Infine l’equilibrio si spezza
di
Gwfen
genere
dominazione
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Il sole del mattino filtra piano dalle tende, tingendo la stanza di un oro caldo. Siamo sdraiati sul letto, nudi, ancora sudati dalla notte precedente, ma stavolta non c’è fretta, non c’è gioco. Solo noi due, pelle contro pelle, respiri che si mescolano.
Alba è appoggiata sul mio petto, il mento sul mio sterno, gli occhi verdi che mi guardano con quella dolcezza che non nasconde più. I capelli le cadono sul viso in ciocche disordinate, la pelle chiara ancora segnata dai rossori leggeri di ieri. È bellissima, vulnerabile in un modo che non ha mai mostrato prima.
Io le accarezzo la schiena con la punta delle dita, seguendo la curva della spina dorsale, e sento che il nodo dentro di me si scioglie. Non ce la faccio più a tenerlo dentro. Ho represso per troppo tempo, dicendomi che era solo sesso, che il sentimento sarebbe passato. Ma non passa. Cresce. E stamattina, guardandola così, mi sembra ridicolo continuare a fingere.
«Alba,» dico piano, la voce un po’ roca. «Devo dirtelo.»
Lei alza lo sguardo, curiosa, ma con quel lampo che dice già che sta per stuzzicarmi. «Dimmi. Spara, capo.»
Le prendo il viso tra le mani, i pollici che sfiorano gli zigomi. «Non è più solo un gioco per me. Ti amo. Ti amo da morire. Mi piace tutto di te: la tua testa che funziona meglio della mia metà delle volte, il modo in cui mi sfidi e mi fai vedere le cose da angolazioni che non avevo mai considerato, come riempi la casa anche quando litighiamo per una cazzata. Voglio che tu viva qui. Che sia casa nostra. Che sia reale. Non più “per ora”, non più “solo sesso”. Voglio te, tutta.»
Lei sbatte le palpebre, sorpresa, e per un secondo vedo un velo di lacrime negli occhi verdi. Ma poi sorride – quel sorriso insolente che conosco a memoria, anche se stavolta è morbido, sincero.
«Cazzo, Ste… sei proprio un romantico del cazzo quando ci metti la testa.» Ride piano, ma la voce trema. «Pensavo fossi tu quello che non si arrende mai. E invece eccoti qui, a fare la dichiarazione prima di colazione, come se non avessi paura di perdere il controllo. Sai che ti dico? Hai ragione: la mia testa funziona meglio della tua. E lo dimostra il fatto che l’ho capito settimane prima di te.»
Mi guarda con quel ghigno provocatorio, ma gli occhi sono lucidi, vulnerabili. «Però va bene, accetto. Ti amo anch’io. Da un po’. E sì, mi trasferisco qui. Ma non illuderti: sarò sempre la stessa stronza che ti fa impazzire. Solo che adesso sarò la tua stronza. E ti terrò testa ogni santo giorno, perché se non ti sfido un po’, ti annoi. Affare fatto?»
«Affare fatto,» rispondo, tirandola giù per baciarla, ridendo contro le sue labbra.
Il bacio che segue è lento, profondo, diverso da tutti gli altri. Non c’è urgenza di dominare, non c’è bisogno di punire o resistere. C’è solo desiderio puro, tenero, ma feroce. Le nostre lingue si cercano con calma, le mani che esplorano senza fretta. Le accarezzo i seni pieni, i capezzoli che si induriscono sotto i pollici, e lei sospira nella mia bocca, un suono dolce e spezzato.
«Ti voglio dentro di me,» mormora contro le mie labbra. «Ma piano… voglio sentirti tutto.»
La faccio sdraiare sulla schiena, le apro le gambe con dolcezza. È già bagnata, calda, pronta. Mi posiziono tra le sue cosce, la cappella del cazzo che sfiora l’ingresso della sua figa, e spingo dentro lentamente, centimetro per centimetro, guardandola negli occhi. Lei ansima, le mani che mi afferrano le spalle, le unghie che affondano appena.
