Luce

di
genere
pissing

Ciao a tutti, è la prima volta che scrivo quindi scusate se non sarà granché. Sto raccogliendo esperienze particolari, fantasie e desideri da chi mi contatta e vuole raccontarmi qualcosa di sé per poi cercare di renderli dei racconti erotici (ovviamente con il loro consenso). Quello che leggerete è quanto di più fedele possibile a quanto raccontatomi, giusto riarrangiato un po per rendere fluida la lettura.
Se volete raccontarmi anche voi qualcosa di inconfessabile fatelo pure a caterina0126@libero.it

Mi chiamo Marco. Ho quarantadue anni. Vivo in un appartamento di tre stanze in periferia, con una moglie che si chiama Elena e con cui non faccio più sesso da quasi due anni. Non abbiamo figli. Non abbiamo litigi plateali. Abbiamo solo un silenzio comodo e mortale che riempie le sere.
Se fossi un personaggio più interessante in questo nulla che chiamo vita organizzerei un fight club e avvierei il progetto mayhem, ma non lo sono, non ho neppure il coraggio di dire ad alta voce che il mio matrimonio è finito, figuriamoci il resto.
Elena guarda serie su Netflix. Io scorro lo schermo del telefono in bagno, a porte chiuse, e mi masturbo pensando a cose che non posso dire a nessuno. Il mio segreto è semplice e disgustoso: mi eccita il pissing. Non in modo vago. In modo preciso. Voglio vedere una donna pisciare. Voglio che mi comandi di farlo. Voglio sentire l’odore, il calore, il suono. Voglio essere usato in quel modo e poi ringraziato, o umiliato, o semplicemente guardato mentre lo faccio. Da anni tengo questo desiderio chiuso in una cartella nascosta del telefono e in un account monouso che cancello ogni tre mesi.
Quella sera di ottobre pioveva. Elena era già a letto. Io seduto sul water a coperchio chiuso, con la luce soffusa del cellulare sul viso. Creai un nuovo profilo su un’app di incontri discreta. Username: Ordinary42. Foto: nessuna. Descrizione: «Uomo sposato, vita piatta, cerco qualcosa di vero e privato. Non cerco relazioni. Cerco qualcuno che non abbia paura di certe cose».
Il giorno dopo, mentre ero in ufficio, arrivò la prima notifica.
Il messaggio era di una ragazza che si faceva chiamare Luce. Non era il suo vero nome ovviamente ma non me ne ha fatto altro e io non ho mai chiesto, quindi la continuerò a chiamare così. Foto: tre. Nella prima si vedeva solo il lato del viso, lentiggini chiare sulla guancia, un orecchino d’argento a forma di luna. Nella seconda i capelli: dreadlocks biondo cenere raccolti in una mezza coda. Nella terza un braccio tatuato e una mano che teneva una tazza di caffè nero. Età dichiarata: 27.
Il messaggio diceva soltanto:
«Ordinary42. Hai scritto “certe cose”. Quali?»
Risposi dopo venti minuti:
«Cose che la maggior parte delle persone trova schifose.»
Lei:
«Prova a essere più preciso. Non sono la maggior parte delle persone.»
Alla fine scrissi:
«Pissing. Guardare. Fare. Essere costretto. Essere usato.»
La risposta arrivò in meno di un minuto.
«Bene. Allora non perdiamo tempo. Ti piace quando una donna ti dice quando e come? Ti piace obbedire?»
Sì. Scrissi soltanto sì.
Lei mandò un indirizzo. Un bar nel centro storico. «Domani alle ventuno. Se non vieni, cancello tutto. Se vieni, non mentire.»
Il giorno dopo dissi a Elena che avevo una riunione di lavoro. Lei annuì senza alzare gli occhi dallo schermo.
Arrivai con dieci minuti di anticipo. Lei era già seduta a un tavolino in fondo. Maglione oversize nero che le scendeva su una spalla, jeans strappati, stivaletti di pelle scamosciata. I dreadlocks chiari le cadevano sulla schiena. Quando alzò lo sguardo mi riconobbe immediatamente.
«Marco», disse, e non era una domanda.
Mi sedetti. Lei ordinò due birre artigianali scure.
«Raccontami cosa fai quando sei solo in bagno e pensi a questo.»
Parlai. Per la prima volta in vita mia parlai senza giri di parole. Le dissi dei video, delle volte in cui mi trattengo per ore, del senso di vergogna che arriva subito dopo e che non cancella mai il desiderio. Lei ascoltava senza interrompere.
Quando finii, bevve un sorso e disse:
«Va bene. Ti piace. Non è uno schifo. È solo una cosa che ti fa venire duro. E a me piace quando un uomo è onesto su queste cose.»
Si sporse in avanti.
«Vuoi sapere cosa farò stasera, se continui a essere onesto? Ti porterò a casa mia. Ti farò spogliare. Ti farò inginocchiare. E poi ti farò aspettare finché non decido io. Quando avrò voglia, piscerò. Tu starai fermo e guarderai. Se ti tocchi senza permesso, ti mando a casa. Se rimani bravo, forse ti farò assaggiare. Forse no. Decido io.»
Il cazzo mi si indurì così in fretta che dovetti spostare la sedia.
«Hai già le mutande bagnate, vero?»
«Sì.»
«Bene. Paga e andiamo.»
Casa sua era un monolocale al terzo piano. Odore di incenso spento e di caffè. Lei chiuse la porta e si tolse il maglione. Sotto aveva solo un reggiseno nero di pizzo. Le lentiggini le scendevano sul petto.
«Spogliati. Tutto. Poi inginocchiati lì.»
Obbedii. Quando restai nudo lei si sedette sul divano e mi guardò.
«Avvicinati. Tra le mie gambe.»
Mi trascinai in ginocchio. Lei aprì le gambe, si sbottonò i jeans e li calò insieme alle mutandine. Il pube era rasato ai lati. Con due dita aprì leggermente.
«Ho bevuto due birre e mezzo litro d’acqua. Sono piena. Vuoi vedere?»
«Sì.»
«Chiedilo bene.»
«Per favore. Fammi vedere. Piscia per me.»
Il primo getto uscì caldo e dorato, cadde sul pavimento tra le mie ginocchia. L’odore salì subito. Continuò a pisciare lentamente, controllando il flusso. Qualche goccia mi schizzò sulle cosce.
Quando finì mi guardò.
«Leccalo. Solo le gocce sul pavimento. Niente di più.»
Mi chinai e leccai. Il sapore era caldo, salato, leggermente amaro.
«Bravo. Ora vestiti. Torni a casa. Tua moglie non deve sospettare niente. Domani ti scrivo. Se ti masturbi senza permesso, ti cancello.»
Mi rivestii in silenzio. Uscii. Tornai a casa. Elena dormiva già. Mi infilai nel letto, il cazzo ancora semi-duro, l’odore di lei ancora nelle narici, e restai sveglio a fissare il soffitto.

