L’equilibrio sta per spezzarsi

di
genere
dominazione

Terzo capitolo anch’esso basato su una storia vera.
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I giorni successivi si fondono in un ritmo ipnotico, un equilibrio precario tra lavoro, provocazioni e notti che bruciano come incendi controllati. Alba continua a essere la mia assistente impeccabile di giorno: arriva puntuale, anticipa ogni mia mossa, sfida le mie decisioni con argomentazioni taglienti che mi fanno ammirare la sua intelligenza. Ma sotto, quel sentimento aleggia – un calore che non è solo lussuria, un legame che mi fa pensare a lei non solo come a un corpo da dominare, ma come a qualcuno con cui condividere silenzi complici. Lo sento quando ride a una mia battuta in riunione, o quando mi difende con passione in una call con un cliente difficile. È lì, sento quel rispetto che sfiora l’affetto, ma lo respingo. Non posso permettermelo. Lei è una ribelle, un fuoco da domare, non una compagna da coccolare. E lei? Lo vedo nei suoi occhi: un’esitazione quando i nostri sguardi si prolungano, un rossore che non è solo eccitazione. Ma lo evita, nascondendolo dietro provocazioni e ribellioni. Il gioco deve continuare, senza complicazioni sentimentali. Per ora.
Mercoledì mattina, l’ufficio è un campo minato di tensione. Alba entra con il caffè, ma stavolta lo posa sulla scrivania e si china in avanti, la camicetta che si apre quel tanto da mostrare il reggiseno di pizzo rosso – un colore che sa mi fa impazzire. «Ecco il tuo veleno mattutino, capo,» dice con un ghigno stronzo, la voce bassa e maliziosa. «Nero e amaro, come il tuo cuore.»
La guardo, le mani ferme sulla scrivania per non afferrarla lì. «Attenta, Alba. Stai giocando presto oggi.»
Lei si raddrizza, ma non prima di sfiorarmi il braccio con le dita, un tocco leggero che mi fa indurire all’istante. «Giocare? Io? Mai. Sono solo la tua assistente devota.» Poi, con un occhiolino, esce ancheggiando, sapendo che i miei occhi sono incollati al suo culo sodo sotto la gonna attillata.
Durante la giornata, le provocazioni si intensificano. In ascensore, soli per un momento, mi preme contro la parete, la mano che scivola sul mio inguine, stringendo il mio cazzo attraverso i pantaloni. «Senti quanto sei duro per me già alle dieci? Patetico,» sussurra, mordicchiandomi l’orecchio. È la sua natura ribelle: mi sfida, mi insulta con passione, sapendo che mi eccita da morire.
La punisco bloccandola con il corpo, la mano che sale sotto la gonna, sfiorando le mutandine umide. «Patetico? Vediamo quanto sei bagnata tu, puttanella.» Le dita scivolano dentro il pizzo, trovando la sua figa già fradicia, il clitoride gonfio. La strofino piano, facendola ansimare, ma mi fermo quando l’ascensore suona. «Stasera pagherai per questo.»
Lei ride, sistemandosi la gonna. «Promesse, promesse. Scommetto che non ce la fai a resistere.»
Quella sera, da me, il gioco diventa esplosivo. Alba arriva puntuale, con un trench nero legato in vita sopra un vestito corto nero che le arriva a metà coscia: tessuto leggero, scollatura profonda a V che lascia intravedere il bordo del reggiseno di pizzo rosso e la curva dei seni pieni, maniche lunghe ma strette, calze autoreggenti nere e tacchi alti che le allungano le gambe infinite. È provocante, ma realistica: sexy da morire senza sembrare una caricatura. Quando slaccia il trench sulla soglia e lo lascia cadere, il vestito le fascia il corpo come una seconda pelle, mettendo in evidenza ogni curva della sua figura giovane e bellissima. A ventotto anni è una visione: capelli castano scuro che le incorniciano il viso ovale con zigomi alti, occhi verdi che brillano di malizia, labbra piene socchiuse in un invito silenzioso. «Cena? O salto direttamente al dessert?» chiede con quel tono stronzo, ma gli occhi ardono di passione.
