Due metà della stessa mela
scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 16 min
di
Tato
genere
bondage
cura
F
1 “ lui ”.
Libero finalmente libero, dopo anni di risparmi nei quali avevo svolto svariati lavori, ero riuscito a mettere da parte un gruzzoletto appena sufficiente per vivere la modesta vita nomade che avevo sempre sognato.
A trent’ anni possedevo un van 4X4 lungo sei metri e mezzo autoallestito a camper, nel quale vivevo oramai da nove anni in giro per l’Europa. In vari luoghi, alcuni noti ed altri meno, lavorando in qualità di: maestro di sci, istruttore di roccia, bagnino, imbianchino, fattorino, apprendista idraulico, cameriere, barista acrobatico, lavapiatti, cuoco, massaggiatore, pizzaiolo, professore di storia e filosofia al liceo, netturbino, taglialegna, manovale, buttafuori, istruttore di Zumba, sparring partner nel campo della boxe, ecc. ecc. Non avevo parenti in quanto orfano ed ero cresciuto in un orfanotrofio gestito dalle suore. Avevo pochi e saltuari amici sparsi un po’ qui ed un po’ la, con cui comunicavo principalmente per email e vedevo quasi mai. Nessuna fidanzata ed una risicata manciata di ex che, probabilmente manco si ricordavano chi fossi. In poche parole ero senza legami.
Ero un po’ come una trottola anonima e solitaria, destinata a girare in eterno senza un punto fermo nella vita, a parte una chat femdom BDSM. In cui da anni pubblicavo racconti, frutto della mia perversa, sottomessa e frustrata fantasia, utilizzando il ridicolo nom de plume di Tato legato ed imbavagliato. All’ inizio mi ero limitato a postare le mie storie e leggere i commenti degli altri utenti della chat. Poi quando mi accorsi di essere apprezzato da alcuni di loro sia per i contenuti che per la forma dei miei scritti, iniziai a rispondere alle domande che nei commenti mi venivano poste ed ad entrare in alcune discussioni con altri utenti. È stato in un certo senso catartico per me scrivere liberamente della mia reale sessualità, quella che reprimevo, che nascondevo al mondo e di cui mi vergognavo tremendamente. Forse a causa della rigida ed inflessibile educazione impartitami dalle suore della misericordia che, mi avevano cresciuto evangelicamente a pane, preghiere e sganassoni. Ad ogni modo questa mia partecipazione attiva alla chat, mi aveva regalato un mondo in cui essere me stesso. Senza dover rinunciare ad una parte importante ed intima del mio io che, nel mondo reale nascondevo ed inoltre potevo portarmi appresso questo mondo virtuale ovunque arrivasse internet. Ho comunque cercato di fare in modo che questi due mondi non si incontrassero od ancora peggio arrivassero a sovrapporsi. Evitando di postare in chat qualsiasi riferimento alla mia vita reale.
Pensavo di esserci riuscito e quel giorno ero nelle condizioni ideali per cambiare continente. Visto che fin da bambino ero appassionato di Marco Polo, avevo deciso di addentrarmi in Asia seguendo la famosa via della seta. L’ estate era alle porte e Vangabondo la mia casa su ruote aveva: passato il tagliando, i serbatoi pieni e le gomme nuove. La mia cambusa era stracolma di generi alimentari e beveraggi. Soprattutto beveraggi dato che viaggiando in Asia, avrei attraversato numerosi stati di religione mussulmana, dove reperire alcolici sarebbe stato complicato. Nel quale caso avevo deciso di essere per una volta previdente ed avevo stivato alcolici in ogni posto del camper. Ad esempio il frigorifero a compressore era così pieno di birra, che quando lo aprivo ruttava ed immagino sia questa una causa della mia mancata partenza per l’ Asia e per ciò che mi capitò in seguito.
