Luca

di
genere
etero

Mi piace raccogliere confessioni, fantasie, esperienze dei lettori o da persone con cui sono in contatto e trasformarle in racconti.
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Mi chiamo Luca, ho vent’anni, e da quando ne avevo sedici non riesco a smettere di guardare le donne di una certa età.
Non le ragazze della mia età. Non le universitari e coi leggings e le unghie fatte. Loro mi lasciano indifferente. Quello che mi fa indurire il cazzo in mezzo al supermercato sono le donne tra i cinquanta e i sessantacinque anni. Quelle con i fianchi larghi, il seno pesante che muove la maglietta, le mani un po’ segnate, il collo che comincia a mostrare i segni del tempo. Quelle che fanno la spesa con la lista in mano, che controllano le offerte, che parlano con la cassiera di quanto costa il detersivo.
Lavoro part-time in un centro commerciale, al magazzino di un negozio di elettronica. Ogni pausa pranzo scendo al supermercato sotto. Non per mangiare. Per guardare.
C’è una cassiera che si chiama Rita. Deve avere intorno ai cinquantotto anni. Capelli tinti di un rosso scuro, occhiali con la montatura spessa, seno abbondante che preme contro la divisa. Quando passa i prodotti sul nastro si sporge un poco e dalla scollatura le si vedono le tette bianche e pesanti. Io faccio sempre la coda alla sua cassa anche se ce ne sono di più libere. Lei mi saluta con un sorriso stanco e materno. «Ciao bello, oggi solo il panino?». Io annuisco e guardo le sue mani mentre digita i numeri. Mani da donna che ha lavorato tanto, un po’ gonfie, con le vene visibili. Immagino quelle mani intorno al mio cazzo. Immagino di spogliarla lì dietro al bancone e di montarmela mentre lei continua a fare finta di niente.
Poi ci sono le clienti.
Donne che arrivano con il carrello, a volte sole, a volte con il marito che le segue a distanza. Una in particolare la vedo quasi ogni giovedì. Deve avere passato i sessanta. Capelli corti grigi, viso ancora bello ma segnato, corpo pieno, culo largo e tondo sotto i pantaloni di cotone. Un giorno indossava una maglia leggera e si vedevano chiaramente i reggiseni a coppa grossa e i capezzoli. Sono rimasto dietro di lei per tutto il reparto latticini solo per guardarle il culo mentre si chinava a prendere lo yogurt.
Torna a casa con il cazzo duro e mi segno nel letto pensando a loro. Alle loro tette che cadono un poco quando si tolgono il reggiseno. Alle loro fiche non più da ragazzine, ma carnose, usate, calde. Al modo in cui gemerebbero, forse più libere delle ragazze, forse più grate.
Per mesi è rimasto solo fantasie e sguardi rubati.
Poi una sera di ottobre, dopo l’ennesima sega pensando a Rita che mi faceva un pompino dietro la cassa, ho deciso che dovevo provarci per davvero.
Non con una qualsiasi. Con una della loro età. Anzi, più vecchia. Volevo una sessantenne. Volevo sentire il corpo di una donna che poteva essere mia nonna mentre mi scopava.
Ho cercato online. Non siti di escort giovani e rifatte. Sezioni particolari, annunci di donne mature, “nonnina”, “matura vogliosa”, “over 60”. Ne ho trovata una in città. Nome finto: Margherita. Sessantadue anni. Nelle foto si vedeva una donna in carne, seno molto grosso, pancia morbida, cosce larghe, viso truccato ma chiaramente anziano. Nel testo scriveva: «Donna matura, esperta, accogliente. Ricevo a casa. Niente frettolosi. Chi cerca una nonna loquace e porca è nel posto giusto».
Ho scritto.
Lei ha risposto dopo un’ora. Prezzo onesto, indirizzo in un quartiere periferico, secondo piano. «Se sei giovane e educato ti faccio uno sconto. Portami solo rispetto e un cazzo duro».
Il giorno dopo ci sono andato.