«Cazzo… sei così grosso… mi riempie tutta,» sussurra, la voce tremante di emozione. «Senti come sono bagnata per te…»
Inizio a muovermi, lento e profondo, ogni affondo che la fa inarcare, i nostri corpi che si incastrano perfettamente. Le bacio il collo, il petto, succhio un capezzolo mentre spingo dentro, il ritmo che aumenta piano, ma resta intimo, avvolgente. Lei avvolge le gambe intorno ai miei fianchi, tirandomi più a fondo, i gemiti che diventano sospiri.
«Ti amo,» le dico all’improvviso, la voce rauca, mentre continuo a scoparla con dolcezza feroce. «Ti amo da morire.»
Lei mi guarda, gli occhi lucidi. «Anch’io… cazzo, anch’io ti amo.»
Le parole ci incendiano. Il ritmo si fa più intenso, ma resta tenero: le nostre bocche unite, le lingue che danzano, le mani intrecciate sopra la sua testa. La sua figa mi stringe calda e bagnata, i succhi che colano tra noi a ogni spinta. Lei geme piano, il corpo che trema, l’orgasmo che sale lento e inevitabile.
«Sto venendo… oh dio, vengo con te dentro…»
Sento i suoi muscoli contrarsi intorno al mio cazzo, il suo corpo che convulsa dolcemente, un orgasmo lungo e profondo che la fa sospirare il mio nome contro la mia bocca. Continuo a muovermi, prolungandolo, fino a quando non resisto più.
«Voglio venire in faccia,» le dico, la voce spezzata dal piacere. «Per la prima volta… voglio vederti coperta del mio sperma.»
Lei annuisce, gli occhi pieni di amore e desiderio. «Sì… fallo. Marchiami.»
Mi tiro fuori, mi inginocchio sopra di lei. Lei apre la bocca, la lingua fuori, gli occhi fissi nei miei. Pompo il cazzo con la mano, duro e lucido dei suoi succhi, e vengo forte, schizzi caldi e densi che le colpiscono le guance, le labbra, il mento, qualche goccia sul seno. Lei geme piano, leccando quello che può raggiungere, il viso arrossato, bellissimo, segnato dal mio piacere.
Crollo accanto a lei, la tiro tra le mie braccia. Le pulisco il viso con un fazzoletto, la bacio piano sulle labbra ancora umide.
«Casa nostra,» sussurro.
«Casa nostra,» ripete lei, accoccolandosi contro il mio petto. «E ora… caffè. Ma lo fai tu. È il tuo primo compito da fidanzato.»
Rido, stringendola più forte. Il gioco è finito. È iniziato tutto il resto.
Il trasferimento è stato rapido, quasi impulsivo, come tutto quello che ci riguarda. Una domenica di fine giugno, con il furgone noleggiato e quattro scatoloni pieni di vestiti, libri, scarpe coi tacchi e qualche pianta che teneva sul balcone del suo vecchio appartamento. Niente mobili grossi: la sua roba era poca, essenziale, e il resto l’ha lasciato lì. «Tanto da te c’è già tutto,» ha detto ridendo mentre caricavamo l’ultima valigia. «E se mi mancherà qualcosa, ti manderò a prenderla.» Durante il viaggio, mentre guidavo, lei ha iniziato a discutere del colore delle tende in soggiorno. «Le tue sono orribili, sembrano da nonno. Cambiamole in rosso, per ravvivare.» Io ho obiettato: «Rosso? Troppo aggressivo per una casa tranquilla.» Lei ha incrociato le braccia, con quel ghigno: «Aggressivo? Come se non ti piacessi aggressiva. Fidati, io ho sempre ragione su queste cose. Il rosso vince.» Abbiamo litigato per tutto il tragitto, ma era uno scontro stimolante, di quelli che ci accendono: lei con le sue idee decise e taglienti, io con le mie, finendo per ridere e baciarci a un semaforo, perché alla fine il rosso è entrato in casa.
