Lorenzo e Sofia
di
Caterina0126
genere
dominazione
Mi piace raccogliere confessioni, fantasie, esperienze dei lettori o da persone con cui sono in contatto e trasformarle in racconti.
Se siete interessati scrivete a caterina0126@libero.it
Mi chiamo Lorenzo, ho venticinque anni. Sofia ne ha ventuno. Viviamo insieme da un anno e mezzo in un bilocale al secondo piano di un palazzo vicino al parco. Lei è piccola, un metro e cinquantacinque, bionda naturale, magra, pelle chiarissima che si arrossa appena, occhi verdi grandi. Il culo è la cosa che mi ha fatto perdere la testa la prima volta che l’ho vista: alto, tondo, sodo, quasi sproporzionato rispetto al resto del corpo. Le tette sono piccole, due mezze mele, capezzoli rosa chiari. Da quando stiamo insieme abbiamo provato quasi di tutto. Swing soft, leggero bondage, un po’ di umiliazione verbale, lei che mi domina qualche volta, io che la domino altre. Niente ci sembrava mai abbastanza. Un mese fa, una sera dopo aver scopato, Sofia mi ha guardato e ha detto:
«Voglio provarci con un padrone. Uno vero. Maturo. Che ci prenda tutti e due.»
Io ho sentito il cazzo muoversi ancora prima di rispondere.
«Tutti e due?»
«Sì. Me e te. Voglio vedere se riesci a stare sotto. E voglio stare sotto io.»
Abbiamo cercato.
Non su siti di escort. Su forum discreti, profili verificati, uomini che scrivevano poco e in modo preciso. Dopo due settimane abbiamo trovato Fabrizio. Sessant’anni, foto sobrie, corpo robusto ma tenuto bene, capelli grigi corti, sguardo calmo. Nel messaggio di presentazione c’era scritto soltanto: «Cerco una coppia giovane, curiosa, disposta a cedere. Niente frettolosi. Primo incontro pubblico, solo parole. Poi si vede».
Abbiamo risposto.
Lui ha proposto un caffè in un bar sotto casa nostra, di proposito. «Così, se decidete di continuare, non dovete andare lontano».
Il mercoledì pomeriggio eravamo già al tavolino esterno quando è arrivato.
Fabrizio era più alto di me, spalle larghe, movimento lento e sicuro. Vestito in modo semplice: camicia chiara, pantaloni scuri, scarpe pulite. Ci ha stretto la mano a entrambi con una pressione ferma, senza sorrisi eccessivi.
«Lorenzo. Sofia. Piacere.»
Si è seduto di fronte a noi. Ha guardato il menu solo un secondo e poi ha detto al cameriere, senza chiederci nulla:
«Tre Negroni. Lunghi.»
Il cameriere ha annuito e se n’è andato. Io ho aperto bocca per dire qualcosa, ma Sofia mi ha toccato il ginocchio sotto il tavolo. Ho chiuso la bocca.
Fabrizio ci ha guardati uno alla volta, senza fretta.
«Allora. Voi due volete un padrone. Giusto?»
Sofia ha risposto per prima, voce chiara:
«Sì.»
Io ho annuito.
«Bene. Oggi non succede niente che non vogliate. Ma da adesso parlo io. Se qualcosa non vi sta bene, alzatevi e andatevene. Se restate, accettate che decido io. Chiaro?»
«Chiaro», ha detto Sofia.
Io ho ripetuto: «Chiaro».
I Negroni sono arrivati. Fabrizio ha alzato il bicchiere, ha fatto un piccolo cenno e ha bevuto. Noi abbiamo fatto lo stesso. Il sapore era forte, amaro, alcolico. Sofia ha fatto una smorfia leggera e ha bevuto di nuovo.
Fabrizio ha cominciato a parlare. Di regole. Di cosa significava per lui prendere una coppia. Di come voleva che ci rivolgessimo a lui se avessimo continuato. Voce calma, quasi educata, ma ogni frase era un ordine mascherato. Io mi ritrovavo ad annuire senza pensare. Sofia beveva più in fretta di me. Al secondo Negroni le guance le si erano già colorate e gli occhi verdi erano diventati più lucidi.