Il palazzo era vecchio, le scale odoravano di detersivo e di chiuso. Al secondo piano ho suonato. Ha aperto una donna più bassa di me, in vestaglia di pile color bordeaux. Capelli grigi raccolti in una crocchia bassa, occhiali, viso pieno, collo un po’ rugoso. Sotto la vestaglia si indovinava un seno enorme e pesante.
Mi ha guardato da sopra in giù e ha sorriso.
«Tu devi essere Luca. Entra, non stare lì sulla porta.»
La casa era piccola, ordinata, un po’ scura. Odore di caffè e di profumo dolciastro. Mi ha fatto sedere sul divano e mi ha chiesto se volevo qualcosa da bere. Ho detto di no. Ero troppo teso. Il cazzo mi premeva già contro i jeans solo a guardarla muoversi.
Lei si è seduta di fronte a me, ha incrociato le gambe e la vestaglia si è aperta un poco. Si vedevano le cosce bianche e morbide e il bordo di una mutandina beige.
«Allora», ha detto con voce calma, quasi da zia, «tu hai vent’anni e ti piacciono le donne come me. Giusto?»
Ho annuito. La gola mi era secca.
«Dillo. Voglio sentirtelo dire.»
«Mi piacciono le donne mature. Molto. Le guardo sempre. Cassiere, donne al supermercato… non riesco a fermarmi.»
Lei ha sorriso più largo. Aveva i denti un po’ gialli, ma il sorriso era caldo e sporco allo stesso tempo.
«Bravo ragazzo. Allora oggi ti faccio toccare e scopare una vera nonna. Ti va?»
«Sì.»
Si è alzata, ha aperto la vestaglia e l’ha lasciata cadere. Sotto aveva solo il reggiseno beige a coppa grossissima e le mutandine dello stesso colore. Il seno era enorme, pesante, con la pelle un po’ segnata e i capezzoli larghi e scuri. La pancia era morbida, il sesso si intuiva folto sotto la stoffa.
«Vieni qui.»
Mi sono alzato. Lei mi ha preso le mani e se le è messe sulle tette, sopra il reggiseno.
«Pesale. Tocca. Sono vere, sono vecchie e sono tue per un’ora.»
Le ho strette. Erano pesanti, calde, enormi. Il cazzo mi faceva male. Lei ha gemuto piano quando le ho premuto i capezzoli attraverso la stoffa.
«Bravo. Adesso toglimi il reggiseno.»
L’ho sganciato. Le tette sono cascate giù, pesanti, con le venuzze visibili. Le ho prese in mano senza reggiseno e le ho portate alla bocca. Ho succhiato un capezzolo grosso e scuro. Sapeva di pelle e di collant. Lei mi teneva la testa e parlava piano:
«Così, piccolino. Succhia le tette della nonna. Ti piacciono, eh? Ti piacciono grosse e cascanti?»
«Sì… cazzo sì.»
Mi ha fatto sedere di nuovo e si è inginocchiata tra le mie gambe con un piccolo sforzo. Ha aperto i miei jeans, ha tirato fuori il cazzo e ha sorriso guardandolo.
«Bello duro. E tutto per una vecchia come me.»
Ha cominciato a succhiarmelo. Non era un pompino da ragazza. Era lento, largo, esperto. Usava le labbra e la lingua in modo diverso, più pastoso, più umido. Ogni tanto alzava gli occhi e mi guardava mentre mi prendeva in gola fino in fondo. Io guardavo le sue tette che dondolavano e le rughe leggere intorno agli occhi e venivo quasi subito. Ho dovuto trattenerla per i capelli.
«Non ancora», ha detto lei togliendosi il cazzo di bocca. «Prima ti voglio dentro.»
Si è alzata, ha calato le mutandine e si è stesa sul divano con le gambe aperte. La fica era carnosa, con le labbra scure e un po’ di peli grigi intorno. Era già bagnata.
«Vieni. Scopa la nonna. Piano all’inizio, poi come ti pare.»
Sono entrato.
Era calda, morbida, diversa da qualsiasi ragazza che avessi scopato prima. Più cedevole, più calda, quasi vellutata. Lei ha gemuto forte quando sono arrivato in fondo e mi ha stretto le braccia intorno alla schiena.
«Così… tutto dentro. Scopa la tua nonnina. Usa questa fica vecchia quanto ti pare.»
Ho cominciato a muovermi. All’inizio piano, poi sempre più forte. Le tette le rimbalzavano a ogni spinta. Lei gemiva senza vergogna, diceva cose sporche con quella voce matura:
«Più forte, bello. Sfonda la nonna. Ti piace questa fica usata? Ti piace venire dentro a una donna che potrebbe essere tua nonna?»
«Sì… cazzo, sì.»
«Allora riempimi. Lasciamelo tutto dentro. Voglio sentire lo sborro di un ragazzino di vent’anni.»
Ho accelerato. Il divano scricchiolava. Lei mi teneva il culo con le mani e mi spingeva dentro ancora di più. Quando sono venuto ho spinto fino in fondo e ho scaricato con un gemito lungo. Lei ha stretto le gambe intorno a me e ha tenuto la posizione.
«Bravo ragazzo. Tutto dentro. Lascia che la nonna se lo tenga un po’.»
Siamo rimasti così diversi minuti. Io ancora sopra di lei, il cazzo che rammolliva dentro, il suo respiro caldo contro il mio collo. Poi ha cominciato a ridere piano.
«Allora? Ti sei sfogato con le cassiere e le signore della spesa?»
Ho annuito contro la sua pelle.
«Sì.»
Mi ha accarezzato i capelli con una mano pesante e materna.
«Torni quando vuoi. La nonna è sempre a casa.»
Mi sono rivestito in silenzio. Lei è rimasta nuda sul divano, le gambe ancora socchiuse, lo sborro che le colava piano. Prima di uscire mi ha fatto un cenno con la mano.
«Saluta Rita, quando la vedi.»
Ho chiuso la porta e sono sceso le scale con le gambe che ancora tremavano.
Da quel giorno, ogni volta che Rita mi passa le spese e mi dice «Ciao bello», io sorrido e penso a Margherita che mi chiama nonnina mentre le sborro dentro.
E so già che tornerò.
scritto il
2026-10-01
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