Yussuf, quando da baco diventi farfalla - parte 1

Scritto da , il 2021-03-12, genere trans

Mi chiamo Yussuf e sono fuggito dal mio paese, il Pakistan, perchè su di me pesa una condanna a morte per sodomia, in quanto trans effeminato preso in flagranza di reato, e in un paese regolato dalla sharia, la fanatica legge islamica, per quelli come me, sopratutto quando vengono colti sul fatto, c'è solo la morte.

Tutto iniziò da adolescente quando i miei genitori mi mandarono in convitto in una scuola coranica con la speranza di potermi redimere da questa mia condizione che già manifestavo da bambino ai primi impulsi sessuali e che, oltre una vergogna, consideravano una malattia diabolica. Mio padre in particolare, fervente islamico tradizionalista, non sopportava proprio questa mia evidente effeminatezza e spesso mi picchiava.

Solo che, come si suol dire, la toppa si rivelò peggiore del buco in quanto essendo l'universo dei credenti di qualunque religione pieno di persone dalla doppia morale, quella pubblica e quella privata, il fascino della mia bellezza androgina non passò inosservato nemmeno in quel luogo di apparente spiritualità.

Così appena entrato nella mandrasa ricevetti immediatamente le morbose attenzioni del mio maestro, che approfittando della mia condizione e del cruccio di mio padre, con la scusa di dovermi guarire dal mio male blasfemo, in gran segreto mi fece diventare la sua troia. Così mi definiva, eccitato, quando nel chiuso di uno spogliatoio dopo le abluzioni sacre mi metteva in bocca il suo grosso cazzo o la sera quando con scuse diverse mi prelevava dal dormitorio e mi portava nel suo letto dove mi scopava oltre che in bocca pure nel culo.

Devo dire che superato il primo normale sbigottimento, non mi dispiaceva per nulla essere trattato proprio come una donna. La sua troia. Infondo era quello che volevo, la mia natura, e lui non era poi così male, sebbene panciuto e peloso, ma ancora abbastanza giovane e virgulto.
Mi piaceva essere sottomesso alle sue voglie di porco depravato, che in pubblico lanciava ogni sorta di anatema non solo contro l'omosessualità, ma contro tutte le forme di sessualità che non fossero il matrimonio tra uomo e donna con soli fini di procreazione.

Mi piaceva al mattino, al risveglio dopo averci passato la notte, quando mi costringeva a spompinarlo dopo avergli servito il caffè a letto. Mi piaceva quando dopo un bagno o la doccia si faceva massaggiare ed alla fine pretendeva il pompino. Mi piaceva pure quando mi leccava nudo iniziando dai piedi e finendo sul mio piccolo pisello eccitato come se fosse una fica.

Poi, dopo un anno circa di vita da vera e propria concubina, avvenne che conobbi un ragazzo mio coetaneo con cui iniziai una relazione. Di lui m'innamorai seriamente e di continuare a fare la schiava sessuale non mi piaceva più. Avrei voluto vivere un amore vero. Ma dimenticai che ero in Pakistan, dunque non ci volle molto al mio maestro per accorgersene e iniziare a sospettare di me. Così un giorno mi seguì e, pazzo di gelosia, mi fece sorprendere in flagranza dalla polizia mentre scambiavo tenere effusioni con mio fidanzato.

Fui incarcerato, frustato e condannato a morte da un tribunale islamico per lapidazione. La mia famiglia per la vergogna mi disconobbe e mio padre di conseguenza non fece nulla per chiedere la grazia. La mia fortuna fu che prima che venisse eseguita la sentenza fui mandato ai domiciliari proprio nella scuola coranica, dove, forse per timore che io rivelassi cosa mi faceva o magari per un barlume di rimorso di coscienza, il maestro mi fece fuggire.

Così grazie a certe sue amicizie raggiunsi l'Arabia Saudita, dove fui venduto, letteralmente, ad un mezzadro che curava certi appezzamenti di terreno di un ricco uomo d'affari saudita. Visto il mio fisico esile mi ritenne adatto ad accudire le gabbie delle galline e dei conigli. Dopo nemmeno un mese in cui pulivo guano, distribuivo granaglie e con le mie manine delicate raccoglievo uova, avvenne che una mattina il ricco saudita, in visita alle sue proprietà, mi notò e mi propose di servire in casa sue come valletto per lui e la sua famiglia.
Lui era un uomo sulla cinquantina d'anni affascinante sebbene un po' sovrappeso, vestiva con la tipica tunica araba copricapo compreso, con me fu subito cortese e sorridente perchè gli piacqui molto.