A un certo punto Fabrizio ha spostato una mano sotto il tavolo.
Io l’ho visto dal movimento della spalla. Sofia ha fatto un piccolo respiro improvviso e ha guardato dritto davanti a sé. Le sue dita sul bicchiere erano diventate bianche.
Fabrizio parlava ancora di protocolli, di cosa avrebbe voluto vedere, di come avrebbe deciso i tempi. Intanto la mano sotto il tavolo non stava ferma. Sofia teneva le cosce chiuse all’inizio. Poi, lentamente, le ha aperte. Io sentivo il cuore battermi in gola. Guardavo il suo viso. Le labbra leggermente aperte, lo sguardo fisso sul bicchiere. Ogni tanto chiudeva gli occhi un secondo.
Dopo qualche minuto Fabrizio ha smesso di parlare. Ha girato appena la testa verso di me e ha detto, voce bassa:
«Guarda.»
Poi si è chinato verso Sofia e l’ha baciata.
Non un bacio leggero. Un bacio lento, profondo, padrone. Una mano le teneva ancora la coscia sotto il tavolo, l’altra le aveva preso la nuca. Sofia ha gemuto piano contro la sua bocca. Io restavo immobile, il cazzo duro nei pantaloni, le mani sudate sui ginocchi. Guardavo. Non riuscivo a staccare gli occhi. Lui la baciava come se io non ci fossi, o come se la mia presenza fosse proprio il punto. Quando si sono staccati, Sofia aveva le labbra rosse e lo sguardo un po’ perso. Fabrizio ha asciugato l’angolo della bocca con il pollice e ha detto:
«Buona. Dolce.»
Poi ha guardato me.
«Tu stai zitto e guardi. È il tuo posto per ora.»
Ho annuito.
La voce non mi usciva.
Abbiamo finito i drink in silenzio. Fabrizio ha pagato. Si è alzato, ha sistemato la camicia e ha detto soltanto:
«Andiamo da voi.»
La casa era a due minuti a piedi.
Sofia camminava un po’ storta, ancora su di giri. Io tenevo le chiavi in mano e sentivo le dita che tremavano. Fabrizio camminava tra di noi, una mano leggera sulla schiena di lei, l’altra libera. Non diceva niente.
In casa ha chiuso lui la porta.
Ha guardato intorno, ha annuito come se facesse un inventario, poi ha detto:
«Spegnete i telefoni. Metteteli sul tavolo della cucina. Poi venite in salotto.»
Abbiamo obbedito.
Quando siamo tornati lui era già seduto sul divano, gambe divaricate, braccia aperte sullo schienale. Ci ha guardati da sopra in giù.
«Sofia. Spogliati. Tutto. Piano. Di fronte a me.»
Lei ha esitato un secondo solo. Poi ha cominciato. Maglietta, reggiseno, jeans, mutandine. È rimasta nuda in mezzo al salotto, pelle bianchissima, capelli biondi sciolti, il culo perfetto, le tette piccole con i capezzoli già duri. Fabrizio l’ha osservata a lungo, senza parlare. Poi ha fatto un cenno.
«Vieni qui. In ginocchio. Tra le mie gambe.»
Sofia ha obbedito. Si è inginocchiata. Lui le ha accarezzato i capelli, poi le ha preso il mento e le ha fatto alzare la faccia.
«Da adesso mi chiami signore. Capito?»
«Sì, signore.»
«Brava.»
Ha abbassato la cerniera dei pantaloni, ha tirato fuori il cazzo. Era già duro, grosso, scuro, venoso. Ha posato una mano sulla nuca di Sofia e l’ha avvicinata.
«Apri. Piano. Tutto.»
Sofia ha aperto la bocca e l’ha preso. Fabrizio non ha spinto subito. L’ha lasciata lavorare, poi ha cominciato a guidarla con la mano nei capelli. Io stavo in piedi a due metri, immobile. Lui ha alzato gli occhi su di me.
«Tu. Spogliati pure. Poi mettiti in ginocchio lì accanto a lei. Mani dietro la schiena.»