Dopo aver trovato un posticino appartato e solitario dove pernottare, nella quiete agreste che mi circondava mi preparai una gustosa cenetta che, accompagnai con una vagonata di birra a doppio malto, per festeggiare la oramai prossima partenza. Piacevolmente sazio e notevolmente ubriaco dopo aver messo in ordine e raccolto la spazzatura, mi rinchiusi nel camper e mi schiantai nel letto, a russare come un’ elefante che dorme con la proboscide infilata nel buco del culo. Salvo destarmi ancora un po’ intontito dopo un certo tempo, quasi completamente nudo ed immobilizzato in una scomoda posizione di hogtied. Avevo le braccia infilate in uno stretto harmbinder dietro la schiena e saldamente fissate al tronco con delle cinghie. Sempre tramite cinghie le caviglie erano legate tra di loro, così come le ginocchia. I miei polpacci erano stati piegati all’ indietro fino a sovrapporsi alla parte posteriore delle cosce e tenuti in posizione con una robusta cintura che li legava assieme. Ero bendato ed una imbragatura di cinturini e fibbie che partiva dalla sommità del capo e scendeva fino sotto al mento; mi forzava in bocca una grossa palla di gomma dura che, a sua volta mi tratteneva in gola una pallottola di stoffa dal gusto sospetto. Sulla sommità del capo la suddetta imbragatura aveva probabilmente un’ anello, a cui era fissata una cinghia che la legava alle caviglie. Costringendomi scomodamente ad inarcare la schiena all’ indietro, quasi al massimo delle possibilità concesse ad un’ essere umano. Inoltre avevo un collare, una gabbia di castità racchiudeva il mio pene e sentivo anche qualcosa lungo più o meno come un wurstel, ma molto più duro e spesso che, invadeva la prima parte del mio retto. Ero sdraiato sul mio fianco sinistro sul pavimento del mio camper, almeno a giudicare dal familiare rumore del motore. Più o meno in prossimità del portellone laterale, con la zona inguinale sul ruvido zerbino pulisci scarpe e con la testa rivolta verso la cabina di guida. Provai a muovermi per scoprire che il collare che mi stringeva la gola era legato probabilmente alla base del sedile del guidatore. Mugugnai ripetutamente nel bavaglio scuotendomi, fino a quando una mano guantata di pelle non mi arruffò i capelli ed accarezzò una guancia, mentre la suadente ed allegra voce giovanile di una donna mi disse:” Ben svegliato amore, temo tu abbia un po’ esagerato con la birra ieri sera ma non ti preoccupare. Adesso sei il mio sottomesso giocattolo bondage e da ora in avanti sarò io a decidere cosa mangi, cosa bevi e quando potrai farlo. Il mio adorato Tato tutto legato ed imbavagliato è finalmente mio, oh tesoro non sai da quanto tempo aspettavo questo momento e con quanta cura abbia programmato la tua cattura. Adesso non ci resta che raggiungere il nostro nido d’ amore e poi sarai il mio sub per sempre, vedrai ci divertiremo un sacco. Naturalmente dovrò educarti, istruirti affinché tu possa servirmi adeguatamente e nel farlo sarò molto severa, perché da te pretendo solo il meglio amore. Ti prometto che verrai severamente punito per i tuoi errori e piacevolmente premiato se ti comporterai bene. Una parte molto importante degli insegnamenti che riceverai, riguarda l’ educazione sessuale e le mie preferenze in tal merito. A tal proposito ho notato con estremo piacere le dimensioni del nostro aquilotto al momento in gabbia. Per fortuna che previdentemente mi ero portata una selezione di gabbie di castità di tutte le taglie, però nemmeno nelle mie più rosee previsioni avrei sperato di utilizzare una XXL!!
Sai io sono una tua appassionata lettrice fino dal primo racconto che hai postato in chat e riguardo a ciò ti faccio notare che ti ho legato, imbavagliato e bendato esattamente come il protagonista di quel racconto. Lancillotto mentre è segregato nel bagno della fata Morgana, nella tua simpatica parodia del ciclo Arturiano, intitolata -La spada nella doccia-. Non lo trovi romantico amore, perché io lo trovo tremendamente romantico ed anche molto eccitante. Tanto che dopo averti legato, ho dovuto cambiare le mutandine perché erano zuppe. Oh a proposito te le ho ficcate in gola prima di imbavagliati con il balgag, ritengo sia giusto che tu inizi fin da subito ad assaporare la tua Padrona!!” e continuò il suo monologo spiegandomi che erano oramai anni che aveva accesso al mio PC. Mi aveva inviato una GIF di auguri sadomaso con annesso un virus trojan per il Natale di otto anni fa e da allora non avevo avuto più segreti per lei.
Io intanto avevo ricordato che fra i tanti utenti della chat femdom BDSM con cui avevo chattato, uno dal nickname Padrona era quello con cui mi ero interfacciato di più. Almeno fino all’altro ieri quando avevo postato il mio ultimo racconto, scritto su sua indicazione ed intitolato -L’ insostenibile leggerezza dell’ essere tuo schiavo-. A tal proposito mi ero spesso domandato se la persona con cui chattavo così frequentemente, fosse una donna come faceva intuire il nickname che aveva scelto, oppure un maschio sotto mentite spoglie. Beh almeno adesso sapevo che era una donna e che non era la vecchia e rugosa maestra elementare in pensione che mi ero immaginato, almeno a giudicare dal timbro della sua voce. A giudicare dalla perizia con cui parlava di computer, avrebbe potuto essere una nerd od un tecnico informatico, magari un ingegnere. Mentalmente la immaginai come una donnina anonima, un po’ grigia, dalla folta chioma riccia e castana, che guardava il mondo attraverso due spesse lenti correttive. Me la vedevo magra come uno stecco, dalle labbra sottili e dal risicato sviluppo mammario. In poche parole un cesso e piatta come il tavoliere delle Puglie. Poi pensai che, l’ immagine della mia rapitrice balenatami alla mente, fosse pesantemente influenzata dal pessimismo apocalittico, che provavo in quel momento. Stimolato dal fatto che, secondo i miei piani in quel medesimo momento avrei dovuto essere alla guida del mio camper libero e diretto verso la libertà infinita delle steppe dell’ Asia centrale. Ascoltando la compilation di canzoni che avevo accuratamente selezionato, come colonna sonora del mio viaggio all’ insegna della libertà senza legami. Mentre invece ero nudo strettamente legato, imbavagliato e gettato come un sacco di patate sul pavimento del mio camper. Ad ascoltare i progetti di una nerd pazza e logorroica dalla voce suadente in sua completa balia, la quale al momento era alla guida del mio camper, ma non la potevo vedere perché mi aveva anche bendato ed inoltre aveva intenzione di tenermi suo prigioniero per il resto della vita.
