Chiara
di
Caterina0126
genere
confessioni
Mi piace raccogliere confessioni, fantasie, esperienze dei lettori o da persone con cui sono in contatto e trasformarle in racconti.
Se siete interessati scrivete a caterina0126@libero.it
Mi chiamo Chiara, ho trentacinque anni, capelli castani medi, occhiali da vista con la montatura sottile, un lavoro d’ufficio qualunque, un mutuo, un marito che si chiama Paolo. Siamo una coppia normale. Ceto medio. Niente di speciale.
Stasera siamo a letto.
Paolo è sopra di me, mi scopa piano, con quel ritmo abituale che conosco da anni. Io tengo le gambe aperte, le mani sulla sua schiena, e mentre lui spinge io chiudo gli occhi e lascio entrare la fantasia.
Non è la prima volta.
È la fantasia che mi fa venire più forte da quasi due anni. Ogni volta che la ripercorro diventa un po’ più precisa, un po’ più sporca, un po’ più lunga.
Siamo in macchina.
Stiamo tornando da una cena fuori città, una strada secondaria, poco illuminata. Paolo guida. Io guardo fuori dal finestrino. A un certo punto, all’altezza di un bivio poco frequentato, una macchina ci taglia la strada. Due uomini scendono in fretta. Slavi, o comunque dell’Est. Alti, robusti, vestiti scuri, facce dure, accento pesante quando parlano. Uno ha un coltello. L’altro ha qualcosa che sembra una pistola. Non urlano. Parlano basso, ma in un modo che non ammette discussioni.
Paolo cerca di dire qualcosa, di ragionare. Lo colpiscono. Non in modo teatrale. Un pugno secco, poi lo trascinano fuori e lo buttano a terra. Gli legano i polsi dietro la schiena con una fascetta di plastica. Gli mettono un ginocchio sulla schiena perché resti fermo. Io sono ancora in macchina. Uno dei due apre lo sportello dal lato passeggero, mi prende per un braccio e mi tira fuori. Non grido. Le gambe mi tremano. L’aria della notte mi arriva addosso e mi rende tutto più reale.
Mi spingono contro il cofano della nostra macchina.
Uno mi tiene i polsi. L’altro mi alza la gonna. Porto una gonna midi, quella blu scuro che uso per l’ufficio. Me la solleva fino alla vita. Mi cala le mutandine fino a metà coscia. Sento l’aria fredda sulla pelle. Sento le mani grosse, ruvide. Parlano tra loro in una lingua che non capisco, ma il tono è chiaro: si stanno decidendo chi inizia.
Paolo è a terra, a pochi metri. Gli hanno girato la faccia verso di noi. Deve guardare. Uno dei due gli dice qualcosa in italiano stentato: «Guarda. Se chiudi gli occhi ti faccio male». Paolo non chiude gli occhi. Mi guarda. Io lo guardo per un secondo, poi distolgo lo sguardo.
Il primo mi apre le gambe con le ginocchia.
Sento il cazzo duro premere tra le mie cosce. Non c’è preliminare. Spinge. Entra. È grosso, più di Paolo, e non è delicato. Il bruciore è immediato. Io faccio un suono, mezzo gemito mezzo lamento. Lui non si ferma. Mi tiene i fianchi e comincia a scoparmi contro il cofano, con colpi profondi e regolari. L’altro guarda, fuma, ogni tanto dice qualcosa. Paolo resta a terra, legato, e non può fare niente.
Mentre il primo mi usa, io sento il corpo di Paolo vero sopra di me, nella realtà del letto. Le sue spinte sono più lente, più familiari. Ma nella testa il ritmo è quello dell’uomo al cofano. Più pesante. Più indifferente. Io stringo le gambe intorno a Paolo e penso a come sarebbe avere le cosce bloccate da quelle mani grosse, a come sarebbe non poter chiudere le gambe anche se volessi.
Il primo viene dentro.
Lo sento pulsare. Lo sento scaricare. Quando tira fuori, la sborra cola subito lungo la coscia. Non mi dà tempo di riprendermi. L’altro lo sostituisce. Si sistema tra le mie gambe e entra nel casino che ha lasciato il primo. È ancora più grezzo. Mi tiene i polsi sopra la testa, contro il metallo freddo del cofano, e mi scopa con botte corte e forti. Ogni tanto gira la testa verso Paolo e dice qualcosa tipo «Tua moglie prende bene» o «Guarda come la uso». Non so se lo dice davvero in italiano o se nella fantasia glielo traduco io. Non importa. Paolo è costretto a guardare. Io sono costretta a sentire.
