Matteo

di
genere
fisting

Mi piace raccogliere confessioni, fantasie, esperienze dei lettori o da persone con cui sono in contatto e trasformarle in racconti.
Se siete interessati scrivete a caterina0126@libero.it


Mi chiamo Matteo, ho trentotto anni, e da quasi quindici porto dentro una cosa che non ho mai detto a nessuno.
Non è una cosa che si racconta. Non è una cosa che si scrive nei profili. Non è una cosa che si chiede alla fidanzata, alla moglie, all’amante occasionale. È una cosa che si masturba di nascosto, di notte, con i denti stretti e la porta chiusa a chiave. È la fantasia di essere aperti. Completamente. Non con un cazzo. Non con un dildo. Con una mano. Intera. Fino al polso. Fino a sentire le nocche che premono dentro, fino a sentire che non c’è più spazio, fino a sentire che stai per spezzarti e invece non ti spezzi, e invece ti apri, e invece la prendi.
Ho passato anni a guardare video. Prima solo di donne che venivano fistate. Poi di uomini. Poi di uomini che piangevano mentre venivano aperti. Piangevano e chiedevano di più. Io venivo sempre nello stesso punto: quando la mano spariva quasi tutta e il ragazzo sul video apriva la bocca senza suono.
Nella vita reale non ho mai fatto niente.
Ho avuto ragazze. Ho avuto una relazione lunga. Ho scopato, ho lecato, mi sono fatto leccare. Ma non ho mai chiesto a nessuno di mettermi anche solo un dito nel culo. Troppa vergogna. Troppa paura di vedere la faccia di disgusto. Troppa paura di non riuscire poi a tornare indietro.
A trentotto anni ho deciso che non potevo più solo guardare.
Ho cominciato a cercare.
Non su siti di escort normali. Su forum, su bacheche particolari, su annunci scritti in modo criptico. «Donna esperta, mani piccole, paziente, open minded». «Per chi vuole andare oltre». «Sessioni lunghe, niente frettolosi».
Dopo tre settimane di messaggi cancellati e profili aperti e chiusi, ho trovato lei.
Username: ManiEsperte.
Foto: nessuna del viso. Solo due mani. Piccole, curate, unghie corte, dita sottili ma forti. Nel testo c’era scritto: «Donna, 46 anni. Ricevo. Specializzata in dilatazione e fisting. Uomini solo. Pazienza, lattice, lubrificante abbondante, rispetto dei limiti. Se cerchi solo di venire in fretta non scrivermi. Se cerchi di essere aperto, contattami».
Ho scritto.
Messaggio breve, quasi secco: «Ho 38 anni. Non ho mai fatto niente di reale. Solo fantasie e video. Voglio arrivare al fisting. Non so se ci riuscirò. Cerco qualcuno che non giudichi e che sappia quando fermarsi».
Ha risposto dopo sei ore.
«Ciao. Va bene così. Preferisco chi non ha esperienza ma ha chiaro cosa vuole. Raccontami cosa hai già provato da solo e cosa ti fa più paura. Poi decidiamo se procedere.»
Ho scritto tutto.
Le dita che mi mettevo da solo sotto la doccia. Il dildo piccolo che usavo di rado. La paura di farmi male. La paura di piangere. La paura di non riuscire a prendere più di tre dita e di dovermene andare con la vergogna.
Lei ha risposto:
«Paura normale. Si lavora sopra. Io non forzo. Se a un certo punto dici stop, si ferma tutto e si chiude la sessione senza problemi. Se vuoi provare, dimmi un giorno e un orario. Sessione minima due ore. Meglio tre. Costa X. Lubricante, guanti, tutto fornito da me. Tu porta solo il corpo e la testa.»
Ho fissato lo schermo a lungo.
Poi ho scritto: «Sabato pomeriggio. Alle quindici».

Il sabato è arrivato con una pioggia leggera.
L’indirizzo era in una zona residenziale tranquilla, un condominio di quattro piani senza citofono con nomi. Al terzo piano. Ho suonato. Ha aperto una donna più bassa di me, circa un metro e sessanta, capelli scuri raccolti, viso senza trucco pesante, intorno ai quarantacinque-quarantasei anni. Indossava una camicia nera larga e pantaloni scuri. Mani esattamente come nelle foto: piccole, curate, unghie cortissime.
Mi ha fatto entrare senza sorrisi eccessivi.
Appartamento semplice, pulito, odore di sapone neutro e di lattice. Una stanza con un lettino basso tipo massaggio, coperto da un telo impermeabile scuro. Un mobile con cassetti. Una sedia.
