Segreti di una sorella - Spin Off: Valentina 1° Parte

di
genere
dominazione

Osservo il soffitto buio, restando distesa sul letto. Solo la fioca luce della lampada sul comodino illumina la stanza. Sopra il mio corpo, mio marito, che mi penetra eccitato, con passione e dolcezza, come consuetudine. Le mie tette sobbalzano sotto la spinta, ma io sono assente. Continuo a fissare la penombra del soffitto scorgendo figure contorte, immagini inquiete.
Adesso lo sento gemere più forte, i colpi più profondi. Un lieve sorriso mi si apre ai lati della bocca. Abbasso leggermente lo sguardo per osservarlo. Sento il suo sperma invadermi la vagina. Si avvicina, mi bacia dolcemente sulle labbra. Poi si accascia accanto a me. Io continuo immobile a fissare il soffitto.
Ormai sono mesi che non sento più trasporto durante i nostri incontri intimi coniugali. Qualcosa dentro di me si è modificato, ma non so spiegare cosa. Forse noia, monotonia. Luigi è un marito adorabile, un padre dolcissimo, non ha fatto mai mancare nulla a me e ai nostri figli. Eppure non riesco più a godermi la nostra intimità. A volte raggiungo anche l’orgasmo, ma è un piacere puramente fisico, che non mi coinvolge mentalmente, dovuto alla sua dedizione nel toccarmi e alla sua ottima conoscenza del mio corpo. Credo abbia notato che sono cambiata ultimamente, a volte mi ha chiesto il motivo, se c’era qualcosa che non andava, ma non ha insistito più di tanto vedendo che eludevo la questione senza fornire una risposta. So solo che sento uno strano vuoto. Come se mi mancasse qualcosa, anche se, in realtà, non mi manca nulla.

La mattina presto fa già caldo, siamo a fine agosto ma il clima è ancora torrido. Vado in ufficio prendendo la metropolitana, sono soltanto tre fermate, ed è la soluzione più comoda e rapida evitando il traffico cittadino. A meno che non piova o faccia troppo freddo preferisco non prendere l’auto. Seduta al mio posto tengo le gambe strette sotto la gonna, la borsetta sulle ginocchia, e ripenso alla relazione con mio marito. Per quanto mi sforzi di capire, mi concentri per trovare difetti, cavilli, devo ammettere che Luigi è un marito eccellente e non ha colpe di nulla. Il problema nasce dentro di me. Cosa ho che non va?! Penso stringendo la borsetta tra le dita con rabbia.
Dalla strada, avanzando sui tacchi, vedo che continuano i lavori all’interno del palazzo. Le solite ristrutturazioni che, non capisco perché, si ostinano a fare sempre in piena estate. Quei poveri operai faticano il doppio, la polvere, i detriti e i calcinacci si attaccano sulla pelle sudata fornendo uno spettacolo disturbante. Inoltre tutta quella polvere mi rovina i capelli, diventa faticoso anche respirare passando dal portone.
Avanzo attraverso il portone, facendo attenzione a non inciampare con i tacchi sulle macerie. Tutto questo disordine mi fa storcere il naso. Vedo quattro operai in tutto. Uno più anziano, tozzo, panciuto, con i capelli brizzolati ma anche bianchi per la polvere, che di solito guida il furgone che porta l’attrezzatura, ma anche i materiali di scarto di muratura. Gli altri tre tizi sono un italiano e due, credo, polacchi o albanesi o non so cosa. Il più giovane è italiano. Gli altri due hanno età differenti, uno altrettanto giovane sui 30 anni, l’altro avrà 45 – 50 anni. Nei giorni passati ho visto alcuni di loro osservare con sguardo depravato le segretarie che spesso passano di qua, lavorando nei vari uffici disposti su più piani del palazzo. Decido di filare dritta senza badare a eventuali sguardi.
In pausa pranzo andiamo alla mensa che si trova al palazzo accanto. Vado con la mia collega Nadia, una ragazza di 36 anni, sofisticata, precisa. Mi trovo bene con lei, spesso ci vediamo anche fuori dagli orari di lavoro, per qualche serata alternativa tra colleghe. Mi sta appunto dicendo che venerdì sera si organizza un drink al centro, approfittando ancora della movida di fine estate. All’improvviso un forte rumore ci fa sobbalzare entrambe.
- “Scusate signurì” dice l’anziano signore, voltandosi appena.
Un pesante carico di calcinacci sulle lamiere del vecchio autocarro ha prodotto un suono assordante e sollevato una nuvola di polvere. Ci allontaniamo in fretta avanzando il passo.
- “Guarda è diventato uno schifo qui” mi dice Nadia.
- “Un rumore continuo che fa venire il mal di testa. E poi non credo ci faccia bene alla salute respirare questa polvere” aggiungo.
- “Mica solo la polvere. La sera si alza un tanfo di sudore dagli operai che mi disgusta”.
- “Anche i loro sguardi sono inquietanti. Spero che finiscano presto questi lavori” concludo.
Durante il ritorno in metropolitana sono ancora assorta nei miei pensieri. Osservo tanti giovani che salgono e scendono. Mi sento circondata da persone spensierate, mentre io resto silenziosa e turbata. Penso che accetterò l’invito di Nadia, ho bisogno di un po’ di svago, di gettarmi nella mischia con gente allegra.

Il venerdì sera raggiungo Nadia, mi ha inviato la posizione di un localino molto in, dove servono ottimi drink. La zona è piena di localini alla moda frequentati da molti giovani. Nadia è seduta al tavolino con quattro amici, due donne e due uomini, tutti sotto i 40 anni. Questo, con mio dispiacere, significa che sono la più vecchia della comitiva. Conosco un paio di loro che si sono già uniti a noi in altre occasioni. Nadia, quando mi vede, si alza e con un ampio sorriso mi saluta con due baci sulle guance.
La serata procede tra sorrisi amichevoli e pettegolezzi. Guardo l’orario sul display del telefono e per me è ora di andare. Saluto tutti, ringrazio Nadia per la piacevole compagnia. Decido di fare un giro ampio, un po’ per smaltire l’alcol prima di mettermi alla guida, un po’ per osservare la piazza con gli artisti di strada e i vicoli con i baretti aperti ancora affollati. Distratta e compiaciuta dall’aria vacanziera che ancora si respira, a un certo punto devo aver sbagliato strada, e mi ritrovo in vicoletti deserti, fatiscenti. Poco male, penso, alla fine tutti i vicoli qui portano alla strada principale, e da lì saprò tornare all’auto. Dopo dieci minuti di cammino mi ritrovo tra i bassi, le strade sono sempre più sporche e strette, avvisto un ratto tra i cumuli di rifiuti. Inizio a preoccuparmi. Vedo un piccolo bar aperto all’angolo tra due vicoli, decido di entrare per chiedere informazioni. Dietro al bancone c’è un uomo robusto, sulla sessantina, testa rasata e una vistosa cicatrice che gli attraversa il viso sotto lo zigomo sinistro fino all’angolo dell’occhio. Mi squadra sospettoso, immagino che non sia comune vedere una donna sola e ben vestita tra questi vicoli. Tra i tavolini di plastica apparentemente carenti nell’igiene, sono seduti quattro uomini evidentemente alticci.
- “Buonasera” mi rivolgo all’uomo sfregiato “Sa dirmi come ritornare in piazza, credo di essermi persa”.
Ci pensa qualche secondo mentre asciuga con una pezza sudicia un boccale. Continua a scrutarmi.
- “Dunque signora, deve prendere quella traversa lì” mi dice sporgendosi e indicandomi un vicoletto buio visibile oltre la vetrata, “Scenda da lì fino in fondo, poi deve svoltare a sinistra, è facile”.
- “Grazie mille” gli dico allargando un sorriso, sentendomi rassicurata.
Il tizio resta impassibile invece. Mi avvio all’uscita del bar sul ticchettio dei miei tacchi. Appena fuori mi sento tirare un braccio con forza.
- “Ti accompagno io se non conosci la strada” mi dice uno dei tizi seduti al tavolino, con un accento che tradisce chiaramente l’origine non italiana.
Dall’interno sento i suoi compari ridersela di gusto.
- “Ma cosa fa?! Mi lasci!” gli intimo provando a divincolarmi.
La sua presa però è troppo energica. Lui sorride esponendo una dentatura che probabilmente non ha mai visto un dentista, ha la faccia rossa e un alito ristagnante denso di vino.
- “Non ti agitare, ti faccio compagnia” insiste.
E intanto dall’interno le risate diventano più chiassose. Il cuore mi batte a mille, non riesco a liberarmi.
- “Mi lasci il braccio, mi fa male!” ripeto, adesso con un tono quasi implorante.
Poi in un attimo, senza nemmeno accorgermene, l’uomo sfregiato spinge vigorosamente con la mano il tizio ubriaco, colpendolo sulla spalla e facendolo quasi cadere. Barcollando si regge al muro, poi ci resta poggiato con la schiena. Sono libera.
- “Ti ho detto che qua non voglio casini, altrimenti ti prendo a calci nel culo brutto figlio di puttana!” gli inveisce contro il padrone del bar.
Ascolto il suo richiamo mentre velocemente mi allontano, senza voltarmi e senza nemmeno ringraziarlo. Scapperei se avessi le scarpe adatte a correre. Ho il cuore ancora accelerato. Imbocco la traversa e la percorro quasi tutta d’un fiato. Solo quando giungo nella piazza, animata e tranquillizzante, mi fermo un attimo a respirare poggiata a un portone. Sono terrorizzata, il fetore e lo sguardo di quell’uomo sono ancora impressi nella mia testa. Eppure qualcosa di contorto è scattato nella mia mente, sento le mie mutandine più umide.