La villetta sulle alture della città è lontana dal caos del centro, un quarto d’ora di curve strette tra ulivi e muretti a secco. È una casa bassa, bianca con persiane verde scuro, tetto di tegole rosse, e un giardino grande che la circonda completamente, chiuso da un alto muro di pietra coperto d’edera. Dentro: pavimento di cotto antico, travi a vista, cucina aperta con isola centrale, due bagni, tre camere. La camera da letto principale dà sul giardino, con una portafinestra che si apre su un terrazzino privato. È lì che abbiamo messo il letto matrimoniale king size, le lenzuola bianche che Alba ha insistito per comprare nuove. «Non voglio dormire sulle tracce delle tue ex,» ha detto con quel ghigno stronzo, ma poi mi ha baciato piano, come se volesse cancellare davvero ogni fantasma.
I primi giorni sono stati strani, bellissimi, caotici. Alba arriva la sera dopo il lavoro, scarica la borsa sul divano, si toglie le scarpe coi tacchi e cammina scalza sul cotto fresco. «Cazzo, che bello avere un giardino vero,» dice la prima sera, uscendo in accappatoio dopo la doccia, i capelli bagnati che le gocciolano sulle spalle. Il giardino è grande, cintato da muri alti e siepi fitte, invisibile da fuori. C’è un ulivo vecchio al centro, un tavolo di ferro battuto sotto un pergolato di glicine, e un angolo con due sdraio dove lei si sdraia nuda al sole quando sa che nessuno può vederla. «Vieni qui,» mi chiama una mattina presto, mentre sono in cucina col caffè. È sdraiata sulla sdraio, l’accappatoio aperto, le gambe leggermente divaricate, la pelle già dorata dal sole estivo. «Il caffè lo bevi dopo. O preferisci che ti faccia aspettare ancora un po’, eh? Tanto lo sai che vinco io.»
Io lascio la tazza sul tavolo e vado da lei. Mi inginocchio tra le sue gambe, le bacio l’interno coscia, salgo piano fino alla figa già umida. La lecco lentamente, assaporando il suo sapore dolce e salato, mentre lei mi passa le dita tra i capelli, sospirando piano ma con quel tono che non perde mai del tutto: «Così… piano… non c’è fretta. Ma se ti fermi, ti lego io al letto e ti faccio implorare. Non pensare che sia diventata una santarellina solo perché vivo qui.» La faccio venire con la lingua, piano, profondo, e quando trema e mi stringe la testa tra le cosce, le sussurro contro la figa: «Benvenuta a casa.»
Lei ride, ancora ansimante. «Casa nostra, stronzo. E non dimenticartelo. Se no ti ricordo io chi comanda davvero.»
La convivenza è fatta di piccole cose che diventano enormi. Lei che ruba la mia maglietta per dormire, troppo grande per lei, le arriva a metà coscia e quando si china a prendere qualcosa dal frigo mi fa vedere che sotto non ha niente, poi si gira con quel ghigno: «Che fai, guardi? O preferisci che te lo mostri meglio? Dai, ammetti che la tua ex non aveva questo livello.» Io che le preparo il caffè la mattina, lei che mi bacia la schiena mentre lo faccio, le mani che scivolano sul mio petto, ma poi mi sussurra all’orecchio: «Se lo bruci, ti punisco io stasera. E non con le mani legate.» Litighiamo per stupidaggini – lei che lascia le scarpe in mezzo al corridoio, io che dimentico di buttare il cartone del latte – ma i litigi finiscono sempre nello stesso modo: un bacio che diventa urgente, mani che si cercano, corpi che si fondono, e alla fine lei che ride contro la mia bocca: «Vedi? Anche quando ti odio, ti voglio. E tu non puoi fare a meno di me, ammettilo.»