Perso nei miei funesti pensieri avevo smesso di prestare attenzione alla mia rapitrice, fino a quando lei non parcheggiò il mio Vangabondo dicendomi:” Bene cucciolo ho bisogno di un caffè, adesso scendo ed entrerò nel bar qui di fronte a prenderlo, poi continueremo il nostro viaggio. Ti lascerò solo per cinque o dieci minuti al massimo, comportati bene ed arrivati a casa ti premierò, comportati male e per i prossimi due giorni ti farò provare l’ inferno. Spero di essere stata chiara amore.” dopo questa simpatica ed esplicita minaccia la mia carceriera mi diede in’ ultima carezza e scese dal camper per andare a prendere il suo caffè. Essendo rimasto solo pensai di avere almeno una possibilità di liberarmi e riuscire ad evitare la prigionia a lungo termine che mi era stata preventivata. Prima di allora non ero mai stato legato, neanche per gioco e ne tanto meno per fare del sesso o a scopo di rapimento. Nonostante lo avessi molto spesso sognato, desiderato, agognato e pure descritto minuziosamente in numerosi racconti. Ero quindi ingenuamente convinto di riuscire a liberarmi in un modo o nell’altro, ma dopo alcuni minuti di furiosi strattoni alle cinghie che mi legavano, dovetti ammettere che la donna che mi aveva legato sapeva decisamente il fatto suo quando si trattava di contenere un prigioniero. Inoltre dovetti ammettere anche che, la sensazione di essere legato stretto ed impedito nella maggior parte dei movimenti incominciava ad eccitarmi molto, nonostante il mio aquilotto non potesse dispiegare le ali a causa della gabbia che lo racchiudeva. Non sarei andato da nessuna parte ero impacchettato troppo bene dovetti constatare, allora pensai di attirare l’ attenzione di qualcuno facendo il più rumore possibile. Solo che nelle condizioni in cui ero, anche fare rumore era difficile. L’ efficiente bavaglio mi impediva di strillare come avrei voluto. Al massimo mi permetteva di emettere dei deboli squittii, come quelli di un topolino afono che sta annegando in un barile di panna montata. L’ unica cosa che mi restava da fare allora era sbattere la testa od un’ altra parte del corpo contro qualcosa per produrre un suono udibile all’ esterno del camper. Riuscii con estrema difficoltà ad avvicinarmi al portellone laterale del camper. Però essendo attaccato per il collo alla base del sedile del guidatore, potevo a malapena a raggiungere il suddetto portellone con la punta delle ginocchia e comunque non riuscivo a colpirlo con sufficiente forza per farlo risuonare. Lo stretto hogtied in cui mi aveva legato quella diabolica donna, compieva efficacemente il suo dovere ed ironia della sorte inconsciamente ero stato io a consigliarle come farlo in un mio racconto. Durante tutta la vita che avevo vissuto fino ad allora, ero cresciuto con una sorta di dualismo emotivo. Mentre da un lato il mio spirito vagabondo anelava alla libertà priva di legami che la mia vita nomade mi regalava, la mia sessualità era invece di tutt’altro parere. Come stava ripetutamente facendomi notare il mio aquilotto con i suoi insistiti tentativi di ergersi, subito frustrati dalla gabbia che lo conteneva. Volevo assolutamente liberarmi dai legami che la mia rapitrice mi aveva imposto, per poter riprendere il libero vagabondare a cui ero abituato. Però al tempo stesso una parte di me si trovava sempre più a suo agio e felice nella situazione in cui ero finito.
Nonostante ciò quando la mia sequestratrice apri la portiera del guidatore e la sentii parlare con qualcuno all’ esterno. Io provai a denunciare la mia presenza sbattendo più forte che potevo la testa sul pavimento del camper. Ovviamente a parte la donna che mi aveva legato così bene, nessun altro si accorse del mio maldestro e doloroso tentativo. Però lei se ne era accorta, non appena ebbe chiuso la porta, mise in moto il camper e riprendemmo il nostro viaggio, mentre mi diceva arrabbiata: “Un tentativo stupido Tato, coraggioso ma stupido, che ti ha appena fatto guadagnare due giorni di inferno come ti avevo promesso. Avrei preferito che tu conoscessi il mio lato più affettuoso per primo, invece adesso conoscerai quello più crudele a partire da ora.