La afferro per i capelli, tirandola dentro e sbattendo la porta. «Nessuna cena. Ti punisco ora.» La spingo contro il muro del corridoio, le mani legate dietro la schiena con la mia cintura in un attimo. È la sua passione segreta, quella che ho scoperto la sera prima: ama quando le prendo il culo, lo implora quando è al limite, ma lo nega fino all’ultimo per farmi lavorare di più. «Inginocchiati,» ordino.
Lei obbedisce con un ghigno, ma non prima di dire: «Fammi vedere se sei all’altezza, capo.» In ginocchio, la bocca socchiusa, mi slaccia i pantaloni con i denti – un’impresa che la fa sudare, ma lo fa per provocarmi. Il mio cazzo balza fuori, duro e venoso, e lei lo prende in bocca con avidità passionale, succhiando forte, la lingua che vortica sulla cappella, ingoiandolo fino in gola. Geme intorno a me, vibrando, mentre le lacrime le rigano le guance per lo sforzo. «Cazzo, quanto sei grosso,» mugola, ritraendosi per un secondo. «Mi allarghi la bocca come una troia.»
La punisco spingendo i fianchi in avanti, scopandole la bocca con colpi profondi, tenendola per la coda di cavallo. «Proprio così. Prendilo tutto, ribelle.» Lei soffoca, ma non si ferma, le mani legate che si agitano inutilmente, il corpo che si inarca per sfregare le cosce insieme, cercando frizione sulla sua figa gocciolante.
La tiro su quando sono al limite, la giro contro il muro. «Allarga le gambe.» Obbedisce, il culo in fuori, esposto. Le lecco il culo prima, la lingua che circonda l’ano stretto, spingendo dentro per inumidirlo, facendola gemere come una cagna in calore. «Oh sì, leccami il buco del culo, Stefano… fai la puttana con la lingua.» Le mie dita esplorano prima la figa, scivolando dentro con facilità, tre dita che la aprono, curvandosi per colpire il punto G mentre il pollice strofina il clitoride. Lei urla, spingendo indietro, «Sì, fottimi con le dita, ma non è abbastanza. Voglio di più, voglio che mi spacchi il culo con quel cazzo enorme.»
È il segnale. Prendo il lubrificante dal cassetto vicino – lo tengo pronto ora, sapendo della sua fissazione. Le spalmo il culo stretto, il dito che circonda l’ano prima di spingere dentro piano, girando e allargando quel buco rosa e invitante. «Senti come ti apro, troietta… il tuo culo è così stretto, ma lo allargherò fino a farti urlare.» Aggiungo un secondo dito, poi un terzo, frizionando con forza, preparandola mentre l’altra mano continua a scoparle la figa gocciolante, i succhi che colano sulle mie dita e sul pavimento. Lei ansima, il corpo giovane e bello che si contorce, i seni che sfregano contro il muro freddo, «Cazzo, sì… ficcami quelle dita nel culo, allarga quel buco sporco per il tuo cazzo. Voglio sentirmi piena come una puttana da strada.»
Quando è pronta, la penetro con il cazzo nella figa prima, lubrificandolo con i suoi succhi caldi e appiccicosi, scopandola con colpi rapidi per farla bagnare di più, «Senti come ti inondo la figa, ma è solo l’inizio… ora ti prendo il culo e ti riempio come uno sborratoio.» Poi mi ritraggo e punto all’ano, spingendo piano all’inizio, la cappella grossa che forza l’ingresso stretto, dilatandolo centimetro per centimetro. Lei geme forte, il viso premuto contro il muro, «Cazzo, mi stai spaccando il culo… è enorme, mi squarcia… ma spingi di più, bastardo, fottimi il culo come una troia da quattro soldi!» Entro completamente, riempiendola fino alle palle, il suo culo che mi stringe come una morsa calda e vellutata, i muscoli che pulsano intorno al mio cazzo. Inizio a spingere, lento e profondo all’inizio, godendomi ogni stretta, ogni gemito che esce dalle sue labbra piene.
