Segreti di una sorella - Spin Off: Valentina 2° Parte

di
genere
dominazione

La sera successiva c’è una cena di famiglia a casa di mia madre. Arrivo insieme a Luigi e ai bambini, con un po’ di anticipo per aiutare ad apparecchiare. Mia madre ci apre e subito avvolge i bambini con il suo affetto:
- “Amori di nonna, come state? Fatevi dare un bacio”.
Io intanto entro in sala da pranzo per salutare mio padre. C’è anche mio fratello Salvo e la ragazza Raffaela. Li saluto con un sorriso e frasi di circostanza. Mi segue Luigi che invece è più espansivo tra baci, strette di mano, battute divertenti.
Mia mamma ha preparato tutto a base di pesce e frutti di mare. Mio marito, nonostante io cerchi di dissuaderlo, si concede il bis insieme a mio fratello. E mio padre continua a riempirgli il bicchiere di vino. A fine cena aiuto mia mamma a sparecchiare e sistemare.
- “Vi do una mano anche io” dice Raffaela alzandosi da posto.
- “No tesoro, non ti preoccupare” risponde mia madre, “magari resta con i bambini mentre sistemiamo”.
I miei piccoli hanno socializzato fin da subito con la ragazza di mio fratello. Lei è molto dolce con i bambini e stanno volentieri con lei. E almeno non combinano guai come quando stanno con mio marito e mio fratello. Dopo un po’ impongo a mia madre di sedersi e non affaticarsi oltre, mentre io preparo il caffè.
Mi siedo anche io accanto a mia madre sorseggiando il caffè. E ripenso al caffè del bar, portatomi da Pasquale. Vedo Luigi e mio padre ridere e giocare con i bambini. Mio fratello e la compagna sono fuori al balcone a scambiarsi baci e tenerezze. Vedo attorno a me tutta l’armonia familiare, la serenità e il calore che ognuno vorrebbe. Ma la mia mente vola a quel bar, a quel letto in un palazzo diroccato, a quelle braccia a volte rudi…
- “Vale, hai sentito cosa ha detto il nonno?” mi dice mia mamma ridendo.
Fingo un sorriso e annuisco. In realtà non ho sentito e non ho capito nulla. Sono assorta nei miei pensieri che mi tengono distante.
- “Hai visto quei due piccioncini là fuori?” mi sussurra Luigi nell’orecchio.
- “Piuttosto pensa a guardare tuo figlio” gli rispondo indicando Leandro, il più piccolo, che ha appena versato un bicchiere d’acqua sulla tavola.
- “Non ti preoccupare bello di nonna, ora pulisco io” interviene rapidamente mia mamma a tamponare il danno.
Mi alzo e prendo il piccolo in braccio, mentre Salvo e Raffaela rientrano dentro casa. Mi risiedo con mio figlio seduto sulle gambe. Mi accorgo che è stanco, poggia la testa sulla mia spalla e socchiude gli occhi. Faccio un cenno a Luigi che è ora di andare e mettere i bambini a letto. Cedo a lui il peso di Leandro che ormai è troppo cresciuto per le mie braccia, salutiamo rapidamente la famiglia e andiamo via.
La sera successiva trovo l’ennesima scusa per uscire. Sono di nuovo sul letto di Pasquale, nuda, a pecorina. Il suo cazzo sta affondando nella mia figa bagnata facendomi vedere gli angeli.
All’improvviso irrompe in camera il fratello, senza bussare, senza alcun rispetto per la privacy. Io non riesco a spostarmi stretta dalla presa salda di Pasquale sui miei fianchi.
- “Ma cosa fai?! Esci da qui!” gli urlo istintivamente.
Lui, come se io non esistessi, si avvicina al fratello alle mie spalle:
- “Pascà, non ti scordare che domani abbiamo quell’appuntamento” gli dice con disinvoltura.
- “Sì lo so, ho già avvisato don Ciro che finisco due ore prima” gli risponde continuando a fottermi, senza alcun rispetto per me, e senza porsi il problema della violazione della nostra intimità.
Io provo a coprirmi il volto con le braccia e le mani, come se questo in qualche modo possa alleviare la mia vergogna in quella situazione, o possa celare le mie pudenda esposte.
- “We mi raccomando, non dobbiamo fare tardi. L’avvocato non ci aspetta” continua Massimo senza mostrare alcuna fretta di uscire.
- “Stai tranquillo frà, andiamo col motorino, subito facciamo” risponde Pasquale continuando a fottermi.
Intanto le mie tette sobbalzano sotto i colpi di Pasquale, che continua a chiacchierare. Io sono rossa dall’imbarazzo, vorrei gemere ma sono bloccata dalla vergogna. Vedo i jeans di Massimo a un palmo dal mio viso mentre li sento discutere come se io non ci fossi, incuranti della mia presenza.
- “Vabbuò, allora io aspetto a te. Appena torni andiamo” conclude finalmente.
Lo vedo uscire dalla stanza e richiudere la porta. E subito dopo Pasquale affonda maggiormente i suoi colpi e aumenta il ritmo. Ancora una volta mi sono sentita trattare come una puttana, anzi peggio, come un fantasma. Ma ora posso liberare i miei gemiti che ho strozzato fin troppo a lungo. E raggiungo l’orgasmo. Poco dopo anche Pasquale eiacula il suo caldo seme dentro me. Sento le sue dita ravanare nella mia vagina dopo che ha estratto il suo cazzo, provocandomi un ulteriore brivido. Poi mi stendo. Lui mi affianca.
- “Domani incontriamo l’avvocato per risolvere una questione sul vecchio conto di mamma. Quando è morta non sapevamo nemmeno che aveva sto conto” mi dice spontaneamente, come a chiarire l’urgenza della chiacchierata di prima.
Mi viene da sorridere. Lo bacio sulle labbra.

- “Tesoro, stasera esco con le mie colleghe” dico a Luigi mentre finisco di truccarmi.
- “Ultimamente le stai vedendo spesso” mi fa notare.
- “Sì, abbiamo deciso di svagarci un paio di volte a settimana. E scaricare lo stress da lavoro parlando di shopping e serie TV” mento senza tradire emozioni sospette.
Stasera abbiamo deciso di andare in albergo, dopo l’episodio dell’altro giorno a interrompere la nostra intimità. Ritengo che questo possa aiutare a sviluppare la nostra comunicazione e l’affinità, oltre a preservare la nostra privacy.
Ho scelto un albergo più in periferia, a 15 minuti di tangenziale. La struttura è carina anche se si fittano camere a ore. Consegniamo i documenti. L’operatrice alla reception li guarda rapidamente, poi prende le chiavi e ce le consegna. Posso notare che, anche se per un battito di ciglia, ha osservato prima me e poi Pasquale. Immagino sia sorpresa dalla differenza di età, e forse anche di abbigliamento. Io indosso un abito di gala, lui una semplice T-shirt e pantaloncini. Sono sicura che quando saremo in camera sbircerà sui nostri documenti le date di nascita.
Camera 117. Entriamo. Non faccio in tempo ad accendere le luci e chiudere la porta che Pasquale mi attacca tra la porta e il muro, poi inizia a infilarmi la mano sotto la gonna, tra le cosce fino alle mutandine. Sono già un lago e gemo. La mia faccia schiacciata sulla porta di legno, la sua mano ruvida che sfrega sulle mie mutandine, la sua lingua che risale sul mio collo. Il suo corpo schiaccia il mio bloccandolo, i miei gemiti temono che attraversino la porta fino al corridoio.
- “Tesoro, così ci sentono” sussurro ansimando.
- “Non me ne fotte un cazzo, maiala” mi risponde.
Poi mi abbassa le mutandine fino alle ginocchia. Si gode il suono bagnato delle sue dita sulla mia figa. Poi infila due dita dentro facendomi sussultare con un gridolino acuto. Mi fa voltare, il suo sguardo è affamato, infuocato. Il suo alito a pochi centimetri dalle mie labbra. Poi mi afferra con le braccia sotto le natiche e mi solleva. Con una ostentazione di virilità mi conduce in questo modo fino al letto. Poi mi lascia cadere, quasi lanciandomi, sul letto. Si libera dei pantaloncini, poi della maglietta.