Una sera, dopo cena, siamo in giardino. Il cielo è viola scuro, le luci della città lontane in basso. Alba è seduta sul tavolo di ferro, le gambe penzoloni, un bicchiere di vino in mano. Indossa solo una delle mie camicie bianche, sbottonata, nuda sotto. Mi guarda con quel sorriso che ormai conosco a memoria, ma stavolta c’è qualcosa di più morbido, quasi vulnerabile.
«Sai,» dice piano, «pensavo che vivere insieme mi avrebbe fatto sentire… intrappolata. Invece mi sento libera. Libera di essere me stessa, stronza compresa. Libera di provocarti ogni santo giorno, di farti incazzare e poi di farti venire come un pazzo. E di dimostrarti ogni volta che ho ragione io.»
Io mi avvicino, le metto le mani sui fianchi, la tiro verso di me. «Sei libera. E io sono felice che tu sia qui. Anche quando mi fai incazzare.»
Lei posa il bicchiere, mi tira per la camicia. «Allora dimostramelo. Ma stavolta senza fruste, senza ordini. Solo noi.»
La bacio, lento, profondo. Le slaccio la camicia, le accarezzo i seni, i capezzoli che si induriscono sotto i pollici. Lei mi slaccia i pantaloni, mi prende in mano, accarezza piano mentre io le bacio il collo. Ci spostiamo sul prato, sotto l’ulivo, lei sdraiata sull’erba fresca, io sopra di lei. Entro piano, guardandola negli occhi, e facciamo l’amore con calma, i corpi che si muovono insieme, i gemiti che si mischiano al rumore del vento tra le foglie.
Dopo, restiamo lì, abbracciati, nudi sotto le stelle. Lei appoggia la testa sul mio petto.
«Casa nostra,» sussurra.
«Casa nostra,» rispondo, stringendola più forte.
E per la prima volta, non c’è “per ora”. C’è solo noi, qui, per sempre. Con lei che probabilmente domani mi sveglierà leccandomi il cazzo per “punirmi” di averle rubato il cuscino. E io che non vedo l’ora.
Il sole del mattino filtra piano dalle tende, tingendo la stanza di un oro caldo. Siamo sdraiati sul letto, nudi, ancora sudati dalla notte precedente, ma stavolta non c’è fretta, non c’è gioco. Solo noi due, pelle contro pelle, respiri che si mescolano.
Alba è appoggiata sul mio petto, il mento sul mio sterno, gli occhi verdi che mi guardano con quella dolcezza che non nasconde più. I capelli le cadono sul viso in ciocche disordinate, la pelle chiara ancora segnata dai rossori leggeri di ieri. È bellissima, vulnerabile in un modo che non ha mai mostrato prima.
Io le accarezzo la schiena con la punta delle dita, seguendo la curva della spina dorsale, e sento che il nodo dentro di me si scioglie. Non ce la faccio più a tenerlo dentro. Ho represso per troppo tempo, dicendomi che era solo sesso, che il sentimento sarebbe passato. Ma non passa. Cresce. E stamattina, guardandola così, mi sembra ridicolo continuare a fingere.
«Alba,» dico piano, la voce un po’ roca. «Devo dirtelo.»
Lei alza lo sguardo, curiosa, ma con quel lampo che dice già che sta per stuzzicarmi. «Dimmi. Spara, capo.»
Le prendo il viso tra le mani, i pollici che sfiorano gli zigomi. «Non è più solo un gioco per me. Ti amo. Ti amo da morire. Mi piace tutto di te: la tua testa che funziona meglio della mia metà delle volte, il modo in cui mi sfidi e mi fai vedere le cose da angolazioni che non avevo mai considerato, come riempi la casa anche quando litighiamo per una cazzata. Voglio che tu viva qui. Che sia casa nostra. Che sia reale. Non più “per ora”, non più “solo sesso”. Voglio te, tutta.»
Lei sbatte le palpebre, sorpresa, e per un secondo vedo un velo di lacrime negli occhi verdi. Ma poi sorride – quel sorriso insolente che conosco a memoria, anche se stavolta è morbido, sincero.