Mi sono spogliato. Il cazzo mi batteva contro l’addome. Mi sono inginocchiato. Fabrizio ha continuato a farsi succhiare da Sofia mentre mi guardava.
«Guarda come lo prende. Guarda che brava. Tu invece stai fermo e impari.»
Ha tenuto Sofia sulla sua bocca ancora un pezzo, poi l’ha tirata su per i capelli. Un filo di saliva le collegava il labbro inferiore al cazzo.
«Alzati. Gira. Mani sul tavolino.»
Sofia ha obbedito. Si è piegata in avanti, il culo alto, la schiena inarcata. Fabrizio si è alzato, si è posizionato dietro di lei e le ha passato due dita tra le gambe. Ha sorriso.
«Già bagnata. Naturalmente.»
Ha preso il cazzo e glielo ha passato su e giù tra le labbra della fica, senza entrare. Sofia gemva basso. Poi ha spinto. Tutto in una volta. Sofia ha gettato la testa all’indietro e ha gemuto forte. Fabrizio ha cominciato a scoparla con colpi profondi e regolari, una mano sui fianchi, l’altra che le teneva i capelli raccolti come una redine.
«Guarda, Lorenzo. Guarda come la scopo. Guarda come la prende. Questa è la tua ragazza. E adesso è il mio buco.»
Io guardavo. Non riuscivo a fare altro. Il cazzo mi gocciolava sul pavimento. Ogni tanto Fabrizio mi guardava e diceva:
«Mano dietro. Non toccarti. Non ancora.»
Ha scopato Sofia a lungo. L’ha fatta venire una prima volta tenendola ferma mentre lei tremava. Poi l’ha fatta girare, l’ha messa sul divano a gambe aperte e l’ha ripresa da davanti, piegandola quasi a metà. Le tette piccole le rimbalzavano. Gli occhi verdi erano lucidi, la bocca aperta. A un certo punto ha girato la testa verso di me e ha detto, voce rotta:
«Guardami… guardami mentre mi scopa…»
Fabrizio ha riso basso.
«Brava. Diglielo. Digli che ti piace di più così.»
«Mi piace di più così… signore…»
Ha accelerato. È venuto dentro di lei con un gemito sordo, spingendo fino in fondo. È rimasto conficcato mentre scaricava. Sofia ansimava. Quando è uscito, la sborra le è colato subito lungo la coscia. Fabrizio ha raccolto un po’ con le dita e glielo ha messo in bocca.
«Lecca. Tutto.»
Sofia ha leccato.
Poi Fabrizio si è voltato verso di me. Aveva ancora il cazzo duro, lucido dei liquidi di lei.
«Adesso tu.»
Mi ha fatto alzare. Mi ha fatto girare. Mi ha spinto verso il tavolino.
«Mani qui. Schiena inarca. Culo fuori.»
Ho obbedito. Sentivo le gambe che tremavano. Lui mi ha aperto le chiappe con le mani e ha sputato. Poi ha messo un dito. Poi due. Lavorava senza fretta, mentre Sofia, ancora nuda e colante, stava seduta sul divano a guardarci.
«Guarda la tua ragazza», ha detto Fabrizio. «Guardala mentre ti apro. Guarda come ti guarda.»
Sofia non distoglieva gli occhi. Aveva le ginocchia raccolte al petto, lo sguardo fisso sul punto in cui le dita di Fabrizio sparivano dentro di me.
Quando ha deciso che ero abbastanza aperto, ha messo il cazzo contro il mio buco e ha spinto.
Il dolore è stato netto, caldo, invasivo. Ho gemuto forte. Lui non si è fermato. È entrato fino in fondo con una spinta sola e ha restato fermo.
«Respira. Sei pieno del cazzo che ha appena scopato la tua ragazza. Senti?»
«Sì…»
«Sì cosa?»
«Sì, signore.»
Ha cominciato a scoparmi.
Colpi profondi, pesanti, da uomo che sa esattamente quanto può spingere. Ogni botta mi faceva avanzare il corpo sul tavolino. Sofia guardava. A un certo punto Fabrizio le ha parlato senza smettere di scoparmi.
«Vieni qui. In ginocchio. Di fronte a lui. Guardalo in faccia mentre lo uso.»