Nella realtà Paolo accelera un poco. Io gemo più forte. Lui pensa che sia per lui. In parte lo è. In parte no.
Il secondo viene anch’egli dentro.
Adesso sento la sborra di tutti e due che mi esce e mi scende verso il ginocchio. Mi lasciano un momento contro il cofano, respirando pesante. Poi mi fanno girare. Mi piegano in avanti, il busto sul cofano, il culo all’aria. Uno mi tiene i polsi. L’altro mi riapre le gambe e mi prende da dietro. La posizione è più profonda, più umiliante. Sento ogni spinta fino in fondo. Sento il rumore bagnato della sborra che già c’è e di quella nuova che sta arrivando. Paolo, a terra, vede tutto: il mio culo tenuto aperto, il cazzo che entra e esce, il mio viso di lato contro il metallo.
A un certo punto uno dei due mi prende per i capelli e mi solleva appena la testa.
«Guardalo», dice. «Guardalo mentre ti scopo.»
Io guardo Paolo.
Nella fantasia i suoi occhi sono spalancati, impotenti, pieni di rabbia e di qualcos’altro che non so nominare. Nella realtà Paolo mi sta guardando davvero, mentre mi scopa, e io gli restituisco lo sguardo con le pupille dilatate dalla fantasia.
Il terzo turno è più lungo.
Mi mettono in ginocchio sull’asfalto. Uno mi tiene la testa e mi usa la bocca. L’altro mi prende da dietro. Mi passano da una parte all’altra senza parlarmi più di tanto. Sono solo un corpo da riempire. Quando vengono, uno mi lascia la sborra in gola, l’altro di nuovo dentro. Io tossisco, lacrimo, ma non chiedo di fermarsi. Nella fantasia non posso. Nella fantasia non voglio davvero.
Paolo, nella realtà, mi dice all’orecchio che mi sente stretta, che gli piaccio così. Io annuisco e penso a quanto sarei più stretta e più aperta allo stesso tempo se fossero loro a usarmi, uno dopo l’altro, senza pause.
A un certo punto, nella fantasia, mi fanno stendere a terra, sulla schiena. Paolo è ancora legato, a pochi metri. Uno mi tiene le gambe aperte, l’altro mi monta e mi scopa guardandomi in faccia. Ogni tanto si volta verso mio marito e gli parla.
«Questa è tua moglie? Bella fica. La useremo ancora un po’. Guarda. Non chiudere gli occhi.»
Io vengo.
Nella realtà.
L’orgasmo mi arriva mentre Paolo spinge più a fondo e la fantasia è al suo punto più basso e più eccitante: io a terra, piena di sborra, gambe tenute aperte, e mio marito costretto a guardare ogni secondo senza poter intervenire. Stringo Paolo forte, gli affondo le unghie nella schiena, e lascio che l’onda mi attraversi intera. Lui viene poco dopo, sentendomi contrarre, e scarica dentro di me con un gemito basso.
Restiamo fermi.
Il cuore mi batte forte. Il respiro è corto. Nella testa la scena continua ancora per qualche secondo: i due uomini che si alzano, si sistemano i pantaloni, dicono qualcosa in quella lingua che non capisco, e se ne vanno lasciandomi a terra, nuda dalla vita in giù, piena, e Paolo ancora legato a guardarmi.
Poi la fantasia si scioglie.
Resto solo io e Paolo nel letto. Lui mi accarezza i capelli, mi bacia la tempia, mi chiede se sto bene. Io dico di sì. Lui non sa niente. Non sa cosa ho appena usato per venire. Non sa che mentre mi scopava io ero altrove, su una strada buia, con due sconosciuti che mi usavano e lo costringevano a guardare.
Mi giro su un fianco.
Paolo si stringe alle mie spalle. Tra poco si addormenterà. Io resterò ancora un poco a occhi aperti, a rivivere i pezzi più intensi: il cofano freddo sotto le mani, la voce con l’accento, lo sguardo di Paolo a terra, la sborra che cola, l’impossibilità di chiudere le gambe.
E so già che la prossima volta che saremo a letto, quando lui comincerà a muoversi dentro di me, io chiuderò di nuovo gli occhi e tornerò esattamente lì.
Sulla stessa strada.
Con gli stessi uomini.
E con lui che guarda.