- “Spogliati” mi dice.
In pochi secondi resto nuda anch’io, sul letto davanti a lui che, invece, resta in piedi. Mi basta un suo sguardo per capirlo, immediatamente spalanco le gambe. Rapidamente ci si getta in mezzo, me lo ficca tutto dentro in un colpo, poi con la mano mi palpa freneticamente le tette. Dopo un minuto ho già il primo orgasmo, e lo urlo senza remore stavolta, nonostante sia quasi certa che mi sentano dalle camere adiacenti.
- “Sìì amore…ooh sì, fottimi come solo tu sai fare” lo incito nel pieno dell’euforia.
- “Quel cornuto non ti ha mai scopato così, vero bocchinara?” mi dice digrignando i denti.
- “Mio marito non è nemmeno lontanamente al tuo livello, tesoro”.
- “Dillo che è un cornuto di merda. Gliela faccio divertire io la moglie troia” dice infervorato dall’eccitazione.
- “Sì, mio marito è solo un cornuto. Se ci guardasse capirebbe di non essere alla tua altezza” gli dico compiacendolo.
Subito dopo ho un altro orgasmo. Ma lui non accenna a fermarsi. Lo fisso con occhi languidi, poi gli sorrido dolcemente. Mi sputa tra la guancia destra e il labbro superiore. Mi scappa una risata compiaciuta, come se quel gesto schifoso fosse una lusinga. Inclino lievemente il capo e lo sguardo all’indietro. Poi i miei occhi tornano su di lui, maliziosi. Apro la bocca e la avvicino alla sua, come un invito. Lo vedo caricare e impastare con la bocca. Poi fa colare un’abbondante quantità di saliva nella mia bocca. La accolgo deliziata. E ora lui grugnisce forte, alza la testa al soffitto. Poi anche il suo cazzo sputa nella mia figa una copiosa quantità di sperma. Si accascia sul mio corpo con tutto il suo peso. La sua guancia tocca la mia. La sua mano tra i miei capelli, ferma. Due minuti di silenzio. Poi si gira, steso a letto accanto a me.
- “Non hai mai pensato di lasciare quell’inutile cornuto?” chiede improvvisamente.
- “Non è così facile. Abbiamo due figli, e poi lui non se lo merita. È un brav’uomo e un bravo padre” dico sottovoce.
- “E invece si merita che ti fai fottere da altri?” dice cinicamente.
- “Da quando siamo sposati è successo solo con te” dico un po’ spazientita.
- “Ma comunque lo riempi di corna e ti fai sbattere come una vacca vogliosa” insiste.
Resto in silenzio per un po’. Poi sussurro:
- “E a te dispiace questa situazione? Ti dispiace sbattere questa… vacca… come dici tu?”
- “Ah no, anzi meglio per me. Mi assumo io il compito di farti assaggiare un po’ di cazzo come si deve”.
Gli sorrido:
- “Oh ma grazie” gli dico ironicamente.
Lo guardo e rifletto sul fatto che fino ad ora non mi ha ancora baciata. Forse davvero mi vede solo come una troia d’alto borgo da sbattere per sfogarsi. Ma lo accetto. Almeno per ora.
Dopo circa 20 minuti mi chiede di mettermi a pecorina. E mi fotte ancora facendomi ottenere un altro orgasmo. Lui sceglie invece di sborrarmi sul viso e sulle tette. In bagno mi guardo allo specchio e ammiro il suo sperma che profana il mio viso. Vorrei farmelo seccare sulla pelle e portarmelo a casa, ma non posso. Lo tengo sul viso finché posso. Poi prima di lasciare la stanza devo ripulirmi e truccarmi. Non voglio che quella impicciona alla reception veda come sono struccata e mi sono divertita col mio Pasquale.
Alla reception dico a Pasquale che pago io, di non preoccuparsi. Non sembra molto convinto ma sono più rapida nel prendere i soldi dalla borsetta.
Con la mia auto lo accompagno a casa.
- “Ti è piaciuto l’albergo? Potremmo ritornarci” gli dico.
- “Sì, non è male. Mi piace scoparti lì” risponde con un’espressione convincente.
E infatti ci ritorniamo tre giorni dopo. Non appena sale in auto mi guarda e dice:
- “Stasera sembri proprio una puttana!”
- “Buonasera anche a te, tesoro” gli dico ironicamente col sorriso.
Pare che abbia notato il mio abbigliamento un po’ audace, minigonna glitterata e maglietta abbinata un po’ scollata. Non è insolito in certi locali alla moda vestirsi così nella bella stagione, e qui fa ancora caldo. Ma per lui forse è insolito vedere donne così agghindate, se non sui marciapiedi. O forse lo ritiene inopportuno nel luogo in cui ci rechiamo, ma io devo pur fingere con mio marito che esco con le amiche in locali che frequentiamo abitualmente. Sarebbe più sospettoso se indossassi jeans e maglietta.
Alla reception stavolta incontriamo un uomo sulla cinquantina. Sembra distratto dalla visione della sua piccola TV che osserva sorseggiando la sua bibita zuccherina. Prende i documenti e ci dà le chiavi. Sulle scale Pasquale mi palpa ripetutamente il culo.
Camera 118, stessa struttura della precedente con poche varianti. Lui continua a palparmi il culo da sotto la gonna, mentre io inizio a spogliarmi denudando il mio seno. Restiamo rapidamente nudi. A letto si mette sopra di me, infila il suo cazzo tra le mie tette ed eseguo una spagnola, mentre è generoso di insulti.
- “Che maronne ‘e zizze, puttana!” mi dice.
- “Sono felice che ti piacciano” dico accennando un sorriso.
Appena proferite queste parole decide di occludere la mia bocca con il suo membro.
- “Succhia troia!”
Estratto poi il suo cazzo ben insalivato, decide di fottermi. Inizia a penetrarmi disteso sopra di me. Stavolta mi bacia con passione, mi godo la sua lingua irriverente nella mia bocca. Prendo il suo viso tra le mani. Quel bacio contribuisce ad eccitarmi. Vengo sospirando i miei gemiti direttamente nella sua bocca. Poi mi mordicchia le labbra. Tiene il mio labbro inferiore tra i suoi denti. Mi fa impazzire.
- “Perché non mi baci più spesso? Ti fa tanto schifo baciare questa puttana?” gli chiedo.
- “Fatti baciare dal cornuto”.
- “Ma io voglio i tuoi baci” dico sommessamente.
- “Taci, lurida puttana di merda”.
Poi mi solleva le gambe e le poggia sulle sue spalle. Comincia a sbattermi più forte, con tutto il peso del suo corpo ad ogni colpo. Mi sento come una bambola accartocciata tra le sue braccia. Infine geme esplodendo dentro di me.
Restiamo a letto distesi, a riprendere fiato. Lui gioca con il suo telefono, manda qualche messaggio. Dopo un quarto d’ora, senza distogliere lo sguardo dal display, mi dice:
- “Leccami un po’ le palle, zoccola”.
Lui ha le ginocchia piegate e divarica leggermente le gambe. Io prendo posizione tra le sue cosce. Inizio a leccargli e succhiargli le palle mentre lui continua a giocare col telefono. Poi vado più giù a leccargli il perineo. E arrivo al suo ano. Mi delizio leccandogli il buco del culo, lo sento contrarsi sotto la mia lingua. Lui non reagisce, non dice nulla, ma dopo un po’ il suo cazzo inizia a indurirsi e a diventare di marmo. Lo afferro mentre continuo a spingere la lingua nel suo culo.
- “Che porca schifosa!” finalmente esclama, degnandomi di attenzioni.
A questo punto mi siedo sopra di lui, mi impalo con il suo cazzo e mi godo il risultato della mia pratica. Lui getta il telefono sul letto e si dedica a palpare le mie tette che sobbalzano mentre lo cavalco. Mentre sto per venire afferro le sue mani e le tengo strette sul mio seno. Urlo tutto il mio piacere senza trattenermi. Ma non mi fermo, voglio che venga anche lui. Intanto si solleva, resta seduto e infila la sua faccia tra le mie tette. Le lecca, morde, succhia i capezzoli. Io sospiro mentre sento la sua bocca sulla pelle. Poi mi afferra per i fianchi e mi tiene serrata mentre muove il suo bacino. Le sue labbra sfiorano nuovamente le mie, ci baciamo con passione. Infine sento i suoi schizzi caldi dentro me.