Sofia ha obbedito. Si è messa in ginocchio a pochi centimetri dal mio viso. Io la guardavo. Lei mi guardava. Fabrizio mi sfondava da dietro e parlava, voce calma e crudele:
«Questa è la tua ragazza. Ti sta guardando mentre ti prendo il culo. Mentre ti scopo come ho scopato lei. Sei sottomesso. Tutti e due siete sottomessi. Da oggi il posto ve lo decido io.»
Mi ha preso i capelli e mi ha tirato indietro la testa, costringendomi a tenere gli occhi su Sofia.
«Digli grazie. Digli grazie perché ti sta guardando mentre diventi la mia troia.»
La voce mi usciva rotta:
«Grazie… grazie che mi guardi…»
Sofia aveva gli occhi umidi. Non di tristezza. Di qualcosa di più oscuro. Si è avvicinata e mi ha baciato mentre Fabrizio mi scopava più forte. Il bacio era disordinato, affamato. Quando si è staccata ha sussurrato contro la mia bocca:
«Ti amo… anche così.»
Fabrizio ha accelerato.
I colpi erano diventati secchi, profondi. Sentivo il suo fiato sulla schiena. A un certo punto ha spinto fino in fondo ed è venuto. L’ho sentito pulsare dentro di me, caldo, abbondante. È rimasto conficcato mentre scaricava, tenendomi i fianchi fermi.
«Prendi. Tutto. Come ha preso lei.»
Quando è uscito ho sentito lo sperma scendere lungo le cosce. Mi sono accasciato in avanti sul tavolino, tremante. Fabrizio mi ha dato una pacca sul culo, quasi affettuosa, e ha detto:
«Bravo. Tutti e due bravi.»
Si è sistemato i pantaloni. Ha guardato l’ora. Poi ha parlato con la stessa calma di quando aveva ordinato i Negroni.
«Adesso andate a lavarvi. Insieme. Io aspetto in salotto. Quando tornate vi dico le regole da oggi in poi. Se accettate, bene. Se non accettate, chiudiamo qui e non ci si vede più.»
Siamo andati in bagno in silenzio.
Sotto la doccia Sofia mi ha abbracciato da dietro e ha posato la fronte tra le mie scapole. Non diceva niente. Io sentivo ancora il culo aperto e pieno, e il sapore della sua bocca, e gli occhi verdi che mi avevano guardato mentre venivo preso.
Quando siamo tornati in salotto, nudi, Fabrizio era seduto di nuovo sul divano. Ci ha indicati il pavimento di fronte a lui.
«In ginocchio. Tutti e due.»
Ci siamo inginocchiati.
Lui ci ha guardati a lungo. Poi ha cominciato a parlare. Regole. Orari. Cosa potevamo fare e cosa no. Come dovevamo rispondere. Come dovevamo aspettarlo. Come dovevamo raccontargli le giornate. Ogni tanto si interrompeva e chiedeva:
«Hai capito, Lorenzo?»
«Sì, signore.»
«Hai capito, Sofia?»
«Sì, signore.»
Alla fine si è alzato, ci ha accarezzato i capelli a entrambi, uno dopo l’altro, e ha detto:
«Bravi. Da oggi siete miei. Nei limiti che abbiamo stabilito. Fuori da qui fate la vostra vita. Qui dentro, e quando vi chiamo, appartenete a me.»
Ha preso le chiavi che avevamo lasciato sul tavolo, ne ha staccata una copia che evidentemente si era fatta fare, e l’ha messa in tasca.
«Torno quando decido io. Tenete i telefoni accesi.»
Ha aperto la porta. Prima di uscire si è voltato.
«La prossima volta porto io da bere. Voi state già nudi quando arrivo.»
Ha chiuso.
Il rumore della porta è rimasto a lungo nel silenzio della casa.
Sofia e io eravamo ancora in ginocchio, uno accanto all’altra, nudi, il corpo segnato, lo sborro che ci colava ancora.
Lei ha girato appena la testa verso di me. Gli occhi verdi erano calmi, quasi sereni.
«Stai bene?» ha chiesto piano.
Ho annuito.
«Sì.»
