Andrea
di
Caterina0126
genere
confessioni
Mi piace raccogliere confessioni, fantasie, esperienze dei lettori o da persone con cui sono in contatto e trasformarle in racconti.
Se siete interessati scrivete a caterina0126@libero.it
Mi chiamo Andrea, ho quarantuno anni, e da undici sono sposato con Sara.
Sara ha trentotto anni, lavora in una libreria del centro, ha i capelli castani sempre raccolti in una coda bassa e un modo di muoversi calmo, quasi silenzioso. Non abbiamo figli. Non abbiamo crisi plateali. Abbiamo una vita ordinata, un mutuo, due stipendi, le cene del venerdì sera e il sesso la domenica mattina, quando capita. Un matrimonio normale. Un matrimonio che funziona.
Il problema sono io.
Da anni, mentre la scopo, immagino che ci sia qualcun altro. Non un fantasma generico. Un uomo preciso, più sicuro di me, più desiderato. Immagino che lei lo guardi in un modo in cui non guarda più me. Immagino che gemesse diverso. Immagino di essere lì, a guardare, o addirittura di non esserci proprio. All’inizio erano solo immagini durante l’orgasmo. Poi sono diventate più frequenti. Poi sono diventate necessarie.
Non gliel’ho mai detto.
Non le ho mai proposto niente.
Sara non sa nulla.
Un martedì di novembre, dopo che lei era andata a dormire, ho aperto il laptop in salotto e ho cercato. Non siti di scambisti. Forum. Luoghi dove la gente scriveva senza mostrare la faccia. Ho creato un account monouso. Username: SilentHusband. Nella presentazione ho messo poche righe: «Sposato, fantasie cuckold, mai concretizzate, solo parole. Cerco qualcuno con cui parlare senza giudizi».
Il terzo giorno mi ha scritto lui.
Username: Presence.
Messaggio breve: «Anche io. Mai fatto niente di reale. Solo testa. Se vuoi parlare, sono qui».
Abbiamo cominciato così.
Le prime settimane erano caute.
Io gli raccontavo pezzi di Sara senza usare il vero nome. Dicevo “mia moglie”. Descrivevo il suo corpo in modo preciso ma non volgare: il seno ancora sodo, il modo in cui inarca la schiena quando sta per venire, la voce che gli si spezza. Lui ascoltava. Faceva domande. Non spingeva.
Poi ha iniziato a rispondere in un altro modo.
«Quando la scopi», mi ha scritto una sera, «immagini che sia io? O immagini che lei stia pensando a me?»
Ho restato a guardare la frase per quasi un minuto.
Poi ho risposto: «Entrambi».
Da lì qualcosa è cambiato.
Presence non mi chiedeva più solo dettagli. Mi guidava.
Mi faceva descrivere scene sempre più precise. Non scene di sesso di gruppo. Scene in cui io diventavo superfluo.
«Immagina che lei torni a casa dopo essere stata con me. Non ti dice niente. Si fa la doccia. Poi si mette a letto e ti lascia baciarla. Tu senti l’odore di un altro uomo ancora sulla sua pelle. Cosa fai?»
Io scrivevo.
Scrivevo mentre il cazzo mi si induriva nei pantaloni e Sara dormiva nell’altra stanza.
«La bacio lo stesso. Le leccio il collo. Fingo di non sapere.»
«E se invece di fingere tu le dicessi grazie?»
Quella domanda mi è rimasta sotto pelle per giorni.
A gennaio le conversazioni erano diventate quotidiane.
Scrivevamo la sera, dopo cena, mentre Sara guardava una serie in salotto. Io dicevo che dovevo finire una cosa di lavoro e mi chiudevo in cameretta con il portatile.
Presence aveva un modo particolare di scrivere. Non era volgare in modo grossolano. Era preciso. Lento. Mi faceva costruire la scena pezzo per pezzo.
Una notte mi ha chiesto:
«Se domani lei ti dicesse che ha conosciuto un uomo e che vuole provarci, cosa risponderesti?»
Ho digitato e cancellato tre volte. Alla fine ho scritto la verità:
«Le direi di sì. E poi le chiederei di raccontarmi tutto.»
«E se non volesse raccontarti niente? Se volesse solo viverlo e tenertelo fuori?»
Ho guardato lo schermo a lungo.
Il cazzo mi faceva male.
Ho risposto: «Accetterei anche quello».
Lui ha scritto solo: «Bravo».
Quel “bravo” mi ha fatto venire quasi subito, da solo, senza toccarmi, seduto sulla sedia della cameretta.