Alla reception prendiamo i documenti.
- “Aspetta Valentina, dividiamo” mi dice.
- “No tranquillo, pago io” mentre velocemente consegno i soldi al tipo di prima, che stavolta sembra fissarmi le tette.
Appena usciti dall’albergo, nel parcheggio, Pasquale mi tira per un braccio, mi infila 20 euro nel décolleté e mi dice con tono rabbioso:
- “Ti ho detto che dividiamo!”
- “Ma perché reagisci così?” chiedo confusa.
- “Io le puttane le pago, non mi faccio pagare da loro” conclude prima di proseguire verso l’auto.
Resto interdetta ma non lo contraddico. Raccolgo i soldi e li infilo nella borsetta.
Decido di non prendere la tangenziale ma fare la strada lunga per fermarmi in qualche bar a prendere qualcosa. Mi fermo costeggiando il parco comunale al cui interno ci sono piccoli baretti. Il clima ancora mite la sera favorisce ancora il viavai di molte persone.
- “Vuoi qualcosa?” gli chiedo.
- “Un pompino”.
- “Cosa?!”
- “Fammi nu bucchino!” ribadisce.
- “Ma cosa dici. Qui passa ancora gente, ci possono vedere” sottolineo nel panico.
- “Non me ne fotte. Hai paura che ti prendono per la puttana che sei?” dice slacciandosi il jeans.
Mi guardo intorno, vedo una coppia anziana più distante, ma non mi sento sicura. Mentre mi chino faccio notare:
- “E se passa qualcuno?”
La sua mano sulla mia testa rompe gli indugi, mi ritrovo il suo cazzo in bocca ancora col sapore dei miei umori.
- “Succhia e stai zitta”.
Dalla mia posizione non posso vedere chi passa, ma nei minuti in cui mi dedico alla fellatio sento i rumori dei passi fuori dall’abitacolo, e alcune ombre dovute al passaggio di persone davanti alla luce dei lampioni. Dopo aver ingoiato il suo sperma non mi soffermo a ripulirlo come al solito, ma rialzo rapidamente la testa. Guardando fuori dal finestrino vedo una coppia a venti metri che è sicuramente passata qua davanti e può aver visto o intuito cosa facevamo.
- “E questi sono per il pompino, puttana!” mi dice all’improvviso.
E di colpo mi sbatte in faccia 5 euro, con un gesto volto a umiliarmi. Resto allibita.
- “Ma perché fai questo?”
- “Perché sei na zoccola”.
- “Mi ero fermata per bere qualcosa con te…”.
- “No. Metti in moto e andiamo”.
Non mi oppongo. Serata agrodolce. Devo stare più attenta.
Qualche giorno dopo torniamo in albergo. Gonna lunga, maglietta corta che mostra l’ombelico. Abbiamo la chiave della stanza 121. Inizio inginocchiata a fargli un pompino, fino a quando non vengo premiata da un bel sorso di sborra.
A letto chiacchieriamo un po’, ci baciamo anche teneramente. Giochiamo con i cuscini, ma soccombo subito alle sue cuscinate. Mi sento davvero bene tra le sue braccia e con la testa sul suo petto.
- “Ma tuo marito è capace da solo di guardare i bambini?” mi chiede.
- “Sì, non preoccuparti, è solo per poche ore. In ogni caso mia mamma lo aiuta, abita vicino” rispondo.
- “Io non lo so se avrei pazienza con i bambini. La pazienza non è una mia virtù”.
- “Ma non puoi dirlo. Nessuno nasce padre. Tutti imparano a esserlo”.
- “Eh, ma io quando andavo a scuola ero na peste. Le mie maestre si disperavano” racconta divertito, “Mia mamma era mortificata ogni volta che glielo dicevano. Facevo cose da pazzi, e spesso litigavo con altri bambini”.
- “E pensi che un figlio tuo sarebbe come te?” chiedo sorridendo.
- “Ma sicuramente! Sarebbe il karma proprio…” dice ridendo.
Poi lo bacio ancora. Sento che questo ragazzo merita la mia fiducia, anche se a volte è un po’ troppo rude. Accarezzo il suo pisello addormentato, ci gioco un po’.
- “Senti tesoro, ti piacerebbe sodomizzarmi?” gli chiedo.
- “Soto che?! Cazzo vuol dire?”
- “Sodomizzarmi, scoparmi il culo” gli ripeto più chiaramente facendo una risatina divertita.
- “Waa, e parla come magni! Vorresti che ti scoperei il culo? Sicura?” mi chiede.
- “Se ti va… ma sappi che non l’ho mai fatto”.
- “Succhiamelo un po’, poi quando si fa duro come sai tu, ti metti a pecora” mi dice.
Non ci vuole molto tempo prima che gli diventi una spranga di ferro. Mi posiziono a pecorina, raccomandandogli di dosare la sua irruenza. Si sputa su due dita e poi me le passa sull’ano. Appoggia la punta sul mio ano, sento già una piacevole sensazione. Preme leggermente, sento il buchino dilatarsi. Poi d’un tratto una fitta lancinante mi fa emettere un grido di dolore. Pasquale lo ha spinto dentro di colpo.
- “Ti prego, fermati. Basta” dico provando a sottrarmi.
La sua presa mi tiene salda, il suo cazzo è conficcato dentro me e i miei glutei aderenti al suo pube.
- “Sta buona, tra un po’ passa. Sei molto stretta” risponde sottovalutando la mia sofferenza.
I suoi colpi non sono feroci come nella figa, ma ogni colpo, anche se a un ritmo più lento e costante, mi brucia come un tizzone ardente nella carne.
- “Per favore… mi fai male!” dico con la voce strozzata dal dolore.
Una lacrima mi scende dall’occhio, la faccia infossata nel cuscino, le unghie stringono il lenzuolo.
- “Pasquale ti prego… basta… non ce la faccio…” dico singhiozzando e deglutendo.
Eppure più lo imploro di fermarsi più mi sembra di sentirlo duro dentro me. Mi sento squarciata da quei colpi. Inizio a lamentarmi, pigolando come un cucciolo indifeso. Le mie gambe cedono, è lui a tenermi in posizione con la sua presa. Il dolore mi pervade fino al ventre. Poi tre o quattro colpi più rapidi e profondi, piango più intensamente lamentandomi a denti stretti. Lo sento gemere forte, soddisfatto. Il calore del suo sperma intensifica il bruciore per un attimo, sento il fuoco dentro. Poi il suo cazzo si ritrae perdendo rigidità. Le mie ginocchia cedono e lui mi lascia adagiare sul letto mentre il suo cazzo è rigettato fuori. Tremo tutta, dalle gambe al ventre. Sento colare abbondantemente dal mio sfintere. Lui resta in silenzio, mentre le mie lacrime si bloccano negli occhi dopo aver bagnato le lenzuola.
- “Sta uscendo sangue… dopo ripulisciti” mi dice con una voce più sorpresa che preoccupata.
Io non rispondo, tenendo i denti e le labbra ancora serrati. Mentre sento lui che va in bagno a ripulirsi, io resto sul letto, inerme, senza forze, con un bruciore che dopo essersi attenuato adesso resta lì stabilmente.
Quando torna si siede accanto a me, io sono ancora immobile come prima. Mi poggia una mano sulla testa, io strizzo gli occhi, tenendoli chiusi. Si alza, apre la finestra, si accende una sigaretta.
- “Ti dispiace se ce ne andiamo prima?” sussurro senza voltarmi.
- “Ok, tranquilla”.
Resto ancora qualche minuto ferma, poi con grande fatica mi giro su un lato, evitando di sedermi sul letto. Scivolo giù dal letto da un fianco. Barcollando per il bruciore vado in bagno. Appena seduta sul bidet faccio scorrere l’acqua tiepida, una fitta acuta, poi la bianca ceramica si tinge di rosso. Non oso utilizzare il sapone dell’albergo, sentirei le stelle. Mi limito a sciacquarmi con l’acqua per ripulirmi alla meglio ed attenuare il bruciore. Poi tampono con l’asciugamano delicatamente senza strofinare. Vedo che si è macchiato. Estraggo un salvaslip dalla borsa. Mi rivesto lentamente sopportando il bruciore a tratti intenso. Usciamo lentamente, Pasquale si adegua al mio passo claudicante.