E per la prima volta da quando ci conoscevamo, non sapevo se stavo mentendo o se stavo dicendo la cosa più vera di sempre
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Mi chiamo Lorenzo, ho venticinque anni. Sofia ne ha ventuno. Viviamo insieme da un anno e mezzo in un bilocale al secondo piano di un palazzo vicino al parco. Lei è piccola, un metro e cinquantacinque, bionda naturale, magra, pelle chiarissima che si arrossa appena, occhi verdi grandi. Il culo è la cosa che mi ha fatto perdere la testa la prima volta che l’ho vista: alto, tondo, sodo, quasi sproporzionato rispetto al resto del corpo. Le tette sono piccole, due mezze mele, capezzoli rosa chiari. Da quando stiamo insieme abbiamo provato quasi di tutto. Swing soft, leggero bondage, un po’ di umiliazione verbale, lei che mi domina qualche volta, io che la domino altre. Niente ci sembrava mai abbastanza. Un mese fa, una sera dopo aver scopato, Sofia mi ha guardato e ha detto:
«Voglio provarci con un padrone. Uno vero. Maturo. Che ci prenda tutti e due.»
Io ho sentito il cazzo muoversi ancora prima di rispondere.
«Tutti e due?»
«Sì. Me e te. Voglio vedere se riesci a stare sotto. E voglio stare sotto io.»
Abbiamo cercato.
Non su siti di escort. Su forum discreti, profili verificati, uomini che scrivevano poco e in modo preciso. Dopo due settimane abbiamo trovato Fabrizio. Sessant’anni, foto sobrie, corpo robusto ma tenuto bene, capelli grigi corti, sguardo calmo. Nel messaggio di presentazione c’era scritto soltanto: «Cerco una coppia giovane, curiosa, disposta a cedere. Niente frettolosi. Primo incontro pubblico, solo parole. Poi si vede».
Abbiamo risposto.
Lui ha proposto un caffè in un bar sotto casa nostra, di proposito. «Così, se decidete di continuare, non dovete andare lontano».
Il mercoledì pomeriggio eravamo già al tavolino esterno quando è arrivato.
Fabrizio era più alto di me, spalle larghe, movimento lento e sicuro. Vestito in modo semplice: camicia chiara, pantaloni scuri, scarpe pulite. Ci ha stretto la mano a entrambi con una pressione ferma, senza sorrisi eccessivi.
«Lorenzo. Sofia. Piacere.»
Si è seduto di fronte a noi. Ha guardato il menu solo un secondo e poi ha detto al cameriere, senza chiederci nulla:
«Tre Negroni. Lunghi.»
Il cameriere ha annuito e se n’è andato. Io ho aperto bocca per dire qualcosa, ma Sofia mi ha toccato il ginocchio sotto il tavolo. Ho chiuso la bocca.
Fabrizio ci ha guardati uno alla volta, senza fretta.
«Allora. Voi due volete un padrone. Giusto?»
Sofia ha risposto per prima, voce chiara:
«Sì.»
Io ho annuito.
«Bene. Oggi non succede niente che non vogliate. Ma da adesso parlo io. Se qualcosa non vi sta bene, alzatevi e andatevene. Se restate, accettate che decido io. Chiaro?»
«Chiaro», ha detto Sofia.
Io ho ripetuto: «Chiaro».
I Negroni sono arrivati. Fabrizio ha alzato il bicchiere, ha fatto un piccolo cenno e ha bevuto. Noi abbiamo fatto lo stesso. Il sapore era forte, amaro, alcolico. Sofia ha fatto una smorfia leggera e ha bevuto di nuovo.
Fabrizio ha cominciato a parlare. Di regole. Di cosa significava per lui prendere una coppia. Di come voleva che ci rivolgessimo a lui se avessimo continuato. Voce calma, quasi educata, ma ogni frase era un ordine mascherato. Io mi ritrovavo ad annuire senza pensare. Sofia beveva più in fretta di me. Al secondo Negroni le guance le si erano già colorate e gli occhi verdi erano diventati più lucidi.
A un certo punto Fabrizio ha spostato una mano sotto il tavolo.
