dita che tracciano un cerchio sul dorso della mia mano prima di ritrarsi. Io non reagisco visibilmente, ma dentro ribollo. Quando è il suo turno di parlare, espone i dati con una sicurezza che mi affascina: non solo è bella, è intelligente, intuitiva. Prevede le obiezioni prima che arrivino, le smonta con fatti e un sorriso tagliente. Ammiro quel fuoco, quel modo in cui comanda la stanza senza sforzo. È più di attrazione fisica; è rispetto, forse qualcosa di più. Ma lo spingo via. Non è il momento per sentimenti. È il momento per il gioco.
A pranzo, invece di uscire, ordino cibo in ufficio. “Resta,” le dico mentre il team se ne va. “Dobbiamo rivedere il budget.”
Lei annuisce, ma invece di sedersi sulla sedia, si appoggia al bordo della mia scrivania, le gambe penzoloni, la gonna che si tende sulle cosce. “Budget? O è una scusa per avermi tutta per te?”
Prendo un boccone del mio sandwich, guardandola negli occhi. “Entrambe le cose. Mangia.” Le porgo il suo contenitore, e quando le nostre dita si toccano, non ritraggo la mano subito. La tengo lì, il pollice che sfiora il suo polso, sentendo il battito accelerato.
Lei non si muove, ma il suo respiro cambia. “Attento, capo. Potrei interpretarlo come un invito.”
“È un ordine,” ribatto, la voce rauca. “Mangia piano. Voglio guardarti.”
Obbedisce, portando un boccone alle labbra con lentezza esagerata, la lingua che sfiora la forchetta. È una provocazione pura, e lo sa. I suoi occhi non lasciano i miei, verdi e maliziosi. In quel momento, oltre al desiderio che mi indurisce, c’è un calore diverso nel petto: mi piace averla qui, non solo per il sesso, ma per la compagnia. Per come riempie il silenzio con la sua presenza. Ma no, non lo ammetto. Non ancora.
Il pomeriggio è una serie di piccole battaglie. Le do un compito: “Chiama il cliente di Londra. Convincilo a firmare entro fine settimana.” Lei lo fa, ma quando torna nel mio ufficio, si chiude la porta alle spalle e si avvicina troppo, chinandosi per sussurrarmi all’orecchio: “Fatto. Ha ceduto in cinque minuti. Vuoi sapere come l’ho convinto?”
Il suo fiato caldo sul mio collo mi fa stringere i pugni. “Dimmi.”
“Gli ho detto che il nostro CEO è un negoziatore implacabile… e che non accetta no come risposta.” Le sue labbra sfiorano appena il lobo del mio orecchio prima di ritrarsi. È una tortura.
La afferro per il polso, tirandola più vicina. “Brava. Ma non provocarmi qui. Aspetta stasera.”
Lei si libera con un twist giocoso, ridendo. “Stasera? Chi ha detto che sono libera?”
“Lo sei,” dico, la voce un ordine. “Cena da me. Alle otto. Porta il vino. Rosso, come il tuo abito di venerdì.”
Esita un secondo, e in quel momento vedo un lampo nei suoi occhi – non solo sfida, ma qualcosa di morbido, come se l’idea di una cena, non solo sesso, la toccasse. Ma lo maschera subito. “Va bene. Ma solo se cucini tu. Voglio vedere se sei bravo in cucina quanto in ufficio.”
La sera, a casa mia – un attico minimalista con vista sulla città – la routine continua, ma con un velo di intimità che non possiamo ignorare. Cucino pasta al ragù, semplice ma fatto con cura. Lei arriva puntuale, in un abito casual: jeans attillati e maglioncino morbido che le scivola su una spalla, rivelando la spallina del reggiseno. Niente tacchi, solo scarpe basse, ma è sexy lo stesso. Porta il vino, come ordinato, e mentre verso i bicchieri, le nostre mani si sfiorano di nuovo.
“Cena prima del dessert?” chiede, con un ghigno.