- “Ce la fai? Ti fa ancora molto male?” mi chiede.
Annuisco con la faccia contorta dal dolore. Scendo lentamente le scale. Cerco di non mostrare il mio dolore quando passiamo davanti alla reception, provo a tenere un passo lineare. Pasquale stavolta mi anticipa e paga. Non ho la forza per dibattere sulla mia parte del pagamento.
Arrivati accanto all’auto capisco che non sono in condizioni per guidare.
- “Guideresti tu per favore?” chiedo.
Lui annuisce e prende le chiavi. Io, al posto del passeggero, reclino il sediolino per minimizzare il bruciore ancora vivido. Arriviamo sotto casa sua.
- “Oh, ce la fai a guidare?” mi chiede.
- “Sono pochi chilometri, stringo i denti” dico.
Adesso ho un malessere diffuso. Ho bisogno di riposare, temo che possa avere la febbre. Arrivata a casa corro a chiudermi in bagno. Mi sfilo le mutandine sporche. Ho una forte nausea. Mi tengo i capelli, mi chino sul water per vomitare.
Toc toc.
- “Vale tutto bene?” chiede Luigi da dietro la porta.
- “Sì, ora mi passa” rispondo prima di un altro conato.
Impiego un po’ di tempo per lavarmi la faccia, la zona dolorante, indossare biancheria pulita. Uscendo vedo Luigi preoccupato.
- “Che succede? Stai male?” mi chiede visibilmente ansioso.
- “Devo aver bevuto qualcosa che mi ha fatto male, forse ho mischiato” rispondo.
- “Vuoi che ti dia qualcosa per lo stomaco?”.
- “No, mi serve soltanto un po’ di riposo. Vado a letto” concludo prima di eclissarmi in camera da letto.
La mattina dopo chiamo in ufficio, avviso di avere la febbre. In realtà non riesco ancora a sedermi. Riesco a camminare meglio, ma sedermi proprio no. L’assorbente ha impedito che stanotte sporcassi il pigiama. Adesso non sanguino più. Un messaggio.
- “Buongiorno troia, come stai?”
Di solito non mi scrive mai la mattina. Forse si è preoccupato.
- “Un po’ meglio, ma oggi non sono andata al lavoro”.
- “Riposati e guarisci presto. Ci vediamo poi quando stai meglio”.
Lui non può saperlo ma ricevere le sue attenzioni già mi fa sentire meglio, almeno emotivamente.

Il giorno dopo torno al lavoro, anche se ancora un po’ dolorante. Nadia mi vede strana e mi chiede:
- “Buongiorno Valentina. Tutto bene? Ti vedo dolorante”
- “Eh sai Nadia, non sono più tanto giovane. Ho mal di schiena” dico sorridendo.
- “Conosco un bravo fisioterapista se vuoi. Con una serie di massaggi vedrai che passa”.
Cara Nadia, magari bastassero i massaggi. Ma che ti devo dire. Intanto il suo consiglio mi fa sorridere. Prendo il telefono, scrivo un messaggio:
- “Tesoro tu li sai fare i massaggi?”
- “Ho le mani da zappatore, mica da massaggiatore!” mi risponde Pasquale dopo qualche minuto.
Mi scappa una risata che fa voltare Nadia, la quale mi guarda come se fossi scema.
Purtroppo per alcuni giorni non riesco a incontrare Pasquale. Ma meglio così, mi prendo il tempo per recuperare fisicamente.
Dopo quasi una settimana ci vediamo una domenica mattina, decidiamo di fare una passeggiata al real bosco di Capodimonte. Poiché c’è tanto da camminare stamattina indosso jeans e scarpe da ginnastica.
- “Mi piace molto qui, d’estate si sta freschi e poi si respira aria buona” gli dico.
- “Io ci venivo da ragazzino a giocare a pallone” mi risponde.
- “Sì, anche io a volte ho portato i bambini qui a giocare. Altre volte venivo a fare jogging”.
Ci imboschiamo in una zona lontana e meno frequentata. Ci guardiamo attorno, sembra che non passi nessuno. Circondati da alti arbusti mi inginocchio davanti a lui sull’erba, lo tira fuori dai pantaloni e inizio a succhiarglielo.
- “Ingoialo tutto lurida zoccola” mi dice eccitato.
Dopo qualche minuto alle mie spalle sento dei passi vicini. Poi delle risatine.
- “Oh, ch cazz tenete da guardà! Andatevene! Muovetevi!” sento Pasquale inveire minaccioso.
Poi sento i passi allontanarsi in una breve corsa. Con la coda dell’occhio vedo due adolescenti allontanarsi di fretta. La mano di Pasquale delicatamente sulla mia testa, mi tiene stretta al suo pube.
- “Tranquilla, erano due mocciosi di merda. Non ti fermare” mi dice.
Altri due minuti a succhiare, e dopo aver ripreso la concentrazione mi viene in bocca. Lo estraggo dalla bocca e lo guardo.
- “Ci hanno visto?” chiedo.
- “Hanno visto me. E poi si sono cagati in mano quando li ho urlati” mi dice sorridendo.
Sulla strada del ritorno ci fermiamo su una panchina e ci baciamo come una normale coppia di fidanzati.

Ormai è più di un mese che non faccio sesso con mio marito. Non sento più l’esigenza di un’intimità con lui, eppure quando sono con Pasquale mi sento un fuoco dentro. Temo che presto Luigi vorrà delle spiegazioni. Un conto è farlo poche volte al mese, un conto è non farlo mai.
La sera sono in albergo con Pasquale. Abbiamo appena fatto sesso e sono nel letto tra le sue braccia. Ho ancora il suo sperma sul viso che si sta seccando. La sua mano scivola tra le mie cosce e due dita si insinuano nella mia vagina. L’odore della mia figa eccitata si mescola all’odore del suo sperma sul mio viso. Gemo, il mio cuore accelera, non trattengo le mie emozioni.
- “Oh Pasquale… non immagini quanto sei diventato importante per me…” sussurro.
- “Lo so che ti sei affezionata al mio cazzo, troia”.
- “No, non hai capito. Sono legata a te… io ti amo!” gli dico gemendo.
Poi le sue dita sfregano più velocemente facendomi raggiungere un orgasmo che urlo senza freni. Restiamo in silenzio mentre il mio respiro lentamente torna alla normalità.
- “Non può essere amore. Sei solo molto arrapata” mi dice con tono serio.
- “Perché dici questo? Io mi sono davvero innamorata di te…”
- “Ma per favore. Hai un marito, figli, una famiglia. Con me vieni solo a scopare” ribadisce con freddezza.
- “Sappi che con mio marito non scopo più da un mese. Pensi che rischierei così tanto se non ti amassi?” gli dico alzando la voce.
- “E sbagli a non scopare più col cornuto. Prima o poi lo capirà che hai un altro”.
- “Ma io voglio solo te. Non ho bisogno di altro” gli dico languidamente.
- “E comunque io non mi affeziono a una donna sposata. Oggi c’è, domani poi magari torna dal marito” conclude.
- “Temi che mi possa allontanare da te?” gli chiedo sorpresa.
- “Non temo niente. Nemmeno me ne frega. Ma tu non appartieni a me, sei già di un altro, anche se è un cornuto di merda” risponde cinicamente.
Resto in silenzio. Capisco che è inutile convincerlo. Nella sua mentalità una donna sposata non potrà mai amare un altro uomo. Sono un po’ delusa, ma in fondo mi aspettavo questa reazione da lui.
- “Vado a fare una doccia, sono tutta sporca” dico alzandomi dal letto.
