Sonia & Tommaso - Capitolo 76: I primi passi

di
genere
tradimenti

«Sonia, sei tu?» chiese mia madre dal fondo del corridoio, sentendo il rumore della chiave nella serratura.
Sedute attorno al tavolo della cucina, lei e Chiara sollevarono gli occhi, fissandomi con le pupille spalancate in un'espressione sospesa tra lo sbigottimento e la schietta incredulità.
«Che hai fatto ai capelli? E cos'è quel trucco?» domandò la prima, rasentando uno scandalo quasi morale di fronte ai miei lineamenti scolpiti dalla maschera di bellezza.
«Nulla di speciale. Tornando mi sono fermata da un'estetista» risposi con un tono calmo e disinvolto, lasciando scivolare la borsa sulla sedia.
Il suo sguardo rimase severo, carico di un sospetto rigido, mentre Chiara mi osservava con un mezzo sorriso stampato sulle labbra, palesemente ammirata dal mio nuovo aspetto.
«Stai benissimo, Sonia, ma dove sei andata? Il lunedì i saloni non sono chiusi?» incalzò mia sorella, piegando il capo.
«È una ragazza che conosco, riceve in casa» mentii senza esitare, per sviare la conversazione ed evitare dettagli compromettenti.
«Ha fatto un lavoro magnifico, la pelle ti brilla... credi che riceverebbe anche me?»
«Sì, posso chiederle se ha un posto libero...»
«Ma com'è andata oggi? Al lavoro, intendo» s'intromise mia madre per spezzare quel botta e risposta che giudicava leggero.
Mi accomodai al tavolo, sistemando la gonna sopra le ginocchia velate dai collant, e riassunsi la giornata restando sulle generali, omettendo con cura il pomeriggio trascorso tra le mani di Mary e i dettagli più intimi.
Descrissi la maestosità dell'edificio della I.I.C., la raffinatezza inarrivabile degli uffici e i primi impegni formali all'orizzonte, come le lezioni di dizione e lingue, tacendo sul corso di portamento e sulle ore da trascorrere in palestra.
Mamma ascoltava sbigottita, come se le stessi parlando in una lingua straniera, mentre gli occhi di Chiara brillavano di un fascino sincero, ammaliati dal respiro di quel mondo dorato.

Quando salii verso la mia stanza, Chiara mi seguì a passo leggero, andando a sedersi sulla sponda del materasso.
«Racconta, Sonia... è davvero un posto così elegante?» sussurrò con una curiosità limpida, quasi trepidante.
La guardai con un'ondata di affetto, allungando una mano per accarezzarle la guancia. «Va bene, ma promettimi di non fiatare con mamma e papà. Sai bene come la pensano.»
Sapevo di poter fare pieno affidamento su di lei: fin da bambine non ci eravamo mai fatte la spia, custodendo i nostri piccoli segreti con gelosa devozione.
Iniziai a svelarle i dettagli del colloquio con Sofia, del percorso d'élite, delle ore previste in palestra e dei corsi di portamento. Quando arrivai al racconto del centro estetico e dei pomeriggi riservati allo shopping nelle boutique d'alta moda, Chiara sgranò gli occhi e socchiuse le labbra, rapita come una bimba di fronte a una fiaba meravigliosa.
Mentre raccontavo, sfilai giacca, gonna e tutto il resto, restando completamente nuda al centro della stanza. Nell'istante in cui vide il mio pube del tutto glabro, roseo e lucido, Chiara allungò d'istinto la mano per sfiorare quella pelle immacolata. Il tocco delicato delle sue dita mi strappò un piccolo gemito di piacere improvviso.
Chiara mi rivolse un dolcissimo sorriso, e alzandosi lentamente dal letto si avviò alla porta. Prima di uscire, con uno sguardo sconsolato sussurrò: «Beata te...»
Rimasta sola, mi stesi sul letto a fissare il soffitto. La mente iniziò a vagare tra il volto di Chiara, la rigidità di mamma e le parole avvolgenti di Sofia: come avrei potuto far convivere quella nuova dimensione scandalosa e dorata con la quotidianità opaca e rigorosa della mia famiglia?