Febbraio è stato il mese in cui le fantasie hanno cominciato a cambiare forma.
Non bastava più immaginare Sara sotto di lui.
Cominciavo a immaginare Sara che lo sceglieva.
Che tornava a casa e mi guardava in modo diverso. Più distaccato. Più gentile, ma distaccato. Come si guarda qualcuno a cui si vuole ancora bene ma che non è più al centro.
Una sera Presence mi ha scritto:
«Parliamo di sostituzione. Non di sesso. Di posto.»
«Che intendi?»
«Intendo che lei smette piano di vederti come marito. Continua a vivere con te, continua a fare le stesse cose, ma dentro si è già spostata. Io occupo lo spazio che una volta era tuo. Nella sua testa. Nel suo corpo. Nel modo in cui sorride. Tu resti, ma sei già stato sostituito. Ti eccita?»
Ho chiuso gli occhi.
Ho sentito il cuore battersi forte e il cazzo indurirsi in modo quasi doloroso.
«Sì.»
«Allora descrivimelo. Come sarebbe.»
Ho scritto per quasi un’ora.
Ho descritto Sara che tornava dal lavoro e mi salutava con un bacio sulla guancia invece che sulla bocca. Sara che in bagno si depilava con più cura del solito. Sara che, mentre guardavamo la televisione, sorrideva a un messaggio sul telefono e poi spegneva lo schermo. Sara che una notte mi diceva «stasera no» con una dolcezza nuova, quasi pietosa. Sara che alla fine si metteva a letto e mi voltava le spalle, non per cattiveria, ma perché la sua mente era altrove.
Presence leggeva e ogni tanto interveniva:
«Più lento. Più dettagli. Come ti sentiresti quando lei smette di cercarti con le gambe la notte?»
«Inutile.»
«E ti piace sentirti inutile?»
«Sì.»
«Allora continua.»
A marzo non riuscivo quasi più a scopare Sara senza immaginare che stessi usando qualcosa che non mi apparteneva più.
Una domenica mattina, mentre ero sopra di lei, ho chiuso gli occhi e ho pensato a Presence. Non al suo corpo (non sapevo nemmeno che faccia avesse). Alla sua presenza. All’idea che lei, sotto di me, stesse pensando a lui. Che accettasse le mie spinte solo perché lui non c’era in quel momento. Che il suo orgasmo fosse un po’ più debole perché non era con l’uomo giusto.
Sono venuto con un gemito basso e mi sono allontanato quasi subito. Sara ha accarezzato i miei capelli e ha detto «ti amo». Io ho risposto «anch’io» e ho sentito che stavo mentendo e dicendo la verità allo stesso tempo.
Quella sera ho scritto a Presence:
«Oggi mentre la scopavo ho pensato che stavo usando una cosa tua. Non mia. Tua.»
Lui ha risposto dopo venti minuti:
«Non è ancora mia. Ma può diventarlo. Se continui a cedere spazio.»
«Come?»
«Smettendo di occuparlo. Nella testa. Nel letto. Nelle piccole cose. Lasciando che lei si abitui alla tua assenza anche quando sei presente.»
Ho letto quella frase almeno dieci volte.
Aprile è stato il mese dell’annullamento.
Non usavamo più quasi mai la parola “cuckold”.
Parlavamo di sostituzione. Di cancellazione. Di posto preso.
Presence mi faceva domande precise:
«Se lei un giorno smettesse di cercarti a letto e accettasse solo la tua presenza silenziosa in casa, cosa faresti?»
«Resterei. E imparerei a non chiedere.»
«Se iniziasse a parlarmi di me con naturalezza, come si parla di qualcosa che ormai fa parte della vita quotidiana?»
«Ascolterei. E annuirei.»
«Se una sera ti dicesse che lui dorme qui quando vuole, e che tu puoi restare nella tua stanza?»
Ho digitato la risposta con le mani che tremavano leggermente:
«Preparerei la camera degli ospiti per me. E lascerei libera la matrimoniale.»
Presence ha scritto:
«Stai imparando. Adesso descrivi la versione finale. Quella in cui resti, ma non conti più.»
Ho scritto per due ore.
Ho descritto la casa che rimaneva la stessa. Stesse mura, stessi mobili, stesso odore di detersivo e di caffè al mattino. Io ci vivevo ancora. Avevo la camera più piccola, quella che una volta era lo studio. Il letto singolo, l’armadio con i miei vestiti, la porta che chiudevo piano la sera.