Non mi dispiace avere il suo sperma secco sul viso, ma devo darmi una ripulita prima di andare via. Entro nel box doccia. Regolo l’acqua a una temperatura accettabile. E mentre mi insapono ripenso a quelle parole. Mi chiedo anche come sia possibile che mi sia innamorata di lui, ma è ciò che sento, non posso regolare il mio cuore come regolo il miscelatore dell’acqua. Resto a rilassarmi sotto gli schizzi d’acqua che scendono sulla mia fronte. Poi a un tratto si apre la porta del box doccia, cogliendomi di sorpresa.
- “Chiudi l’acqua!” mi dice Pasquale.
Faccio come chiede, pensando che voglia dirmi qualcosa.
- “Cosa c’è?” chiedo incuriosita.
- “Mettiti in ginocchio” mi dice mentre tira fuori il suo cazzo dalle mutande.
Lentamente mi inginocchio e gli sorrido, immaginando che abbia voglia di un pompino. Ma prima che possa avvicinarmi afferra il suo cazzo e mira, colpendomi con una pioggia dorata tra i seni e sul collo. Lancio un piccolo urlo di sorpresa. Gli zampilli di piscio mi colpiscono sul ventre, poi risale fino a soffermarsi sul mio viso. Quel tepore sulla pelle e quell’odore acre mi fanno bagnare nuovamente. Tengo gli occhi chiusi e inizio ad accarezzarmi. Rapidamente ho un orgasmo in quella pozza di piscio mentre gli ultimi zampilli si stagliano sulla mia pelle. Riapro gli occhi mentre lo scrolla e rimette dentro.
- “Adesso fatti un’altra sciacquata” mi dice richiudendo la porta della doccia.
Io inginocchiata cedo tremante, sedendomi sui talloni e con la spalla poggiata alle mattonelle. Allungo la mano per aprire l’acqua che prontamente lava via ogni traccia dal mio corpo. Ogni giorno è una sorpresa con lui, come posso non amarlo, penso… e mi si apre un leggero sorriso sulle labbra.

Passano due settimane, ritorno a casa dal lavoro. Saluto Luigi con un bacio sulle labbra, poi vado a fare una doccia. La sera metto i bambini a letto. Poi lascio che le mie membra stanche riposino sul divano accanto a Luigi. La sua mano si allunga e afferra la mia coscia, risalendo piano. La fermo con la mano.
- “Ti prego, stasera no. Non ce la faccio” gli dico.
- “Vale è più di un mese che non vuoi scopare, cosa è successo?” mi chiede con tono preoccupato.
A questo punto capisco che per sottrarmi ho bisogno di una scusa valida, mi vengono in mente i discorsi fatti con Pasquale e tutte le volte in cui ho pensato a questo momento.
- “Niente tesoro, ma da qualche tempo soffro di secchezza. Se provo a toccarmi mi brucia. Non ci riesco. Scusami”.
- “Ne hai parlato col ginecologo? Che ti ha detto?” mi chiede.
- “Devo attendere. Ha detto di non preoccuparmi, potrebbe passare da solo dopo qualche settimana. Nel caso ritorno e mi prescrive una pomata”.
Lui non appare molto convinto.
- “Beh ma intanto che aspetti cosa ti ha consigliato?” insiste.
- “In che senso?” chiedo fingendo di non capire.
- “Si può stare in intimità in tanti modi. Non penso che debba spiegartelo…”
- “Amore se là sotto non reagisce allora nemmeno la testa reagisce. E la voglia non c’è…”
- “E quindi dovrei segarmi come un adolescente intanto?”
- “E tu che altra soluzione avresti?!”
- “Se proprio devo segarmi, almeno fallo tu. Non credo sia chiedere troppo. Non influisce sui tuoi problemi intimi e almeno manteniamo un contatto” mi dice mettendomi alle strette col suo ragionamento.
Mi fermo a pensare. Non posso fare la separata in casa. Qualcosa devo pur concedere. E forse questo è un buon compromesso. Non può essere considerato sesso, al limite petting.
E mentre sono assorta nei miei pensieri Luigi non perde tempo e lo tira fuori già duro. A questo punto non posso tirarmi indietro. Lo avvolgo nella mia mano, inizio a segarlo. Non ci vuole molto tempo prima che venga, e lui è già pronto con i fazzolettini a raccogliere i copiosi schizzi di sborra. Dalla quantità è evidente che non veniva da molto tempo. E dalla velocità di esecuzione è altrettanto evidente che lo desiderava da tempo. Mi sento egoista. Forse almeno una sega dovrei concedergliela più spesso.
Arriva novembre, e l’11 è anche il compleanno di Pasquale. La sera andiamo a cena insieme, ha accettato di festeggiarlo con me al ristorante. E io gli ho preparato una bella sorpresa.
Quando vado a prenderlo mi accorgo subito che è insolitamente elegante. Indossa una camicia bianca sopra un pantalone classico. Non lo avevo mai visto metterci tanta cura nel vestirsi. E mi piace molto. Arriviamo al nostro tavolo che ho prenotato stamattina. Mi accorgo che Pasquale è un po’ a disagio in quell’ambiente raffinato. Gli prendo la mano sul tavolo per tranquillizzarlo.
- “Eri mai stato qui prima?” gli chiedo ingenuamente, ma subito mi rendo conto che è una domanda stupida.
- “Noo, macché! Al massimo so stato in trattoria” mi dice facendo una risata.
Rido anche io con lui. Mi piace vederlo così di buon umore. Di solito ha sempre un’espressione seria.
- “E pensa, puoi anche bere tutto il vino che vuoi… tanto guido io dopo” gli dico ironicamente.
- “Io penso che per una bottiglia di vino a questi gli devo lasciare un rene” e ride di nuovo.
- “Non preoccuparti di nulla. Questa cena è il mio regalo di compleanno” gli dico strizzandogli l’occhio.
Quando il cameriere si avvicina per prendere l’ordinazione vedo Pasquale guardarlo con sospetto, come se fosse un alieno. È chiaro che i suoi modi e la sua professionalità, tipica di questo ristorante, lo fanno apparire buffo ai suoi occhi. La cosa mi diverte non poco, e quasi rischio di ridere in faccia al cameriere.
A fine cena, mentre ci versiamo un altro bicchiere di vino, prendo un pacchetto dalla borsa.
- “E questo è il mio secondo regalo per te. Quello vero” gli dico porgendoglielo.
Pasquale è sorpreso. Inizia ad aprire il pacchetto, dopodiché il suo sguardo è di puro stupore. Guarda la confezione, poi guarda me. È senza parole. Si ritrova tra le mani un iPhone 17 Pro Max.
- “Uànema do' priatorio! Ma chist è un regalone! Grazie assai Vale” esclama con la meraviglia negli occhi.
Sono proprio felice che lo abbia gradito.
Mentre usciamo dal ristorante per andare al parcheggio si ferma. Mi guarda negli occhi e mi bacia con intensità.
- “Grazie ancora. Per tutto” mi dice.
Stavolta sono io senza parole. Poi mi prende per mano, la stringe e camminiamo così per quei cento metri fino all’auto. Il cuore mi batte fortissimo.
L’autunno ormai si fa sentire. Le temperature sono scese, ma io e Pasquale continuiamo a vederci segretamente. I nostri corpi sono ancora caldi ogni volta che ci incontriamo. La nostra comunicazione è molto migliorata, come anche la nostra intesa. Eppure ho sempre l’impressione che lui mi veda soltanto come una troia di passaggio nella sua vita. Gli ho dichiarato più volte i miei sentimenti, ma lui troppo spesso sembra freddo, non si scioglie facilmente. Ho sempre accettato questa condizione, ma a volte mi crea frustrazione.

Sono impalata sul suo cazzo nel letto dell’albergo. Mi muovo sopra di lui in preda a un’eccitazione frenetica. Ansimo e mi agito sul suo corpo.
- “Ooh sìì… ti amo… amore ti amo… ti amoooo” urlo mentre ottengo un orgasmo particolarmente intenso.
Lui ha le mani sulle mie tette e le palpa con vigore accompagnando i miei movimenti. Poi mi accascio sul suo corpo baciando il suo viso e le sue labbra. Lecco il suo viso come una cagna.
- “Waa sei propria na grande puttana” mi dice.
Non so per quale motivo, non so cosa mi aspettavo, ma stavolta mi irrigidisco.
- “Ma qualche volta riesci a dirmi anche qualcosa di carino?” gli rispondo con un rimprovero.