Il telefono, appoggiato sul lenzuolo, vibrò con un breve ronzio. Lo presi in mano e lo schermo s'illuminò, mostrando un messaggio inatteso di Bruno: "Ciao tesoro, com'è andato oggi il tuo primo giorno di lavoro? Se sei libera, questa sera festeggiamo."
Sgranai gli occhi, rileggendo con entusiasmo quelle parole. Quella stessa sera avrei dovuto vedermi con Tommaso: soltanto ventiquattr'ore prima, al momento di salutarci, anche lui aveva proposto di uscire per festeggiare la mia nuova avventura.
Eppure, senza concedermi un solo secondo di esitazione, digitai la risposta: "Ma ciao... Certo che sono libera! A che ora ci vediamo?"
Povero Tommaso. In un angolo del cuore provavo un pizzico di sincero dispiacere nel bidonarlo in quel modo, ma l'idea di trascorrere la serata con un uomo come Bruno esercitava un richiamo troppo forte per potervi rinunciare.
Riflettei un istante, cercando una soluzione garbata, poi decisi che avrei ripagato il mio fidanzato in un'altra maniera, stuzzicando quella fragilità che lo rendeva così vulnerabile.
Digitai il suo numero e attesi che rispondesse.
«Pronto? Ciao amore, ti disturbo?» esordii con voce morbida e rassicurante.
«Sonia! Amore mio! Lo sai che non mi disturbi mai... com'è andata oggi?»
«Bene, davvero bene, poi ti racconterò tutto nei dettagli. Senti... riguardo al nostro incontro per stasera, avrei bisogno di chiederti un piccolo favore.»
«Dimmi pure, tesoro.»
«Ti dispiace se rimandiamo a domani?»
Dall'altra parte della linea ci fu un attimo di esitazione. «No... ma come mai? Sei molto stanca?»
«Sì... cioè, no, non è esattamente per quello. Il punto è che dovrei uscire e... vorrei chiederti se puoi coprirmi con mia madre.»
Seguì un lungo, pesante silenzio interrotto soltanto dal suo respiro.
«Tommaso? Ci sei?»
«Sì... ci sono. Ma con chi dovresti uscire?» la sua voce tradì una nota di tesa, morbosa curiosità che s'accendeva nell'ombra.
«Bruno mi ha chiesto di vederci per un drink, e io...»
«E tu gli hai detto di sì» mi interruppe lui, con il tono di chi vede confermato un sospetto bruciante.
«Ti dispiace?» feci una breve pausa per lasciargli assimilare il colpo.
«Ma... è una cosa seria tra voi?»
Questa volta fui io a far fluttuare qualche secondo di attesa prima di rassicurarlo con finta ingenuità: «Non lo so, Tommaso. È un uomo affascinante, non lo nascondo, ma puoi stare del tutto tranquillo: è sposato, felicemente sposato. Capisci?»
«Uhm... capisco. E io cosa dovrei fare, di preciso?»
«Nulla di difficile: se mamma dovesse chiamarti o chiederti qualcosa, dille semplicemente che sono uscita con te.»
«Ti rendi conto di cosa mi stai chiedendo, Sonia?»
«Lo so, amore... ma dimmi la verità: non ti eccita nemmeno un po' l'idea che io esca con lui? E che magari stasera...»
Un sospiro pesante rivelò tutta la sua resa. Ci pensò sopra un istante, poi la sua voce si fece più bassa, quasi implorante: «E mi racconterai tutto?»
«Sì, amore mio, te lo prometto. Magari ti mando anche qualche foto scattata di nascosto... sei contento?»
«Va bene... ma domani sera voglio che mi racconti ogni singolo dettaglio.»
«Grazie davvero, ti voglio bene» sussurrai con un sorriso di pura dolcezza prima di riagganciare.
Che assurda follia, pensai restando a fissare lo schermo scuro. Chi lo avrebbe mai detto soltanto un mese prima?

Dall'armadio scelsi qualcosa di adatto da indossare. Volevo essere splendida, seducente, all'altezza del mio nuovo aspetto, ma al confronto con l'eleganza sofisticata di Sofia e del suo universo dorato ogni capo pareva improvvisamente scialbo, del tutto insignificante.
Alla fine distesi sul materasso un abito nero dalla linea pulita, essenziale ed elegante, la cui gonna si fermava poco sopra il ginocchio. Accanto affiancai un completo intimo in seta nera: un reggiseno morbido e un tanga sottilissimo.
Raggiunsi il bagno per darmi una rinfrescata veloce. Il getto d'acqua tiepida scivolò tra le cosce, accarezzando la fica ormai del tutto liscia, esposta e vulnerabile a ogni minimo tocco, regalandomi un brivido del tutto nuovo. Senza più un solo pelo a velarla, si mostrava nuda, lucida, provocante.
Quando sfilai l'asciugamano e indossai il tanga di seta, lo sfregamento delicato di quel tessuto pregiato sulla pelle rasata mi diede un fremito.