Sara e Presence occupavano la matrimoniale.
La mattina li sentivo muoversi. La voce di lei che rideva basso, il suono della doccia, i passi nudi sul parquet. Io preparavo il caffè per tre. Lasciavo le tazzine sul tavolo e andavo a vestirmi. Quando uscivo dalla mia stanza loro erano già in cucina. Sara mi salutava con un cenno del capo, quasi distratto. Presence mi dava una pacca sulla spalla e diceva «buongiorno» con la stessa tono con cui si saluta un coinquilino poco importante.
A tavola parlavano tra loro. Di lavoro, di una serie, di una gita che avrebbero fatto nel weekend. Io mangiavo in silenzio. Ogni tanto Sara mi chiedeva se stavo bene, ma lo faceva per educazione, senza aspettarsi una risposta vera. Io annuivo e continuavo a mangiare.
La sera lui restava.
A volte guardavano un film sul divano. Io sedevo sulla poltrona lontana, in silenzio. A volte sparivano in camera e chiudevano la porta. Io sentivo i rumori attutiti e restavo fermo in salotto, a fissare la televisione spenta. Non bussavo. Non chiedevo. Non esistevo abbastanza da poterlo fare.
Una notte, nella fantasia, Sara aveva lasciato la porta socchiusa. Li avevo visti. Lui sopra di lei, i movimenti lenti e sicuri. Lei che lo guardava in un modo che non aveva più per me da anni. Io ero rimasto nel corridoio, in piedi, a osservare senza essere visto. Quando Presence aveva girato appena la testa e mi aveva notato, non si era fermato. Aveva solo fatto un piccolo cenno, come per dire «resta pure, non disturbi». Poi era tornato a guardare lei. Sara non aveva nemmeno voltato gli occhi verso di me.
Nella fantasia io avevo chiuso piano la porta e ero tornato nella mia stanza.
Mi ero seduto sul bordo del letto singolo e avevo ascoltato.
E mentre ascoltavo mi ero toccato, lentamente, pensando a quanto fossi diventato marginale. A quanto fossi stato sostituito in tutto: nel corpo di lei, nella sua attenzione, nei suoi pensieri, nel suo letto, nella sua vita. Ero ancora nella stessa casa, ma non contavo più. Ero un’ombra che aveva il permesso di restare.
Quando ho finito di scrivere avevo lo sborro nei boxer e gli occhi umidi. Non sapevo se di eccitazione o di qualcos’altro.
Presence ha letto tutto e ha risposto solo:
«Questa è la versione vera. Non quella in cui sparisci. Quella in cui resti e vieni dimenticato. L’annullamento mentre sei ancora presente. Continua a pensarci. Ogni giorno. Ogni volta che la guardi. Ogni volta che ti tocca. Ricordati che stai già cedendo pezzi. E che un giorno, se sei bravo, potrai restare nella stessa casa e non esistere quasi più.»
Da allora vivo in una specie di sospensione.
Sara mi parla e io rispondo.
Sara mi bacia e io ricambio.
Sara mi cerca a letto e io la scopo, ma mentre lo faccio penso a quanto spazio sto ancora occupando e a quanto dovrei lasciarne.
Ogni sera, dopo che lei ha chiuso gli occhi, apro la chat con Presence.
A volte scriviamo poco. A volte lui mi fa descrivere di nuovo la fine. La versione in cui resto nella casa, nella stanza piccola, e vengo ignorato. La versione in cui Sara e lui vivono la loro vita e io sono solo un’ombra educata che prepara il caffè e chiude la porta al momento giusto.
Non abbiamo mai combinato niente di reale.
Non ci siamo mai sentiti al telefono.
Non so che faccia abbia.
Non so se si chiami davvero come immagino.
Eppure è più presente nella mia testa di qualsiasi persona che incontro nella vita vera.
A volte, mentre Sara dorme accanto a me, poso una mano sul suo fianco e penso:
«Presto questo non sarà più mio. Presto non sarò più io a toccarlo. Presto potrò restare nella stessa casa e diventare invisibile.»
E il cazzo si indurisce.
E qualcosa nel petto si stringe.
E io resto fermo al buio, aspettando il messaggio successivo, aspettando di poter cedere ancora un altro pezzo.
So che non concretizzerò mai.
So che Sara non saprà mai niente.
So che Presence resterà solo parole su uno schermo.
Ma so anche che, dentro la mia testa, lui mi ha già sostituito.
E che io, ogni giorno un po’ di più, sto imparando a restare.
