Gianluca

scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 10 min

di
genere
etero
cura
A+

Mi piace raccogliere confessioni, fantasie, esperienze dei lettori o da persone con cui sono in contatto e trasformarle in racconti.
Se siete interessati scrivete a caterina0126@libero.it

Mi chiamo Gianluca, ho cinquantuno anni, sono dirigente in una multinazionale di consulenza. Ufficio al ventiduesimo piano, scrivania di legno scuro, vista sulla città, stipendio che mi permette quasi tutto. Moglie, due figli ormai grandi, una vita ordinata. Fino a otto mesi fa.
Poi è arrivata lei.
Si chiama Valentina. Ventisei anni. Capelli neri lunghi sempre raccolti in una coda alta e tirata, che lascia scoperta la nuca e la linea del collo. Trucco preciso: eyeliner nero, labbra rosse o nude lucide a seconda dei giorni. Camicette bianche, quasi sempre. Leggere, un po’ strette sul seno. Un seno abbondante, pesante, che la stoffa contiene a fatica: quando si china si vede il bordo del reggiseno e il solco tra le tette. Gonne nere, a tubino o a pieghe, che le arrivano a metà coscia e le fasciano il culo in un modo che mi costringe a distogliere lo sguardo. Un culo alto, sodo, tondo, che si muove appena quando cammina. Autoreggenti quasi tutti i giorni. Tacchi medi.
Lavora due piani sotto di me, nell’area marketing. Ogni tanto sale per riunioni, per portare documenti, per chiedere firme. Ogni volta che entra nel mio ufficio o nella sala riunioni grande – quella con il tavolo di vetro trasparente lungo sei metri – qualcosa in me si blocca.
Non le ho mai detto niente di inappropriato.
Non l’ho mai toccata.
Non le ho mai scritto un messaggio fuori luogo.
Non posso. Il rischio è troppo alto. Un reclamo, una mail sbagliata, e perdo tutto: posizione, reputazione, soldi, matrimonio.
Allora mi limito a guardare.
E a fantasticare.

La prima volta che l’ho notata davvero era una riunione di budget.
Seduta di lato, schiena dritta, penna in mano. La camicetta bianca tirava sul petto ogni volta che respirava. A un certo punto si è chinata per prendere un foglio caduto e ho visto il bordo superiore delle tette, la pelle chiara, il contrasto con il tessuto. Ho sentito il cazzo muoversi nei pantaloni. Ho spostato la sedia in avanti per nasconderlo.
Da quel giorno non sono più riuscito a togliermela dalla testa.
Le fantasie sono precise. Quasi tecniche.
La più ricorrente è sul tavolo di vetro della sala riunioni.
La immagino dopo che tutti se ne sono andati. Lei resta a raccogliere i fogli. Io chiudo la porta a chiave. Mi avvicino da dietro, le alzo la gonna senza chiedere permesso, le calò le mutandine fino a metà coscia e le apro le chiappe. Lei emette un suono di sorpresa, ma non si oppone. Le sputo sulla mano, le passo le dita sul buco del culo, poi ci metto il cazzo. Entra piano, millimetro dopo millimetro, mentre lei tiene le mani sul vetro trasparente. La scopo a pecorina sopra il tavolo, guardando il riflesso delle sue tette che dondolano sotto di lei e il mio cazzo che sparisce tra le sue chiappe. Lei geme contro il vetro. Io le tengo i fianchi e penso a quanti di quelli che si siedono intorno a quel tavolo ogni giorno non sanno cosa ci faccio sopra dopo le sei.
Un’altra fantasia è più lunga, più quotidiana.
La immagino mentre le ordino – con la scusa di un progetto urgente – di restare nell’ufficio accanto al mio a lavorare. Le dico di togliersi gonna e camicetta perché “fa caldo” o perché “così sei più a tuo agio”. Resta in reggiseno bianco, mutandine nere e autoreggenti. Io entro e esco, le porto documenti, le guardo il culo chino sulla scrivania, le tette che quasi escono dal reggiseno quando si gira. A volte mi fermo dietro di lei e le passo una mano sul fianco, “solo per spostarla”. Lei non dice niente. Continua a digitare. Io mi segno in bagno subito dopo.
La terza è quella che mi fa venire più in fretta.
Sono alla mia scrivania. Lei è sotto, in ginocchio, tra le mie gambe. Mi ha aperto i pantaloni e mi succhia il cazzo mentre io rispondo alle mail, parlo al telefono, firmo carte. Ogni tanto le poso una mano sulla testa e la spingo un poco più a fondo. Lei gorgoglia, ma non si ferma. Quando sto per venire le tengo la testa ferma e le sparo in gola. Lei ingoia, si sistema i capelli, si alza e torna al suo posto come se niente fosse. Io resto seduto, il cazzo ancora fuori, e guardo lo schermo senza vedere niente.

Ma la fantasia più sporca, quella che mi fa restare duro a lungo e mi lascia un senso di sporcizia addosso anche dopo, è un’altra.
La immagino chiusa nel mio ufficio dopo l’orario.
Le ho detto di spogliarsi completamente, di lasciare solo le autoreggenti e i tacchi. La faccio mettere a quattro zampe sul tappeto, di fianco alla scrivania. Le apro la bocca con le dita e ci sputo dentro. Lei resta a bocca aperta, la lingua fuori, mentre io le tiro la coda di capelli neri all’indietro. Poi le metto il cazzo in gola e la scopo in faccia senza pietà, fino a farle lacrimare gli occhi e colare la saliva sul seno nudo. Quando sto per venire la tiro fuori, le sparo la sborra sulla faccia, sulle labbra, sugli occhi, nei capelli neri raccolti. Lei resta ferma, a occhi chiusi, mentre gli schizzi le arrivano addosso. Dopo le ordino di non pulirsi. La faccio restare così, in ginocchio, il viso lucido di sborra, mentre io torno a sedermi e riprendo a lavorare. Ogni tanto alzo lo sguardo e la vedo ancora lì, nuda, sporca, ad aspettare. A volte le dico di girarsi, di mettere il culo verso di me e di tenersi aperta con le mani. A volte le ordino di leccare la sborra che le è colata sul seno e di inghiottirla. A volte semplicemente la lascio in ginocchio fino a quando non decido io che può rivestirsi e andarsene. Nella fantasia lei non protesta. Nella fantasia lei resta. Nella fantasia lei è solo un corpo caldo e disponibile che io posso sporcare e usare quando voglio, senza conseguenze.