Dopo aver somministrato a mamma l'ennesima bugia di comodo, raggiunsi Bruno nel nostro consueto punto di ritrovo.
Lui era già lì ad attendere, e non appena mi vide, un caldo e sincero sorriso gli illuminò il volto.
Scese dall'auto e subito ci abbracciammo, incuranti che qualcuno potesse vederci.
Appena a bordo, con uno slancio di gioia e affetto mi strinsi al suo braccio, avvolta da una sensazione di totale sicurezza.
Raggiungemmo un antico casale alle porte di Cremona, un locale raffinato, immerso in una luce calda e soffusa che donava a ogni angolo un'atmosfera ovattata e romantica.
Mentre cenavamo, scorgevo nel suo sguardo un'intensa complicità: stava bene con me esattamente quanto io con lui.
Ascoltò con interesse ciò che gli raccontai di quel mio primo approccio col nuovo impiego, omettendo ovviamente anche a lui ciò che Sofia aveva fatto intendere fin troppo chiaramente. Poi i nostri discorsi - complici i calici di brandy - si scaldarono inebriandoci, scivolando via via su note sempre più intime. I miei sensi erano vigili e tesi in vista di ciò che sarebbe seguito; percepivo ogni singola fibra accendersi di una spinta sensuale.
Dopo cena mi portò nel suo attico in centro, dove finalmente brama e passione poterono liberarsi con tutta la loro forza.
Quando rimasi nuda e vide la fica del tutto depilata, i suoi occhi brillarono d'incanto.
«È bellissima, Sonia...» sussurrò sfiorando quella pelle immacolata, facendomi quasi rammaricare di non averlo fatto prima.
Facemmo l'amore con una foga travolgente: ogni carezza e ogni bacio furono pura estasi. Adoravo lui quanto adoravo il suo cazzo, capace di farmi godere a ripetizione con un'intensità quasi insopportabile. Al confronto, il sesso con Tommaso appariva come una parentesi scialba e ridicola, un giocattolo inoffensivo che non lasciava nulla, mentre la verga di Bruno rappresentava l'apoteosi della virilità.
Quando mi riaccompagnò sotto casa erano ormai passate le due di notte. Ci scambiammo un ultimo, lungo bacio appassionato davanti al portoncino blindato, al punto che provai il desiderio perverso che qualcuno ci sorprendesse da una finestra — mia madre o chiunque altro —, perché avrei voluto mostrare a tutti quanto quell'uomo sapesse appagarmi e rendermi felice.