Marginale.
Silenzioso.
Quasi inesistente.
Esattamente come deve essere.
Se siete interessati scrivete a caterina0126@libero.it
Mi chiamo Andrea, ho quarantuno anni, e da undici sono sposato con Sara.
Sara ha trentotto anni, lavora in una libreria del centro, ha i capelli castani sempre raccolti in una coda bassa e un modo di muoversi calmo, quasi silenzioso. Non abbiamo figli. Non abbiamo crisi plateali. Abbiamo una vita ordinata, un mutuo, due stipendi, le cene del venerdì sera e il sesso la domenica mattina, quando capita. Un matrimonio normale. Un matrimonio che funziona.
Il problema sono io.
Da anni, mentre la scopo, immagino che ci sia qualcun altro. Non un fantasma generico. Un uomo preciso, più sicuro di me, più desiderato. Immagino che lei lo guardi in un modo in cui non guarda più me. Immagino che gemesse diverso. Immagino di essere lì, a guardare, o addirittura di non esserci proprio. All’inizio erano solo immagini durante l’orgasmo. Poi sono diventate più frequenti. Poi sono diventate necessarie.
Non gliel’ho mai detto.
Non le ho mai proposto niente.
Sara non sa nulla.
Un martedì di novembre, dopo che lei era andata a dormire, ho aperto il laptop in salotto e ho cercato. Non siti di scambisti. Forum. Luoghi dove la gente scriveva senza mostrare la faccia. Ho creato un account monouso. Username: SilentHusband. Nella presentazione ho messo poche righe: «Sposato, fantasie cuckold, mai concretizzate, solo parole. Cerco qualcuno con cui parlare senza giudizi».
Il terzo giorno mi ha scritto lui.
Username: Presence.
Messaggio breve: «Anche io. Mai fatto niente di reale. Solo testa. Se vuoi parlare, sono qui».
Abbiamo cominciato così.
Le prime settimane erano caute.
Io gli raccontavo pezzi di Sara senza usare il vero nome. Dicevo “mia moglie”. Descrivevo il suo corpo in modo preciso ma non volgare: il seno ancora sodo, il modo in cui inarca la schiena quando sta per venire, la voce che gli si spezza. Lui ascoltava. Faceva domande. Non spingeva.
Poi ha iniziato a rispondere in un altro modo.
«Quando la scopi», mi ha scritto una sera, «immagini che sia io? O immagini che lei stia pensando a me?»
Ho restato a guardare la frase per quasi un minuto.
Poi ho risposto: «Entrambi».
Da lì qualcosa è cambiato.
Presence non mi chiedeva più solo dettagli. Mi guidava.
Mi faceva descrivere scene sempre più precise. Non scene di sesso di gruppo. Scene in cui io diventavo superfluo.
«Immagina che lei torni a casa dopo essere stata con me. Non ti dice niente. Si fa la doccia. Poi si mette a letto e ti lascia baciarla. Tu senti l’odore di un altro uomo ancora sulla sua pelle. Cosa fai?»
Io scrivevo.
Scrivevo mentre il cazzo mi si induriva nei pantaloni e Sara dormiva nell’altra stanza.
«La bacio lo stesso. Le leccio il collo. Fingo di non sapere.»
«E se invece di fingere tu le dicessi grazie?»
Quella domanda mi è rimasta sotto pelle per giorni.
A gennaio le conversazioni erano diventate quotidiane.
Scrivevamo la sera, dopo cena, mentre Sara guardava una serie in salotto. Io dicevo che dovevo finire una cosa di lavoro e mi chiudevo in cameretta con il portatile.
Presence aveva un modo particolare di scrivere. Non era volgare in modo grossolano. Era preciso. Lento. Mi faceva costruire la scena pezzo per pezzo.
Una notte mi ha chiesto:
«Se domani lei ti dicesse che ha conosciuto un uomo e che vuole provarci, cosa risponderesti?»
Ho digitato e cancellato tre volte. Alla fine ho scritto la verità:
«Le direi di sì. E poi le chiederei di raccontarmi tutto.»
«E se non volesse raccontarti niente? Se volesse solo viverlo e tenertelo fuori?»
Ho guardato lo schermo a lungo.
Il cazzo mi faceva male.
Ho risposto: «Accetterei anche quello».
Lui ha scritto solo: «Bravo».
Quel “bravo” mi ha fatto venire quasi subito, da solo, senza toccarmi, seduto sulla sedia della cameretta.