Io l’ho visto dal movimento della spalla. Sofia ha fatto un piccolo respiro improvviso e ha guardato dritto davanti a sé. Le sue dita sul bicchiere erano diventate bianche.
Fabrizio parlava ancora di protocolli, di cosa avrebbe voluto vedere, di come avrebbe deciso i tempi. Intanto la mano sotto il tavolo non stava ferma. Sofia teneva le cosce chiuse all’inizio. Poi, lentamente, le ha aperte. Io sentivo il cuore battermi in gola. Guardavo il suo viso. Le labbra leggermente aperte, lo sguardo fisso sul bicchiere. Ogni tanto chiudeva gli occhi un secondo.
Dopo qualche minuto Fabrizio ha smesso di parlare. Ha girato appena la testa verso di me e ha detto, voce bassa:
«Guarda.»
Poi si è chinato verso Sofia e l’ha baciata.
Non un bacio leggero. Un bacio lento, profondo, padrone. Una mano le teneva ancora la coscia sotto il tavolo, l’altra le aveva preso la nuca. Sofia ha gemuto piano contro la sua bocca. Io restavo immobile, il cazzo duro nei pantaloni, le mani sudate sui ginocchi. Guardavo. Non riuscivo a staccare gli occhi. Lui la baciava come se io non ci fossi, o come se la mia presenza fosse proprio il punto. Quando si sono staccati, Sofia aveva le labbra rosse e lo sguardo un po’ perso. Fabrizio ha asciugato l’angolo della bocca con il pollice e ha detto:
«Buona. Dolce.»
Poi ha guardato me.
«Tu stai zitto e guardi. È il tuo posto per ora.»
Ho annuito.
La voce non mi usciva.
Abbiamo finito i drink in silenzio. Fabrizio ha pagato. Si è alzato, ha sistemato la camicia e ha detto soltanto:
«Andiamo da voi.»
La casa era a due minuti a piedi.
Sofia camminava un po’ storta, ancora su di giri. Io tenevo le chiavi in mano e sentivo le dita che tremavano. Fabrizio camminava tra di noi, una mano leggera sulla schiena di lei, l’altra libera. Non diceva niente.
In casa ha chiuso lui la porta.
Ha guardato intorno, ha annuito come se facesse un inventario, poi ha detto:
«Spegnete i telefoni. Metteteli sul tavolo della cucina. Poi venite in salotto.»
Abbiamo obbedito.
Quando siamo tornati lui era già seduto sul divano, gambe divaricate, braccia aperte sullo schienale. Ci ha guardati da sopra in giù.
«Sofia. Spogliati. Tutto. Piano. Di fronte a me.»
Lei ha esitato un secondo solo. Poi ha cominciato. Maglietta, reggiseno, jeans, mutandine. È rimasta nuda in mezzo al salotto, pelle bianchissima, capelli biondi sciolti, il culo perfetto, le tette piccole con i capezzoli già duri. Fabrizio l’ha osservata a lungo, senza parlare. Poi ha fatto un cenno.
«Vieni qui. In ginocchio. Tra le mie gambe.»
Sofia ha obbedito. Si è inginocchiata. Lui le ha accarezzato i capelli, poi le ha preso il mento e le ha fatto alzare la faccia.
«Da adesso mi chiami signore. Capito?»
«Sì, signore.»
«Brava.»
Ha abbassato la cerniera dei pantaloni, ha tirato fuori il cazzo. Era già duro, grosso, scuro, venoso. Ha posato una mano sulla nuca di Sofia e l’ha avvicinata.
«Apri. Piano. Tutto.»
Sofia ha aperto la bocca e l’ha preso. Fabrizio non ha spinto subito. L’ha lasciata lavorare, poi ha cominciato a guidarla con la mano nei capelli. Io stavo in piedi a due metri, immobile. Lui ha alzato gli occhi su di me.
«Tu. Spogliati pure. Poi mettiti in ginocchio lì accanto a lei. Mani dietro la schiena.»
Mi sono spogliato. Il cazzo mi batteva contro l’addome. Mi sono inginocchiato. Fabrizio ha continuato a farsi succhiare da Sofia mentre mi guardava.
