Giorgia

di
genere
masturbazione

Mi piace raccogliere confessioni, fantasie, esperienze dei lettori o da persone con cui sono in contatto e trasformarle in racconti.
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Mi chiamo Giorgia, ho diciannove anni, e quasi ogni pomeriggio, quando casa è vuota, faccio la stessa cosa.
Chiudo la porta della mia stanza a chiave, anche se so che non torna nessuno prima delle sette. Abbasso le tapparelle a metà. Accendo il portatile e lo metto sul letto, davanti a me. Apro la cartella nascosta. Non ha un nome particolare. Dentro ci sono solo video. Tutti dello stesso tipo.
Free use.
Mi eccita per un motivo preciso, e ci ho messo mesi a capirlo fino in fondo.
Non è la forza. Non è il dolore. Non è nemmeno l’idea di essere “costretta” in senso violento. Quello che mi fa bagnare appena parte il primo video è la normalità. Il fatto che il corpo della ragazza sia semplicemente disponibile. Che possa essere preso in qualsiasi momento, senza negoziazione, senza seduzione, senza che lei debba fare qualcosa per meritarlo o per provocarlo. L’uomo entra, la usa, viene, se ne va. Lei continua a tagliare la frutta, a guardare la televisione, a leggere, a scrivere al computer. Il sesso non è un evento. È una funzione. Come aprire il frigorifero o accendere la luce. Quella mancanza di importanza mi fa impazzire. Mi fa sentire il contrario di speciale, e proprio per questo mi eccita di più di qualsiasi scena romantica o dominazione teatrale. Essere ridotta a qualcosa che si può usare e poi lasciare lì. Senza complimenti. Senza dopo. Solo presa, riempita, e poi di nuovo invisibile.
Resto nuda sul letto. Sempre.
Tiro via maglietta, reggiseno, leggings, mutandine. Resto solo con la pelle. Sono magra, tette piccole, fianchi stretti, pube rasato da due giorni. Mi siedo con la schiena contro la testiera, gambe piegate e aperte, e premo il play.
Il primo video di oggi è uno che ho già visto undici volte.
Una ragazza castana, più o meno la mia età, in cucina. Indossa solo una maglietta larga. Sta tagliando della frutta. Si sente il rumore del coltello sul tagliere. Dietro di lei entra un uomo. Non dice niente. Le alza la maglietta sulla schiena, le abbassa le mutandine a metà coscia e le spinge dentro il cazzo con una spinta sola. Lei fa un piccolo suono, quasi di sorpresa, ma non si ferma di tagliare. Continua. Lui la scopa con colpi medi, tenendola per i fianchi. Si vede il cazzo entrare e uscire. Si sente il suono bagnato. Dopo qualche minuto lui spinge fino in fondo, geme basso e viene. Resta fermo un secondo, poi tira fuori. La sborra cola subito sulla coscia di lei. Lui si sistema i pantaloni e se ne va. Lei resta un momento ferma, poi tira su le mutandine, abbassa la maglietta e continua a tagliare la frutta come se niente fosse.
Io ho già due dita dentro.
Le muovo piano, al ritmo delle spinte del video. L’altra mano me la tengo sul seno sinistro, stringo il capezzolo. Sono già bagnata. Lo ero quasi prima ancora di premere play. Il suono del video è basso, ma lo conosco a memoria. Ogni gemito leggero della ragazza, ogni rumore di pelle, ogni volta che lui sbatte contro il suo culo. Io spingo le dita più a fondo e apro un poco le gambe di più. Mentre la guardo penso esattamente a quello che mi eccita: lei non sta “facendo sesso”. Lei sta semplicemente venendo usata. E poi torna a essere nessuno.
Quando il video finisce non cambio posizione.
Passo al successivo.
Questa volta è una ragazza bionda, sdraiata sul divano a guardare la televisione. Coperte fino alla vita. Un uomo arriva, le tira via le coperte, le apre le gambe e le si mette in mezzo. Lei alza solo un poco lo sguardo, poi lo riabbassa sullo schermo. Lui la scopa. Lei continua a guardare la tv. A un certo punto lui le prende le caviglie e le tiene aperte. Si vede tutto. La fica che si allarga intorno al cazzo, il modo in cui lei ogni tanto chiude gli occhi per un secondo quando la spinta è più fondo. Lui viene dentro. Tira fuori. Uno scolo bianco le scende subito verso il buco del culo. Lui se ne va. Lei tira su le coperte e continua a guardare la televisione.
Io ho tre dita adesso.