Dopo il week-end torno in ufficio. All’uscita ci sono ancora gli operai e la polvere. Sono seduti su uno scalino in un raro momento di riposo, indossano abiti logori con mani e viso impolverati. Provo disgusto ma anche pena per loro che lavorano con temperature ancora oltre i 30 °C e con scarsa pulizia. Indossano pantaloni ampi e lerci, scarponi resistenti ma scomodi, due di loro hanno tolto la maglietta per l’eccessivo caldo e sono a torso nudo, visibilmente sudati. Stavolta sento i loro sguardi addosso mentre attraverso l’atrio del palazzo. Non me ne preoccupo, anzi correggo il passo affinché possa sembrare quasi una sfilata ai loro occhi indiscreti. Il giusto contentino dopo le fatiche della giornata.
Prima di correre in metrò decido di allungarmi e fare due passi tra i vicoli più antichi, dove l’odore delle cucine nelle abitazioni si mescola ai dolci profumi delle pasticcerie, dove in ogni angolo di strada c’è una bancarella abusiva che vende oggettistica di ogni tipo. Qui tutte le vetrine, le insegne, le scritte sui muri, hanno qualcosa di folkloristico. Ma sono anche gli angoli più poveri, la miseria si vede nell’abbigliamento delle persone, nelle facciate fatiscenti dei palazzi. E io sono sicuramente fuori luogo con i miei abiti firmati e la borsetta di Ralph Lauren. Ogni tanto mi soffermo a guardare una vetrina, ogni tanto qualcuno si affaccia e si sofferma a guardarmi, come se fossi un personaggio famoso. Ma gli sguardi non mi mettono a disagio, anzi fanno piacere. Più pittoreschi sono invece i commenti a voce alta di alcuni individui. Come il motorino che sfreccia nel vicolo con due ragazzini senza casco, e uno di loro urla un apprezzamento con un linguaggio tutt’altro che signorile. Ma ad essere onesta, questo tipo di attenzioni non mi dispiace. Anzi, forse è ciò che sto cercando…
Nei giorni successivi ho preso l’abitudine di fare quattro passi prima di tornare alla metropolitana. Ogni volta variando leggermente il percorso e guardando nuovi negozi e bancarelle.
Una mattina arrivo davanti al portone, i lavori sono nel vivo.
- “Signò, aspettate nu mument” mi dice l’operaio anziano facendomi un ampio gesto con la mano.
In quel momento stanno calando del materiale dal primo piano, che potrebbe cadere. Quindi non fanno passare le persone sotto per l’evidente pericolo. Vedo il panciuto operaio sbracciarsi verso l’alto, urlando indicazioni in dialetto al collega che sta su. La sua maglietta già sudaticcia si solleva mostrando la pancia pelosa. Non gli rispondo, mi limito a fermarmi con aria spazientita e disgustata. Per fortuna sono in anticipo di 10 minuti e posso attendere. Intanto gli altri due operai impediscono il passaggio ai passanti, invitandoli ad allargarsi sulla strada. Chiedo al tizio straniero, quello più anziano, che intanto si è avvicinato:
- “Per quanto ancora dureranno questi lavori?”
- “Almeno fino alla fine di settembre” mi risponde cordialmente.
Sbuffo ancora una volta seccata. Poi riprendo il sorriso, e dopo un minuto gli chiedo:
- “Lei e il suo collega non siete italiani, vero?”
- “Romania. Siamo rumeni” mi dice.
Ripenso all’ubriaco dell’altra sera, chissà se era rumeno anche lui.
Intanto l’altro ragazzo rumeno si avvicina e mi fa segno che adesso è possibile passare.
- “Buona giornata e buon lavoro” dico sorridente a entrambi.
Intanto a casa le mie serate sono sempre più monotone. Cucino, mi dedico ai bambini, mi assicuro che si siano lavati e abbiano lavato i denti, poi li metto a letto a un orario decente. Mi fermo, quando ho tempo, a guardare la TV dal divano con Luigi, mentre parliamo un po’ del lavoro e della nostra giornata. Poi vado a dormire. Sembra che non ci sia più spazio per la nostra intimità. Ma la verità è che sono io a non avere più voglia. Lui a volte si propone, ma io mi sottraggo, dichiarandomi troppo stanca o adducendo altre scuse. Lui, sempre rispettoso, non insiste.
La mattina dopo arrivo di corsa, attraverso frettolosamente l’atrio del palazzo con gli occhi fissi sul telefono e senza guardarmi intorno. Grave errore il mio, inciampo su una pietra, il tacco sinistro si piega, il piede cede inclinandosi lateralmente e facendomi perdere l’equilibrio. Il telefono vola a terra, e sto per seguire il suo destino lanciando un breve urlo che anticiperà il tonfo. Ma sento sostenermi da due braccia forti che accolgono il peso del mio corpo. Senza ancora aver visto il volto del mio salvatore cerco un appiglio con la mano, trovo una schiena nuda e vigorosa su cui fare presa. Due braccia forti mi cingono i fianchi tenendomi salda e in piedi finché non ritrovo l’equilibrio con il piede che ha ceduto. Mi volto, i miei occhi si inchiodano su due occhi neri e profondi. È il giovanotto italiano che lavora qui ogni giorno. La mia mano preme sulla sua schiena nuda e sudata.
- “Vi siete fatta male signora? Come state?” mi dice riportandomi alla realtà con la sua voce gentile.
- “Sto bene, la ringrazio” gli rispondo con un po’ di imbarazzo.
La mia mano si sposta dalla schiena al suo fianco, scivolando sul suo sudore. Ma resta lì. Il mio sguardo si abbassa sulle sue labbra carnose e screpolate, ignorando il viso sporco di malta. Le sue mani protettive che mi stringono per qualche secondo mi fanno fremere.
- “Signora, ecco il telefono. Non si è rotto” sopraggiunge la voce del giovane rumeno a interrompere quel momento idilliaco.
Ritraggo la mano dalla sua pelle. Riprendo saldamente posizione, mi volto verso il rumeno con un sorriso e lo ringrazio.
- È stato molto gentile a raccoglierlo” gli dico sorridendo.
- “Siete sicura di non aver preso una storta?” mi chiede premuroso il giovane italiano.
Mi volto a guardarlo. Si affianca a lui anche il collega rumeno.
- “Sto bene, non si preoccupi. Sono stata distratta e un po’ goffa, non ho visto il sasso a terra” ripeto con aria sollevata per la scampata caduta.
Rimetto il telefono nella borsetta. Saluto entrambi con un sorriso riconoscente e gli zigomi leggermente arrossati. Poi mi volto e mi dirigo verso l’ascensore.
Mentre l’ascensore sale al terzo piano sento di avere le mutandine umide. Quel contatto fortuito ha lasciato il suo effetto. Raggiungo la mia scrivania, poso la borsetta. Vado in bagno ancora rossa in viso. Guardo la mano, ancora umida di sudore. Annuso l’odore maschio. Seduta sul coperchio del water mi sollevo la gonna e tiro giù le mutandine. Socchiudo gli occhi e con la stessa mano impregnata di sudore inizio a darmi piacere, sfregandomi vigorosamente col palmo. Immagino lui che mi spinge con forza sulla portiera del camion, la faccia compressa sulla lamiera mentre lui mi solleva la gonna e mi penetra energicamente. Mi lecca il volto, poi mi sussurra “puttana” all’orecchio. Mi mette a pecorina, mi afferra le tette con le mani impolverate. Si dà il cambio con il collega rumeno. Anche lui si prende il mio corpo invadendo la mia figa con il suo membro. Anche lui mi chiama puttana. Mentre uno abusa della mia vagina l’altro mi profana sputandomi in faccia. Vengo mugolando come una gatta in gabbia. Adesso il palmo della mano non è più coperto di sudore ma dei miei umori.
La sera sul divano chiedo a Luigi di controllare che i bambini dormano. Quando torna me lo conferma e si risiede. Io mi inginocchio davanti a lui. Gli calo i pantaloni tirando fuori il suo cazzo. Lo afferro ancora moscio, ma rapidamente con la mano glielo faccio indurire. Mi tiro giù le spalline e scopro il mio seno che, nonostante l’allattamento e il passare degli anni, si difende ancora bene grazie ad anni di palestra e cure.
- “Luigi, pensi che io sia una puttana?” gli chiedo languidamente mentre lo sego.
- “Ma no Vale, sei una moglie e una madre meravigliosa” mi risponde con un sorriso sincero e avvicinando le mani per raccogliere il mio viso.
Non è esattamente la risposta che speravo di ricevere. Scrollo la testa per allontanare le sue mani. Continuo a segarlo. Dalle sue palle gonfie capisco che non durerà a lungo. Non appena sento il suo cazzo pulsare e le sue labbra emettere lievi gemiti, allento la presa e infilo l’altra mano nell’elastico dei pantacollant e dentro le mutandine. Sento che sta per esplodere. Socchiudo gli occhi e ripenso ai due operai che mi fottono senza ritegno e mi insultano con epiteti spregevoli. Un primo schizzo caldo e abbondante mi coglie sul viso. Poi abbasso la mano e il secondo schizzo mi colpisce tra i seni, e sento il seme caldo colare nel mezzo. Avvicino il viso sempre con gli occhi socchiusi, pensando agli operai, fino al contatto con la punta del suo cazzo, che rilascia altre gocce di sborra sulle guance e il labbro superiore. Lascio la presa col suo cazzo poggiato sulla mia faccia. La mano tra le cosce continua a darmi piacere, mentre l’altra mano, adesso libera, spalma lo sperma sulle tette e sui capezzoli. Poi ansimo e vengo anch’io, immaginando che tutta quella sborra appartenga ai miei eroi di stamattina.