Il mattino seguente, fresca e pimpante, mi presentai allo studio del dottor Giacobazzi per sostenere la visita medica di rito.
L'indirizzo annotato da Sofia portava a un'elegante palazzina in stile liberty, un edificio austero e raffinato che trasudava un lusso discreto.
Suonai al citofono e una calda voce di donna mi invitò a salire.
Appena raggiunsi il primo piano, venne ad aprirmi una splendida mora. Indossava un camice bianco da infermiera, cucito su misura per avvolgere un corpo dalle curve perfette: capelli corvini raccolti in uno chignon ordinato, bocca carnosa, occhi scuri e pelle olivastra da femmina mediterranea. Pareva uscita dalla scena di una pellicola erotica, eppure la sua presenza emanava una seduzione autentica e misurata in ogni gesto. A completare quella figura ricca di fascino spiccavano calze velate e un paio di tacchi alti che ne slanciavano la camminata.
Seduta nel salottino, di fronte alla sua scrivania d'ingresso, non potei fare a meno di osservarla: era davvero bella, d'una sensualità che trasudava da tutti i pori, proprio come il suo profumo, dolce e agrumato. Di tanto in tanto sollevava il capo dal lavoro che stava svolgendo e ricambiava lo sguardo con un sorriso garbato.
Trascorsero una decina di minuti prima che la porta dello studio si aprisse.
Ne uscì una donna di classe, sulla quarantina, dall'aria da manager di successo; il suo viso tradiva però un certo imbarazzo e se ne andò a testa bassa, rivolgendo soltanto un impacciato saluto.
«Prego, signorina Sonia» disse l'infermiera, facendomi strada verso il gabinetto medico. Complice l'ambiente raffinato e la particolarità del contesto, sentii un'onda di calda eccitazione scorrere sottopelle.
Il dottore, un bell'uomo dal fisico atletico e i capelli brizzolati, mi accolse con un sorriso smagliante, stringendomi la mano con fermezza.
«Ecco la nuova arrivata!» esclamò gioviale. «Come sta? Si spogli e si metta su quel lettino.»
«Devo togliere proprio tutto?» chiesi, sfoggiando un tono di finta innocenza. «Sì, signorina» rispose lui con fermezza professionale. «Dev'essere del tutto nuda.»
Dopo essermi spogliata salii sul lettino, dove l'infermiera effettuò un prelievo di sangue. Il suo sorriso era malizioso, e da come mi guardava, doveva aver capito di esercitare su di me un certo interesse.
«Ecco signorina» disse, consegnandomi la provetta sterile per la raccolta delle urine, «di là c'è il bagno» aggiunse, indicando la porta alle mie spalle.
Dall'interno del piccolo bagno contiguo, percepii chiaramente le battute intercorse tra il medico e l'assistente: era chiaro che quello se la faceva, come pure, molto probabilmente, alcune delle pazienti più carine e disponibili. Il suo atteggiamento e l'intensità con cui aveva posato l'attenzione su di me, tradivano un debole viscerale per le belle donne.
Consegnato il flacone all'infermiera, la donna uscì chiudendosi la porta alle spalle e lasciandomi sola con il dottore.
L'uomo iniziò l'esame sistemico: ascoltò il respiro nei polmoni con lo stetoscopio, saggiò con le dita la parete addominale e passò a palpare il seno, muovendo le mani con un'accurata e prolungata lentezza.
Estratte le staffe metalliche al fondo del lettino, appoggiai le gambe divaricandole completamente. Ero già bagnatissima e, quando il dottore allungò le dita verso la fica, un sorriso malizioso gli increspò le labbra. Arrossii, ricambiando con un'occhiata imbarazzata: quei polpastrelli sapevano esattamente dove premere, e solo a prezzo di un grande sforzo riuscii a soffocare i primi gemiti di piacere.
Con il dito medio abbondantemente lubrificato dal mio stesso umore e lenti movimenti rotatori, iniziò a penetrare l'ano, notandone senza dubbio la sorprendente elasticità.
Mentre lo faceva, mi osservava con uno sguardo comprensivo e gratificato: incapace di trattenermi oltre, dalle mie labbra sfuggì un sospiro rauco e prolungato.
Sentivo la brama montare dentro: in quel momento non desideravo altro se non il suo cazzo, smaniando che mi montasse su quel lettino per fottermi senza pietà in fica e in culo. Con mia grande delusione, tuttavia, il medico dichiarò conclusa la visita, dicendo di rivestirmi. Lo odiai per quel garbo formale. Avevo la fica che trasudava umore, lasciando colare fili vischiosi in un modo del tutto invitante, e lui, invece di approfittarne, si limitò a porgermi un paio di fazzoletti di carta per asciugarmi.
Il dottore mi rassicurò dicendo che godevo di una salute perfetta e che i referti delle analisi sarebbero stati recapitati direttamente a casa. Lo ringraziai. Uscendo nell'anticamera domandai all'infermiera a quanto ammontasse l'onorario: la donna sorrise, spiegandomi che non dovevo sborsare un solo euro, poiché la parcella sarebbe stata saldata direttamente dagli uffici della I.I.C.

Uscita dallo studio medico, mi diressi a passo svelto verso l'indirizzo del secondo appuntamento della mattinata.
Giunsi al cospetto di un antico palazzo signorile, una di quelle dimore d'altri tempi capaci di isolare al proprio interno un silenzio solenne, lasciando fuori dal portone il frastuono sordo della caotica vita cittadina. Il giorno precedente, durante il viaggio in auto, Sofia aveva preannunciato che l'anziana donna da cui stavo andando, seppur non potesse definirsi propriamente lesbica, nutriva un'attrazione viscerale per la grazia delle giovani ragazze.
Mentre l'ascensore saliva lentamente verso i piani alti, mi trovai pervasa da un brivido di curiosità impossibile da spiegare a parole; un'eccitazione torbida dovuta alla sola idea di suscitare il desiderio di quell'anziana signora.