Febbraio è stato il mese in cui le fantasie hanno cominciato a cambiare forma.
Non bastava più immaginare Sara sotto di lui.
Cominciavo a immaginare Sara che lo sceglieva.
Che tornava a casa e mi guardava in modo diverso. Più distaccato. Più gentile, ma distaccato. Come si guarda qualcuno a cui si vuole ancora bene ma che non è più al centro.
Una sera Presence mi ha scritto:
«Parliamo di sostituzione. Non di sesso. Di posto.»
«Che intendi?»
«Intendo che lei smette piano di vederti come marito. Continua a vivere con te, continua a fare le stesse cose, ma dentro si è già spostata. Io occupo lo spazio che una volta era tuo. Nella sua testa. Nel suo corpo. Nel modo in cui sorride. Tu resti, ma sei già stato sostituito. Ti eccita?»
Ho chiuso gli occhi.
Ho sentito il cuore battersi forte e il cazzo indurirsi in modo quasi doloroso.
«Sì.»
«Allora descrivimelo. Come sarebbe.»
Ho scritto per quasi un’ora.
Ho descritto Sara che tornava dal lavoro e mi salutava con un bacio sulla guancia invece che sulla bocca. Sara che in bagno si depilava con più cura del solito. Sara che, mentre guardavamo la televisione, sorrideva a un messaggio sul telefono e poi spegneva lo schermo. Sara che una notte mi diceva «stasera no» con una dolcezza nuova, quasi pietosa. Sara che alla fine si metteva a letto e mi voltava le spalle, non per cattiveria, ma perché la sua mente era altrove.
Presence leggeva e ogni tanto interveniva:
«Più lento. Più dettagli. Come ti sentiresti quando lei smette di cercarti con le gambe la notte?»
«Inutile.»
«E ti piace sentirti inutile?»
«Sì.»
«Allora continua.»
A marzo non riuscivo quasi più a scopare Sara senza immaginare che stessi usando qualcosa che non mi apparteneva più.
Una domenica mattina, mentre ero sopra di lei, ho chiuso gli occhi e ho pensato a Presence. Non al suo corpo (non sapevo nemmeno che faccia avesse). Alla sua presenza. All’idea che lei, sotto di me, stesse pensando a lui. Che accettasse le mie spinte solo perché lui non c’era in quel momento. Che il suo orgasmo fosse un po’ più debole perché non era con l’uomo giusto.
Sono venuto con un gemito basso e mi sono allontanato quasi subito. Sara ha accarezzato i miei capelli e ha detto «ti amo». Io ho risposto «anch’io» e ho sentito che stavo mentendo e dicendo la verità allo stesso tempo.
Quella sera ho scritto a Presence:
«Oggi mentre la scopavo ho pensato che stavo usando una cosa tua. Non mia. Tua.»
Lui ha risposto dopo venti minuti:
«Non è ancora mia. Ma può diventarlo. Se continui a cedere spazio.»
«Come?»
«Smettendo di occuparlo. Nella testa. Nel letto. Nelle piccole cose. Lasciando che lei si abitui alla tua assenza anche quando sei presente.»
Ho letto quella frase almeno dieci volte.
Aprile è stato il mese dell’annullamento.
Non usavamo più quasi mai la parola “cuckold”.
Parlavamo di sostituzione. Di cancellazione. Di posto preso.
Presence mi faceva domande precise:
«Se lei un giorno smettesse di cercarti a letto e accettasse solo la tua presenza silenziosa in casa, cosa faresti?»
«Resterei. E imparerei a non chiedere.»
«Se iniziasse a parlarmi di me con naturalezza, come si parla di qualcosa che ormai fa parte della vita quotidiana?»
«Ascolterei. E annuirei.»
«Se una sera ti dicesse che lui dorme qui quando vuole, e che tu puoi restare nella tua stanza?»
Ho digitato la risposta con le mani che tremavano leggermente:
«Preparerei la camera degli ospiti per me. E lascerei libera la matrimoniale.»
Presence ha scritto:
«Stai imparando. Adesso descrivi la versione finale. Quella in cui resti, ma non conti più.»
Ho scritto per due ore.
Ho descritto la casa che rimaneva la stessa. Stesse mura, stessi mobili, stesso odore di detersivo e di caffè al mattino. Io ci vivevo ancora. Avevo la camera più piccola, quella che una volta era lo studio. Il letto singolo, l’armadio con i miei vestiti, la porta che chiudevo piano la sera.
Sara e Presence occupavano la matrimoniale.