- “Oh calmati, lo sai che non sono tipo da smancerie” risponde.
- “Sì ok, ma a volte sembra che non ti importi proprio nulla di me”.
- “Se non m’importava nulla mica perdevo tempo con te”.
- “Non lo so. Vedo che non riesci proprio a provare emozioni e sentimenti per me. È sempre e solo tutto un gioco perverso per te!”
- “Oh ma stai incazzata stasera, perché io nun tengo genio”
- “Eh certo, non hai voglia di discutere”.
- “Famme capì, tieni la fessa storta oggi?!”
- “Sì ok, sfotti. A volte sei totalmente indelicato e privo di tatto” gli dico adesso con più calma, “Pure quando ti ho dato il culo per la prima volta, hai pensato solo a divertirti senza preoccuparti che mi facevi male seriamente!”
- “Ma che esempio del cazzo, che ci azzecca questo?!”
- “È solo uno dei tanti esempi che potrei fare. Visto che sei tanto virile qualche volta potresti essere più premuroso con me”.
- “Cretina idiota! Se lo vuoi sapere quella era la prima volta pure per me. Non ho mai fottuto il culo di una donna prima. L’ho visto fare solo nei porno e non credevo che fosse così doloroso per te”.
A questo punto resto in silenzio, continuando a tenere il broncio. Ma questa ammissione un po’ mi spiazza. Che non volesse ferirmi volutamente? Che sia stata solo inesperienza? Ma poi, perché gliel’ho rinfacciato visto che all’epoca mi aspettavo effettivamente un rapporto doloroso e senza riguardi. Mi alzo e vado in bagno per lavarmi il viso e riprendere lucidità. Mi guardo allo specchio, non capisco cosa mi sia successo per parlare così. Valentina, cazzo fai? Vuoi rovinare tutto? Penso guardando la mia immagine riflessa.
Esco dopo circa 10 minuti. Lui è steso sul letto giocando con il telefono.
- “Scusami per prima” gli dico.
- “Ma che ti è preso?” mi dice sedendosi sul bordo del letto.
- “Non lo so…”
Mi inginocchio davanti a lui spontaneamente. Inizio a baciargli i piedi. Poi li lecco devotamente. La mia lingua passa tra le dita dei suoi piedi. Lui mi lascia fare silenzioso. Voglio che mi veda umiliata per lui. Dopo un paio di minuti mi dice:
- “Vieni qua, fatti scopare”.
Mi mette a pecorina sul bordo del letto. Mi fotte. Poi solleva il suo piede e lo mette sulla mia faccia, mentre continua a sbattermi. Calpesta il mio viso mentre abusa del mio corpo. Inizio a bagnarmi ancora di più. Tiro fuori la lingua cercando la pianta del suo piede. Sento l’umiliante pressione del suo piede.
- “Sono la tua puttana di merda, fottimi senza pietà” gli dico con la bocca piegata dal suo piede.
Sento che il mio incitamento lo eccita e aumenta il ritmo dei colpi.
- “Non valgo niente, sono una nullità. Sfondami la fessa” continuo.
A questo punto lo sento gemere sempre più forte, poi mi riempie la figa. Solleva il suo piede. Mi resta dentro ancora qualche secondo. Poi si adagia sul letto, soddisfatto. Mi metto accanto a lui, in silenzio. Mi godo il calore del suo corpo.

Quando arriva il periodo natalizio non riusciamo a vederci. I bambini non vanno a scuola, sono impegnata nell’acquisto dei regali, i preparativi, le cene in famiglia. Sento la sua mancanza malgrado l’aria di festa. Riusciamo a scriverci qualche messaggio ma non ho molto tempo nemmeno per usare il telefono. Spesso mi chiedo se anche a lui manco un po’.
Il 23 dicembre vado in chiesa per confessarmi. Non posso esimermi dall’andare a messa la notte del 24, mio figlio a maggio farà la Prima Comunione e io devo portarlo a messa. Durante il catechismo sono molto attenti su queste cose, il sacerdote sembra ricordarsi tutti i volti presenti nonostante ci siano centinaia di persone. Farei una brutta figura se non portassi i bambini. D’altra parte affrontare la confessione, in questo periodo peccaminoso della mia vita, mi mette una certa ansia. Don Antonio è un brav’uomo, ma ha sempre quel volto austero e giudicante che decuplica i propri sensi di colpa. È un uomo di 65 anni, ben portati, schiena dritta e tanta forza di volontà, sempre energico. Ma non è esattamente la persona che vorrei trovarmi in confessionale mentre rivelo i miei recenti peccati.
Entro in chiesa, mi genufletto. Poi mi incammino lungo la navata centrale, nel composto silenzio rotto solo dal ritmo dei miei passi sui tacchi, fino al confessionale. Ci sono già alcune vecchiette in attesa, volti noti della parrocchia, alcune delle quali mi salutano con un sorriso e un cenno del capo. Una è inginocchiata sui gradini dell’altare stringendo tra le mani un rosario. L’età media di queste donne supera i 75 anni, mi chiedo cosa avranno di tanto urgente da confessarsi ogni settimana. Di certo nulla di scabroso come invece toccherà a me. Eppure queste donne per fede trovano la forza di alzarsi in piedi per giungere fin qui, inginocchiarsi per lunghi minuti a dispetto dell’artrite e dell’osteoporosi, cantare per ore, ricordarsi tutte le preghiere e i canti liturgici sebbene ricordino con fatica anche i nomi dei nipotini. È proprio vero che la fede fa miracoli e smuove le montagne.
Ci sono tre confessionali disponibili. Per gestire l’enorme flusso di fedeli che desidera confessarsi don Antonio si avvale di altri due sacerdoti. Sicuramente si tratta di don Aldo e don Bruno. Sono due giovani sacerdoti che spesso lo aiutano in parrocchia quando ci sono molte funzioni o, come in questo caso, per le confessioni. Non nego che preferirei capitare con uno di loro due, sono più giovani di me, particolarmente gentili e sorridenti, mi sentirei meno giudicata. Ma non posso sapere quale confessionale occupano. E soprattutto, quando sarà il mio turno, dovrò entrare nel primo confessionale libero, di certo non posso stare lì a scegliere. Che cavolo, la statistica è a mio favore, ho il 66% di possibilità di non capitare con don Antonio.
Entra intanto un gruppo di quattro suore che si posiziona tra i banchi della terza fila. Le pie donne si inginocchiano e, con la testa tra le mani, sono completamente assorte nella preghiera. Ricordo quando da bambina studiavo con le suore. A me era capitata suor Maria Addolorata, aveva circa 60 anni, forse la più severa dell’istituto. Ricordo le urla se non imparavi le tabelline o i verbi, le umiliazioni davanti ai compagni. E se mancavi di disciplina le punizioni potevano essere fisiche. Per carità, nulla di esagerato rispetto alle punizioni delle mamme dell’epoca, ma comunque erano metodi educativi che adesso sarebbero impensabili. Per fortuna la suora mi vedeva di buon occhio, parlava sempre bene di me a mia madre, non ho memoria di sgridate o punizioni severe, ed ero una bambina studiosa e rispettosa. Diceva sempre che avrei fatto grandi cose da adulta. Chissà cosa penserebbe di me adesso, se sapesse… Mio fratello Salvatore invece capitò con suor Angela, avrà avuto circa 40 anni ed era più tollerante con i bambini poco volenterosi. Eppure non so quante volte avrà tirato le orecchie a mio fratello. Quello non riusciva a stare fermo, era irrequieto. E poi era in classe con nostro cugino. E una volta lo beccò con le figurine, poi a ridere, poi a litigare, e via di seguito. Alla fine per esasperazione lo puniva spesso e volentieri. Ricordo che una volta, all’intervallo, lo trovai fuori alla porta insieme a un compagno, entrambi con le orecchie rosse violacee e le facce da cani bastonati. Su questi pensieri devo trattenere una risata simulando un colpo di tosse.
Ecco una vecchietta che è uscita. È il mio turno. Non appena chiudo la porta e mi accingo a inginocchiarmi, sento la voce del confessore:
- “Sia lodato Gesù Cristo”.