Suonai il campanello d'ottone e ad aprirmi venne una giovane cameriera di colore, dotata di una bellezza semplicemente disarmante. La sua pelle scura creava un contrasto abbagliante con il candore immacolato del grembiule di pizzo. Con un sorriso mite e garbato mi introdusse in un salone nobile che pareva riaffiorare dalle pagine di un romanzo d'altri tempi, dove un'anziana donna, Madame Camille, sorseggiava il tè accomodata su un lussuoso sofà di velluto. Indossava un lungo deshabillé in stile orientale e un turbante coordinato, un abbigliamento d'alta sartoria che le conferiva un'aura al contempo eccentrica e regale.
Le porsi la mano presentandomi; lei me la strinse appena con la punta delle dita, sfoggiando un garbo antico.
L'anziana donna, squadrandomi con un interesse vorace e un sorriso sottile, mi diede la sensazione istantanea di trovarmi del tutto spogliata, come se sapesse leggere dentro di me. Pareva decifrare senza sforzo la mia vera essenza, la perversione segreta e quell'intero universo di trasgressioni taciute.
«Dunque tu sei Sonia, la nuova pupilla di cui Nicola mi ha parlato con tanto entusiasmo...»
Quelle parole mi riempirono d'orgoglio.
«Accomodati, mia cara. Prendi una tazza di tè.»
Seduta di fronte a lei, con la tazza fumante tra le dita, avvertivo un'innegabile soggezione. Madame Camille, sorridendo con dolcezza quasi ipnotica, intuì subito il mio stato d'animo e usò un tono calmo e rassicurante: «Non temere, piccola mia, non ho intenzione di divorarti. Vedo che sei una ragazza splendida e che i tuoi modi sono misurati e gentili. Perché non ti spogli per mostrarmi la struttura del tuo corpo?»
Quella richiesta improvvisa mi fece bagnare nuovamente.
«In... intende del tutto?» balbettai.
«Sì, cara. A parte ciò che Nicola mi ha già anticipato, desidero osservare il modo in cui ti spogli.»
Posai il piattino sul tavolino e mi alzai, sfilando gli abiti con una punta di pudico imbarazzo.
«Su, via... non mostrarti timida. Per svolgere questo ruolo dovrai svestirti di frequente, ed è indispensabile che tu impari a farlo con grazia e consumata sensualità.»
Quando fui del tutto nuda al centro della stanza, fece segno di avvicinarmi. Si alzò in piedi sistemandosi di fronte a me.
Allungò le mani per accarezzare il seno, saggiandone la soda consistenza, poi, facendomi ruotare su me stessa, fece lo stesso con le natiche.
Quando tornai a fissarla negli occhi, con una mossa lenta e fluida inserì la mano tra le mie cosce, premendo il palmo direttamente sulla fica.
Un sorriso malizioso le increspò gli angoli della bocca.
«Sei bagnata...» disse, muovendo le dita esperte senza staccare le sue pupille dalle mie.
«Sei mai stata con una donna?»
«Sì... una volta» ammisi a fior di labbra, fremendo di curiosità per ciò che avrebbe fatto.
Muoveva quelle dita con maestria, serrando con delicatezza le grandi labbra.
«E ti è piaciuto?»
«Sì...» sussurrai con un piccolo gemito sommesso.
Ritrasse la mano portandosi le dita al naso per aspirarne l'aroma.
«Hai un buon profumo» proseguì con voce ferma. «Tra le personalità con cui ti troverai ad interagire ci saranno anche donne di altissimo rango. Dovrai saperle sedurre, incantare e appagare in ogni loro singolo capriccio. Possiedi una bellezza notevole, ma io ti insegnerò la vera arte della seduzione, che si tratti di uomini o di donne. Frequenterai ambienti concepiti per delle regine, e in quei contesti dovrai muoverti con un'eleganza assoluta.»
La ascoltavo rapita dal suo carisma magnetico, sognando a occhi aperti le atmosfere dorate che andava descrivendo.
Prese un piccolo campanello d'argento da un mobiletto e lo fece suonare. In un istante la bella cameriera comparve sulla soglia, e Madame Camille le ordinò di recuperare un paio di calzature misura trentanove.
Rimasi a bocca aperta: le era bastata un'occhiata sommaria per indovinare la misura esatta.
La ragazza riapparve con una scatola tra le mani. All'interno, delle meravigliose décolleté nere affusolate, sorrette da un tacco dodici sottile come uno stiletto.
«Le sai portare queste?» domandò la signora.
«Intende per via dell'altezza del tacco? Sì, a volte le indosso.»
«Bene. Allora calzale e cammina.»
«Così? Non mi rivesto?»
«No. Esattamente così!»
Completamente nuda, sotto lo sguardo attento dell'anziana e quello discreto della giovane cameriera, infilai le scarpe e iniziai a sfilare avanti e indietro sul tappeto rasato, finché la signora non fece cenno di fermarmi.
«Bene, non c'è male. In futuro dovrai abituarti a portarle con disinvolta naturalezza.»
In quel momento il mio pensiero volò a Sofia, alla sua classe innata e al modo irresistibile con cui muoveva ogni passo.
Fin dal nostro primo incontro avevo desiderato baciarla, leccarla intimamente e assaporarne l'essenza sulla lingua.
Se quello era il potere supremo del fascino a cui sarei stata addestrata, non vedevo l'ora di immergermici del tutto. Vi avrei dedicato ogni energia e una devozione assoluta, senza risparmiarmi su nulla.