La mattina li sentivo muoversi. La voce di lei che rideva basso, il suono della doccia, i passi nudi sul parquet. Io preparavo il caffè per tre. Lasciavo le tazzine sul tavolo e andavo a vestirmi. Quando uscivo dalla mia stanza loro erano già in cucina. Sara mi salutava con un cenno del capo, quasi distratto. Presence mi dava una pacca sulla spalla e diceva «buongiorno» con la stessa tono con cui si saluta un coinquilino poco importante.
A tavola parlavano tra loro. Di lavoro, di una serie, di una gita che avrebbero fatto nel weekend. Io mangiavo in silenzio. Ogni tanto Sara mi chiedeva se stavo bene, ma lo faceva per educazione, senza aspettarsi una risposta vera. Io annuivo e continuavo a mangiare.
La sera lui restava.
A volte guardavano un film sul divano. Io sedevo sulla poltrona lontana, in silenzio. A volte sparivano in camera e chiudevano la porta. Io sentivo i rumori attutiti e restavo fermo in salotto, a fissare la televisione spenta. Non bussavo. Non chiedevo. Non esistevo abbastanza da poterlo fare.
Una notte, nella fantasia, Sara aveva lasciato la porta socchiusa. Li avevo visti. Lui sopra di lei, i movimenti lenti e sicuri. Lei che lo guardava in un modo che non aveva più per me da anni. Io ero rimasto nel corridoio, in piedi, a osservare senza essere visto. Quando Presence aveva girato appena la testa e mi aveva notato, non si era fermato. Aveva solo fatto un piccolo cenno, come per dire «resta pure, non disturbi». Poi era tornato a guardare lei. Sara non aveva nemmeno voltato gli occhi verso di me.
Nella fantasia io avevo chiuso piano la porta e ero tornato nella mia stanza.
Mi ero seduto sul bordo del letto singolo e avevo ascoltato.
E mentre ascoltavo mi ero toccato, lentamente, pensando a quanto fossi diventato marginale. A quanto fossi stato sostituito in tutto: nel corpo di lei, nella sua attenzione, nei suoi pensieri, nel suo letto, nella sua vita. Ero ancora nella stessa casa, ma non contavo più. Ero un’ombra che aveva il permesso di restare.
Quando ho finito di scrivere avevo lo sborro nei boxer e gli occhi umidi. Non sapevo se di eccitazione o di qualcos’altro.
Presence ha letto tutto e ha risposto solo:
«Questa è la versione vera. Non quella in cui sparisci. Quella in cui resti e vieni dimenticato. L’annullamento mentre sei ancora presente. Continua a pensarci. Ogni giorno. Ogni volta che la guardi. Ogni volta che ti tocca. Ricordati che stai già cedendo pezzi. E che un giorno, se sei bravo, potrai restare nella stessa casa e non esistere quasi più.»
Da allora vivo in una specie di sospensione.
Sara mi parla e io rispondo.
Sara mi bacia e io ricambio.
Sara mi cerca a letto e io la scopo, ma mentre lo faccio penso a quanto spazio sto ancora occupando e a quanto dovrei lasciarne.
Ogni sera, dopo che lei ha chiuso gli occhi, apro la chat con Presence.
A volte scriviamo poco. A volte lui mi fa descrivere di nuovo la fine. La versione in cui resto nella casa, nella stanza piccola, e vengo ignorato. La versione in cui Sara e lui vivono la loro vita e io sono solo un’ombra educata che prepara il caffè e chiude la porta al momento giusto.
Non abbiamo mai combinato niente di reale.
Non ci siamo mai sentiti al telefono.
Non so che faccia abbia.
Non so se si chiami davvero come immagino.
Eppure è più presente nella mia testa di qualsiasi persona che incontro nella vita vera.
A volte, mentre Sara dorme accanto a me, poso una mano sul suo fianco e penso:
«Presto questo non sarà più mio. Presto non sarò più io a toccarlo. Presto potrò restare nella stessa casa e diventare invisibile.»
E il cazzo si indurisce.
E qualcosa nel petto si stringe.
E io resto fermo al buio, aspettando il messaggio successivo, aspettando di poter cedere ancora un altro pezzo.
So che non concretizzerò mai.
So che Sara non saprà mai niente.
So che Presence resterà solo parole su uno schermo.
Ma so anche che, dentro la mia testa, lui mi ha già sostituito.
E che io, ogni giorno un po’ di più, sto imparando a restare.
Marginale.
Silenzioso.
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