La mattina dopo sono al bar di fronte all’ufficio.
- “Le pago quattro caffè, tra una mezz’oretta può portarli agli operai qui di fronte davanti al portone?” chiedo al barista.
- “Ma certo signora, stia tranquilla”.
Passo sotto il portone, vedo gli operai e li saluto:
- “Buongiorno. Più tardi vi arrivano i caffè dal bar di fronte” informo.
Tutti e quattro si voltano e mi ringraziano con ampi gesti e un sorriso. Il giovanotto che mi ha evitato la caduta ieri si avvicina rapidamente, fino a un metro da me:
- “Siete stata molto gentile, non dovevate”.
Gli sorrido timidamente, poi continuo verso le scale.
All’uscita incrocio il più anziano degli operai, che ora ho capito che è il supervisore dei lavori.
- “Signò grazie per il caffè di stamattina, era na squisitezza!” mi dice a voce alta in modo plateale.
Mi suscita un sorriso divertito. Gli lancio uno sguardo e lo saluto con un cenno della mano.

Sabato pomeriggio lascio i bambini con mia madre, vado a trovare mia cugina Anna che vive in provincia di Caserta. I bambini sono felici di trascorrere qualche ora con i nonni, e ancor più felici sono i nonni di stare con loro. Luigi è a lavoro, e io ne approfitto per trascorrere qualche ora con Anna, che da tempo mi chiede di vederci. Ceniamo insieme in un bel ristorante, poi guido verso casa. È buio, decido di fare una sosta in un ampio autogrill prima di mettermi alla guida per altri 40 minuti circa. Un bel caffè mi terrà sveglia.
All’uscita mi avvicino all’auto. Noto che questo autogrill ha anche un enorme parcheggio adibito alla sosta dei camion in viaggio. Ci sono stata spesso qui, ma non lo avevo mai notato. All’improvviso mi tornano in mente questi insani pensieri sugli operai, sull’ubriaco del bar, i commenti volgari per i vicoletti. La curiosità mi pervade, ma sono anche combattuta, temendo quello spazio così ampio e isolato. Lo spazio per i tir non è illuminato, è lontano dalla zona di passaggio, e costeggia un terreno incolto oltre la recinzione. Non so cosa mi spinga verso quegli enormi mostri di strada, sperando di scorgere qualche camionista. Per far cosa?! Quattro chiacchiere?! Disturbarli?! Sono solo una stupida che cerca guai forse. Silenziosamente parcheggio tra due tir distanziati circa venti metri tra loro. Spengo le luci. Tutto tace. Nulla si muove, c’è solo un meraviglioso cielo stellato che, lontano dalle luci della strada, è ben visibile. Chissà cosa speravo di vedere qui. Resto a contemplare il cielo per lunghi minuti. Poi scorgo un’ombra. Un uomo corpulento e molto alto apre la portiera e scende dal camion. Supera la testa del camion, si avvicina al prato incolto e ricco di arbusti. Si sbottona i jeans e comincia a pisciare. È sufficiente quella semplice azione a scatenare le mie fantasie. Mi tiro su la gonna, sfilo le mutandine fino alla base delle scarpe. Nel buio dell’abitacolo comincio a sfiorarmi con le dita delicatamente, immaginando che quel grosso camionista, all’apparenza rude, mi conduca con la forza sul suo tir, legandomi le mani ai sediolini con la cintura dei pantaloni, per poi cominciare ad abusare di me. Lo vedo sgrullarsi il pisello e rimetterlo nei pantaloni, per poi risalire sul camion. Ma i miei pensieri mi hanno portata già molto vicino al piacere. Sto per socchiudere nuovamente gli occhi e iniziare ad accelerare il tocco.
Toc toc!
Due colpi al finestrino dal mio lato mi fanno sobbalzare! Rapidamente stringo le gambe e abbasso la gonna. Il faccione di un uomo sulla cinquantina che mi fissa con aria preoccupata.
- “Tutto ok, signora? Sta bene?” mi dice dall’altro lato del finestrino chiuso.
Nonostante lo spavento tra le gambe sto ancora pulsando in un piacere crescente. Annuisco al tizio con la testa, ma con la faccia rossa e gli occhi sbarrati non devo risultare molto credibile. Ritraggo i piedi sotto al sediolino per non mostrare le mutandine calate.
- “E’ sicura signora di sentirsi bene? La vedo strana” ribadisce.
Capisco che devo allontanarlo prima di arrivare al culmine; sebbene non mi stia più toccando e abbia le cosce strette, sento il piacere crescere. Apro il finestrino solo fino a metà. Il suo sguardo cade sulle mie cosce ancora abbondantemente scoperte.
- “Sì” esclamo con la voce che mi esce dal petto, forte, tremante, gutturale, proprio mentre giungo all’apice dell’orgasmo. Lui si ritrae un attimo e accenna un sorriso. Io deglutisco, prendo fiato strizzando un attimo gli occhi. Poi aggiungo:
- “Sì, sto bene, tranquillo. Non si preoccupi” stavolta la voce mi esce quasi normale, anche se tormentata.
Lui si avvicina, mi guarda in volto, poi ancora fissa le gambe.
- “Ok, se ha bisogno di qualcosa dica pure. E mi scusi se l’ho spaventata” conclude prima di andare verso il tir opposto e salirci.
Che figura meschina! Penso tra me e me tirando su le mutandine.
Rimetto in moto e durante il viaggio mi chiedo perché continui ad avere questi pensieri immorali, queste pulsioni improvvise, questi strani desideri che talvolta mi mettono a rischio. Forse il mio cervello ha perso qualche rotella?!
Nei giorni successivi ripenso a questa strana morbosità che ultimamente mi cresce dentro. È una sensazione che non provavo da tanto tempo. Riconosco che in gioventù non ero una santa, ho fatto tante esperienze, ho accumulato tante storie e avventure con ragazzi di ogni tipo, ma poi… poi qualcosa è cambiato. Dopo il matrimonio ero gradualmente cambiata. Avevo messo la testa a posto. Avevo un marito all’apice del suo successo professionale che non mi faceva mancare nulla. Vedevo realizzato ogni mio sogno, ogni mio desiderio. Tranne uno, il più importante: avere un figlio. Abbiamo atteso più di tre anni prima che rimanessi incinta. Ogni mio pensiero in quel periodo era rivolto a questo mio ultimo grande desiderio. Con la nascita del primo bambino io ero definitivamente una donna nuova! Diventare mamma mi ha fatto dimenticare chi ero prima, mi ha scaraventata in un universo parallelo, fatto di dolcezza, amore, primi passi, capricci, prime parole. Poi è arrivato il secondo. Avevo creato la nostra famiglia insieme a Luigi, che amorevolmente si prendeva cura di tutti noi. Non avevo più un passato. L’anno zero era il mio matrimonio, e gli unici uomini della mia vita sono stati Luigi e i bambini. Eppure anche Luigi conosceva il mio passato, anche lui è stato un giovane ribelle che si godeva la vita e le fantasie sporche. E anche lui è cambiato come me, insieme a me, dopo il matrimonio. In fondo tutto questo ha anche una sua logica, siamo cresciuti, maturati, insieme ci siamo concentrati sulle cose veramente importanti, sui progetti comuni e il benessere della famiglia. E allora, perché adesso sta risalendo dentro me questo demone che credevo morto e sepolto da anni?!
Quella sera resto a letto a pensare.
- “Luigi, ricordi com’eravamo da fidanzati? Ma quanto siamo cambiati da allora?” dico all’improvviso.
Luigi volta la testa sul cuscino e mi fissa. Resta a guardarmi alcuni secondi come se non capisse il senso della domanda. Poi risponde:
- “Io penso che ci siamo solo evoluti, Vale”.

Venerdì pomeriggio, a fine lavoro, sono in ascensore con Nadia. Mi invita per stasera in un locale molto chic del centro. Sembra che li conosca tutti, ma a me non dispiace seguirla e godermi qualche serata tra amiche in questi ultimi giorni estivi, prima che sopraggiunga l’autunno. Attraversiamo l’antro del palazzo e fingo di non badare agli sguardi degli operai che mi guardano il culo. Anzi, ho deciso che stasera indosserò dei pantaloni aderenti per uscire, che i maschi guardino pure.
La sera raggiungo Nadia indossando un pantalone bianco aderente di lino. Camicetta in raso e borsetta abbinata. Il locale è frequentato dai rampolli delle famiglie dei quartieri bene di Napoli. Qui Nadia sembra conoscere un bel po’ di persone, tutte molto eleganti. Ma proprio uno di questi suoi conoscenti, sedutosi al tavolo con noi, ci ricorda che non lontano ci sono quartieri piuttosto malfamati in cui è meglio non incappare. Talvolta, qualche giovane sprovveduto, magari per aver alzato troppo il gomito, si è trovato a imboccare strade sbagliate finendo derubato.