Le piego, cerco il punto. L’altra mano è scesa sul clitoride. Giro piano, con il polpastrello bagnato. Le cosce mi tremano appena. Guardo lo schermo e immagino di essere io sul divano. Immago che qualcuno entri nella mia stanza adesso, mentre ho le dita dentro, e mi usi senza chiedermi niente. Che mi apra le gambe di più, che mi spinga le dita via e mi metta il cazzo dentro mentre io continuo a guardare lo schermo. Che venga e se ne vada. E che io resti qui, con la sborra che cola, a finire di masturbarmi. La parte che mi fa venire quasi subito è proprio quella: il fatto che dopo non ci sia niente. Niente abbraccio. Niente “sei stata brava”. Solo il vuoto e il corpo che torna disponibile per la volta successiva.
Il terzo video è più lungo.
Una ragazza in camera da letto, a pancia in giù, sta leggendo un libro. Indossa solo le mutandine. L’uomo entra, le cala le mutandine fino alle ginocchia, le apre le chiappe e le sputa sul buco del culo. Poi ci mette il cazzo. Lei fa un verso più forte questa volta, ma non chiude il libro. Lui la scopa piano all’inizio, poi più forte. Le mani le tengono i fianchi sollevati. Si vede il culo che si muove a ogni botta. Dopo un pezzo lui tira fuori, le gira il corpo a metà e le viene in faccia. Lei chiude gli occhi mentre la sborra le arriva sulla guancia e sulla bocca. Lui se ne va. Lei resta ferma qualche secondo, poi si asciuga con il dorso della mano, tira su le mutandine e riprende a leggere.
Io gemo.
Non riesco a stare zitta. Le dita vanno più veloci. Il polso mi fa già un po’ male, ma non mi fermo. Guardo la sborra sulla faccia della ragazza e penso a come sarebbe averla sulla mia. Pensare di essere usata e poi lasciata lì, con il sapore in bocca, mentre lui ha già chiuso la porta. Quella indifferenza finale è la cosa che mi manda in tilt. Non sono io a dover essere desiderata. Sono io a dover essere disponibile. Punto.
Cambio video di nuovo.
Questa volta ne scelgo uno che guardo meno spesso perché mi fa venire troppo in fretta. Una ragazza in cucina di nuovo, ma questa volta è in ginocchio a pulire qualcosa dentro un armadietto basso. L’uomo arriva dietro di lei, le alza la gonna, le sposta le mutandine e la scopa in quella posizione. Lei resta a quattro zampe, una mano ancora dentro l’armadietto. Lui la usa con colpi secchi. A un certo punto le prende i capelli e le tira indietro la testa, ma lei non protesta. Quando viene, spinge fino in fondo e resta lì. Si vede il cazzo che pulsa. Poi tira fuori. La sborra esce in un filo lungo. Lui le dà una pacca sul culo e se ne va. Lei resta qualche secondo in posizione, poi si sistema i vestiti e continua a pulire.
Io vengo.
Il primo orgasmo di oggi è lungo e silenzioso. Stringo le dita dentro, il clitoride sotto il pollice, e lascio che l’onda mi attraversi. Le gambe si chiudono da sole intorno alla mano. Respiro a bocca aperta, gli occhi ancora aperti sullo schermo. Quando finisce non tolgo le dita. Le lascio dentro, ferme, e premo play sul video successivo. Mentre riprendo fiato penso ancora una volta a perché mi piace tanto: perché in quei video la ragazza non deve essere bella, non deve essere brillante, non deve essere speciale. Deve solo essere lì. E il suo corpo viene usato come si usa un oggetto che si trova a portata di mano. Quella riduzione mi fa sentire stranamente libera.
Perdo il conto di quanti ne guardo.
Alcuni durano tre minuti. Altri dieci. In uno la ragazza viene usata mentre è al telefono con qualcuno. Parla normalmente, dice “sì, tutto bene, stasera non so”, mentre un uomo la scopa da dietro. In un altro è a letto, di lato, e l’uomo la penetra senza nemmeno svegliarla del tutto. Lei fa solo dei piccoli suoni nel sonno. Io mi tocco più piano, quasi con delicatezza, come se anche io non volessi “svegliarmi”.
A un certo punto passo a un video in cui ci sono due uomini.
La ragazza è sul divano. Uno la scopa, l’altro le mette il cazzo in bocca. Lei li prende tutti e due senza particolari gemiti. Quando il primo è venuto dentro, il secondo la fa girare e la prende a sua volta. Alla fine lei resta sdraiata, gambe aperte, due scoli diversi che le escono. Io ho quattro dita adesso, quasi tutta la mano, e il pollice sul clitoride. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Il secondo orgasmo arriva più forte del primo. Mi piego in avanti, la fronte quasi contro lo schermo, e gemo contro i denti.