E che cazzo, è don Antonio! E ti pareva. Già mi sale l’ansia. Alzo gli occhi e il suo sguardo severo già mi mette soggezione.
- “Sempre sia lodato”.
- “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”.
- “Amen. Mi perdoni padre, perché ho peccato”.
- “Da quanto tempo non ti confessi, figliuola?”
- “Dalla scorsa Pasqua”.
- “Cerca di confessarti più spesso” mi dice con la voce quasi annoiata di chi ha ripetuto queste parole centinaia di volte.
Si appoggia con le spalle alla parete in legno del confessionale per stare comodo e resta in ascolto senza guardarmi, fissando un punto vuoto davanti a sé. Inizio a bassa voce la lista dei miei peccati:
- “Non tutte le domeniche vengo a messa. A volte dico le parolacce. Ho offeso una collega durante un litigio. Più volte. Spesso dico bugie. E…”
Lui annuisce distrattamente alle mie dichiarazioni, poi prende la parola:
- “Hai commesso peccati contro il Signore?”
- “No, questo no. Non è mia abitudine bestemmiare”.
- “Ti ricordi di pregare ogni giorno?”.
- “Non proprio tutti i giorni”.
- “Con i tuoi genitori sei rispettosa”.
- “Direi di sì”.
- “Bene. C’è qualcos’altro di cui vuoi parlarmi?”.
Chino la testa, prendo fiato:
- “Sì, in verità c’è una cosa in particolare che mi pesa sul cuore…” dico mentre deglutisco.
- “Ti ascolto figliuola”.
- “Nell’ultimo periodo ho commesso spesso adulterio…” dico con un nodo alla gola; è la prima volta che confesso un simile peccato.
Su queste parole per la prima volta il suo sguardo cade su di me.
- “Da quanto tempo tradisci tuo marito?” mi chiede con voce calma.
- “Più di tre mesi”.
- “Per i peccati della carne prega di più. La Vergine Maria ti aiuta a capire e a fare la scelta giusta”.
Io annuisco. Ma sono anche stupita per la calma nelle sue parole. In fondo lui conosce bene sia me che mio marito. Immaginavo una reazione scioccata, forse anche un velato cazziatone.
- “Recita cinque Ave Maria e due Padre Nostro. Adesso dimmi l’Atto di dolore”.
Finito l’Atto di dolore stende la mano destra sollevata sul mio capo e inizia il rituale di assoluzione, concludendo così:
- “E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
- “Amen”.
Uscita dal confessionale mi sento più leggera. Anche se so che dopo le festività ricomincerò a peccare. Prima di lasciare la casa di Dio recito le preghiere di penitenza che mi sono state assegnate.
Alla Vigilia di Natale c’è il classico cenone a casa di mamma. C’è anche mio fratello con Raffaela, insieme hanno optato per trascorrere il Natale con noi mentre il Capodanno lo passeranno con la famiglia di lei. La quantità di cibo a tavola è gargantuesca. Io mi limito ad assaggiare qualcosina qua e là, e cerco di capire cosa i bambini potrebbero gradire di più. Gli uomini invece sono dei pozzi senza fondo e non fanno prigionieri.
Arrivati i dolci vedo Luigi, seduto di fronte a me, allentare la cintura di un buco. Gli lancio un’occhiataccia e gli sussurro:
- “Sei un maiale!”
A Salvatore non sfugge la mia frase e gli si apre un sorriso divertito.
- “Ma non lo vedi che sta sciupato? Lascialo stare” esclama ironicamente.
A lui si unisce pure mio padre con le sue battute.
- “Ha ragione. Chill ‘o guaglione sta sciupato. Luigi piglia n’altra frittura di pesce” dice ridendo sguaiatamente.
Li guardo sollevando le sopracciglia. Davanti al cibo sono peggio dei bambini e non si contengono. Il mio sguardo incrocia quello di Raffaela che è seduta accanto a me, ma ormai nemmeno lei riesce a trattenere le risate per la serata allegra. In fondo lei non è abituata agli eccessi della mia famiglia. Mi alzo e vado ad aiutare mamma che sta prendendo i dolci da mettere a tavola. Voglio capire anche cosa possano mangiare i bambini senza farsi venire male al pancino.
Tra l’abbuffata finale di dolci e il caffè, accontento i bambini che sono ansiosi di aprire i propri regali. Li aiuto a scartare le strenne enfatizzando ogni dono come se fosse inaspettato. In realtà sono i soliti giocattoli, pigiamini, e altre cose concordate in anticipo con mia mamma.
- “Andate a ringraziare zio Salvo e zia Raffaela con un bacio” gli dico.
Poi un bacio ai nonni che se li stringono e se li coccolano come bambolotti. Ma ormai è già ora di portare Ludovico a messa. Leandro invece andrà domattina col padre, è troppo piccolo per resistere alla lunga messa notturna, si addormenterebbe sicuramente. Ringrazio anche io i presenti per i regali ai bambini, e poi saluto tutti prima di andare.
La fine delle feste è una liberazione. Il ritorno al lavoro è quasi rilassante rispetto alla vita da mamma, moglie, casalinga a tempo pieno. Tra cucina, spese, regali, telefonate di auguri. Saranno anche giornate speciali e allegre, ma portano con sé un enorme carico di stress. E poi mi mancava troppo trascorrere un po’ di tempo con Pasquale. Ci siamo organizzati per andare in albergo l’8 gennaio, e farci la prima scopata del nuovo anno.
Non appena sale in auto non resisto, gli salto letteralmente addosso per baciarlo voracemente. Gli sporco le labbra e il viso con il mio rossetto, poi lo aiuto a pulirsi con un fazzoletto umido.
- “Waa, m’hai fatto na chiavica!” esclama quando si accorge di essere tutto macchiato.
La sua espressione mi fa sorridere. I suoi modi non sono affatto cambiati dopo queste settimane. È sempre lo stesso, il solito Pasquale.
Giunti in albergo mi accorgo di essere già tutta bagnata ancor prima di spogliarmi. La voglia è troppa. Una volta denudata Pasquale se ne accorge.
- “Stai fradicia maiala!” mi dice.
Poi infila la sua faccia tra le mie cosce. Inizia a leccarmi magistralmente. Un brivido percorre tutto il mio corpo. Raggiungo rapidamente un primo orgasmo che mi fa contorcere sul letto. Pasquale solitamente non è generoso col sesso orale, è una cosa che mi fa desiderare e mi concede col contagocce. Ma oggi mi sta facendo impazzire. E proprio per questo mi propongo di ricambiare. Facciamo un 69, posizionandomi sopra di lui e ingoiando il suo cazzone duro. Ottengo un secondo orgasmo mentre si mangia la mia figa avidamente. Dopo poco mi delizia con il suo squisito sperma che invade la mia gola. Gli ripulisco il cazzo con la bocca, lasciandogli la mia bava sulle palle e sul pisello. Poi appoggio la mia testa sulla sua coscia. A questo punto mi sento tirare i capelli. Pasquale li ha afferrati per asciugarsi il cazzo e i testicoli, come se fossero una pezza. Glielo lascio fare, senza reagire. Appartengo a lui, e anche i miei capelli. Lascio che li imbratti per pulirsi le palle.
Ci stendiamo vicini a riposare.
- “Cosa hai fatto a Capodanno? Con chi lo hai passato?” gli chiedo.
- “Sono stato con Massimo, e abbiamo cenato con mia zia. Abbiamo trascorso con lei la mezzanotte”.
- “E io ti sono mancata?” chiedo speranzosa.
- “Mi è mancato fotterti. Mi è mancata la tua pucchiacca” mi risponde.
- “Sei sempre il solito romantico” mi viene da dirgli senza trattenere un sorriso divertito.
Gli prendo la mano e gliela metto tra le mie cosce. Per fargli sentire che ora quella pucchiacca che cercava è lì, a sua disposizione, ed è bollente. Ci baciamo ancora un po’, dolcemente e con passione. Dopo pochi minuti sono di nuovo a pecorina con il suo palo conficcato dentro me. Vengo ancora una volta. Poi con più calma, dopo un po’ gode anche lui grugnendo forte. Quanto mi è mancato il sesso con lui.