In effetti, alcuni luoghi della città, sembrano progettati da Dante per raffigurare i gironi dell’inferno. Le zone più alte, nell’area collinare, sono abitate dagli aristocratici, con vista panoramica sul mare. Scendendo man mano, i gironi si popolano di persone dell’alta borghesia, poi della media e piccola borghesia, fino alla plebe, più in basso di tutti. Qui c’è il vero e proprio inferno, dove la miseria regna, la gente si arrangia con lavoretti ai limiti della legalità o oltre, la vita si fa dura e si vive di espedienti. Nelle zone nobili “alte” la gente guarda con disprezzo i diavoli che vivono in basso, e se ne tengono alla larga. Talvolta si trovano ironiche cartine della città in cui, dall’alto verso il basso, sono scritti di seguito i nomi dei quartieri. Ma nel girone più basso è riportato cinicamente: “Hic sunt leones”. D’altro canto, i ragazzi dei quartieri bassi usano un epiteto ben specifico per indicare i figli di papà dei quartieri alti, che orgogliosamente ostentano la loro ricchezza, le loro belle auto di lusso, il loro abbigliamento da fighetti: “Chiattilli”. Letteralmente, piattole.
Vien da sé che il peggior incubo per un chiattillo è proprio quello di ritrovarsi nelle terre inesplorate abitate dai leoni.
Per me è già ora di andare. Saluto tutti e, complice l’alcol e la voglia di fare due passi, anche stavolta decido di dilungarmi facendo due passi prima di giungere all’auto. Ma stavolta mi riprometto che, se la strada diventasse troppo isolata, tornerei sui miei passi. Devo camminare un bel po’ prima che la sequenza di baretti affollati e vetrine finisca, per poi ritrovarmi in vicoli con tante bancarelle, fornite di oggettistica e souvenir vari, con venditori che invitano all’acquisto. L’odore dell’incenso si propaga piacevolmente tra le stradine strette. Più mi addentro più le bancarelle perdono interesse, molti adesso sono gestiti da stranieri di origine africana, propongono oggetti di abbigliamento palesemente falsi, brutte imitazioni di cinture, occhiali da sole, bracciali e bigiotteria varia. Vedo in fondo alla strada altre bancarelle, ma mentre mi avvicino mi accorgo che stanno raccogliendo le cianfrusaglie per andare via. Decido quindi di voltarmi e tornare sui miei passi. Con sorpresa mi accorgo che anche le bancarelle oltrepassate poco prima hanno chiuso velocemente. Ritorno indietro ma adesso la stradina appare decisamente desolata, l’illuminazione è scarsa, l’odore di incenso ha adesso lasciato il posto all’odore di piscio e rifiuti vari. Alzo lo sguardo verso questi palazzoni decadenti, i balconi che perdono pezzi e hanno ringhiere arrugginite, i lampioni non tutti funzionanti, alcuni a intermittenza. Mi chiedo come faccia la gente a vivere in questo schifo, forse nemmeno un topo ci vivrebbe. Passando davanti a un portone celato dall’oscurità due figure ferme a confabulare mi fanno sussultare. Decido di affrettare il passo.
- “Ohi bella” sento la voce alle mie spalle provenire da quelle ombre, che tradiscono l’origine non italiana.
Non mi volto, filo dritta tenendo stretta la borsetta. Riesco a fare altri dieci passi, poi mi balza avanti una figura scura:
- “Buu!” mi urla ridendo.
Mi ostacola il passaggio lasciandomi interdetta. Poi da dietro mi sento afferrare il braccio con forza, e una voce inquietante che ho già sentito:
- “Ciao bella”.
Vedo ora chiaramente i loro volti con la pelle nerissima, sono due giovani africani. Mi sento tirare il braccio che in un attimo mi conduce alla parete del palazzo. L’altro si avvicina fissandomi in modo indecente e chiudendomi ogni via di fuga e anche la visuale. Sono chiusa nella morsa tra i due:
- “Facciamo amicizia, bella” mi dice il primo.
- “Quale tuo nome?” aggiunge l’altro.
- “Ma cosa volete? Lasciatemi in pace!” dico a voce alta anche se spaventata.
- “Noi amici, vogliamo solo giocare” dice quello che mi tiene il braccio ridendo.
- “Ho detto lasciami!” gli rispondo tirando il braccio e liberandolo dalla sua presa.
Ma subito l’altro ragazzo mi si avvicina chiudendomi con le spalle al muro.
- “Tu bella, diventiamo amici” mi dice e in un movimento rapido mi afferra una tetta con forza, stringendola nella mano.
Contemporaneamente l’altro mi palpa il culo ridendo e avvicinando la sua bocca al mio collo.
- “Se non ve ne andate mi metto a urlare!” intimo a voce alta e minacciosa, anche se me la sto facendo sotto dalla paura.
Finisco a stento la frase e il tizio che mi agguanta la tetta mi tappa la bocca con l’altra mano, rendendomi difficile anche respirare, e ora tutto il peso del suo corpo mi schiaccia sul muro. Temo ormai il peggio per me, sento le loro mani addosso e ho gli occhi umidi.
- “Ma che sfaccimma state facendo?!” sento una voce maschile e severa nella mia direzione.
Immediatamente mi si scrolla dalle membra il peso di quel corpo, e non sento più la pressione delle mani addosso. Entrambi si voltano e la mia visuale adesso è libera di osservare un uomo sopra i 50 anni che si avvicina a passo svelto. Imbraccia due stecche di sigarette, è sicuramente un contrabbandiere a fine turno.
- “Questa amica mia, non rompere cazzo!” dice il primo.
- “Stiamo giocando con signora. Vaffanculo!” aggiunge il secondo.
- “Se non ve ne andate vi dò nu maronno ‘e pacchero a tutti e due” dice avvicinandosi rapidamente.
I due sbruffoni rapidamente indietreggiano e si allontano, ma voltandosi rivolgono ancora qualche parola incomprensibile e contrariata. Io intanto scatto affiancando il mio angelo custode, che pur non essendo di costituzione robusta ha l’aria navigata di chi ha vissuto tutta la vita tra la feccia.
- “Wee se vi acchiappo ancora dentro a stu vicolo, vi gonfio come due zampogne, vi faccio na faccia tanta!” urla il signore nella loro direzione con ampi gesti eloquenti.
- “Non so come ringraziarla, mi hanno aggredita all’improvviso” dico ancora tremante.
Si volta e mi squadra, e si rivolge con tono paterno:
- “Signò, ma pure vuje… vi pare il modo di venire in questi vicoli vestita così elegante, tutta sola?! Ma che vi siete persa?” mi chiede con un tono più basso rispetto a prima, ma senza risparmiarmi il cazziatone.
- “Stavo guardando le bancarelle, e poi…” non concludo la frase e abbasso lo sguardo per l’imbarazzo.
- “Qua a una certa ora è pericoloso. Ste bancarelle spesso vendono roba arrubbata… sì, arrubbata ai fessi come voi. Ma vestita così bene, ma che andate trovando tra questi vicoli miserabili e bancarelle fetenti?!” continua la sua ramanzina.
- “Sì, ha ragione…” rispondo sommessamente, comprendendo di aver commesso l’ennesima leggerezza.
- “Vabbuò, mo non vi pigliate collera. Stavolta vi è andata bene, ma stateve chiù accorta. Io sono arrivato, abito qua di fronte. Voi attraversate il vicolo e poi girate subito a sinistra. Là la strada è più tranquilla. Io vi guardo da sotto al palazzo mentre attraversate il vicolo” mi dice.
Io annuisco, lo ringrazio ancora, poi percorro il vicolo. Arrivata al bivio vedo che la strada a sinistra è più illuminata e ampia. Prima di svoltare mi volto, il signore è sotto al palazzo a vegliare a distanza sul mio cammino, mi fa ampi gesti con la mano per dirmi di andare. Io alzo una mano per salutarlo e imbocco la strada.
Mentre procedo verso l’auto mi accorgo di essermi bagnata anche stavolta, e provo imbarazzo. Non riesco a capire perché certe situazioni fanno vibrare il mio corpo creandomi questa malsana eccitazione anche se sono terrorizzata. Ripenso a quelle mani addosso, al disagio, al timore di essere ferita… e mentre ci penso continuo a sentirmi più umida tra le cosce. Arrivo in auto, sgomenta. Mi guardo nello specchietto, non capisco chi si nasconda dietro quel volto, forse una donna perversa e malata. Mi tocco il polso, solo adesso mi accorgo che manca il braccialetto d’oro. Me lo hanno rubato prima di scappare. Sono una stupida.
Arrivo a casa. I bambini già dormono. Luigi è sul letto a guardare la TV. Entro in camera e senza proferire una parola gli calo i pantaloncini. Lui si siede sul bordo del letto, io inginocchiata tiro fuori il suo cazzo ancora mezzo moscio e me lo infilo in bocca. Lo succhio con gli occhi socchiusi. Lo sento diventare di marmo nella mia bocca. Lui mi lascia fare, non parla, geme di piacere, sa che a volte sono diretta e silenziosa. Prendo la sua mano e la porto sulla mia nuca.
- “Succhia puttana” mi dice.
È evidente che l’altra volta ha notato la mia delusione quando non ha seguito il mio suggerimento, e ora prova a rimediare, insultandomi come piace a me. Ma le mie fantasie navigano per conto loro, e mi ritrovo tra i due ragazzi africani che mi strappano gli abiti e mi stuprano nell’atrio buio di un palazzo. Imploro pietà, di lasciarmi andare, ma loro ridono di me, mi chiamano puttana bianca, mi sputano addosso e abusano del mio corpo. Mentre succhio ad occhi chiusi le mie fantasie diventano più vivide, la mia figa è bollente. Adesso quasi mi dispiace che non mi abbiano violentata, ripenso a quelle sporche mani usurpatrici sul mio corpo. Quei grossi cazzi neri che si alternano a turno nella mia figa desiderosa. Non sarei riuscita a non gemere, e lui mi avrebbe tappato di nuovo la bocca con la sua mano. Sto spompinando Luigi come un’assatanata, e infatti in pochi minuti mi riempie la bocca. Ingoio rapidamente tutto senza nemmeno accorgermi dei suoi sospiri di piacere. Mi sollevo in piedi, mi denudo davanti a lui. Poi salgo sul letto e lo faccio stendere.