«Cazzo, Ste… sei proprio un romantico del cazzo quando ci metti la testa.» Ride piano, ma la voce trema. «Pensavo fossi tu quello che non si arrende mai. E invece eccoti qui, a fare la dichiarazione prima di colazione, come se non avessi paura di perdere il controllo. Sai che ti dico? Hai ragione: la mia testa funziona meglio della tua. E lo dimostra il fatto che l’ho capito settimane prima di te.»
Mi guarda con quel ghigno provocatorio, ma gli occhi sono lucidi, vulnerabili. «Però va bene, accetto. Ti amo anch’io. Da un po’. E sì, mi trasferisco qui. Ma non illuderti: sarò sempre la stessa stronza che ti fa impazzire. Solo che adesso sarò la tua stronza. E ti terrò testa ogni santo giorno, perché se non ti sfido un po’, ti annoi. Affare fatto?»
«Affare fatto,» rispondo, tirandola giù per baciarla, ridendo contro le sue labbra.
Il bacio che segue è lento, profondo, diverso da tutti gli altri. Non c’è urgenza di dominare, non c’è bisogno di punire o resistere. C’è solo desiderio puro, tenero, ma feroce. Le nostre lingue si cercano con calma, le mani che esplorano senza fretta. Le accarezzo i seni pieni, i capezzoli che si induriscono sotto i pollici, e lei sospira nella mia bocca, un suono dolce e spezzato.
«Ti voglio dentro di me,» mormora contro le mie labbra. «Ma piano… voglio sentirti tutto.»
La faccio sdraiare sulla schiena, le apro le gambe con dolcezza. È già bagnata, calda, pronta. Mi posiziono tra le sue cosce, la cappella del cazzo che sfiora l’ingresso della sua figa, e spingo dentro lentamente, centimetro per centimetro, guardandola negli occhi. Lei ansima, le mani che mi afferrano le spalle, le unghie che affondano appena.
«Cazzo… sei così grosso… mi riempie tutta,» sussurra, la voce tremante di emozione. «Senti come sono bagnata per te…»
Inizio a muovermi, lento e profondo, ogni affondo che la fa inarcare, i nostri corpi che si incastrano perfettamente. Le bacio il collo, il petto, succhio un capezzolo mentre spingo dentro, il ritmo che aumenta piano, ma resta intimo, avvolgente. Lei avvolge le gambe intorno ai miei fianchi, tirandomi più a fondo, i gemiti che diventano sospiri.
«Ti amo,» le dico all’improvviso, la voce rauca, mentre continuo a scoparla con dolcezza feroce. «Ti amo da morire.»
Lei mi guarda, gli occhi lucidi. «Anch’io… cazzo, anch’io ti amo.»
Le parole ci incendiano. Il ritmo si fa più intenso, ma resta tenero: le nostre bocche unite, le lingue che danzano, le mani intrecciate sopra la sua testa. La sua figa mi stringe calda e bagnata, i succhi che colano tra noi a ogni spinta. Lei geme piano, il corpo che trema, l’orgasmo che sale lento e inevitabile.
«Sto venendo… oh dio, vengo con te dentro…»
Sento i suoi muscoli contrarsi intorno al mio cazzo, il suo corpo che convulsa dolcemente, un orgasmo lungo e profondo che la fa sospirare il mio nome contro la mia bocca. Continuo a muovermi, prolungandolo, fino a quando non resisto più.
«Voglio venire in faccia,» le dico, la voce spezzata dal piacere. «Per la prima volta… voglio vederti coperta del mio sperma.»
Lei annuisce, gli occhi pieni di amore e desiderio. «Sì… fallo. Marchiami.»