Dopo mi fermo solo il tempo di bere un sorso d’acqua dal bicchiere sul comodino.
Poi ricomincio.
Scelgo un video che ho scaricato la settimana scorsa e che ho già visto sette volte.
Una ragazza in bagno, in piedi davanti al lavandino, si sta lavando i denti. L’uomo entra, le cala i pantaloni della tuta e le mutandine, la piega leggermente in avanti e la penetra. Lei continua a lavarsi i denti. Si sente il rumore dello spazzolino. Lui la scopa con ritmo costante. A un certo punto lei sputa il dentifricio, ma non si rialza. Lui viene dentro. Tira fuori. Lei tira su i pantaloni, si risciacqua la bocca e se ne va dal bagno come se avesse solo finito di lavarsi i denti.
Io mi tocco guardando la sborra che le cola lungo la coscia dentro i pantaloni.
Penso a come sarebbe camminare per casa con la sborra che ti scende e nessuno che lo sa. O tutti che lo sanno e nessuno che dice niente. Quello è il punto del free use, per me. Non la violenza. Non il dolore. La normalità. Il fatto che il tuo corpo sia semplicemente disponibile. Che possa essere preso e poi lasciato, e che la giornata continui.
Il polso mi fa male sul serio adesso.
Passo alla mano sinistra. Tre dita. Più lente. Guardo un altro video, poi un altro ancora. In uno la ragazza viene usata mentre scrive al computer. In un altro mentre è in ginocchio a riordinare un ripiano basso. In un altro mentre è a letto a pancia in su e l’uomo le tiene le gambe aperte e la scopa guardando il telefono con l’altra mano, come se stesse facendo due cose insieme.
Io vengo una terza volta.
Questa volta quasi mi fa male. L’orgasmo è più corto, più secco, ma mi lascia tremante. Tolgo le dita. Sono lucide, bagnate fino al palmo. Le guardo. Poi le porto vicino al naso e sento l’odore. Dopo le leccio. Non perché mi piaccia particolarmente il sapore, ma perché nel video che sto guardando in quel momento la ragazza sta leccando la sborra che le cola sulla coscia, e io voglio fare la stessa cosa.
Il video successivo è il più lungo. Quasi venti minuti.
Una ragazza in un monolocale. Durante il video viene usata quattro volte da tre uomini diversi che entrano e escono. Tra una scopata e l’altra lei mangia uno yogurt, risponde a messaggi, si mette una maglietta, se la toglie di nuovo. Alla fine è seduta sul pavimento, schiena contro il letto, gambe aperte, e si vede chiaramente quanto è piena e quanto cola. Io mi tocco lentamente per tutto il tempo. Non cerco più di venire. Voglio solo restare su quel filo. Guardo ogni dettaglio: il modo in cui i cazzi entrano, il modo in cui lei ogni tanto chiude gli occhi, il modo in cui dopo ogni scarica si sistema appena i vestiti e continua a fare quello che stava facendo.
Quando il video finisce il portatile resta sullo schermo nero per un secondo, poi parte in automatico il successivo.
Io spengo tutto con un dito bagnato.
Resto nuda sul letto, gambe ancora aperte, mano ferma tra le cosce.
Il pomeriggio fuori dalla tapparella sta diventando sera. Si sente qualche rumore di macchina lontana. Dentro la stanza c’è solo il mio respiro e l’odore di pelle calda e di sesso.
Tra poco dovrò alzarmi.
Dovrò rivestirmi.
Dovrò riaprire le tapparelle e far finta di aver studiato tutto il pomeriggio.
Ma adesso resto ancora ferma.
Sento le dita che pulsano.
Sento la fica che batte.
E nella testa i video continuano a girare: porte che si aprono, gonne che vengono alzate, cazzi che entrano senza chiedere permesso, sborra che cola, e ragazze che semplicemente… continuano.
Io chiudo gli occhi.
E per un ultimo minuto, prima di tornare normale, mi immagino che la porta della mia stanza si apra sul serio.
E che qualcuno entri.
E che mi usi.
E che poi se ne vada.
E che io resti qui, esattamente come adesso, con le gambe aperte e il respiro corto, a fissare il soffitto.
Poi mi alzo.
Mi vesto.
Nascondo il portatile.
E aspetto che tornino i miei.
scritto il
2026-10-03
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