A questo punto ti sarai accorto di avere un collare che ti stringe la gola, una gabbia di castità che contiene il tuo pene ed un plug anale che occupa parte del tuo retto. Ebbene sappi che li ho progettati personalmente e fatti costruire in Moldavia, da un’ artigiano ad oggi specializzato in oggettistica sadomaso ma che in passato ha prodotto numerosi gingilli per il KGB. Tutti e tre sono controllabili tramite una applicazione che ho sul telefonino e sono in grado di erogarti una scossa elettrica di intensità variabile. Non ho nemmeno bisogno di usare la applicazione mi basta fischiare, perché hanno anche un sensore che riconosce un certo numero di fischi diversi a seconda di quanto voglio farti male. Sta a sentire!!” ed immediatamente udii un fischio breve ed acuto , poi fui attraversato da una scossa elettrica piuttosto dolorosa, che mi lasciò attonito. Mentre la mia sequestratrice continuava tranquillamente a spiegarmi le altre funzioni dei giocattoli che aveva progettato e che mi aveva applicato addosso. “Tutti e tre sono dotati di GPS in modo da permettermi sempre di sapere dove sei. Il collare è in grado di restringersi a comando fino a strangolati del tutto se voglio. La gabbia di castità ha un ring penieno che può restringersi anche lui oppure può vibrare stimolando il nostro aquilotto ed anche il plug anale può funzionare come un vibratore agendo così sulla tua prostata ed espandersi fino a raggiungere dimensioni pari al triplo delle sue attuali. Nella applicazione che mi permette di regolarli ci sono anche dei programmi combinati di scosse, vibrazioni, rigonfiamenti e strangolamenti alternati di varia intensità. Alcuni sono studiati per stimolare la tua libido, mentre altri li ho impostati per punirti. Adesso faccio partire il programma punizione soft e per tutto il resto del nostro viaggio avrai modo di familiarizzarti con i giocattolini, che ti porterai appresso per il resto della vita amore.
Mi dispiace davvero Tato avrei preferito festeggiare il nostro incontro in maniera più piacevole per te ed anche per me. Però io mi divertirò comunque, perché adoro torturare i maschietti e tu avrai modo di pentirti per il tuo maldestro tentativo di segnalare la tua presenza.” ed il mio calvario iniziò. Mentre la mia rapitrice alla guida del mio camper, accendeva la mia autoradio e si metteva ad ascoltare la mia compilation di canzoni, che avevo accuratamente selezionato per accompagnare il mio viaggio all’ insegna della libertà senza legami. Complimentandosi anche con me per i miei gusti musicali. Ben presto mi accorsi dell’ effettiva letalità, dei prodotti dell’ artigianato moldavo che mi erano stati imposti. Il bastardo che li aveva costruiti aveva fatto un lavoro eccelso nel seguire il diabolico progetto della mia rapitrice, che a sua volta aveva sicuramente un cervello di prim’ordine anche se piuttosto sadico. Dopo meno di mezz’ora di tormenti mi resi conto che per tenermi assoggettato a lei, alla mia sadica sequestratrice sarebbero bastati i giocattolini che avevo addosso. L’ harmbinder le cinghie il bavaglio e tutto il resto erano accessori per fare scena. Dato che anche fossi stato libero di muovermi, con quegli aggeggi addosso non sarei andato da nessuna parte. Perché alla mia rapitrice sarebbe bastato un fischio per ridurmi in uno stato catatonico.
Intanto il nostro viaggio proseguiva e con esso il mio calvario. La doppia stimolazione vibrante a livello penieno e prostatico con l’ aggiunta di un leggero strangolamento, od espansione ad hoc, portava il mio aquilotto in uno stato di eccitazione esagerato e non potendo sfogarsi perché ingabbiato. Mi riduceva in una condizione di arrapamento frustrato che mi faceva letteralmente impazzire e poi c’ erano le scosse, che arrivavano all’ improvviso durante i momenti di massimo godimento od in quelli di pausa ed erano dolorose o fastidiose a seconda della loro intensità. Il tutto calibrato e regolato con una crudele precisione, sicuramente frutto di una mente superiore ma anche decisamente sadica. Mentre facevo queste riflessioni durante i brevi momenti di pausa che il programma punizione soft mi concedeva. In me si insinuò una sorta di rispetto quasi reverenziale nei confronti della donna che, aveva progettato e messo in atto il mio rapimento, programmato la mia detenzione a lungo termine, inventato questi giocattoli perversi ed era pronta ad ammaestrarmi secondo i suoi voleri. Inoltre questa donna aveva scelto proprio me tra un mondo di possibili rapiti, aveva scelto me e le piacevano molto i miei racconti, come a me altrimenti non li avrei scritti.
Nel frattempo il camper si era fermato un’ altra volta, mentre contemporaneamente udii un rumore di un motorino elettrico e di ferraglia che cigola. Era sicuramente un cancello od un portone con l’ apertura comandata a distanza. Poi avanzammo lentamente per qualche metro, mentre il rumore di ferraglia cigolante si interruppe con un tonfo metallico rimbombante ed infine ci fermammo. Ero giunto nella mia prigione e forse per l’ emozione, o per il programma punizione soft, o per tutta la birra che avevo bevuto, o magari per tutte e tre le cose. Ignominiosamente mi pisciai sotto, inzuppando il ruvido zerbino pulisci scarpe su cui ero legato oramai da ore
Libero finalmente libero, dopo anni di risparmi nei quali avevo svolto svariati lavori, ero riuscito a mettere da parte un gruzzoletto appena sufficiente per vivere la modesta vita nomade che avevo sempre sognato.