«Guarda come lo prende. Guarda che brava. Tu invece stai fermo e impari.»
Ha tenuto Sofia sulla sua bocca ancora un pezzo, poi l’ha tirata su per i capelli. Un filo di saliva le collegava il labbro inferiore al cazzo.
«Alzati. Gira. Mani sul tavolino.»
Sofia ha obbedito. Si è piegata in avanti, il culo alto, la schiena inarcata. Fabrizio si è alzato, si è posizionato dietro di lei e le ha passato due dita tra le gambe. Ha sorriso.
«Già bagnata. Naturalmente.»
Ha preso il cazzo e glielo ha passato su e giù tra le labbra della fica, senza entrare. Sofia gemva basso. Poi ha spinto. Tutto in una volta. Sofia ha gettato la testa all’indietro e ha gemuto forte. Fabrizio ha cominciato a scoparla con colpi profondi e regolari, una mano sui fianchi, l’altra che le teneva i capelli raccolti come una redine.
«Guarda, Lorenzo. Guarda come la scopo. Guarda come la prende. Questa è la tua ragazza. E adesso è il mio buco.»
Io guardavo. Non riuscivo a fare altro. Il cazzo mi gocciolava sul pavimento. Ogni tanto Fabrizio mi guardava e diceva:
«Mano dietro. Non toccarti. Non ancora.»
Ha scopato Sofia a lungo. L’ha fatta venire una prima volta tenendola ferma mentre lei tremava. Poi l’ha fatta girare, l’ha messa sul divano a gambe aperte e l’ha ripresa da davanti, piegandola quasi a metà. Le tette piccole le rimbalzavano. Gli occhi verdi erano lucidi, la bocca aperta. A un certo punto ha girato la testa verso di me e ha detto, voce rotta:
«Guardami… guardami mentre mi scopa…»
Fabrizio ha riso basso.
«Brava. Diglielo. Digli che ti piace di più così.»
«Mi piace di più così… signore…»
Ha accelerato. È venuto dentro di lei con un gemito sordo, spingendo fino in fondo. È rimasto conficcato mentre scaricava. Sofia ansimava. Quando è uscito, la sborra le è colato subito lungo la coscia. Fabrizio ha raccolto un po’ con le dita e glielo ha messo in bocca.
«Lecca. Tutto.»
Sofia ha leccato.
Poi Fabrizio si è voltato verso di me. Aveva ancora il cazzo duro, lucido dei liquidi di lei.
«Adesso tu.»
Mi ha fatto alzare. Mi ha fatto girare. Mi ha spinto verso il tavolino.
«Mani qui. Schiena inarca. Culo fuori.»
Ho obbedito. Sentivo le gambe che tremavano. Lui mi ha aperto le chiappe con le mani e ha sputato. Poi ha messo un dito. Poi due. Lavorava senza fretta, mentre Sofia, ancora nuda e colante, stava seduta sul divano a guardarci.
«Guarda la tua ragazza», ha detto Fabrizio. «Guardala mentre ti apro. Guarda come ti guarda.»
Sofia non distoglieva gli occhi. Aveva le ginocchia raccolte al petto, lo sguardo fisso sul punto in cui le dita di Fabrizio sparivano dentro di me.
Quando ha deciso che ero abbastanza aperto, ha messo il cazzo contro il mio buco e ha spinto.
Il dolore è stato netto, caldo, invasivo. Ho gemuto forte. Lui non si è fermato. È entrato fino in fondo con una spinta sola e ha restato fermo.
«Respira. Sei pieno del cazzo che ha appena scopato la tua ragazza. Senti?»
«Sì…»
«Sì cosa?»
«Sì, signore.»
Ha cominciato a scoparmi.
Colpi profondi, pesanti, da uomo che sa esattamente quanto può spingere. Ogni botta mi faceva avanzare il corpo sul tavolino. Sofia guardava. A un certo punto Fabrizio le ha parlato senza smettere di scoparmi.
«Vieni qui. In ginocchio. Di fronte a lui. Guardalo in faccia mentre lo uso.»