- “Adesso lecca questa lurida puttana di merda” gli dico.
Rapidamente la sua testa finisce tra le mie cosce, e io sopra di lui strofino la figa inzuppata sulla sua faccia. Lui tira fuori la lingua, ma io mi muovo freneticamente sul suo viso imbrattandolo con i miei cospicui umori. Aumento il ritmo incurante che lui riesca o meno a respirare adeguatamente. Sollevo lo sguardo al soffitto gemendo con gli occhi chiusi. Quei cazzi africani che mi spaccano la fessa senza riguardi, fino a riempirmi del loro sudicio sperma. Ecco… sto venendo! Afferro la testa di mio marito come fosse un bambolotto per tenerlo stretto tra le mie cosce. Ansimo, gemo prolungatamente tremando. Poi mi accascio accanto a lui, sudata.

Oggi il tempo è nuvoloso ed è prevista pioggia nel pomeriggio. Vado in ufficio con l’auto. Il parcheggio custodito è nella direzione opposta della strada rispetto alla fermata della metropolitana, ma la distanza a piedi è quasi uguale. Prima di cominciare ho il tempo per fermarmi al bar a prendere un caffè. C’è un baretto con i tavolini esterni, decido di fermarmi e mi siedo, godendomi l’aria più fresca di questa mattinata ventilata.
Sedute più distanti da me vedo due turiste straniere. Osservo il cameriere che fatica a prendere le ordinazioni perché non spiccica due parole in inglese. In qualche modo, con una gestualità ampia quasi comica, e scandendo le parole come se parlasse con due sordomute, riesce a capire cosa vogliono. Questa strada è battuta tutto l’anno da turisti, non capisco perché assumere un cameriere che non parla un po’ di inglese. Ma le due ragazze sono giovani e sembrano quasi divertite dalla situazione. Il cameriere è altrettanto giovane e il suo sguardo sembra gradire la vista delle forme poco vestite delle signorine.
Finalmente si decide a venire al mio tavolo e si degna di prendere la mia ordinazione:
- “Buongiorno signora, cosa vi porto?”
- “Un caffè, grazie”.
Il ragazzo annota senza nemmeno rivolgermi lo sguardo e torna all’interno del bar. Sentendolo parlare ad alta voce col gestore del bar mi rendo conto che ha difficoltà anche con l’italiano, non solo con l’inglese. Bevo il mio caffè, gli lascio la mancia e vado in ufficio.
All’uscita dall’ufficio passo da mia mamma a prendere i bambini. Non è distante da casa mia, solo cinque minuti a piedi, ma sono di passaggio e preferisco prelevarli io qualora più tardi dovesse piovere. Non appena entro in casa i bambini mi saltano al collo per salutarmi e riempirmi di baci. Sono sempre molto affettuosi con tutti, ma sono particolarmente legati a me. Il più grande, Ludovico, ha gli occhi azzurri come mio padre, sebbene io e Luigi abbiamo gli occhi castani.
- “Amore, hai finito i compiti delle vacanze che tra un po’ inizia la scuola?” gli chiedo con un sorriso dolce fissando quei luminosi occhioni.
- “Sì mamma, non ti preoccupare. Mi ha aiutato un po’ zio Salvatore però” mi dice.
Poi mi rivolgo al più piccolo, Leandro, che è ancora incollato a me con le braccia avvolte al mio collo:
- “E tu amore, hai fatto il bravo o hai fatto disperare la nonna?” chiedo, sapendo che è più vivace del fratello.
- “No no, è stato buonissimo” interviene subito mia madre in sua difesa.
Lui non risponde, forte dell’intervento della nonna, con un sorrisino furbo e uno sguardo che tradisce una verità diversa da quella raccontata da mia madre. Lo guardo con dolce incredulità, poi gli sorrido e gli accarezzo la testa.
Finalmente riesco a salutare fugacemente anche mio padre, mio fratello e la ragazza, prima che mia mamma mi sommerga con le sue chiacchiere. Intanto i bambini ordinano le loro cose, mettono a posto i giocattoli e prendono il necessario per tornare a casa. A un certo punto devo interrompere mia madre, altrimenti non torno nemmeno per cena. I bambini salutano tutti i presenti con un bacio e andiamo via.
Luigi arriva per cena. Si occupa lui di lavare i piatti dopo cena. Metto i bambini a letto. Mentre lui poi crolla sul divano per la stanchezza, io resto assorta nei miei pensieri. La mente mi torna a quando ero giovane e spensierata come le due straniere al bar. Mi tornano davanti agli occhi i ricordi delle cotte adolescenziali, le prime serate in discoteca, i sotterfugi per eludere le preoccupazioni dei miei genitori, a volte eccessivamente premurosi. Ripenso al primo bacio, alla prima volta, al primo ragazzo. Ripenso a tutte quelle esperienze troppo precoci per la mia età. All’epoca non ero assorta dal benessere attuale, la mia famiglia non se la passava male ma non navigava nell’oro. A quei tempi, grazie alla scuola, frequentavo indistintamente i figli di papà, come i figli di operai. Ma non tutte le mie amiche erano così espansive, alcune erano decisamente classiste. Un po’ come Nadia adesso. Troieggiavano abbondantemente, ma solo con ragazzi di pari o più elevata classe sociale. Io invece, a quei tempi, ero meno selettiva. Poi lentamente sono diventata come loro. L’ambiente universitario aveva forzatamente selezionato la cerchia delle mie frequentazioni. Poco alla volta ho iniziato a frequentare solo tizi raffinati e eleganti. Solo ambienti selezionati. Non che non ci fosse il marciume, ma era coperto dal profumo francese. Mi ero abituata a ragazzi che come unica qualità avevano il portafoglio sempre pieno da sventolare, pronti a pagare il conto alle ragazze che avevano puntato. Passavo da un letto all’altro con la rapidità di un ghepardo. Altrettanto rapidi spesso si consumavano questi rapporti senza amore e passione, lasciandomi quasi indifferente. Erano poco più di un passatempo. E cominciavo a dimenticare le relazioni passate cariche di emozioni, possesso, passione, fantasia. Fino a quando non conobbi Luigi che portò una ventata nuova. All’epoca frequentavo un tale Roberto, sempre elegante, con i suoi modi principeschi, figlio di una famiglia di imprenditori molto conosciuti. Non so cosa mi spinse a frequentarlo, forse l’invidia delle altre ragazze che lo bramavano come una vittoria alla lotteria, forse la voglia di una stabilità che raramente riuscivo a trovare; ma era evidente già dopo pochi giorni che quel ragazzo dai modi tanto garbati e misurati, da sembrare talvolta effeminato, non poteva rendermi davvero felice se non mi accontentavo dei beni materiali. Finché un giorno, in una serata leggera con le amiche, dove avevo alzato un po’ troppo il gomito, mi lasciai travolgere dalla passione con Luigi. All’epoca non era ancora affermato lavorativamente come adesso, sebbene venisse da una buona famiglia e avesse già grandi ambizioni. Ma era ancora scapestrato, folle, con un fisico atletico che poi ha perso con gli anni, e questo mi attraeva ben più delle ricchezze di Roberto. Iniziai una relazione clandestina per oltre un anno, che rese tutto ancora più piccante. Fino a quando non mollai Roberto, che ormai vedevo più come un’amichetta che come un compagno di vita, e rimasi con Luigi. Ma poi, il matrimonio, i suoi successi lavorativi, le ricchezze, gli agi, la famiglia… mi hanno riportata in quel mondo che tanto avevo evitato. E mi ci sono adeguata. Ma ultimamente una strana confusione mi ribolle dentro. Alcuni recenti episodi hanno rispolverato emozioni sopite da tempo. E hanno evidenziato tutti i limiti e la monotonia del mio rapporto coniugale. Non so cosa pensare.

La mattina dopo vado nuovamente al lavoro con l’auto e mi fermo allo stesso bar.
- “Buongiorno signora, cosa prendete?” mi chiede distrattamente il ragazzo.
- “Un cornetto al cioccolato se ce l’hai e un caffè. Grazie” rispondo.
Senza guardarmi, annota e rientra. Dopo 5 minuti ritorna con quello che ho richiesto. Poi raggiunge altri clienti. Lo vedo parlare in modo più disinvolto con gli altri clienti.
Ormai ho preso l’abitudine di tornare a questo bar ogni mattina prima di entrare in ufficio. E come ogni mattina c’è lo stesso ragazzo che in modo freddo, anche se cordiale, mi serve al tavolo. Io lo fisso ma lui non mi rivolge quasi mai lo sguardo. Eppure lo vedo osservare le altre ragazze ai tavolini. Forse mi reputa troppo vecchia? O troppo elegante per i suoi gusti? Non mi interessano le sue attenzioni, ma sono infastidita da questa evidente differenza di trattamento.
Il giorno successivo, prima che arrivi, mi giro sulla sedia e tengo in bella mostra le mie gambe coperte solo da una gonna corta. Lui non sembra nemmeno accorgersene. Poi una voce dall’interno del bar urla:
- “Pasquale! Vieni un attimo qui” si sente.