Il messaggio arrivò alle sette e quattordici.
«Da adesso segui queste regole.
1. Non pisci senza il mio permesso.
2. Bevi almeno due litri d’acqua al giorno e segnami quanto.
3. Ogni volta che ti viene duro mi mandi una foto. Niente faccia, solo cazzo.
4. Se ti masturbi senza che te lo dica io, finisce tutto.
Rispondi solo “capito”.»
Scrissi «capito».
In ufficio la giornata fu un supplizio. Alle dieci e mezza mandai la prima foto. Lei rispose: «Bene. Continua a bere.»
Bevvi. Alle sedici e venti mandai: «Ho bisogno.»
Risposta: «No. Aspetta. Alle venti e mezza da me. Un’ora sola.»
Arrivai con sei minuti di anticipo. Lei mi aprì. Era in cucina, maglietta bianca corta e niente sotto. Beveva da una bottiglia di vetro.
«Spogliati. Tutto. Poi inginocchiati lì.»
Obbedii. Lei si sedette sul divano e continuò a bere.
«Quanto hai bevuto oggi?»
«Quasi tre litri.»
«Bene. Io ne ho bevuti due. Sono piena. Tu di più.»
Restò a osservarmi. Io in ginocchio, nudo, il cazzo che pulsava. Dopo un tempo lungo lei posò la bottiglia e si alzò.
«Vieni più vicino.»
Mi trascinai. Lei sollevò la maglietta e aprì le labbra con due dita.
«Guarda. E non muoverti.»
Il getto mi colpì in pieno petto, scese lungo lo stomaco, bagnò il cazzo e le palle. Continuò a lungo. Quando si indebolì mi prese i capelli e mi tirò la testa indietro.
«Apri la bocca.»
Il getto mi entrò in bocca. Bevvi.
«Ingoia.»
Ingoiai.
Lei mi gettò un asciugamano.
«Asciugati. Vestiti. Hai undici minuti per uscire da qui.»
Mentre mi rivestivo chiesi:
«Posso tornare?»
«Ti scrivo io. Ora vattene.»
Tornai a casa. Elena era in salotto. Andai in bagno, mi feci una doccia veloce, misi il pigiama e andai a letto. Lei si unì a me dopo mezz’ora.
Restai sveglio a guardare il soffitto.
Il cuore batteva ancora troppo forte.
Non era solo eccitazione.
C’era qualcos’altro.
Qualcosa di stupido e pericoloso.