Nella realtà Valentina è professionale.
Sorride quanto basta. Dice “dottore” quando si rivolge a me. Porta i documenti, aspetta la firma, ringrazia e se ne va. Ma da qualche settimana ho notato qualcosa nei suoi gesti, nei tempi che allunga, nei sorrisi che restano un secondo di troppo.
Una mattina di ottobre c’è una riunione lunga nella sala del tavolo di vetro.
Valentina è seduta due posti più in là sul lato opposto. Ogni volta che si sporge per prendere un documento, la camicetta si tira e io vedo il movimento delle tette. A un certo punto fa cadere una penna. Si china a raccoglierla. La gonna sale dietro. Vedo il bordo delle autoreggenti e un pezzo di coscia chiara. Mi viene duro immediatamente. Sposto il blocco degli appunti in grembo.
Per tutto il resto della riunione non sento quasi niente di quello che dicono.
Penso solo a lei china su quel tavolo, le mani sul vetro, il culo alto, il mio cazzo che le entra nel culo mentre gli altri posti intorno sono vuoti. Penso al suono che farebbero le sue tette ogni volta che le do una spinta. Penso a quanto sarebbe trasparente il vetro sotto di lei, a come si vedrebbero i suoi seni schiacciati e il suo viso da sotto.
Quando la riunione finisce resto un momento seduto.
Lei raccoglie i suoi fogli e passa vicino a me. Per un attimo il suo profumo mi arriva addosso. Si ferma e mi chiede:
«Dottore, le serve altro?»
Io alzo lo sguardo.
Lei mi guarda dritto. Le labbra sono lucide. La coda nera le cade su una spalla.
«No», dico. «Grazie.»
Lei annuisce, ma non si muove subito. Sistema un capello dietro l’orecchio con un gesto lento. Poi dice «Buon proseguimento» e se ne va. Il culo si muove sotto la gonna nera. Io resto a guardare finché non esce dalla porta.

Quella sera, a casa, aspetto che mia moglie si addormenti.
Vado in bagno, chiudo la porta, tiro fuori il cazzo e mi segno pensando a Valentina.
La immagino sotto la mia scrivania. I capelli neri raccolti, le labbra rosse intorno al mio cazzo, gli occhi alzati verso di me mentre io firmo un documento. Le tengo la coda come una redine e la faccio andare su e giù. Quando sto per venire le dico di restare ferma e le sparo in gola. Lei ingoia, si asciuga l’angolo della bocca con il dito e mi chiede se le serve altro, con la stessa voce professionale di sempre.
Vengo in silenzio, a denti stretti.
Mi lavo le mani.
Torno a letto.

Un giovedì sera restiamo quasi soli al piano.
La maggior parte della gente è già andata via. Valentina arriva con un faldone e bussa anche se la porta è aperta.
«Dottore, questi sono i materiali per la presentazione di domani. Voleva dare un’occhiata stasera?»
Guardo l’orologio. Sono le sette e venti.
«Lasci pure. Grazie.»
Si avvicina alla scrivania. Posare il faldone. Io sento il suo profumo. Lei sistema la coda e, nel farlo, il seno si muove evidente sotto la camicetta.
«Ha bisogno che resti a dare una mano?» chiede.
La voce è normale. Troppo normale.
Io la guardo.
Per un attimo immagino di dirle di sì. Di dirle di chiudere la porta. Di dirle di togliere la gonna e di mettersi in ginocchio sotto la scrivania. Di dirle che da settimane non riesco a pensare ad altro. Di dirle di voltarsi, di mettere le mani sulla mia scrivania e di lasciarmi alzarle la gonna.
Invece scuoto la testa.
«No. Può andare. Buona serata, Valentina.»
Lei resta un secondo fermo.
Poi sorride, quello stesso piccolo sorriso di settimane fa.
«Buona serata, dottore.»
Si volta e se ne va.
Il culo si muove sotto la gonna nera. I tacchi battono leggeri sul pavimento. La porta si chiude.
Io resto seduto.
Il cazzo è così duro che fa male.
Apro i pantaloni, tiro fuori e mi segno lì, alla scrivania, pensando a lei sotto, a lei sul tavolo di vetro, a lei nuda e sporca di sborra in ginocchio sul tappeto del mio ufficio. Vengo in pochi minuti, in silenzio, stringendo i denti. Pulisco con dei fazzoletti. Mi sistemo. Spengo il computer.
Mentre scendo con l’ascensore penso che prima o poi qualcosa dovrà succedere.
O io perderò il controllo.
O lei smetterà di provocare.
O uno dei due cederà.
Per ora, però, resto qui.
A guardare.
A fantasticare.
A venire in silenzio pensando al suo culo alto e sodo, alle tette che la camicetta bianca tiene a fatica, e al tavolo di vetro che nessuno, tranne me, ha mai immaginato usare in quel modo.
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