«Più forte, o sei solo chiacchiere?» mi provoca lei, la voce rotta dal piacere. La punisco con uno schiaffo sul culo, rosso e bruciante, mentre accelero, i colpi che diventano brutali, il suono della pelle contro pelle che riecheggia nel corridoio. «Ti sto sfondando il culo, puttana… senti come ti allargo quel buco stretto, lo sto trasformando in un tunnel per il mio sperma.» Le sue tette rimbalzano a ogni affondo, il corpo snello che trema, la pelle chiara arrossata dal sudore e dall’eccitazione. La sua figa gocciola sul pavimento, i succhi che schizzano a ogni ritiro, lubrificando tutto. Infilo due dita dentro mentre la scopo nel culo, doppiandola, sfregando le pareti interne, «Senti come ti riempio entrambi i buchi, troietta… la tua figa è fradicia, ma il tuo culo è una morsa calda che mi munge il cazzo.» Lei esplode: «Sto venendo… oh dio, vengo con il tuo cazzo piantato nel culo, mi fai schizzare come una vacca!» Il suo corpo convulsa, i muscoli che mi strizzano forte, schizzando sul mio polso e sul pavimento mentre urla il mio nome, il culo che pulsa intorno a me in spasmi violenti.
Non rallento, continuando a pompare con forza, le mani sui suoi fianchi per tirarla indietro a ogni spinta, «Prendilo tutto, stronzetta…ti sto inculando come meriti, riempiendo quel buco fino all’orlo.» Esplodo dentro di lei, lo sperma che la riempie calda e appiccicosa, colando fuori dal suo ano dilatato quando mi ritraggo, gocciolando lungo le sue cosce toniche. Crolliamo sul pavimento, ansimanti, ma lei – sempre ribelle – si gira e mi bacia con passione feroce, la lingua che invade la mia bocca. «Non male, capo. Ma la prossima volta, legami meglio. Quasi mi liberavo.»
Giovedì, in ufficio, il quotidiano riprende con sottili provocazioni. Mi manda un messaggio durante una riunione: «Pensa al mio culo stretto mentre parli di budget.» Rispondo: «Stasera te lo riempio di nuovo. E non implorare clemenza.» Lei ride piano dall’altro lato del tavolo, ma i suoi occhi tradiscono quel calore – non solo lussuria, ma qualcosa di più. Lo vedo quando, a fine giornata, resta per aiutarmi con un report senza che glielo chieda. «Non devi,» dico.
«Voglio,» risponde piano, e per un secondo i nostri sguardi si ammorbidiscono. È lì, il sentimento, ma lo schiviamo. «Solo per vedere se commetti errori senza di me.»
Quella notte, esploro di più la sua preferenza: la lego al letto a quattro zampe, un plug anale vibrante inserito mentre la scopo nella figa da dietro. Lei implora, «Toglilo… no, lascialo, cazzo, mi fa impazzire!» È passionale, si dimena, morde il cuscino, ma mi provoca: «Sei lento stasera? Paura di rompermi?» La punisco con spinte violente, il plug che vibra contro il mio cazzo attraverso la parete sottile, facendoci gemere entrambi. Veniamo insieme, io che le riempio la figa mentre lei schizza sul lenzuolo, il corpo che trema in estasi.
Venerdì, la tensione culmina. In ufficio, mi sfida apertamente: modifica un mio piano senza chiedere, lasciando una nota: «Il tuo era noioso. Il mio è meglio.» La punisco in bagno durante la pausa, piegata sul lavandino, gonna alzata, mutandine abbassate. Le infilo due dita nel culo secco all’inizio, lubrificandole con la
saliva – poi la scopo lì, veloce e duro, la mano sulla sua bocca per soffocare i gemiti. «Prendilo,» ringhio. «Questo è per la tua insolenza.»