A trent’ anni possedevo un van 4X4 lungo sei metri e mezzo autoallestito a camper, nel quale vivevo oramai da nove anni in giro per l’Europa. In vari luoghi, alcuni noti ed altri meno, lavorando in qualità di: maestro di sci, istruttore di roccia, bagnino, imbianchino, fattorino, apprendista idraulico, cameriere, barista acrobatico, lavapiatti, cuoco, massaggiatore, pizzaiolo, professore di storia e filosofia al liceo, netturbino, taglialegna, manovale, buttafuori, istruttore di Zumba, sparring partner nel campo della boxe, ecc. ecc. Non avevo parenti in quanto orfano ed ero cresciuto in un orfanotrofio gestito dalle suore. Avevo pochi e saltuari amici sparsi un po’ qui ed un po’ la, con cui comunicavo principalmente per email e vedevo quasi mai. Nessuna fidanzata ed una risicata manciata di ex che, probabilmente manco si ricordavano chi fossi. In poche parole ero senza legami.
Ero un po’ come una trottola anonima e solitaria, destinata a girare in eterno senza un punto fermo nella vita, a parte una chat femdom BDSM. In cui da anni pubblicavo racconti, frutto della mia perversa, sottomessa e frustrata fantasia, utilizzando il ridicolo nom de plume di Tato legato ed imbavagliato. All’ inizio mi ero limitato a postare le mie storie e leggere i commenti degli altri utenti della chat. Poi quando mi accorsi di essere apprezzato da alcuni di loro sia per i contenuti che per la forma dei miei scritti, iniziai a rispondere alle domande che nei commenti mi venivano poste ed ad entrare in alcune discussioni con altri utenti. È stato in un certo senso catartico per me scrivere liberamente della mia reale sessualità, quella che reprimevo, che nascondevo al mondo e di cui mi vergognavo tremendamente. Forse a causa della rigida ed inflessibile educazione impartitami dalle suore della misericordia che, mi avevano cresciuto evangelicamente a pane, preghiere e sganassoni. Ad ogni modo questa mia partecipazione attiva alla chat, mi aveva regalato un mondo in cui essere me stesso. Senza dover rinunciare ad una parte importante ed intima del mio io che, nel mondo reale nascondevo ed inoltre potevo portarmi appresso questo mondo virtuale ovunque arrivasse internet. Ho comunque cercato di fare in modo che questi due mondi non si incontrassero od ancora peggio arrivassero a sovrapporsi. Evitando di postare in chat qualsiasi riferimento alla mia vita reale.
Pensavo di esserci riuscito e quel giorno ero nelle condizioni ideali per cambiare continente. Visto che fin da bambino ero appassionato di Marco Polo, avevo deciso di addentrarmi in Asia seguendo la famosa via della seta. L’ estate era alle porte e Vangabondo la mia casa su ruote aveva: passato il tagliando, i serbatoi pieni e le gomme nuove. La mia cambusa era stracolma di generi alimentari e beveraggi. Soprattutto beveraggi dato che viaggiando in Asia, avrei attraversato numerosi stati di religione mussulmana, dove reperire alcolici sarebbe stato complicato. Nel quale caso avevo deciso di essere per una volta previdente ed avevo stivato alcolici in ogni posto del camper. Ad esempio il frigorifero a compressore era così pieno di birra, che quando lo aprivo ruttava ed immagino sia questa una causa della mia mancata partenza per l’ Asia e per ciò che mi capitò in seguito.