- “Arrivo subito” risponde.
Quindi questo ragazzo insolente si chiama Pasquale.
Il giorno seguente.
- “Buongiorno signora” mi dice.
- “Buongiorno Pasquale” gli dico mostrando di conoscere il suo nome “Oggi portami una sfogliatella e un caffè, per favore”.
Lui non sembra colpito affatto da questo, e come ogni giorno svolge il suo compitino senza darmi ulteriore confidenza. Questa cosa mi irrita.
Non mi arrendo, e nei giorni successivi mi espongo ulteriormente.
- “Buongiorno Pasquale. Portami un caffè. Ma dimmi, quanti anni hai?” dico.
- “Ok signora, ve lo porto subito” risponde semplicemente.
- “Ma hai sentito cosa ho detto?” ribatto.
- “Sì signora. Scusatemi ma sto lavorando, c’è altra gente” chiosa prima di andare.
Ormai per me è diventata una questione di principio. Quasi un gioco prima di andare in ufficio.
Un’occasione per farmi notare si presenta una mattina. Una coppia di stranieri, non distanti dal mio tavolino, prova a comunicare col cameriere ma non si capiscono.
- “With milk. Milk!” sento lei ripetere.
- “Minchie, minchie. Che minchia vuole?!” sento lui borbottare in difficoltà.
Trattengo le risate e intervengo:
- “Milk, latte. La signora vorrebbe del latte nel caffè” gli dico.
Lui mi fissa un attimo con lo sguardo di chi ha realizzato.
- “E dillo che vuoi il latte… chitemmuort” sento lui inveire a bassa voce mentre si allontana.
E sentendolo non trattengo una risata. Intanto la coppia di stranieri mi fa un cenno di ringraziamento e ride con me, inconsapevole delle parole di Pasquale.
Quando Pasquale torna, portando l’ordinazione agli stranieri, mi rivolge uno sguardo e un sorriso prima di rientrare. Lo considero un piccolo successo che mi incoraggia.
Il giorno successivo però non è cambiato nulla. Prende l’ordinazione senza nemmeno guardarmi e darmi confidenza. Quando torna con il caffè gli dico:
- “Senti, visto che sei sempre troppo impegnato per parlare. A che ora finisci di lavorare?”
- “Alle 8” risponde con noncuranza.
- “Perfetto. Ripasso stasera” concludo.
Adesso voglio proprio vedere se mi rivolge la parola o uno sguardo. Ho avvisato a casa che rientravo più tardi perché mi fermavo con le colleghe. Ho fatto una passeggiata per ingannare il tempo, poi alle 20:00 ero al bar, ormai in chiusura. Lui mi vede, si avvicina, mi saluta.
- “Buonasera. Ho l’auto di mio fratello poco distante, venite con me?” mi dice.
- “Ok, però dammi del tu” rispondo.
Lui annuisce, ma lungo la strada non mi chiede nemmeno il nome. Mi racconta la sua giornata lavorativa, qualche aneddoto divertente che mi fa sorridere. Nulla più. Io non insisto, voglio vedere se prima o poi riuscirà a considerarmi una persona normale con cui parlare in confidenza.
Arrivati all’auto, all’interno di un parco privato, mi dice:
- “La tengo parcheggiata qui perché conosco il proprietario che è un vecchio cliente e amico del gestore. Non ci sono parcheggi in giro e me la fa tenere qui, tanto non c’è mai nessuno”.
Salgo in auto accanto a lui. Mette in moto, si sposta in una zona d’ombra e spegne il motore. A questo punto immagino che vorrà chiacchierare, che finalmente si aprirà a un dialogo non fatto solamente di “Dica, grazie, prego, buongiorno e buonasera”. E invece il colpo di scena. Mentre cerco di capire come sviluppare un dialogo, lui si sbottona i pantaloni, tira rapidamente fuori il cazzo già duro. Prima che io possa proferire parola, in due secondi di esitazione, sento la sua mano forte che ruvidamente afferra la mia nuca e la spinge giù. In un attimo mi ritrovo il suo cazzo in gola e quasi soffoco. Con le mani sulle sue cosce provo a fare leva per tirarmi su, ma la sua presa sui miei capelli castano scuro ramati è troppo tenace. Quell’azione violenta e rozza a cui non posso sottrarmi mi crea disgusto, ma allo stesso tempo fa colare abbondantemente la mia passera. Con la mano impone il suo ritmo incurante di me, usata come una puttana, o peggio, come un oggetto di sollazzo. Io che mi ponevo il problema che non mi desse confidenza per eccessivo rispetto, e invece per me non prova alcuna empatia o forma reverenziale. Sono stata una stronza a non capirlo e adesso mi merito questo. Per la prima volta tradisco mio marito da quando siamo sposati, e lo faccio nel modo più disgustoso possibile. Mi faccio schifo da sola. Annaspo con il suo cazzo in bocca mentre lui grugnisce tenendo saldamente i miei capelli nella mano. Poi la mia bocca si riempie del suo tiepido sperma che rapidamente ingoio. Finalmente allenta un po’ la presa consentendomi di respirare.
- “Pulisci bene” mi intima con la voce ormai rilassata di chi è soddisfatto.
Io, ormai umiliata e abusata, ubbidisco tenendo il suo cazzo in bocca che sta perdendo durezza gradualmente, passo la lingua meticolosamente sul suo glande. Poi mi sfila il cazzo dalla bocca tirandomi ancora per i capelli, e se lo infila nei pantaloni, spezzando un filo di bava che lo collega alle mie labbra. Io, rossa in volto e mortificata da quell’atteggiamento irriverente e brutale, resto in silenzio poggiata allo sportello, stretta per la vergogna. Lui, come se nulla fosse, mette in moto, e in silenzio mi riporta al bar dove ci siamo visti.
- “A domani signò” mi dice mentre esco mestamente dall’abitacolo.
Ho addosso la sensazione di essere una nullità, trattata come un fazzoletto su cui riversare la sborra dopo una sega e gettata nell’immondizia. Vado alla mia auto confusa. Eppure non ho rimorsi, né voglia di rivalsa contro di lui. Me la sono cercata. E in più dalle mutandine inzuppate sento che il mio corpo non è dispiaciuto per l’accaduto. Ho ancora il sapore del suo cazzo in gola.
Torno a casa, rapidamente mi infilo nella doccia. Ho la figa come una palude. Ripenso a ogni attimo dell’accaduto. Mi masturbo infilando tre dita dentro fino a venire rapidamente.
La mattina dopo in doccia mi masturbo ancora. Stasera voglio rivederlo. Se devo essere una moglie fedifraga che lo sia per bene e non per 5 miseri minuti di brutalità. Mio marito merita di essere tradito meglio di così.
Arrivo al bar. Lui si comporta come al solito, come se nulla fosse. La sera mi ripresento alla chiusura. Stesso rituale, arriviamo in auto. Ma stavolta non appena spegne il motore sono io che mi chino su di lui, gli sfilo il cazzo e inizio un soddisfacente pompino. Lui apprezza.
- “Brava puttana, succhi bene” le uniche parole che dice.
La mia figa pulsa. Riversa la sua sborra nella mia bocca. Ingoio. Pulisco. Poi in silenzio mi riporta dove mi ha trovata, come una lurida puttana.
Ma stavolta non ho addosso quella sensazione di sporco, stavolta ho scelto io di fare nuovamente la sua puttana. Ma non mi basta. Adesso voglio di più.
La mattina successiva gli lascio un biglietto sul tavolino accanto alla mancia. C’è scritto il mio nome e il mio numero di telefono.
Alle 20:30 sono a casa quando mi arriva un messaggio:
- “Ci vediamo qui alle 10 puttana” con allegata la posizione.
Il luogo non è distante dal bar, dev’essere casa sua.
- “Stasera esco con delle colleghe” dico a Luigi.
Mi preparo con abiti eleganti, truccata, abbondo con il profumo. Voglio che stavolta si accorga di me. Non mi basta più un fugace pompino in auto.
Lo raggiungo nel luogo indicato. I vicoli sono quelli che puzzano di miseria quando mi allungo a passeggiare dopo il lavoro. Lui è giù a fumare una sigaretta che mi aspetta. Quando mi vede getta la cicca e, senza salutare, mi dice:
- “Secondo piano”.
Non tengo il suo passo lungo le scale a causa dei tacchi che faticano su questi gradoni alti e scheggiati dall’usura. Il palazzo è decrepito anche all’interno. Busso alla porta. Mi apre e mi tira dentro per un braccio. Poi mi conduce rapidamente nella sua camera, una stanza molto essenziale, piccola, disordinata. Solo il letto è in ordine. Inizia a spogliarsi e mi dice:
- “Stenditi” indicandomi il letto.
Per la prima volta lo vedo interamente nudo. Non è magrissimo, è morbido, braccia forti. Occhi scuri e sguardo duro, quell’acconciatura di capelli da bullo, con la rasatura laterale. La barba di quattro giorni, il petto villoso ma non troppo. Non appena è nudo frettolosamente mi solleva la gonna. Ha già il cazzo di marmo, mi scosta lateralmente le mutandine e mi penetra agevolato dalla mia figa già bagnata. Con una mano mi scopre il seno e lo palpa con ruvidezza. Mi fotte come se avesse fretta, senza coinvolgimento. Come un lavoro da svolgere velocemente. Io tengo le cosce spalancate per favorirlo. E infatti dopo tre o quattro minuti sfila il cazzo. Continua a menarselo avvicinandosi al mio viso, e schizza sul mio viso senza curarsi troppo della direzione. E infatti alcuni schizzi mi prendono anche sui capelli.