Lei viene mordendomi il palmo, il culo che pulsa intorno a me, ma dopo, mentre ci ricomponiamo, mi bacia dolcemente sul collo. «Grazie,» sussurra. «Non illuderti. È solo sesso.»
«Lo so,» mente lei, ma i suoi occhi dicono altro. Il sentimento c’è, reticente, ma cresce. Lo assecondiamo? Non ancora. Il gioco è troppo eccitante, troppo sporco per rovinarlo con cuori e fiori.

Il venerdì arriva con una tensione diversa, più densa. Alba mi manda un messaggio a metà pomeriggio:
«Stasera aperitivo da Le Terrazze, ore 19.30. Tavolo riservato. Vieni vestito bene. E porta la tua pazienza, perché ho intenzione di farti impazzire.»
Non è una richiesta. È una sfida, la prima volta che prende l’iniziativa fuori dall’ufficio. Io accetto, ovviamente. Rispondo solo:
«Ci sarò. Indossa qualcosa che ti faccia sentire esposta. E ricorda: le regole le decido io.»
Arrivo puntuale. Il locale è elegante, vista sul porto al tramonto, luci soffuse, jazz in sottofondo. Alba è già seduta al tavolo d’angolo, isolato da una tenda di velluto. Indossa un abito nero midi con spacco laterale alto fino a metà coscia, tessuto leggero che aderisce alle curve come una seconda pelle, scollatura profonda a V che lascia intravedere il bordo del reggiseno di pizzo nero e la curva interna dei seni. Calze velate nere, tacchi a spillo, capelli raccolti in uno chignon morbido con qualche ciocca che le sfugge sul collo. È bellissima, giovane, pericolosa. Quando mi vede, sorride con quel ghigno ribelle che mi fa stringere i pugni.
«Sei in ritardo di due minuti,» dice, alzando il bicchiere di prosecco. «Punizione?»
Mi siedo di fronte a lei, la voce bassa. «No. Punizione sarà dopo. Ora bevi e comportati bene.»
L’aperitivo è un gioco di sguardi e tocchi nascosti. Lei accavalla le gambe lentamente, lo spacco si apre abbastanza da farmi vedere il bordo delle autoreggenti e un accenno di pizzo. Sotto il tavolo, il suo piede scalzo mi sfiora la caviglia, poi sale lungo il polpaccio, fino all’interno coscia. Preme piano contro il mio cazzo già duro attraverso i pantaloni.
«Senti quanto sei pronto,» sussurra, fingendo di guardare il menu. «Patetico. Ti basto un piede per diventare così duro?»
Io le afferro la caviglia sotto il tavolo, stringendo abbastanza da farla sussultare. «Continua a provocarmi e ti porto fuori di qui piegata in due.»
Lei ride piano, passionale, gli occhi verdi che brillano. «Provaci. Ma prima finiamo il prosecco.»
Parliamo di lavoro per un po’, come se fossimo normali, ma ogni frase è carica. Lei mi racconta un’idea geniale per la campagna, la sua mente acuta che mi colpisce come sempre. Io la ascolto, ammirandola davvero, e per un secondo il sentimento mi sfugge: mi piace averla qui, non solo per scoparla, ma per come riempie lo spazio con la sua energia. Lo reprimo subito.
Finito l’aperitivo, le dico: «Andiamo. A casa mia. Ora.»
Lei sorride, si alza con grazia, lo spacco che le mostra la coscia fino all’inguine mentre cammina davanti a me. In macchina, durante il tragitto breve, mi provoca ancora: si slaccia il primo bottone della scollatura, lasciando intravedere di più. «Ti piace guardarmi mentre guido con le tette quasi fuori?»
Io parcheggio, la afferro per i capelli appena entriamo in casa. «Basta provocazioni. Ora paghi.»