Dopo essermi ricomposta e rivestita, salutai con rispetto la signora e Élodie, la cameriera, mi accompagnò fino alla porta d'ingresso.
Una volta in strada, mi diressi a passi veloci verso lo studio della dottoressa Barbara Evans, docente di dizione e di lingue straniere. Una cosa era chiara: per rispettare i miei impegni, avrei dovuto imparare a muovermi con estrema rapidità.
La dottoressa Evans si rivelò essere una donna affascinante sui quarant'anni, distinta da tratti gentili e da un atteggiamento profondamente paziente. Di radici britanniche, viveva ormai da diversi anni in Italia e padroneggiava l'insegnamento di ben sei idiomi differenti.
Raggiunto il suo studio ne feci la conoscenza, scambiando le prime battute direttamente in inglese. A grandi linee mi illustrò quello che sarebbe stato il nostro programma di studi.
«Molto bene, Sonia. Noto che parli un inglese piuttosto fluido: ti occorre soltanto un po' di esercizio costante, ma recupereremo in fretta. Quanto alla dizione, avverto un timbro pulito, privo di inflessioni marcate... Successivamente, passo dopo passo, introdurremo il francese, il tedesco e lo spagnolo. Ti ritieni una persona che apprende con facilità?»
«Sì... di norma non incontro difficoltà nello studio» risposi con riservatezza.
«E come mai, se mi posso permettere la curiosità, non hai proseguito con gli studi universitari?»
Imbarazzata, le fornii una risposta vaga e sfuggente: come avrei potuto spiegarle che a suo tempo avevo accantonato la prospettiva di una laurea per quella di un matrimonio? Tommaso rappresentava un ottimo partito e l'azienda del padre ci avrebbe garantito una posizione agiata anche senza che io lavorassi. Questo almeno era quello che credevo allora, decisione su cui poi ero tornata più volte a riflettere con rammarico.