Dopo aver trovato un posticino appartato e solitario dove pernottare, nella quiete agreste che mi circondava mi preparai una gustosa cenetta che, accompagnai con una vagonata di birra a doppio malto, per festeggiare la oramai prossima partenza. Piacevolmente sazio e notevolmente ubriaco dopo aver messo in ordine e raccolto la spazzatura, mi rinchiusi nel camper e mi schiantai nel letto, a russare come un’ elefante che dorme con la proboscide infilata nel buco del culo. Salvo destarmi ancora un po’ intontito dopo un certo tempo, quasi completamente nudo ed immobilizzato in una scomoda posizione di hogtied. Avevo le braccia infilate in uno stretto harmbinder dietro la schiena e saldamente fissate al tronco con delle cinghie. Sempre tramite cinghie le caviglie erano legate tra di loro, così come le ginocchia. I miei polpacci erano stati piegati all’ indietro fino a sovrapporsi alla parte posteriore delle cosce e tenuti in posizione con una robusta cintura che li legava assieme. Ero bendato ed una imbragatura di cinturini e fibbie che partiva dalla sommità del capo e scendeva fino sotto al mento; mi forzava in bocca una grossa palla di gomma dura che, a sua volta mi tratteneva in gola una pallottola di stoffa dal gusto sospetto. Sulla sommità del capo la suddetta imbragatura aveva probabilmente un’ anello, a cui era fissata una cinghia che la legava alle caviglie. Costringendomi scomodamente ad inarcare la schiena all’ indietro, quasi al massimo delle possibilità concesse ad un’ essere umano. Inoltre avevo un collare, una gabbia di castità racchiudeva il mio pene e sentivo anche qualcosa lungo più o meno come un wurstel, ma molto più duro e spesso che, invadeva la prima parte del mio retto. Ero sdraiato sul mio fianco sinistro sul pavimento del mio camper, almeno a giudicare dal familiare rumore del motore. Più o meno in prossimità del portellone laterale, con la zona inguinale sul ruvido zerbino pulisci scarpe e con la testa rivolta verso la cabina di guida. Provai a muovermi per scoprire che il collare che mi stringeva la gola era legato probabilmente alla base del sedile del guidatore. Mugugnai ripetutamente nel bavaglio scuotendomi, fino a quando una mano guantata di pelle non mi arruffò i capelli ed accarezzò una guancia, mentre la suadente ed allegra voce giovanile di una donna mi disse:” Ben svegliato amore, temo tu abbia un po’ esagerato con la birra ieri sera ma non ti preoccupare. Adesso sei il mio sottomesso giocattolo bondage e da ora in avanti sarò io a decidere cosa mangi, cosa bevi e quando potrai farlo. Il mio adorato Tato tutto legato ed imbavagliato è finalmente mio, oh tesoro non sai da quanto tempo aspettavo questo momento e con quanta cura abbia programmato la tua cattura. Adesso non ci resta che raggiungere il nostro nido d’ amore e poi sarai il mio sub per sempre, vedrai ci divertiremo un sacco. Naturalmente dovrò educarti, istruirti affinché tu possa servirmi adeguatamente e nel farlo sarò molto severa, perché da te pretendo solo il meglio amore. Ti prometto che verrai severamente punito per i tuoi errori e piacevolmente premiato se ti comporterai bene. Una parte molto importante degli insegnamenti che riceverai, riguarda l’ educazione sessuale e le mie preferenze in tal merito. A tal proposito ho notato con estremo piacere le dimensioni del nostro aquilotto al momento in gabbia. Per fortuna che previdentemente mi ero portata una selezione di gabbie di castità di tutte le taglie, però nemmeno nelle mie più rosee previsioni avrei sperato di utilizzare una XXL!!
Sai io sono una tua appassionata lettrice fino dal primo racconto che hai postato in chat e riguardo a ciò ti faccio notare che ti ho legato, imbavagliato e bendato esattamente come il protagonista di quel racconto. Lancillotto mentre è segregato nel bagno della fata Morgana, nella tua simpatica parodia del ciclo Arturiano, intitolata -La spada nella doccia-. Non lo trovi romantico amore, perché io lo trovo tremendamente romantico ed anche molto eccitante. Tanto che dopo averti legato, ho dovuto cambiare le mutandine perché erano zuppe. Oh a proposito te le ho ficcate in gola prima di imbavagliati con il balgag, ritengo sia giusto che tu inizi fin da subito ad assaporare la tua Padrona!!” e continuò il suo monologo spiegandomi che erano oramai anni che aveva accesso al mio PC. Mi aveva inviato una GIF di auguri sadomaso con annesso un virus trojan per il Natale di otto anni fa e da allora non avevo avuto più segreti per lei.
Io intanto avevo ricordato che fra i tanti utenti della chat femdom BDSM con cui avevo chattato, uno dal nickname Padrona era quello con cui mi ero interfacciato di più. Almeno fino all’altro ieri quando avevo postato il mio ultimo racconto, scritto su sua indicazione ed intitolato -L’ insostenibile leggerezza dell’ essere tuo schiavo-. A tal proposito mi ero spesso domandato se la persona con cui chattavo così frequentemente, fosse una donna come faceva intuire il nickname che aveva scelto, oppure un maschio sotto mentite spoglie. Beh almeno adesso sapevo che era una donna e che non era la vecchia e rugosa maestra elementare in pensione che mi ero immaginato, almeno a giudicare dal timbro della sua voce. A giudicare dalla perizia con cui parlava di computer, avrebbe potuto essere una nerd od un tecnico informatico, magari un ingegnere. Mentalmente la immaginai come una donnina anonima, un po’ grigia, dalla folta chioma riccia e castana, che guardava il mondo attraverso due spesse lenti correttive. Me la vedevo magra come uno stecco, dalle labbra sottili e dal risicato sviluppo mammario. In poche parole un cesso e piatta come il tavoliere delle Puglie. Poi pensai che, l’ immagine della mia rapitrice balenatami alla mente, fosse pesantemente influenzata dal pessimismo apocalittico, che provavo in quel momento. Stimolato dal fatto che, secondo i miei piani in quel medesimo momento avrei dovuto essere alla guida del mio camper libero e diretto verso la libertà infinita delle steppe dell’ Asia centrale. Ascoltando la compilation di canzoni che avevo accuratamente selezionato, come colonna sonora del mio viaggio all’ insegna della libertà senza legami. Mentre invece ero nudo strettamente legato, imbavagliato e gettato come un sacco di patate sul pavimento del mio camper. Ad ascoltare i progetti di una nerd pazza e logorroica dalla voce suadente in sua completa balia, la quale al momento era alla guida del mio camper, ma non la potevo vedere perché mi aveva anche bendato ed inoltre aveva intenzione di tenermi suo prigioniero per il resto della vita.