“Cena durante,” ribatto, sedendomi accanto a lei invece che di fronte. Mentre mangiamo, parliamo di lavoro – di strategie, di idee per l’azienda – e mi rendo conto di quanto la sua mente mi stimoli. Non è solo una assistente; è una partner alla pari, con insight che mi fanno pensare. In un momento di silenzio, le dico: “Sai, le tue idee sul marketing digitale… sono geniali. Mi fai vedere le cose diversamente.”
Lei arrossisce leggermente, non per imbarazzo erotico, ma per un complimento genuino. “Grazie. Tu non sei solo un tiranno, sai? Hai una visione che… ispira.”
I nostri sguardi si incrociano, e per un secondo è lì: un apprezzamento che va oltre il fisico, un legame che potrebbe diventare sentimento. Ma entrambi distogliamo lo sguardo. Troppo presto. Troppo rischioso.
Poi, la provocazione riprende. Mentre sparecchio, lei si alza, premendo il corpo contro il mio da dietro. “Dessert ora?” sussurra, le mani che scivolano sui miei fianchi, scendendo piano verso l’inguine, sfiorando la mia erezione già crescente attraverso i pantaloni.
La giro di scatto, le sue spalle contro il bancone della cucina, e la bacio con urgenza famelica, la lingua che invade la sua bocca, esplorandola, assaporando il vino rosso sulle sue labbra. Lei ricambia con la stessa intensità, le sue unghie che graffiano la mia schiena attraverso la camicia, tirandomi più vicino. Le tolgo il maglioncino con un gesto fluido, gettandolo a terra, rivelando il reggiseno di pizzo nero che a malapena contiene i suoi seni pieni, i capezzoli già eretti e visibili attraverso il tessuto sottile. Le mie mani esplorano senza pietà: una sale a stringere un seno, il pollice che strofina il capezzolo in cerchi lenti e crudeli, facendola ansimare nella mia bocca; l’altra scende sui jeans, slacciando il bottone e abbassando la zip con impazienza.
“Non qui,” dico, la voce debole e rauca, ma il mio corpo la tradisce, premendo contro di lei, il mio cazzo duro che sfrega contro la sua coscia.
“Perché no?” sfida lei, mordendomi il collo con forza sufficiente a lasciare un segno, la lingua che lecca la pelle arrossata. Le sue mani mi slacciano la camicia, strappando i bottoni in un impeto, esponendo il mio petto. Le unghie graffiano la pelle, scendendo verso l’addome, tracciando linee rosse che bruciano deliziosamente. “Fottimi qui, Stefano. Sul bancone. Ora.”
Le sue parole mi fanno impazzire. La sollevo di peso, posandola sul bancone freddo, le gambe che si aprono intorno ai miei fianchi. Le abbasso i jeans e le mutandine in un unico movimento, esponendola completamente: la sua figa bagnata, gonfia di desiderio, i succhi che luccicano sulle labbra intime, il clitoride eretto che implora attenzione. Mi inginocchio tra le sue cosce, le mani che le tengono aperte con forza, e la lecco piano all’inizio, la lingua che traccia la fessura dal basso verso l’alto, assaporando il suo sapore muschiato, dolce e salato. Lei inarca la schiena, gemendo forte, le mani nei miei capelli che tirano, spingendomi più a fondo. Succhio il clitoride con avidità, alternando morsi leggeri e leccate veloci, mentre due dita scivolano dentro di lei, curvandosi per colpire quel punto sensibile che la fa tremare.
“Oh cazzo, sì… proprio lì,” ansima lei, le cosce che si stringono intorno alla mia testa, il corpo che si contorce. Sento i suoi muscoli interni contrarsi intorno alle mie dita, i succhi che colano sulla mia mano mentre la porto sull’orlo, ma mi fermo prima che venga, ritraendomi con un sorriso crudele.
“Non ancora, brat,” ringhio, alzandomi e slacciandomi i pantaloni. Il mio cazzo balza fuori, duro e venoso, la punta già umida di pre-eiaculato. Lei lo afferra con una mano, stringendo alla base, pompandolo piano mentre mi guarda negli occhi con sfida. “Voglio sentirti implorare.”