«Matteo, giusto?»
«Sì.»
«Valeria. Lascia le scarpe all’ingresso. Puoi spogliarti qui o in bagno, come preferisci. Quando sei pronto stenditi a pancia in giù sul lettino. C’è un cuscino per il bacino se ti trova più comodo.»
Ho annuito.
Sono andato in bagno. Mi sono tolto tutto. Mi sono guardato allo specchio. Il cazzo era già mezzo duro solo per l’idea. Il culo contratto per la tensione. Ho respirato. Sono uscito.
Lei era già vicino al lettino, si stava mettendo un paio di guanti neri di lattice sottili. Mi ha indicato il cuscino. Mi sono steso a pancia in giù, il bacino leggermente sollevato. Lei ha sistemato un altro telo sotto di me e ha parlato con voce calma, quasi clinica.
«Da ora in poi ti spiego tutto prima di farlo. Se a un certo punto vuoi che rallenti dici “piano”. Se vuoi che mi fermi dici “stop”. Non uso altre parole. Chiaro?»
«Chiaro.»
«Bene. Comincio con un dito solo. Molto lubrificante. Respira.»
Ho sentito il guanto freddo e poi il gel abbondante, freddo, che mi scorreva tra le chiappe. Un dito ha cominciato a girare intorno al buco, senza entrare. Solo pressione leggera, circolare. Io respiravo con la bocca aperta contro il telo.
Dopo un minuto il dito è entrato. Solo la punta. Poi fino alla prima nocca. Poi tutto.
Non faceva male. Faceva strano. Occupava spazio. Lei non si muoveva. Restava ferma, il dito dentro, e parlava.
«Respira. Non contrarre. Lascia che il corpo si abitui. Quando ti senti pronto dimmi e aggiungo il secondo.»
Ho aspettato.
Il cuore mi batteva nelle orecchie. Dopo un pezzo ho detto: «Secondo».
Il secondo dito è entrato più lentamente. C’è stato un momento di bruciore leggero, poi di nuovo solo pressione. Due dita. Le sentivo muoversi appena, aprirmi un poco, chiudere, aprire.
«Bravo. Continua a respirare. Non sei obbligato a prendere tutto oggi. Possiamo fermarci a quello che riesci.»
«Voglio provare ad arrivare.»
«Lo so. Ma lo decidiamo pezzo per pezzo.»
Ha lavorato con due dita per quello che mi è sembrato un tempo lunghissimo. Girava, apriva a forbice, premeva verso il basso, verso l’alto. Ogni tanto usciva, metteva altro lubrificante, rientrava. Il suono era umido, osceno. Il mio cazzo era completamente duro e premeva contro il cuscino.
«Terzo?»
Ho annuito. Non riuscivo a parlare.
Il terzo dito ha fatto più resistenza. Ho tirato un respiro affannoso. Lei si è fermata immediatamente.
«Troppo?»
«No. Solo… aspetta.»
Ha aspettato. La mano immobile, tre dita dentro. Io respiravo. Dopo un minuto ho detto: «Ok».
Ha ricominciato a muoversi. Più piano. Le tre dita aprivano e chiudevano, allargavano, cercavano di creare spazio. Sentivo le nocche che premevano contro il bordo. Ogni tanto un bruciore più forte, poi di nuovo solo pienezza.
«Stai facendo bene», ha detto. «Il corpo sta cedendo. Non forzare tu. Lascia fare a me.»
Non so quanto tempo sia passato.
A un certo punto ha tolto le dita del tutto. Ho gemuto per il vuoto improvviso. Lei ha messo ancora più lubrificante, tanto che lo sentivo scendere lungo le cosce, e ha riposizionato la mano.
«Adesso provo ad entrare con quattro. Se è troppo dici stop.»
Ho chiuso gli occhi.
Ho sentito la pressione più larga, più esigente. Il bruciore è tornato, più insistente. Ho affondato le mani nel telo e ho tirato l’aria con la bocca.
«Piano…»
Lei ha rallentato quasi fino a fermarsi. Solo la pressione costante, senza spingere oltre. Aspettava che io mi aprissi intorno a lei. Piano, millimetro dopo millimetro, le quattro dita sono entrate fino alle nocche.
Ho fatto un suono che non sapevo di poter fare.
Non era dolore puro. Era troppa cosa. Troppo spazio occupato. Troppo reale.
«Respira. Sei a quattro. Restiamo qui finché non ti abitui.»