- “Adesso vattene, ho da fare” mi dice con tono frettoloso.
Non ho nemmeno il coraggio di rispondergli, lo vedo rivestirsi. Io mi sistemo gli abiti, e mentre sto ancora cercando un fazzoletto per ripulirmi mi accompagna alla porta. Ho il suo sperma che mi cola sul viso e cerco di tamponare con le mani mentre cerco i fazzoletti nella borsa. A metà della rampa di scale li trovo, e provo a pulirmi come meglio posso senza specchio e una luce adeguata. Dovrò arrivare all’auto per darmi una sistemata definitiva. E infatti nello specchietto dell’auto scorgo uno schizzo bianco tra i capelli davanti che devo eliminare. Sento la pelle attaccaticcia, ma dovrò arrivare a casa per lavarmi decentemente il viso. Anche stasera sono stata soltanto uno sborratoio per lui. Ma questo gioco mi piace, e voglio portarlo avanti fino a quando non sarò soddisfatta. Oggi mi ha scopata, anche se per poco. Anche a lui un pompino non basta più, lo sento.
Un paio di giorni dopo mi invia un altro messaggio invitandomi a casa sua. Stavolta opto per un abbigliamento meno elegante e più comodo. Sotto la gonna non indosso le mutandine, e indosso una camicetta senza reggiseno. Voglio provare a stupirlo.
Arrivata a casa sua con mia sorpresa mi apre il fratello. Un tizio atletico, più grande di lui.
- “C’è Pasquale?” gli chiedo timidamente.
Lui, senza troppi convenevoli, urla verso la sua camera:
- “Pascà, questa ti cerca. Muoviti che dobbiamo uscire”.
Poi richiude la porta e torna a sedersi senza badare a me, mentre io attendo davanti alla porta.
Subito Pasquale apre la porta della stanza e mi raggiunge, portandomi in camera. Prima di richiudere urla al fratello:
- “Mi chiavo n’attimo a sta puttana e vi raggiungo” esclama senza alcun tatto.
Mi siedo sul letto e con l’espressione corrugata dal disappunto sottolineo:
- “Questa puttana si chiama Valentina!”.
- “Statte zitta zoccola!” mi dice con aria compiaciuta e quasi divertita.
Poi si fionda tra le mie gambe sollevando la gonna. Sembra fermarsi qualche istante a riflettere non vedendo le mie mutandine. Mi fa voltare e mettere a pecorina. E con la gonna sollevata inizia a stantuffarmi la figa con vigore. Ma stavolta non conclude rapidamente, sarà per questo che ha detto al fratello che li raggiunge dopo. Io invece dopo pochi minuti ho un orgasmo che lui avverte benissimo, sia per i miei gemiti ad alta voce, sia per le contrazioni della mia figa che premono attorno al suo palo. È il mio primo orgasmo con lui, ed è stato tanto meraviglioso quanto atteso. Con piacere lo sento grugnire ed esplodere le sue energie nel mio ventre. Lui si accascia sul letto accanto a me, e io, prima che lui me lo chieda, mi risistemo e lascio l’appartamento.
La mattina dopo, al bar, lui mi saluta accennando un sorriso.
- “Buongiorno Matilde” dice.
- “Valentina!” ribadisco con tono contrariato e offeso.
La sera alle 20 lo raggiungo alla chiusura. Stavolta ho davvero trascorso qualche ora con le colleghe, e prima di tornare a casa sono passata a salutarlo.
- “Sono passata solo a salutarti. Devo tornare da mio marito e i miei figli” gli dico.
Lui mi fissa un attimo.
- “Valentina, giusto?” mi dice accennando un sorriso.
Io annuisco ricambiando il sorriso.
- “Ciao” gli dico.
Poi vado via. Un altro piccolo passo…
Il giorno successivo non sono passata al bar. La sera mi scrive un messaggio su WhatsApp:
- “Oggi non sei venuta?”
- “Perché ti sono mancata?” rispondo.
- “Avevo voglia di sborrarti in bocca”.
La mattina dopo vado a fare colazione al bar, lui mi vede e mi sorride. Purtroppo dopo il lavoro non posso intrattenermi con lui, devo tornare a casa dai bambini, Luigi torna più tardi. Per il resto della settimana ci siamo visti solo al bar, lui per lavoro, io come cliente.
È domenica mattina. Alle 8:00 mi arriva un messaggio:
- “Ci sei stamattina? Io sono libero”.
Ci penso un attimo, ho davvero voglia di vederlo, ma devo trovare una buona scusa.
- “Amore, un’amica mi ha invitato a prendere un caffè. Quando i bambini si svegliano li puoi portare da mamma?” chiedo a Luigi.
- “Non preoccuparti Vale. Se non si svegliano tardi li porto al parco con le biciclette”.
Gli sorrido, poi vado in bagno a prepararmi. Afferro il telefono:
- “Alle 9:15 fuori al bar?” scrivo.
- “Ok”.
Quando arrivo al bar lui è sullo scooter. Mi dice che se parcheggio l’auto possiamo muoverci più agevolmente in scooter e andare sul lungomare. Sono anni che non vado in scooter, ma l’idea mi affascina e mi emoziona.
Stringo le mie mani attorno al suo torace mentre guida, e poggio la testa sulla sua schiena. Per fortuna stamattina ho messo gli shorts di jeans che sono più comodi. Mi chiedo dove mi condurrà, sicuramente dopo tanti giorni avrà voglia di sfogarsi con la mia bocca.
Si ferma alla Villa Comunale. Con mia grande sorpresa mi dice che ha voglia di passeggiare. L’aria è meno afosa, c’è un leggero venticello che rende la giornata gradevole. Per la prima volta comincia a farmi domande, mi chiede qual è il mio lavoro, mi chiede della mia famiglia. Sono sorpresa, ma anche contenta di questo inaspettato interesse per me. Poi ci fermiamo su una panchina all’ombra di un grosso platano. Mi sento un po’ imbarazzata seduta accanto a lui, come una studentessa al primo appuntamento. E in un certo senso, è un po’ un primo appuntamento per noi.
- “Dimmi Pasquale” chiedo rompendo gli indugi “quanti anni hai precisamente?”.
- “Ne compio 24 a novembre” mi dice.
Mi coglie un attimo di disagio, è davvero giovanissimo.
- “Dimmi, sinceramente, non ti infastidisce che io ne abbia 45? Non ti vergogni a farti vedere con me?”.
Lui mi fissa alcuni secondi, mi guarda stranito.
- “Che cazzo dici. Non m’importa dell’età”.
- “Sei sicuro? Cioè, potresti uscire con ragazze più giovani di me…”
Lui sembra non ascoltare nemmeno le mie parole, e infatti poi mi chiede:
- “Piuttosto, cosa hai detto a tuo marito per venire?”
- “Che vedevo una mia amica” rispondo senza esitare.
- “E sto cornuto non dubita mai di tutte queste uscite con amiche?”.
- “Beh, si fida di me…” gli dico tentennando leggermente.
- “E per quanto tempo pensi che reggeranno le tue scuse con lui?” mi chiede.
In quel momento abbasso lo sguardo. Fino ad ora non ci avevo mai pensato. Quando rialzo la testa per voltarmi nella sua direzione e fornirgli una risposta, di colpo le sue labbra si serrano alle mie. Indietreggio istintivamente il capo presa alla sprovvista, ma la sua lingua immediatamente si fa spazio nella mia bocca. È il nostro primo bacio! Con il cuore a mille mi abbandono a quel tenero gesto appassionato. Abbiamo avuto già alcuni rapporti sessuali, eppure questo mi appare adesso come il gesto più intimo tra noi. Restiamo con le labbra incollate per alcuni lunghi minuti…
Dopo quel bacio gli si scioglie la lingua. Inizia a parlarmi della sua famiglia, del fratello Massimo. Mi riassume i suoi fallimentari anni scolastici senza arrivare al diploma. Mi racconta come ha iniziato a lavorare al bar. Mi parla persino della sua ultima ex. Io non lo interrompo, lo ascolto in religioso silenzio, affascinata e anche lusingata dalle sue confessioni personali.
Dopo un paio d’ore mi riaccompagna alla mia auto. Questa mattinata mi ha lasciato dentro tante piacevoli sensazioni, e mi sento più ottimista per il futuro con lui.

Un paio di giorni dopo, al bar, mentre sorseggio il mio caffè, Pasquale mi sussurra:
- “Stasera vieni da me, alle 21. Ho tanta voglia”.
Io annuisco e gli sorrido. Durante la giornata in ufficio ho ancora negli occhi il clima sereno di domenica, e l’emozione di quel bacio. Non vedo l’ora di stare con lui stasera.
All’ora prestabilita sono a casa sua. Mi accoglie sorridente, mi fa strada in camera sua. Le mie aspettative, alla luce degli eventi recenti, sono molto positive. Lui inizia a spogliarsi rapidamente. Io mi siedo sul letto e lo osservo compiaciuta. Si avvicina e posso vedere il suo cazzo già alla massima erezione.
- “Tesoro, non me lo dai prima un bac…” non riesco a finire la frase.