Terminai la lezione con la dottoressa Evans che era ormai mezzogiorno passato: non toccavo cibo dalla sera prima e lo stomaco brontolava per una fame divorante.
Non avevo la minima intenzione di rincasare per pranzo, così decisi per una pausa veloce lì in zona.
A pochi passi dallo studio notai un locale moderno e accogliente, con ampie vetrate che davano sulla strada. Entrai, trovando posto a un tavolino nell'angolo della sala, e ordinai un sandwich ben farcito insieme a una Coca Cola ghiacciata. Seduti al tavolo accanto al mio, due ragazzi vestiti con completi scuri ed eleganti focalizzarono subito la loro attenzione su di me.
«Ciao bambolina! Sei nuova da queste parti?», attaccò il primo con un sorriso spontaneo.
«In che senso?» chiesi, divertita da quell'approccio così banale.
«Nel senso che non ti abbiamo mai vista prima... hai iniziato a lavorare in qualche ufficio qua attorno?»
«Più o meno... sto seguendo dei corsi di formazione da queste parti» risposi, lasciando correre il discorso con leggerezza.
Si chiamavano Stefano e Michele e lavoravano nella sede bancaria a due passi dal bar. Erano due bei ragazzi, spigliati, sicuri del fatto loro e con quel pizzico di sfrontatezza tipico di chi sa come farsi notare.
Le loro battute, accompagnate da sguardi complici e sorrisi maliziosi, trasformarono quel semplice pranzo in un gioco di seduzione che iniziò ad accendere la mia fantasia. La conversazione si fece via via più spinta, ricca di doppi sensi e proposte velate: niente di volgare o maleducato, ma più che sufficiente a farmi inumidire le mutandine.
In loro compagnia il tempo volò senza che me ne accorgessi. Ero così immersa in quel flirt improvviso, che tra proposte maliziose e occhiate provocanti quella parentesi di leggerezza rischiò di farmi dimenticare l'imminente appuntamento in palestra.
Prima di andarmene ci scambiammo i numeri di telefono, e al momento di salutarci, entrambi mi vollero baciare sulle labbra.
Voltandomi un'ultima volta dopo essere uscita dal bar, da dietro la porta a vetri li intravidi gesticolare di chiamarli presto.

Salii sull'autobus e raggiunsi la mia destinazione poco prima delle due.
Anche quel luogo, come tutto ciò che gravitava attorno a Nicola e al suo impero, sprizzava un lusso discreto e raffinato. Più che una palestra, sembrava un club privato pensato per pochissimi eletti.
Dopo essermi presentata alla ragazza della reception, mi accomodai su una poltroncina in pelle scura, lasciando scorrere l'attenzione sull'ambiente. Ordine e pulizia regnavano incontrastati, e nell'aria aleggiava una fragranza fresca, leggermente fiorita, che rilassava i sensi. Invece dei soliti poster motivazionali, le pareti ospitavano quadri moderni e stampe d'autore dai colori accesi, mentre l'arredamento dalle linee minimali suggeriva l'attento lavoro di un architetto di indubbia bravura.
«Sonia?» chiese una voce dietro di me.
Era Marco, il mio personal trainer, un ragazzo bellissimo dalla pelle dorata e il fisico perfetto. Capelli neri e corti incorniciavano due occhi verdi e profondi. Il sorriso aperto e spontaneo che gli illuminava il volto mi fece sciogliere in un istante.
Dopo essersi presentato, lo seguii lungo un corridoio silenzioso fino a una saletta riservata, quasi asettica, illuminata da una luce morbida.
«Bene Sonia,» disse. «Pare tu sia già in gran forma, ma perché possa valutare come procedere, avrei bisogno che ti spogliassi.»
A quella richiesta diretta sentii una vampata di calore improvvisa salire dal basso ventre.
«Puoi tenere tranquillamente l'intimo, se ti senti più a tuo agio» aggiunse con tono calmo.
Sfilai l'abito e tolsi subito anche reggiseno e tanga, restando del tutto nuda di fronte a lui.
Volevo che mi vedesse così com'ero, provocarlo e sedurlo.
Marco invece non fece una piega. Iniziò l'esame fisico con gesti esperti e professionali: tastò i muscoli di braccia e spalle, scendendo poi lungo fianchi, glutei e cosce.
Quando finì mi regalò un altro dei suoi sorrisi splendidi. «Complimenti, Sonia. Il tuo corpo è già in condizioni eccellenti, sodo e ben proporzionato. Da parte mia dovrò solo darti il programma giusto per mantenerlo tonico e valorizzare la tua figura.»
Ringraziai per il complimento, ma sotto sotto provai una punta di delusione per il fatto che non si fosse spinto oltre con quel contatto intimo.
Prima che me ne andassi, Marco mi fece fare un giro completo della struttura, mostrando con orgoglio le sale attrezzi con i macchinari più moderni, la vasca olimpionica, l'area benessere riservata e infine lo spogliatoio, dove alcune ragazze, completamente nude e senza il minimo imbarazzo alla vista del mio accompagnatore, facevano la doccia scherzando tra loro.