Mi tiro fuori, mi inginocchio sopra di lei. Lei apre la bocca, la lingua fuori, gli occhi fissi nei miei. Pompo il cazzo con la mano, duro e lucido dei suoi succhi, e vengo forte, schizzi caldi e densi che le colpiscono le guance, le labbra, il mento, qualche goccia sul seno. Lei geme piano, leccando quello che può raggiungere, il viso arrossato, bellissimo, segnato dal mio piacere.
Crollo accanto a lei, la tiro tra le mie braccia. Le pulisco il viso con un fazzoletto, la bacio piano sulle labbra ancora umide.
«Casa nostra,» sussurro.
«Casa nostra,» ripete lei, accoccolandosi contro il mio petto. «E ora… caffè. Ma lo fai tu. È il tuo primo compito da fidanzato.»
Rido, stringendola più forte. Il gioco è finito. È iniziato tutto il resto.
Il trasferimento è stato rapido, quasi impulsivo, come tutto quello che ci riguarda. Una domenica di fine giugno, con il furgone noleggiato e quattro scatoloni pieni di vestiti, libri, scarpe coi tacchi e qualche pianta che teneva sul balcone del suo vecchio appartamento. Niente mobili grossi: la sua roba era poca, essenziale, e il resto l’ha lasciato lì. «Tanto da te c’è già tutto,» ha detto ridendo mentre caricavamo l’ultima valigia. «E se mi mancherà qualcosa, ti manderò a prenderla.» Durante il viaggio, mentre guidavo, lei ha iniziato a discutere del colore delle tende in soggiorno. «Le tue sono orribili, sembrano da nonno. Cambiamole in rosso, per ravvivare.» Io ho obiettato: «Rosso? Troppo aggressivo per una casa tranquilla.» Lei ha incrociato le braccia, con quel ghigno: «Aggressivo? Come se non ti piacessi aggressiva. Fidati, io ho sempre ragione su queste cose. Il rosso vince.» Abbiamo litigato per tutto il tragitto, ma era uno scontro stimolante, di quelli che ci accendono: lei con le sue idee decise e taglienti, io con le mie, finendo per ridere e baciarci a un semaforo, perché alla fine il rosso è entrato in casa.
La villetta sulle alture della città è lontana dal caos del centro, un quarto d’ora di curve strette tra ulivi e muretti a secco. È una casa bassa, bianca con persiane verde scuro, tetto di tegole rosse, e un giardino grande che la circonda completamente, chiuso da un alto muro di pietra coperto d’edera. Dentro: pavimento di cotto antico, travi a vista, cucina aperta con isola centrale, due bagni, tre camere. La camera da letto principale dà sul giardino, con una portafinestra che si apre su un terrazzino privato. È lì che abbiamo messo il letto matrimoniale king size, le lenzuola bianche che Alba ha insistito per comprare nuove. «Non voglio dormire sulle tracce delle tue ex,» ha detto con quel ghigno stronzo, ma poi mi ha baciato piano, come se volesse cancellare davvero ogni fantasma.
I primi giorni sono stati strani, bellissimi, caotici. Alba arriva la sera dopo il lavoro, scarica la borsa sul divano, si toglie le scarpe coi tacchi e cammina scalza sul cotto fresco. «Cazzo, che bello avere un giardino vero,» dice la prima sera, uscendo in accappatoio dopo la doccia, i capelli bagnati che le gocciolano sulle spalle. Il giardino è grande, cintato da muri alti e siepi fitte, invisibile da fuori. C’è un ulivo vecchio al centro, un tavolo di ferro battuto sotto un pergolato di glicine, e un angolo con due sdraio dove lei si sdraia nuda al sole quando sa che nessuno può vederla. «Vieni qui,» mi chiama una mattina presto, mentre sono in cucina col caffè. È sdraiata sulla sdraio, l’accappatoio aperto, le gambe leggermente divaricate, la pelle già dorata dal sole estivo. «Il caffè lo bevi dopo. O preferisci che ti faccia aspettare ancora un po’, eh? Tanto lo sai che vinco io.»