Ricordo che appena entrato in casa sua, una splendida villa di svariati metri quadri riccamente arredata, con ettari di giardino intorno, due piscine, palestra e spa privata, appena il tempo di ripulirmi, cambiarmi ed essere presentato alla moglie, all'unica figlia sedicenne e alla coppia, marito e moglie, di domestici filippini, che il ricco saudita mi precettò nel suo bagno personale perchè lo assistessi durante la doccia.

Dovevo asciugargli i polpacci ed i piedi, finito di lavarsi, in quanto lui non riusciva a piegarsi bene. Ma in realtà era solo una scusa. Infatti dopo aver adempiuto al compito, approfittando del suo potere ed eccitato per la mia effeminatezza e per la mia indole da sottomesso, dovevo fargli i pompini rilassato sul divanetto in quello splendido ambiente con luci soffuse e musica di sottofondo, con il ricatto di ricacciarmi a pulire merda nelle sue stalle se non eseguivo e non avessi mantenuto il segreto.

Ricatto di cui, francamente, poteva fare a meno, visto che fargli da troia mi piaceva parecchio e quindi di rivelare a chiunque sia quanto succedeva nell'intimo di quella casa, dove stavo benissimo, non mi passava manco lontanamente per la mente.
Ero il suo diversivo segreto per rompere la monotonia eterosessuale. Infatti oltre a fare normalmente sesso con la moglie, aveva un paio di bellissime escort fisse con la quale si divertiva nella sua spa personale e in entrambi le situazioni venivo spesso coinvolto. Gli piacevo solo e nei giochi a tre.

Con la moglie, nel loro talamo nuziale, avevo il compito di scaldare loro gli organi sessuali. Leccavo la fica a lei e poi subito dopo spompinavo per un po' lui, che raggiunta la giusta durezza la penetrava in posizione del missionario mentre io da sotto gli dovevo leccare le palle. Qualche volta mi inculava mentre leccavo la fica della sua signora che godeva a cosce aperte. A fine di tutto dovevo ripulire gli umori di marito e moglie con la lingua, per poi massaggiare loro i piedi a turno, mentre si rilassavano paghi dei loro rispettivi orgasmi.

Con l'escort di turno amava fare un gioco che chiamava “la stereofonia”. In pratica il padrone si posizionava comodamente nella vasca idromassaggio e mentre, luci e musica soffusa, sorseggiava un flute col suo drink preferito, noi seduti accanto gli succhiavamo il cazzo io da destra e lei da sinistra. Altre volte ci ordinava di abbandonarci in effusioni erotiche in vasca, mentre lui ci guardava eccitato come fossimo due lesbiche, poi quando si infoiava ben bene si scopava la ragazza alla pecorina ordinando a me, prima di infilargli un preservativo e poi di fare la stessa cosa che facevo con la moglie: posizionarmi sotto i suoi coglioni e leccarglieli mentre trombava.

Delle sere dopo cena la padrona voleva che gli massaggiassi i piedi mentre comodamente seduta sulla penisola del grande divano del salone guardava la tv con maxi schermo. Questa scena eccitava particolarmente il padrone che si sedeva vicino alla moglie, mi ordinava di passare dalle mani alla lingua, si denudava il cazzo e lei glielo masturbava dolcemente mentre osservava come umiliato leccavo i piedi della moglie. Quando stava per raggiungere l'orgasmo mi ordinava di avvicinarmi a lui in ginocchio tra le sue gambe, aprire la bocca sopra la sua cappella turgida e violacea per l'eccitazione e con l'aumentare del ritmo della masturbazione della moglie, prendere tutta sborrata fino in gola.