La spingo in salotto, contro il muro. Le alzo il vestito fino alla vita, le abbasso le mutandine nere di pizzo fino alle ginocchia. È già bagnata fradicia. Tiro fuori la frusta corta di pelle morbida che tengo nel cassetto – non per dolore vero, ma per il suono, per la sensazione di sottomissione, per farla arrossire la pelle chiara.
«Mani sul muro. Culo in fuori.»
Lei obbedisce, ma con quel tono stronzo: «Frustami pure, capo. Tanto lo sai che mi piace.»
Il primo colpo è leggero, sul gluteo destro. Schiocca piano. La pelle si arrossa appena. Lei inarca la schiena, gemendo. «Più forte, o sei diventato tenero?»
Secondo colpo, sinistra. Più deciso. Lei ansima, spinge il culo verso di me. «Cazzo… sì, marchiami. Fammi vedere che comando io.»
Continuo, alternando, cinque-sei colpi leggeri ma ritmati, ogni schiaffo che la fa gemere più forte, la pelle che diventa rosa acceso. Non è dolore, è dominazione pura. Ogni colpo la fa bagnare di più, i succhi che colano lungo le cosce.
«Guardati,» le dico, infilandole due dita nella figa fradicia mentre la frusto ancora. «Sei una troia bagnata che implora frustate sul culo.»
«Allora frustami e scopami, bastardo,» ribatte lei, la voce rotta dalla passione. «O hai paura di non reggere?»
La giro, la piego sul bracciolo del divano. Le lego i polsi dietro la schiena con la cintura. Le spalmo lubrificante sul culo stretto, lo apro con due dita, poi tre, girando e dilatando quel buco rosa. «Senti come ti preparo, puttanella… il tuo culo è mio stasera.»
Lei spinge indietro, impaziente. «Allora ficcamelo dentro, cazzo! Spaccami il culo come meriti una stronza.»
Punto il cazzo lubrificato, spingo dentro piano all’inizio, la cappella che forza l’ingresso stretto, dilatandolo centimetro per centimetro. Lei geme forte, il viso premuto contro il divano. «Cazzo… è grosso… mi stai squarciando il buco del culo… spingi di più, riempimi tutta!»
Entro fino in fondo, le palle contro le sue natiche arrossate. Inizio a scoparla, profondo e ritmico, le mani sui fianchi per tirarla contro di me. «Ti sto inculando forte, troia… senti come ti allargo quel culo sporco, lo sto martellando fino a farti schizzare.»
Infilo tre dita nella figa, doppiandola, sfregando il punto G mentre il cazzo pompa nel culo. I suoi succhi schizzano ovunque, bagnando il divano. «Sì… riempimi entrambi i buchi… mi fai venire con il cazzo nel culo, cazzo! Frustami ancora mentre mi scopi!»
Le do altri due colpi leggeri con la frusta sul fianco, mentre accelero, brutale ora. Lei urla, convulsa: «Sto venendo… oh dio, squirto con il tuo cazzo piantato nel culo!» Il suo corpo trema, schizza forte, i muscoli del culo che mi strizzano come una morsa.
Continuo, pompando fino a esplodere dentro di lei, lo sperma caldo che la riempie, colando fuori dal buco dilatato quando mi ritraggo.
Crolliamo sul divano. Lei ansimante, arrossata, sudata. Per un momento si accoccola contro il mio petto, il respiro calmo. «Sei… troppo,» mormora, con un sorriso stanco ma dolce.
Io le accarezzo i capelli, il cuore che batte forte. «Anche tu.»
Non dico di più. Lei non chiede. Il sentimento è lì, palpabile nel silenzio, ma lo teniamo a bada. È troppo bello così: sesso selvaggio, dominazione, ribellione. Per ora.
Domani si ricomincia. E so già che lei troverà un modo nuovo per provocarmi.
di
scritto il
2026-01-15
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