È rimasta ferma. La mano dentro di me, immobile. Io sudavo. Il cazzo gocciolava sul cuscino. Le gambe mi tremavano.
Dopo un pezzo ha cominciato a muovere le dita in modo minimo. Solo una piccola rotazione. Poi un’altra. Poi ha iniziato ad aprire e chiudere lentamente, come a impastare lo spazio interno.
«Vuoi provare il pollice?»
La voce mi tremava.
«Sì.»
Il pollice ha fatto più male. C’è stato un momento in cui ho pensato di dire stop. Il bruciore era diventato una linea di fuoco. Lei se n’è accorta immediatamente e ha smesso di spingere.
«Dimmi.»
«Aspetta. Solo aspetta.»
Ho respirato. Ho lasciato andare la pancia. Ho cercato di non contrarre. Dopo quasi un minuto intero il bruciore si è trasformato di nuovo in pressione enorme. La mano era dentro fino alle nocche, tutte e cinque le dita raccolte.
«Sei a una mano chiusa», ha detto lei con calma. «Non è ancora il polso. È la mano raccolta. Se vuoi possiamo restare qui. Se vuoi provo ad andare avanti.»
«Avanti.»
Lei ha messo ancora lubrificante intorno al punto in cui la sua mano spariva dentro di me. Poi ha cominciato a spingere con una pressione costante, lentissima. Io piangevo. Non di dolore solo. Di troppa sensazione. Di essere aperto in un modo che non credevo possibile. Di sentire le ossa delle sue nocche che scivolavano oltre l’anello di muscolo.
C’è stato un momento di resistenza forte.
Poi qualcosa ha ceduto.
La mano è scivolata dentro fino al polso.
Ho gridato.
Un suono lungo, rotto, quasi animale. Lei si è fermata completamente. La mano intera dentro di me, il polso stretto dal mio corpo.
«Sono dentro», ha detto piano. «Tutta la mano. Respira. Non muoverti. Lascia che il corpo capisca.»
Non riuscivo a parlare.
Piangevo contro il telo. Il cazzo era così duro che faceva male. Ogni battito del cuore lo sentivo intorno alla sua mano. Lei non si muoveva. Solo esisteva dentro di me.
Dopo un tempo che non so misurare ha parlato di nuovo.
«Adesso, se vuoi, posso cominciare a muovermi. Molto piano. O posso restare ferma. O posso uscire. Dimmi.»
«Muoviti… piano.»
Ha cominciato.
Movimenti minimi. Solo una leggera rotazione. Poi un millimetro avanti, un millimetro indietro. Io piangevo e gemvo e sudavo. A un certo punto sono venuto. Senza toccarmi. Solo per la pressione interna. Lo sperma è uscito a ondate mentre lei teneva la mano immobile dentro di me e diceva:
«Bravo. Lascia uscire. Non contrarre. Continua a respirare.»
Quando l’orgasmo è finito ero un disastro.
Tremante, bagnato di sudore e di lubrificante e di sborra. Lei ha aspettato ancora. Poi ha cominciato a uscire. Lentissimamente. Il vuoto che lasciava era quasi peggiore della pienezza. Quando la mano è uscita del tutto ho gemuto di nuovo, lungo e disperato.
Valeria ha tolto i guanti, mi ha pulito con salviette calde e mi ha coperto con un telo pulito. Ha parlato poco.
«Resta sdraiato. Non alzarti subito. Bevi.»
Mi ha portato un bicchiere d’acqua. Io bevevo a piccoli sorsi, ancora a pancia in giù, il culo che pulsava e bruciava e batteva come un cuore separato.
Dopo un pezzo mi sono girato. Lei era seduta sulla sedia, mi guardava senza espressione particolare.
«Come ti senti?»
«Non lo so. Aperto. Vuoto. Pieno. Non lo so.»
Ha annuito.
«Normale. Le prossime ore starai sensibile. Domani di più. Se vuoi ripetere si organizza. Se non vuoi più, va bene lo stesso.»
Mi sono vestito in silenzio.
Alla porta mi ha detto solo: «Sei stato bravo a non fingere. La maggior parte finge di riuscire subito. Tu hai respirato. Per questo sei arrivato».
Sono sceso le scale con le gambe che non rispondevano bene.
In macchina sono rimasto fermo a lungo prima di accendere il motore.
Il culo pulsava. Ogni tanto un brivido mi risaliva lungo la schiena.
Ero arrivato.
Ero stato aperto.
E ne volevo ancora
scritto il
2026-10-02
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