Il settimo comando
di
Tempo Al Tempo
genere
dominazione
Roma non mi dava pace quella settimana, con il suo inverno incipiente che avvolgeva tutto in una nebbia grigia e umida. Camminavo per le vie del quartiere Testaccio, l'aria satura dell'odore di pane caldo dalle panetterie e di carne alla griglia dalle osterie affollate, misto al fumo acre dei camini che saliva dai tetti rossi e arancioni dei palazzi popolari. I colori erano smorzati: il giallo ocra delle facciate sbiadite dalla pioggia, il verde scuro delle persiane chiuse contro il freddo, il grigio piombo del Tevere che scorreva pigro in lontananza, riflettendo le luci tremolanti dei lampioni. I suoni mi assalivano – il vociare allegro ai mercati rionali, il clangore di bicchieri da un bar vicino, il rombo occasionale di un motorino che sfrecciava sui sampietrini bagnati. E gli odori: quel mix inebriante di caffè forte, spezie dal vicino mercato, e un velo di umidità che rendeva l'atmosfera opprimente, come se la città stessa mi stringesse il petto. Dopo l'incontro al Foro con Francesca, la crepa nella mia armatura si era allargata: quel flashback su Sofia mi tormentava, un ricordo che avevo sepolto sotto strati di conquiste e comandi. Io, il predatore infallibile, sentivo per la prima volta un vuoto che il dominio non colmava. Ma non potevo fermarmi; il controllo era la mia ancora, o almeno così mi illudevo.
Francesca mi aveva scritto dopo quella notte, la sua ribellione ancora viva ma venata di curiosità: "Non finisce qui, Daniele. Voglio sapere di più su quel tuo 'qualcosa' nascosto." La sua psicologia mi intrigava e mi spaventava: una donna che non si accontentava di sottomettersi, ma scavava, sfidandomi sul piano emotivo.
"Vieni da me stasera," le dissi al telefono, la voce ferma nonostante il tremore interiore. "Indossa lingerie rossa, quella che ti fa sentire potente. Quando arrivi, ti legherò e ti farò implorare. E dopo... parleremo." Lei rise, beffarda: "Parlare? Tu? Non sei tipo da confessioni. Ma verrò, solo per vederti crollare." La sua ribellione era feroce, un'arma che usava per difendersi, ma sentivo che anche lei era divisa: l'orgoglio la spingeva a combattere, il desiderio la legava a me.
Arrivò al mio appartamento, elegante come sempre, il cappotto che nascondeva la lingerie rossa che le avevo ordinato. L'odore del suo profumo riempì la stanza, mescolandosi al mio dopobarba speziato e al lieve aroma di candele accese per l'occasione. I colori della camera erano intimi: pareti beige illuminate da luci soffuse, lenzuola azzurre sul letto king-size, il rosso vivo della sua lingerie che contrastava come un avvertimento. I suoni erano ovattati – il ticchettio dei suoi tacchi sul parquet, il nostro respiro accelerato, il distante traffico di Roma che filtrava dalle finestre.
"Mostrami," comandai. Lei slacciò il cappotto con sfida, rivelando il completo: reggiseno push-up che esaltava i seni pieni, mutandine di pizzo che lasciavano intravedere il ciuffo curato, giarrettiera che fasciava le cosce tornite. "Contento?" disse, girandosi lentamente, il culo sodo che ondeggiava provocatorio. "Ora legami, se hai il coraggio."
La sua ribellione mi eccitò, ma anche mi turbò: era come se mi leggesse dentro. La spinsi sul letto, legandole i polsi alle testate con sciarpe di seta nera, le gambe spalancate e ancorate. Lei si dimenò, imprecando ma i suoi capezzoli turgidi sotto il pizzo tradivano l'eccitazione. Iniziai piano, dominandola con tocchi calcolati: le mie dita sfiorarono i seni, strizzando i capezzoli attraverso il tessuto fino a farla ansimare, poi scesero sul ventre maturo, segnato da lievi smagliature che la rendevano reale, umana. Le tolsi le mutandine con i denti, esponendo il sesso gonfio, labbra rosa e umide che si aprivano invitanti, il clitoride eretto. "Implora," dissi, leccandola piano, la lingua che girava intorno al bocciolo sensibile, assaporando il suo sapore muschiato. "Mai!" rispose, ma inarcò i fianchi, spingendosi contro la mia bocca. Aumentai il ritmo: dita dentro di lei, due, poi tre, curvate a sfregare il punto G, mentre succhiavo il clitoride con forza. I suoni umidi riempivano la stanza, i suoi gemiti misti a imprecazioni: "Dio, sì... no, ti odio, sei un porco!"
La portai al limite più volte, fermandomi prima dei farla arrivare all'orgasmo, il mio sadismo che godeva della sua frustrazione. Poi, mi spogliai: pantaloni giù, il mio membro duro e venoso che balzava fuori, pulsante. Entrai piano, la cappella che premeva contro l'ingresso bagnato, affondando lento per farle sentire ogni centimetro avvolto dal suo calore vellutato. Pompai ritmato, profondo, il bacino che sfregava contro il suo clitoride a ogni affondo, le palle che sbattevano contro la sua pelle scivolosa. Sudavamo, i corpi che scivolavano, l'odore di sesso che saturava l'aria. "Vieni," comandai, stringendole il collo leggermente. Lei resistette – "Non per te, stronzo!" – ma esplose, le pareti che si contraevano in spasmi violenti intorno a me, urlando a singhiozzi. Prolungai il suo piacere con affondi potenti, sentendo i suoi succhi schizzare, poi venni anch'io: getti caldi e pulsanti dentro di lei, svuotandomi completamente.
Esausti, la slegai. Ma invece di andarsene, Francesca si accoccolò contro di me, la testa sul mio petto. "Ora dimmi," mormorò, la voce dolce ma insistente. "Quella crepa... Sofia, vero? Elena me l'ha accennato una volta, un tuo ex amore." Le sue parole riaprirono la ferita: Sofia, la donna che mi aveva iniziato al dominio ma mi aveva lasciato, dicendomi che ero "troppo emotivo, troppo debole per il vero controllo." Il mio punto debole emerse crudo: lacrime inaspettate mi rigarono il viso, il corpo che tremava. "Sì," ammisi, la voce rotta. "Mi ha spezzato. Da allora, comando per non essere comandato, per non amare. Ma con te... è diverso. Mi fai paura, Francesca. Paura di volerti davvero." Lei mi baciò, la sua ribellione trasformata in tenerezza: "Allora smetti di comandare. Proviamo a essere pari." Per la prima volta, dubitai del mio ruolo: il predatore sentiva il calore, e la crepa si allargava in una voragine. Forse tutto poteva cambiare. O forse no.
Roma, con le sue ombre, mi chiamava ancora.
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