Come aveva scritto Sofia nelle istruzioni, subito dopo il sopralluogo in palestra andai direttamente in sede.
Bussai con discrezione alla porta del suo ufficio e dall'interno la voce di lei, acuta e brillante, non tardò a rispondere: «Avanti, Sonia, entra!»
Era seduta alla scrivania, con le dita affusolate che parevano volare sui tasti del computer.
Senza interrompere quel ritmo rapido, sollevò lo sguardo verso di me con un sorriso radioso.
«Accomodati pure, tesoro! Concludo questa mail e sono subito da te.»
Seduta sulla poltroncina di fronte a lei, ne osservavo ammirata l'eleganza con un misto di soggezione e sottile eccitazione.
Indossava un abito aderente color avorio, che le segnava con grazia le curve del seno e dei fianchi.
«Allora, Sonia... raccontami tutto» disse infine, chiudendo il file con un clic e appoggiando i gomiti sul piano di lavoro.
«Come sono andati gli incontri di stamattina? E la prima impressione con Marco in palestra?»
Le descrissi ogni tappa con l'entusiasmo di una studentessa che cerca l'elogio dalla maestra.
Sofia ascoltava con attenzione, annuendo di tanto in tanto con fare soddisfatto.
Quando ebbi finito, si alzò e disse: «Bene, vieni con me ora, è giunto il momento di presentarti alle tue nuove colleghe.»

Sofia bussò alla porta dell'ufficio accanto al suo.
«Avanti!» disse una voce gentile e squillante dall'interno.
Entrammo, e la ragazza dai capelli rosso rame che mi aveva accolta il giorno prima, ci venne incontro con passo aggraziato e un sorriso cordiale.
«Brigitte» si presentò porgendomi la mano.
I suoi occhi erano di un azzurro intenso, che spiccavano su un viso dai lineamenti delicati e dalla carnagione chiara, con graziose lentiggini su zigomi e nasino.
Il tutto era incorniciato da boccoli che le scendevano fin sotto il sedere, piccolo e ben fatto.
Alta più o meno quanto me, aveva un corpo perfettamente proporzionato, anche se intuii da subito che il seno fosse stato rifatto, non in maniera vistosa e volgare, ma da un autentico artista estetico.
Anche lei, come Sofia, aveva mani curatissime e dalle unghie perfettamente laccate.
Indossava un tailleur celeste di raffinata sartoria, con una gonna stretta che le fasciava le cosce ad ogni passo, lasciando scorgere gambe affusolate, velate da raffinate calze autoreggenti.
«Sofia ci ha già parlato molto di te» disse, trattenendo la mia mano nella sua con una stretta calda e vellutata.
«Non vedo l'ora di imparare tutto da voi e di mettermi a completa disposizione» risposi con un sorriso ampio e sincero.
«Vedrai che imparerai presto; non è un lavoro difficile, basta solo prendere il ritmo e capire come muoversi per entrare nel meccanismo.»

Salutata Brigitte, ci spostammo nell'ufficio accanto, dove un'altra splendida ragazza era impegnata in una conversazione telefonica in lingua russa.
Dai lineamenti del tutto differenti rispetto alle colleghe, in lei aleggiava un'aurea oscura e misteriosa.
Sottile, slanciata e dalla pelle d'alabastro, aveva lunghi capelli corvini, lisci come seta, che le ricadevano sulle spalle.
Indossava un miniabito nero aderentissimo che le fasciava le forme come una seconda pelle, mettendo in risalto gambe snelle e stivali dal tacco alto e sottile.
Braccia e collo erano ricoperti da intricati tatuaggi che parevano autentiche opere d'arte su tela bianca.
Posato il telefono, spostò gli occhi su di me e si alzò con gesti calmi e misurati.
«Flora» disse soltanto, con una voce profonda, avvolgente e impostata, allungando la mano verso la mia: le sue dita erano fredde, quasi gelide al tatto, ma nel suo sguardo bruciava una fiamma viva che finì per ipnotizzarmi.
«Piacere, Sonia» risposi affascinata, con un filo di voce.

Dopo aver conosciuto le tre colleghe, compresi quello che sembrava essere il progetto di Nicola: formare un gruppo eterogeneo di donne bellissime, ciascuna con una personalità e un fascino ben distinti; un team di seduzione capace di stimolare e appagare qualsiasi tipo di fantasia o desiderio.
scritto il
2026-08-23
5 6
visite
1
voti
valutazione
1
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.