Il messaggio arrivò alle undici del mattino.
«Oggi bevi. Tanto. Non pisciare. Alle diciannove da me. Porta mutande di ricambio. Non fare tardi.»
Bevvi. Acqua a pranzo, acqua nel pomeriggio. Alle diciotto la vescica era un peso sordo. Arrivai alle diciotto e cinquantotto.
Lei mi aprì. Era in piedi in mezzo alla stanza, canottiera bianca corta e niente sotto. Beveva dalla bottiglia.
«Spogliati. Subito.»
Restai nudo. Lei mi diede un leggero spintone.
«In ginocchio. Gambe divaricate.»
Si mise di fronte a me, sollevò la canottiera e allargò le cosce.
Il getto partì forte. Mi colpì in pieno petto, scese, bagnò tutto. Continuò a lungo. Poi mi prese i capelli e mi tirò la testa indietro.
«Apri.»
Bevvi.
«Ingoia. Tutto.»
Ingoiai.
Lei andò in cucina, tornò con un altro litro d’acqua e si sedette.
«Adesso aspetti. Io bevo. Tu stai lì.»
Restai in ginocchio, bagnato, la vescica che premeva sempre di più. Ogni tanto mi ordinava di avvicinarmi e mi faceva leccare le gocce sulle cosce.
Poi si alzò di nuovo.
«Vieni qui. Sotto di me.»
Si accovacciò sopra il mio viso e iniziò a pisciare. Il getto mi colpì in bocca e sul naso. Bevvi quello che potevo. Quando finì restò accovacciata.
«Lecca.»
Leccai.
«Adesso sei pieno anche tu. Piscia. Ma piano. E guardami mentre lo fai.»
Il getto uscì potente. Pisciai a lungo mentre lei mi osservava.
Poi si tolse la canottiera. Restò nuda. Si avvicinò, mi prese il cazzo con una mano e lo strinse piano.
«Sei duro da quando sei entrato. Non sei venuto. Bravo.»
Mi accarezzò lentamente. Il piacere era troppo.
«Apri gli occhi. Guardami.»
Li aprii. Lei era china su di me, gli occhi fissi nei miei.
In quel momento qualcosa si ruppe.
Non era solo il cazzo.
Era tutto.
Le parole uscirono prima che potessi fermarle.
«Non voglio che finisca qui. Voglio vederti anche fuori da questo. Voglio frequentarti. Davvero. Non solo per questo.»
Lei smise di muovere la mano. Fece un passo indietro.
«Alzati.»
Mi alzai. Ero ancora bagnato, il cazzo duro.
Lei raccolse la canottiera e se la rimise. Poi mi gettò l’asciugamano.
«Asciugati. Vestiti.»
Mentre mi rivestivo lei stava in cucina, di spalle.
Quando fui vestito mi voltai.
«Luce…»
Lei si girò. Il volto era calmo, distante.
«Era solo questo. Niente di più. Io non voglio sentimenti. Non voglio confusione. Non voglio che tu confonda quello che ti fa il cazzo con qualcos’altro.»
Feci un passo avanti.
«Non è confusione.»
«Sì che lo è. Per questo finisce qui. Ora vattene. E non scrivermi più.»
Uscii.
Scesi le scale.
In macchina restai fermo a lungo, l’odore di lei ancora sulla pelle.
Poi accesi il motore e tornai a casa.
Elena era già a letto.
Mi infilai sotto le coperte senza fare rumore.
Restai sveglio a fissare il soffitto.
Il corpo era ancora carico.
Ma dentro c’era solo un vuoto netto, pulito, definitivo.
Era finita.
scritto il
2026-09-29
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