Pasquale mi afferra la testa e mi spinge il cazzo in bocca senza farmi parlare, senza preavviso. Mi sento invasa, soffocare. Riesco a liberarmi della morsa e come una molla cado di scatto all’indietro, distesa sul letto. In un attimo lui è sopra di me, le sue ginocchia ai lati della mia testa, il suo cazzo desideroso di nuovo davanti agli occhi, e rapidamente conficcato nella mia gola. Di nuovo mi sento soffocare, ma stavolta non riesco a divincolarmi, ho il peso del suo corpo addosso. Sento il suo pube premere ritmicamente sul mio naso. Fatico anche a tossire, mi scorre la bava ai lati della bocca. Lo sfila un attimo, prendo una lunga boccata d’aria, poi me lo rificca in bocca. Ho il viso rosso, le lacrime agli occhi.
- “Succhia puttana di merda, bocchinara!” mi dice con grande enfasi.
Le mie mani provano a fare leva sulla sua schiena ma non trovo un appiglio. Poi sento il liquido caldo direttamente nella mia gola. Inizio a tossire, e mentre lo sfila tossisco più forte, sputando ai lati della bocca bava e sperma. Riprendo fiato mentre col dorso della mano provo a ripulirmi la bocca. Ho gli occhi rossi e bagnati, anche la mia vista è sfocata adesso. Sono confusa, forse anche delusa perché mi aspettavo qualcosa di diverso. Sono ancora vestita. Impiego alcuni minuti per ritrovare la lucidità e mettere a fuoco. Lui si infilato le mutande e i pantaloncini.
- “Perché?” gli chiedo “Perché così furiosamente?”.
- “Oh, te l’ho detto che c’avevo assai voglia” glissa con tono di sufficienza.
Resto interdetta sul letto. Stavolta una lacrima scende per la delusione. Lui nemmeno mi guarda in faccia. Mi ripulisco il viso e le labbra con un fazzoletto. Poi mi alzo e vado via in silenzio, senza dire una parola e senza voltarmi. In auto mi guardo allo specchietto e maledico me stessa, perché sono una stupida, perché sognavo chissà che. Per lui sono soltanto una lurida puttana attempata.
Per due giorni non vado al bar. Mi vergogno. Lui non mi ha scritto, non mi ha chiamato. Eppure mi manca, nonostante tutto sento il bisogno di rivederlo.
- “Non ti serve più una puttana?” gli scrivo in un messaggio.
- “Tu servi sempre. Vieni alle 21:30” mi scrive.
Il suo messaggio mi apre un sorriso. Non sono mai stata arrabbiata con lui per come mi tratta, mi ero soltanto illusa che potesse essere diverso. Ma a me va bene tutto ciò che vuole offrirmi, sono già dipendente da lui.
Busso al campanello di casa. Sono pronta a farmi usare ancora da lui. Lui mi apre, è senza maglietta, il suo petto nudo, villoso. L’odore del profumo economico da supermercato, i capelli ordinati appena tagliati dal barbiere. Mi sorride salutandomi, io accenno un sorriso in risposta. Mi conduce nella nostra alcova. Mi siedo sul bordo del letto.
- “Vuoi che mi spogli subito?” chiedo.
Si avvicina a me. Poggia la sua calda mano sul mio viso. Io la sfioro con la mia accarezzandola.
- “Sì, spogliati” mi dice.
Ubbidisco, e resto nuda sul bordo del letto, a gambe chiuse. Osservo lui che ha iniziato a spogliarsi adesso, dopo aver sfogliato il telefono senza fretta. Si volta verso me.
- “A pecorina” ordina.
In silenzio assumo la posizione richiesta. Subito mi cinge i fianchi con le mani e inizia a fottermi, quasi svogliatamente ma non meno energicamente. Io sono sempre inzuppata e ben disposta al suo tocco. Poi, d’improvviso, lo sfila. Con una pacca sul sedere mi dice:
- “Girati”.
Eseguo. Mi metto supina con le cosce divaricate.
- “Che maiala” sussurra prima di penetrarmi e chinarsi su di me.
I suoi occhi sono fissi nei miei mentre il suo bacino energicamente si scontra col mio pube. Io sono rapita da quello sguardo arrogante che non sembra curarsi troppo di me. L’oggettificazione a cui mi sottopone riesce a eccitarmi oltremodo. Poi si china, e inaspettatamente mi bacia. Con passione, senza fretta. Il suo cazzo è ora tutto conficcato nel mio ventre, fermo. E con quel bacio mi sta portando rapidamente all’orgasmo, le pareti della mia vagina si stringono attorno al suo membro rigido. Le mie mani delicatamente scivolano sul suo collo, le mie gambe si avvinghiano a lui. Poi sfila la sua lingua dalla mia bocca e resta a fissarmi, riprendendo il ritmo dei colpi. I miei occhi luccicano fissando i suoi.
- “Mi piaci tanto Pasquale” gli dico gemendo.
Finisco appena la frase che un abbondante fiotto di saliva esce dalla sua bocca. Uno sputo mi colpisce in mezzo agli occhi. Socchiudo per una frazione di secondi gli occhi che poi riapro, il sorriso si spegne. Eppure quel gesto volgare e di disprezzo mi porta rapidamente all’apice del piacere, e vengo gemendo ad alta voce mentre la sua saliva scorre ai lati del mio naso. Lui aumenta notevolmente il ritmo dei suoi colpi, e dopo un paio di minuti mi inonda la figa di sborra. Si accascia accanto a me in silenzio. Fisso il soffitto compiaciuta.
- “Con quanta gente scopi in questo periodo?” rompe il silenzio Pasquale dopo lunghi minuti.
Mi volto sorpresa da questa domanda.
- “Ma cosa dici?! Io vedo solo te!”
- “Ma se sei anche sposata!”
- “Mi hai preso per una prostituta?!” gli dico sollevandomi e restando seduta sul letto.
- “Perché non è vero che sei una puttana?” risponde con ironia.
- “La tua puttana…” ribatto.
Si crea ancora un lungo silenzio, poi anche lui si siede sul letto.
- “Non capisco. Sei una signora benestante e snob. Hai un marito, un buon lavoro, una bella auto, una casa con figli. Perché vieni a farti scopare da me. Sei una zoccola, per forza” espone la sua arringa.
Abbasso lo sguardo. Resto in silenzio facendo ciondolare i piedi. Non so come spiegarmi, non è chiaro nemmeno a me stessa.
- “Sai, dopo anni a fare la principessa a volte si cerca qualcosa di diverso. Nuovi stimoli. Gli agi e il lusso non spengono gli impulsi. Quelli restano uguali in tutte le persone. Ma quando raggiungi certi standard di vita ti senti obbligata a controllarli, a mascherarli. Ma le pulsioni crescono dentro, si accumulano”.
- “Quindi tuo marito praticamente non ti chiava come vorresti, diciamo” dice lui in modo fin troppo semplicistico.
- “No, non è lui. Sono io. Non c’entra lui. Il sesso con lui non è mai cambiato, non è peggiorato. Sono cambiata io. Sono cambiati i miei bisogni. Non è semplice” provo a chiarire.
- “Sei una donna complicata. Hai ciò che la maggior parte delle donne possono soltanto sognare. Ma non si capisce che altro vuoi. E onestamente non capisco come io posso darti quello che ti manca” mi risponde.
- “Devi semplicemente essere te stesso. Non devi fare altro” gli dico poggiando una mano sulla sua coscia.
- “Io sono sempre me stesso. Ma penso che tu sei abituata a frequentare imprenditori, manager, gente di una certa età all’apice del successo”.
- “Pensi di essere troppo giovane per me?”.
- “No anzi, se ti piace il cazzo il mio è sempre pronto proprio perché sono giovane. Ti posso sfamare e saziare ogni giorno. Ma penso che tu non sei abituata ad avere a che fare con tipi come me”.
Mi fa sorridere la sua sicurezza e consapevolezza del suo vigore fisico. Ma allo stesso tempo cela una certa insicurezza.
- “Quindi pensi che io sia inadeguata o non sia all’altezza di stare con te? Forse perché troppo vecchia per te o troppo ben vestita?” chiedo incuriosita.
- “Boh, non lo so. Cazzi tuoi. Quello che posso darti lo sai. Di più non chiedermi” risponde.
Mi sembra evidente che ora si stia riferendo all’aspetto emotivo della relazione. Mi sta chiedendo di non legarmi perché lui non è tipo da sentimentalismi. Beh questo mi era già chiaro fin da subito.
- “Non temere. Mi accontento di essere la tua puttana” gli sussurro.
Lui si alza in piedi, impettito.
- “E allora adesso leccami le palle, zoccola!”
Gli sorrido, mi inginocchio e inizio a leccargli le palle devotamente. Ben presto il suo cazzo ritorna rigido.
- “Brava la mia puttana di classe” mi dice con soddisfazione.
Poi mi schiaffeggia un paio di volte col cazzo di marmo. Non credevo potesse essere così doloroso un colpo di cazzo sul viso. Emetto un urletto dopo il secondo colpo. Lui sembra compiaciuto, ma si ferma. Poi mi invita ancora a mettermi a quattro zampe. Riprende a sbattermi con forza.
- “Bottana industriale!” mi dice schernendomi.
Mi scappa una breve risata. Deve averla sentita perché poi mi schiaffeggia il culo. Adoro quel film, ma non mi aspettavo da lui questa citazione, non credevo fosse un genere che potesse apprezzare.
Dopo qualche minuto ho un altro orgasmo. E dopo un po’ anche lui aggiunge altra sborra a quella versata in me precedentemente. Ogni giornata con lui è una sorpresa. A volte mi usa, a volte mi delizia. Tutto mi coinvolge.
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scritto il
2026-10-04
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