“Implorare? Mai,” ribatte lei, ma la voce è spezzata dal desiderio. Mi tira più vicino, guidando la punta del mio cazzo contro la sua entrata bagnata, sfregandola su e giù.
La penetro con un colpo solo, profondo e brutale, riempiendola fino in fondo. Geme ad alta voce, le unghie che affondano nelle mie spalle, lasciando segni rossi. Inizio a spingere con ritmo implacabile, ogni affondo che la fa sobbalzare sul bancone, i suoi seni che rimbalzano liberi ora che le ho slacciato il reggiseno. Le prendo un capezzolo in bocca, succhiando forte mentre l’altra mano scende a strofinare il clitoride in cerchi veloci, sincronizzati con le mie spinte. Lei si contrae intorno a me, calda e stretta, i succhi che schizzano a ogni ritiro, lubrificando tutto.
“Più forte… fottimi più forte,” implora alla fine, la testa gettata indietro, i capelli che cascano sul bancone. Accelero, i colpi che diventano selvaggi, il suono della pelle contro pelle che riempie la cucina, misto ai suoi gemiti e ai miei grugniti. Sento l’orgasmo montare in lei, i muscoli che mi stringono come una morsa, e stavolta la lascio venire: esplode urlando il mio nome, il corpo che convulsa, i succhi che bagnano entrambi mentre squirta leggermente, inarcandosi contro di me.
Non rallento, continuando a spingere attraverso il suo orgasmo, prolungandolo fino a farla tremare. Poi esplodo anch’io, con un ruggito profondo, riempiendola di sperma caldo, pulsando dentro di lei mentre le mie mani la tengono ferma. Crolliamo lì, ansimanti, sudati, ma non è finita. La porto in camera, le gambe avvolte intorno alla mia vita, il mio cazzo ancora semi-duro dentro di lei. In camera, la lego con una sciarpa ai polsi, fissandola alla testata del letto, e la stuzzico per ore: lecco ogni centimetro del suo corpo, la porto sull’orlo con dita, lingua e vibratore che tiro fuori dal cassetto, negandole l’orgasmo finché non implora davvero. Lei mi provoca mordendo il mio labbro quando la bacio, graffiandomi le cosce con i piedi, rifiutandosi di cedere completamente, urlando “Fottimi come un uomo vero” per spingermi oltre. La prendo da dietro, le mani legate, il viso premuto sul materasso, spingendo profondo mentre le schiaffeggio il culo fino a renderlo rosso, ogni colpo che la fa gemere di piacere misto a dolore. Veniamo insieme di nuovo, io che le riempio il culo stavolta, il suo corpo che trema in un orgasmo multiplo che la lascia esausta, bagnata e soddisfatta. Ogni orgasmo è una vittoria condivisa, ma sotto c’è quel calore: mi piace averla qui, non solo nel letto, ma nella mia vita.
Martedì è simile: in ufficio, ordini camuffati da flirt. “Portami il file,” dico, e lei lo fa, ma lasciando cadere una penna “per caso” e chinandosi a raccoglierla con il sedere in aria, sapendo che la guardo. Io ribatto bloccandola in ascensore durante una pausa, premendola contro la parete, un bacio rapido ma possessivo. “Stasera ripeti la lezione,” mormoro.
E così via, giorno dopo giorno. Il quotidiano è intriso di erotismo: un tocco sotto il tavolo in riunione, un messaggio con doppio senso (“Ho bisogno di te ora – per il report”), uno sguardo che promette punizioni. Ma tra le righe, cresce quell’apprezzamento: la vedo ridere a una mia battuta e penso che la sua gioia mi scalda; lei mi difende in una call e io ammiro la sua lealtà. Entrambi lo sentiamo, ma lo evitiamo, concentrandoci sul gioco. Per ora.
Fino a quando, una sera, dopo un’altra sessione intensa, lei si accoccola contro di me – un gesto insolito, intimo. “Sai, Stefano… mi piace questo. Più di quanto pensassi.”
Io le bacio la fronte, il cuore che batte forte. “Anche a me.” Ma non dico di più. Non ancora. Il sentimento aleggia, sottile, pericoloso. E il gioco continua.
di
scritto il
2026-01-14
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