Anche la figlia si divertiva con me. Di bell'aspetto, elegante nei modi e di un apparente candore, in realtà era di un bastardo, di un sadico e di un capriccioso che nessuno avrebbe potuto mai immaginare.
La mattina voleva servita la colazione a letto e c'era sempre qualcosa che non andava bene costringendomi a fare più volte avanti e indietro dalla cucina.
Se osavo dirgli che quel tal alimento me lo aveva chiesto lei la sera prima, quando faceva la lista delle cose da mangiare, mi dava un solenne ceffone perchè non era vero e gli stavo dando della bugiarda.
Se scendendo dal letto non le baciavo i piedi e le mettevo velocemente le pantofole, ne prendevo un altro. Così se non rassettavo velocemente la sua stanza che di proposito rendeva una bolgia di oggetti vari, bambole, cuscini, letto sfatto, vestiti dismessi comprese mutandine e calze sporche e puzzolenti.

Mi costringeva per ore accovacciato a fargli da poggiapiedi mentre in poltrona guardava un film o chattava col suo iphone di ultima generazione.
Si faceva leccare le piante dei piedi dopo aver fatto appositamente footing a piedi nudi nel grande giardino della villa.
Quando invitava le amiche per un party a bordo piscina ero il loro gioco preferito. La padroncina mi faceva denudare e con le altre ragazze mi umiliava deridendomi per il mio cazzo piccolo e per l'essere una femmina mancata. Poi con un calcio mi gettava in piscina e a turno lei e le altre mi usavano come un materassino mettendosi a cavalcioni sulla mia schiena facendomi quasi soffocare.
Poi stanche si stendevano sui lettini prendisole e io, iniziando dalla padroncina, dovevo prima mettere loro la crema protettrice e poi leccare loro i piedi mentre rilassate si abbronzavano.

Sempre in piscina, ma la seconda, quella che era un po' più nascosta e per metà coperta dove c'era un piccolo salottino, la padroncina, lontano da occhi indiscreti, intratteneva una focosa relazione con uno dei bodyguard della famiglia, uno stallone nigeriano superdotato. Io dovevo prima servire loro qualcosa per uno spuntino, poi, mentre loro mezzi nudi rilassati amoreggiavano, ero costretto a partecipare ai giochi erotici che di volta in volta gli giravano per testa.

Per esempio alcune volte, la padroncina finito di limonare con il ragazzo, si divertiva a segargli l'enorme cazzo con i piedi. Io, in ginocchio fra le muscolose cosce aperte dello stallone, dovevo leccare piedi e cazzo. Poi gli si metteva a cavalcioni facendosi penetrare a “smorzacandela” e io passavo a leccare il culo di lei e le palle di lui mentre gli faceva fare su e giù. Nel momento in cui stava per raggiungere l'orgasmo, la padroncina veloce si rimetteva in posizione per tornare a segarlo coi piedi, facendo in modo che lo stallone gli sborrasse sopra. Manco a dirlo, io ero costretto a pulire il tutto leccando sui piedi e sull'enorme cappella.

Altre volte, la padroncina mi ordinava di spompinare il suo bodyguard in acqua, per poi mi farmi inculare dal suo enorme cazzo che, per quanto avessi ormai il buco sverginato, mi faceva un male pazzesco. Lei divertita si guardava lo spettacolo seduta a bordo piscina applaudendo alle mie grida strozzate e alle risa sarcastiche di lui. Finito di spaccarmelo ben bene, riempiendomelo di sborra, i due si baciavano soddisfatti e se ne andavano a scopare in camera lasciandomi mezzo svenuto a terra.

La mia permanenza in quella casa durò tre anni circa, anche perchè il ricco saudita fu coinvolto in uno grosso scandalo finanziario internazionale e fu arrestato, mentre la sua famiglia cadde in disgrazia. Fortunatamente riuscii a mettere qualche soldo da parte e così andai via.
Fra mille peripezie (pompini, seghe e inculate di favore divise tra camionisti e poliziotti) riuscii ad arrivare in Italia da clandestino. Qui, in un centro di accoglienza per migranti, conobbi un prete cattolico, un uomo sulla quarantina che collaborava con la Caritas, al quale raccontai la mia storia e cosa avrei rischiato se mi avessero rimpatriato in Pakistan.

Così il prete molto preso dalla mia situazione, dopo aver adempiuto a certe pratiche burocratiche con la quale si impegnava a prendermi in carico sotto la sua responsabilità, mi fece uscire dal centro e mi portò a vivere nella canonica della sua parrocchia, rassicurandomi che con lui nessuno mi avrebbe denunciato e pure che, con le dovute cautele, avrei potuto vivere tranquillamente la mia sessualità perchè eravamo in terra cristiana.

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