Sofia ha obbedito. Si è messa in ginocchio a pochi centimetri dal mio viso. Io la guardavo. Lei mi guardava. Fabrizio mi sfondava da dietro e parlava, voce calma e crudele:
«Questa è la tua ragazza. Ti sta guardando mentre ti prendo il culo. Mentre ti scopo come ho scopato lei. Sei sottomesso. Tutti e due siete sottomessi. Da oggi il posto ve lo decido io.»
Mi ha preso i capelli e mi ha tirato indietro la testa, costringendomi a tenere gli occhi su Sofia.
«Digli grazie. Digli grazie perché ti sta guardando mentre diventi la mia troia.»
La voce mi usciva rotta:
«Grazie… grazie che mi guardi…»
Sofia aveva gli occhi umidi. Non di tristezza. Di qualcosa di più oscuro. Si è avvicinata e mi ha baciato mentre Fabrizio mi scopava più forte. Il bacio era disordinato, affamato. Quando si è staccata ha sussurrato contro la mia bocca:
«Ti amo… anche così.»
Fabrizio ha accelerato.
I colpi erano diventati secchi, profondi. Sentivo il suo fiato sulla schiena. A un certo punto ha spinto fino in fondo ed è venuto. L’ho sentito pulsare dentro di me, caldo, abbondante. È rimasto conficcato mentre scaricava, tenendomi i fianchi fermi.
«Prendi. Tutto. Come ha preso lei.»
Quando è uscito ho sentito lo sperma scendere lungo le cosce. Mi sono accasciato in avanti sul tavolino, tremante. Fabrizio mi ha dato una pacca sul culo, quasi affettuosa, e ha detto:
«Bravo. Tutti e due bravi.»
Si è sistemato i pantaloni. Ha guardato l’ora. Poi ha parlato con la stessa calma di quando aveva ordinato i Negroni.
«Adesso andate a lavarvi. Insieme. Io aspetto in salotto. Quando tornate vi dico le regole da oggi in poi. Se accettate, bene. Se non accettate, chiudiamo qui e non ci si vede più.»
Siamo andati in bagno in silenzio.
Sotto la doccia Sofia mi ha abbracciato da dietro e ha posato la fronte tra le mie scapole. Non diceva niente. Io sentivo ancora il culo aperto e pieno, e il sapore della sua bocca, e gli occhi verdi che mi avevano guardato mentre venivo preso.
Quando siamo tornati in salotto, nudi, Fabrizio era seduto di nuovo sul divano. Ci ha indicati il pavimento di fronte a lui.
«In ginocchio. Tutti e due.»
Ci siamo inginocchiati.
Lui ci ha guardati a lungo. Poi ha cominciato a parlare. Regole. Orari. Cosa potevamo fare e cosa no. Come dovevamo rispondere. Come dovevamo aspettarlo. Come dovevamo raccontargli le giornate. Ogni tanto si interrompeva e chiedeva:
«Hai capito, Lorenzo?»
«Sì, signore.»
«Hai capito, Sofia?»
«Sì, signore.»
Alla fine si è alzato, ci ha accarezzato i capelli a entrambi, uno dopo l’altro, e ha detto:
«Bravi. Da oggi siete miei. Nei limiti che abbiamo stabilito. Fuori da qui fate la vostra vita. Qui dentro, e quando vi chiamo, appartenete a me.»
Ha preso le chiavi che avevamo lasciato sul tavolo, ne ha staccata una copia che evidentemente si era fatta fare, e l’ha messa in tasca.
«Torno quando decido io. Tenete i telefoni accesi.»
Ha aperto la porta. Prima di uscire si è voltato.
«La prossima volta porto io da bere. Voi state già nudi quando arrivo.»
Ha chiuso.
Il rumore della porta è rimasto a lungo nel silenzio della casa.
Sofia e io eravamo ancora in ginocchio, uno accanto all’altra, nudi, il corpo segnato, lo sborro che ci colava ancora.
Lei ha girato appena la testa verso di me. Gli occhi verdi erano calmi, quasi sereni.
«Stai bene?» ha chiesto piano.
Ho annuito.
«Sì.»
E per la prima volta da quando ci conoscevamo, non sapevo se stavo mentendo o se stavo dicendo la cosa più vera di sempre
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