Perso nei miei funesti pensieri avevo smesso di prestare attenzione alla mia rapitrice, fino a quando lei non parcheggiò il mio Vangabondo dicendomi:” Bene cucciolo ho bisogno di un caffè, adesso scendo ed entrerò nel bar qui di fronte a prenderlo, poi continueremo il nostro viaggio. Ti lascerò solo per cinque o dieci minuti al massimo, comportati bene ed arrivati a casa ti premierò, comportati male e per i prossimi due giorni ti farò provare l’ inferno. Spero di essere stata chiara amore.” dopo questa simpatica ed esplicita minaccia la mia carceriera mi diede in’ ultima carezza e scese dal camper per andare a prendere il suo caffè. Essendo rimasto solo pensai di avere almeno una possibilità di liberarmi e riuscire ad evitare la prigionia a lungo termine che mi era stata preventivata. Prima di allora non ero mai stato legato, neanche per gioco e ne tanto meno per fare del sesso o a scopo di rapimento. Nonostante lo avessi molto spesso sognato, desiderato, agognato e pure descritto minuziosamente in numerosi racconti. Ero quindi ingenuamente convinto di riuscire a liberarmi in un modo o nell’altro, ma dopo alcuni minuti di furiosi strattoni alle cinghie che mi legavano, dovetti ammettere che la donna che mi aveva legato sapeva decisamente il fatto suo quando si trattava di contenere un prigioniero. Inoltre dovetti ammettere anche che, la sensazione di essere legato stretto ed impedito nella maggior parte dei movimenti incominciava ad eccitarmi molto, nonostante il mio aquilotto non potesse dispiegare le ali a causa della gabbia che lo racchiudeva. Non sarei andato da nessuna parte ero impacchettato troppo bene dovetti constatare, allora pensai di attirare l’ attenzione di qualcuno facendo il più rumore possibile. Solo che nelle condizioni in cui ero, anche fare rumore era difficile. L’ efficiente bavaglio mi impediva di strillare come avrei voluto. Al massimo mi permetteva di emettere dei deboli squittii, come quelli di un topolino afono che sta annegando in un barile di panna montata. L’ unica cosa che mi restava da fare allora era sbattere la testa od un’ altra parte del corpo contro qualcosa per produrre un suono udibile all’ esterno del camper. Riuscii con estrema difficoltà ad avvicinarmi al portellone laterale del camper. Però essendo attaccato per il collo alla base del sedile del guidatore, potevo a malapena a raggiungere il suddetto portellone con la punta delle ginocchia e comunque non riuscivo a colpirlo con sufficiente forza per farlo risuonare. Lo stretto hogtied in cui mi aveva legato quella diabolica donna, compieva efficacemente il suo dovere ed ironia della sorte inconsciamente ero stato io a consigliarle come farlo in un mio racconto. Durante tutta la vita che avevo vissuto fino ad allora, ero cresciuto con una sorta di dualismo emotivo. Mentre da un lato il mio spirito vagabondo anelava alla libertà priva di legami che la mia vita nomade mi regalava, la mia sessualità era invece di tutt’altro parere. Come stava ripetutamente facendomi notare il mio aquilotto con i suoi insistiti tentativi di ergersi, subito frustrati dalla gabbia che lo conteneva. Volevo assolutamente liberarmi dai legami che la mia rapitrice mi aveva imposto, per poter riprendere il libero vagabondare a cui ero abituato. Però al tempo stesso una parte di me si trovava sempre più a suo agio e felice nella situazione in cui ero finito.
Nonostante ciò quando la mia sequestratrice apri la portiera del guidatore e la sentii parlare con qualcuno all’ esterno. Io provai a denunciare la mia presenza sbattendo più forte che potevo la testa sul pavimento del camper. Ovviamente a parte la donna che mi aveva legato così bene, nessun altro si accorse del mio maldestro e doloroso tentativo. Però lei se ne era accorta, non appena ebbe chiuso la porta, mise in moto il camper e riprendemmo il nostro viaggio, mentre mi diceva arrabbiata: “Un tentativo stupido Tato, coraggioso ma stupido, che ti ha appena fatto guadagnare due giorni di inferno come ti avevo promesso. Avrei preferito che tu conoscessi il mio lato più affettuoso per primo, invece adesso conoscerai quello più crudele a partire da ora.