Io lascio la tazza sul tavolo e vado da lei. Mi inginocchio tra le sue gambe, le bacio l’interno coscia, salgo piano fino alla figa già umida. La lecco lentamente, assaporando il suo sapore dolce e salato, mentre lei mi passa le dita tra i capelli, sospirando piano ma con quel tono che non perde mai del tutto: «Così… piano… non c’è fretta. Ma se ti fermi, ti lego io al letto e ti faccio implorare. Non pensare che sia diventata una santarellina solo perché vivo qui.» La faccio venire con la lingua, piano, profondo, e quando trema e mi stringe la testa tra le cosce, le sussurro contro la figa: «Benvenuta a casa.»
Lei ride, ancora ansimante. «Casa nostra, stronzo. E non dimenticartelo. Se no ti ricordo io chi comanda davvero.»
La convivenza è fatta di piccole cose che diventano enormi. Lei che ruba la mia maglietta per dormire, troppo grande per lei, le arriva a metà coscia e quando si china a prendere qualcosa dal frigo mi fa vedere che sotto non ha niente, poi si gira con quel ghigno: «Che fai, guardi? O preferisci che te lo mostri meglio? Dai, ammetti che la tua ex non aveva questo livello.» Io che le preparo il caffè la mattina, lei che mi bacia la schiena mentre lo faccio, le mani che scivolano sul mio petto, ma poi mi sussurra all’orecchio: «Se lo bruci, ti punisco io stasera. E non con le mani legate.» Litighiamo per stupidaggini – lei che lascia le scarpe in mezzo al corridoio, io che dimentico di buttare il cartone del latte – ma i litigi finiscono sempre nello stesso modo: un bacio che diventa urgente, mani che si cercano, corpi che si fondono, e alla fine lei che ride contro la mia bocca: «Vedi? Anche quando ti odio, ti voglio. E tu non puoi fare a meno di me, ammettilo.»
Una sera, dopo cena, siamo in giardino. Il cielo è viola scuro, le luci della città lontane in basso. Alba è seduta sul tavolo di ferro, le gambe penzoloni, un bicchiere di vino in mano. Indossa solo una delle mie camicie bianche, sbottonata, nuda sotto. Mi guarda con quel sorriso che ormai conosco a memoria, ma stavolta c’è qualcosa di più morbido, quasi vulnerabile.
«Sai,» dice piano, «pensavo che vivere insieme mi avrebbe fatto sentire… intrappolata. Invece mi sento libera. Libera di essere me stessa, stronza compresa. Libera di provocarti ogni santo giorno, di farti incazzare e poi di farti venire come un pazzo. E di dimostrarti ogni volta che ho ragione io.»
Io mi avvicino, le metto le mani sui fianchi, la tiro verso di me. «Sei libera. E io sono felice che tu sia qui. Anche quando mi fai incazzare.»
Lei posa il bicchiere, mi tira per la camicia. «Allora dimostramelo. Ma stavolta senza fruste, senza ordini. Solo noi.»
La bacio, lento, profondo. Le slaccio la camicia, le accarezzo i seni, i capezzoli che si induriscono sotto i pollici. Lei mi slaccia i pantaloni, mi prende in mano, accarezza piano mentre io le bacio il collo. Ci spostiamo sul prato, sotto l’ulivo, lei sdraiata sull’erba fresca, io sopra di lei. Entro piano, guardandola negli occhi, e facciamo l’amore con calma, i corpi che si muovono insieme, i gemiti che si mischiano al rumore del vento tra le foglie.
Dopo, restiamo lì, abbracciati, nudi sotto le stelle. Lei appoggia la testa sul mio petto.
«Casa nostra,» sussurra.
«Casa nostra,» rispondo, stringendola più forte.
E per la prima volta, non c’è “per ora”. C’è solo noi, qui, per sempre. Con lei che probabilmente domani mi sveglierà leccandomi il cazzo per “punirmi” di averle rubato il cuscino. E io che non vedo l’ora.
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