Dopo un po’ lui si alza e va in bagno. Lo seguo subito dopo. Lo osservo pisciare. Mi chino accanto al cesso, tenendomi i capelli con le mani. Il suo piscio è chiaro, quasi limpido. Come se fosse una fontanella chino la testa e ne ingoio un paio di sorsi. Adoro quella bevanda calda prodotta dal suo pisellone. Lo guardo negli occhi mentre deglutisco. Il suo sguardo è eccitato, ma anche curioso per ciò che faccio, e ha una luce che brilla di orgoglio e senso di superiorità. Attendo poi che finisca, per leccare via le ultime gocce e ripulirlo nella mia bocca.
Stasera sono davvero felice. Stare con lui mi fa sentire bene. Mi dispiace don Antonio, ho già ceduto nuovamente al peccato. Pregare la Madonna non è servito.

Due giorni dopo ho ancora voglia di lui. Le vacanze di Natale sono state eccessivamente lunghe e adesso voglio recuperare. La sera ci organizziamo per tornare nel nostro albergo. La notte è serena, il cielo limpido, l’atmosfera romantica. La camera è tenuta calda dai riscaldamenti, e dopo il sesso fa anche troppo caldo. Pasquale è nudo davanti alla finestra parzialmente aperta mentre fuma, io mi avvicino a lui indossando la sua felpa. Ammiro il cielo stellato, sospiro.
- “Ti va di prendermi da dietro?” gli sussurro fissando il cielo.
Lui mi afferra la natica con la mano e la stringe. Questo è un sì.
Non appena getta via il mozzicone dalla finestra mi avvio verso il letto sfilando la felpa. Lui chiude la finestra e mi raggiunge. Mi metto a pecorina, lui mi sputa rumorosamente sull’ano, poi ci strofina il cazzo per lubrificarlo.
- “Mo te le faccio vedere io le stelle, maiala!” mi dice.
Con un primo colpo entra la cappella, poi con una seconda spinta scivola tutto dentro. Ormai il mio ano è ben aperto dopo quella prima volta. Gli ho concesso il culo un altro paio di volte in seguito, ormai l’ingresso è abbastanza largo per compiacerlo senza soffrire troppo. Non mi interessa avere il buco del culo stretto e perfetto, preferisco averlo sfondato e pronto per il ragazzo che amo. Anche lui ha notato la differenza e ormai spinge senza freni. Il suo impeto mi fa bagnare e gemere, allungo la mano per toccarmi il clitoride. Il suono dei colpi del suo ventre sulle mie natiche è melodia, il suo membro che stimola il mio ano e pulsa dentro me suscita sensazioni uniche. Inizio a gemere come una porca e lui affonda di più i colpi. Vengo con gemiti acuti e la faccia schiacciata sul lenzuolo. Tengo il culo sollevato in attesa che lui mi riempia di sborra, e poco dopo sento il suo caldo seme entrare in me. Mi resta dentro finché non perde rigidità e scivola fuori.
Restiamo stesi sul letto, io lo abbraccio. Lo bacio dolcemente sulle labbra.
- “Ti amo” gli dico.
Lui fissa il soffitto in silenzio. E dopo alcuni secondi mi chiede:
- “Davvero il cornuto non ti ha mai scopato il culo?”
- “Mai. E mai lo farà. È solo tuo” gli dico sorridente e soddisfatta.
- “Ci hai scopato spesso durante le feste?” chiede ancora.
- “Mai” rispondo prontamente.
- “Com’è possibile? Non prendermi per il culo. Tiene una moglie così bona accanto e non vuole fotterti?” chiede stupito.
- “Al cornuto faccio solo qualche sega ogni tanto. Gli ho detto che ho un’irritazione e mi brucia se lo facciamo”.
- “E chill strunz ci crede?! Nemmeno un pompino chiede?”
- “Mi rispetta, non insiste”.
- “E allora se le merita le corna” conclude.
- “Questo non lo so. Ma so che io merito di stare con te” gli dico prima di baciarlo con passione.
La domenica successiva Pasquale ha il giorno libero. Mi chiede di vederci la mattina per una passeggiata sul lungomare. Il tempo è buono e mi propone di lasciare l’auto nel parcheggio e andare con lo scooter. Anche se è inverno ci sono 18 gradi e ho deciso di uscire di casa con una gonna corta. Non dovrei sentire freddo anche se giriamo in scooter.
Mi stringo forte a lui abbracciandolo da dietro, mi sembra di rivivere tempi lontani e ormai dimenticati. Mi porta a Posillipo, ammiriamo il panorama. La giornata è così limpida che Capri sembra più vicina. Ci baciamo con passione mentre le sue mani palpano il mio sedere. Scattiamo qualche selfie con l’isolotto di Nisida sullo sfondo.
Mi porta poi davanti al Castel dell’Ovo, dove scattiamo altre foto. E ovviamente continuiamo a limonare come due fidanzatini senza scendere dallo scooter o seduti sul muretto. Risalendo in direzione di piazza Plebiscito si ferma davanti ai giardinetti, e rapidamente scende dallo scooter mettendo il cavalletto.
- “Aspettami qui Vale, prendo due caffè e una sfogliatella. Un minuto e torno” mi dice.
Sul marciapiede opposto alla strada c’è un bar. Io resto seduta con i piedi poggiati sulle pedane dello scooter, leggermente chinata in avanti con le mani poggiate sul sediolino e il casco tra le gambe. In quel momento passa una Peugeot grigio metallizzato con due ragazzi sulla trentina dentro. Mi fissano insistentemente, poi rallentano fino a fermarsi. Sguardi spavaldi, confabulano tra loro guardandomi le gambe anche se cerco di distogliere gli occhi.
- “Ehi bella” mi dice il tizio alla guida col gomito fuori dal finestrino “Sei tutta sola?”
Sollevo lo sguardo nella loro direzione con un certo disagio, poi d’un tratto vedo apparire da dietro la loro auto Pasquale che, a passo svelto, si ferma in mezzo alla carreggiata, a metà strada tra me e loro. Si volta verso di loro.
- “Ma ch sfaccimm tenete da guardare?!” risponde alla loro domanda in modo minaccioso.
I due perdono il sorriso ma non il tono arrogante.
- “Calmati frà, non abbiamo visto che stava con te” risponde mettendo in moto per ripartire.
A quel punto Pasquale scatta verso lo sportello e gli tira il bicchiere di plastica contenente il caffè nel finestrino urlando:
- “E mo hai visto che sta con me, in mocc a chitemmuort!”
Sebbene il tizio riparta rapidamente con una sgommata, Pasquale riesce a sferrare un calcio nella portiera del posto di guida, causando una vistosa ammaccatura alla carrozzeria e continuando a inveire:
- “Chella bucchina ‘e mammet, se ti rivedo ti scucio il culo!”
Non ho mai visto Pasquale così fuori di sé, e sono sorpresa e spaventata nel vederlo così, con gli occhi carichi di rabbia. Ma allo stesso tempo mi sento elettrizzata per la sua reazione di gelosia, per quanto spropositata. Questa è la prima volta che, a modo suo, mi dimostra attaccamento e possessività.
Si avvicina a passo svelto a me. Non alza lo sguardo, ha ancora i muscoli della faccia contratti.
- “Vado a prendere un altro caffè” dice con voce ancora grossa mentre mi mette in mano la sfogliatella nella busta.
- “No aspetta” ribatto subito “Andiamo a prenderlo da te un caffè. Andiamocene”.
Alza lo sguardo fissandomi negli occhi. E senza dire una parola sale sullo scooter, mette in moto e riparte senza nemmeno indossare il casco.
Entrati in casa prendo il suo viso tra le mani e lo bacio.
- “Grazie per poco fa. Ti sei calmato adesso?” gli dico sottovoce.
- “Il caffè è meglio che lo fai tu, a me viene na schifezza” risponde.
- “Non lo voglio il caffè. Andiamo in camera”.
Lo prendo per mano ed entriamo in camera. Mi inginocchio e gli sbottono i jeans. Glielo succhio per quasi dieci minuti fino a quando non riversa il suo sperma e la sua tensione nella mia bocca. Io ho già ottenuto soddisfazione oggi: la sua gelosia.
di
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2026-10-04
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