A questo punto ti sarai accorto di avere un collare che ti stringe la gola, una gabbia di castità che contiene il tuo pene ed un plug anale che occupa parte del tuo retto. Ebbene sappi che li ho progettati personalmente e fatti costruire in Moldavia, da un’ artigiano ad oggi specializzato in oggettistica sadomaso ma che in passato ha prodotto numerosi gingilli per il KGB. Tutti e tre sono controllabili tramite una applicazione che ho sul telefonino e sono in grado di erogarti una scossa elettrica di intensità variabile. Non ho nemmeno bisogno di usare la applicazione mi basta fischiare, perché hanno anche un sensore che riconosce un certo numero di fischi diversi a seconda di quanto voglio farti male. Sta a sentire!!” ed immediatamente udii un fischio breve ed acuto , poi fui attraversato da una scossa elettrica piuttosto dolorosa, che mi lasciò attonito. Mentre la mia sequestratrice continuava tranquillamente a spiegarmi le altre funzioni dei giocattoli che aveva progettato e che mi aveva applicato addosso. “Tutti e tre sono dotati di GPS in modo da permettermi sempre di sapere dove sei. Il collare è in grado di restringersi a comando fino a strangolati del tutto se voglio. La gabbia di castità ha un ring penieno che può restringersi anche lui oppure può vibrare stimolando il nostro aquilotto ed anche il plug anale può funzionare come un vibratore agendo così sulla tua prostata ed espandersi fino a raggiungere dimensioni pari al triplo delle sue attuali. Nella applicazione che mi permette di regolarli ci sono anche dei programmi combinati di scosse, vibrazioni, rigonfiamenti e strangolamenti alternati di varia intensità. Alcuni sono studiati per stimolare la tua libido, mentre altri li ho impostati per punirti. Adesso faccio partire il programma punizione soft e per tutto il resto del nostro viaggio avrai modo di familiarizzarti con i giocattolini, che ti porterai appresso per il resto della vita amore.
Mi dispiace davvero Tato avrei preferito festeggiare il nostro incontro in maniera più piacevole per te ed anche per me. Però io mi divertirò comunque, perché adoro torturare i maschietti e tu avrai modo di pentirti per il tuo maldestro tentativo di segnalare la tua presenza.” ed il mio calvario iniziò. Mentre la mia rapitrice alla guida del mio camper, accendeva la mia autoradio e si metteva ad ascoltare la mia compilation di canzoni, che avevo accuratamente selezionato per accompagnare il mio viaggio all’ insegna della libertà senza legami. Complimentandosi anche con me per i miei gusti musicali. Ben presto mi accorsi dell’ effettiva letalità, dei prodotti dell’ artigianato moldavo che mi erano stati imposti. Il bastardo che li aveva costruiti aveva fatto un lavoro eccelso nel seguire il diabolico progetto della mia rapitrice, che a sua volta aveva sicuramente un cervello di prim’ordine anche se piuttosto sadico. Dopo meno di mezz’ora di tormenti mi resi conto che per tenermi assoggettato a lei, alla mia sadica sequestratrice sarebbero bastati i giocattolini che avevo addosso. L’ harmbinder le cinghie il bavaglio e tutto il resto erano accessori per fare scena. Dato che anche fossi stato libero di muovermi, con quegli aggeggi addosso non sarei andato da nessuna parte. Perché alla mia rapitrice sarebbe bastato un fischio per ridurmi in uno stato catatonico.
Intanto il nostro viaggio proseguiva e con esso il mio calvario. La doppia stimolazione vibrante a livello penieno e prostatico con l’ aggiunta di un leggero strangolamento, od espansione ad hoc, portava il mio aquilotto in uno stato di eccitazione esagerato e non potendo sfogarsi perché ingabbiato. Mi riduceva in una condizione di arrapamento frustrato che mi faceva letteralmente impazzire e poi c’ erano le scosse, che arrivavano all’ improvviso durante i momenti di massimo godimento od in quelli di pausa ed erano dolorose o fastidiose a seconda della loro intensità. Il tutto calibrato e regolato con una crudele precisione, sicuramente frutto di una mente superiore ma anche decisamente sadica. Mentre facevo queste riflessioni durante i brevi momenti di pausa che il programma punizione soft mi concedeva. In me si insinuò una sorta di rispetto quasi reverenziale nei confronti della donna che, aveva progettato e messo in atto il mio rapimento, programmato la mia detenzione a lungo termine, inventato questi giocattoli perversi ed era pronta ad ammaestrarmi secondo i suoi voleri. Inoltre questa donna aveva scelto proprio me tra un mondo di possibili rapiti, aveva scelto me e le piacevano molto i miei racconti, come a me altrimenti non li avrei scritti.
Nel frattempo il camper si era fermato un’ altra volta, mentre contemporaneamente udii un rumore di un motorino elettrico e di ferraglia che cigola. Era sicuramente un cancello od un portone con l’ apertura comandata a distanza. Poi avanzammo lentamente per qualche metro, mentre il rumore di ferraglia cigolante si interruppe con un tonfo metallico rimbombante ed infine ci fermammo. Ero giunto nella mia prigione e forse per l’ emozione, o per il programma punizione soft, o per tutta la birra che avevo bevuto, o magari per tutte e tre le cose. Ignominiosamente mi pisciai sotto, inzuppando il ruvido zerbino pulisci scarpe su cui ero legato oramai da ore
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Tato
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