Se siete interessati scrivete a caterina0126@libero.it
Mi chiamo Chiara, ho trentacinque anni, capelli castani medi, occhiali da vista con la montatura sottile, un lavoro d’ufficio qualunque, un mutuo, un marito che si chiama Paolo. Siamo una coppia normale. Ceto medio. Niente di speciale.
Stasera siamo a letto.
Paolo è sopra di me, mi scopa piano, con quel ritmo abituale che conosco da anni. Io tengo le gambe aperte, le mani sulla sua schiena, e mentre lui spinge io chiudo gli occhi e lascio entrare la fantasia.
Non è la prima volta.
È la fantasia che mi fa venire più forte da quasi due anni. Ogni volta che la ripercorro diventa un po’ più precisa, un po’ più sporca, un po’ più lunga.
Siamo in macchina.
Stiamo tornando da una cena fuori città, una strada secondaria, poco illuminata. Paolo guida. Io guardo fuori dal finestrino. A un certo punto, all’altezza di un bivio poco frequentato, una macchina ci taglia la strada. Due uomini scendono in fretta. Slavi, o comunque dell’Est. Alti, robusti, vestiti scuri, facce dure, accento pesante quando parlano. Uno ha un coltello. L’altro ha qualcosa che sembra una pistola. Non urlano. Parlano basso, ma in un modo che non ammette discussioni.
Paolo cerca di dire qualcosa, di ragionare. Lo colpiscono. Non in modo teatrale. Un pugno secco, poi lo trascinano fuori e lo buttano a terra. Gli legano i polsi dietro la schiena con una fascetta di plastica. Gli mettono un ginocchio sulla schiena perché resti fermo. Io sono ancora in macchina. Uno dei due apre lo sportello dal lato passeggero, mi prende per un braccio e mi tira fuori. Non grido. Le gambe mi tremano. L’aria della notte mi arriva addosso e mi rende tutto più reale.
Mi spingono contro il cofano della nostra macchina.
Uno mi tiene i polsi. L’altro mi alza la gonna. Porto una gonna midi, quella blu scuro che uso per l’ufficio. Me la solleva fino alla vita. Mi cala le mutandine fino a metà coscia. Sento l’aria fredda sulla pelle. Sento le mani grosse, ruvide. Parlano tra loro in una lingua che non capisco, ma il tono è chiaro: si stanno decidendo chi inizia.
Paolo è a terra, a pochi metri. Gli hanno girato la faccia verso di noi. Deve guardare. Uno dei due gli dice qualcosa in italiano stentato: «Guarda. Se chiudi gli occhi ti faccio male». Paolo non chiude gli occhi. Mi guarda. Io lo guardo per un secondo, poi distolgo lo sguardo.
Il primo mi apre le gambe con le ginocchia.
Sento il cazzo duro premere tra le mie cosce. Non c’è preliminare. Spinge. Entra. È grosso, più di Paolo, e non è delicato. Il bruciore è immediato. Io faccio un suono, mezzo gemito mezzo lamento. Lui non si ferma. Mi tiene i fianchi e comincia a scoparmi contro il cofano, con colpi profondi e regolari. L’altro guarda, fuma, ogni tanto dice qualcosa. Paolo resta a terra, legato, e non può fare niente.
Mentre il primo mi usa, io sento il corpo di Paolo vero sopra di me, nella realtà del letto. Le sue spinte sono più lente, più familiari. Ma nella testa il ritmo è quello dell’uomo al cofano. Più pesante. Più indifferente. Io stringo le gambe intorno a Paolo e penso a come sarebbe avere le cosce bloccate da quelle mani grosse, a come sarebbe non poter chiudere le gambe anche se volessi.
Il primo viene dentro.
Lo sento pulsare. Lo sento scaricare. Quando tira fuori, la sborra cola subito lungo la coscia. Non mi dà tempo di riprendermi. L’altro lo sostituisce. Si sistema tra le mie gambe e entra nel casino che ha lasciato il primo. È ancora più grezzo. Mi tiene i polsi sopra la testa, contro il metallo freddo del cofano, e mi scopa con botte corte e forti. Ogni tanto gira la testa verso Paolo e dice qualcosa tipo «Tua moglie prende bene» o «Guarda come la uso». Non so se lo dice davvero in italiano o se nella fantasia glielo traduco io. Non importa. Paolo è costretto a guardare. Io sono costretta a sentire.
Nella realtà Paolo accelera un poco. Io gemo più forte. Lui pensa che sia per lui. In parte lo è. In parte no.
Il secondo viene anch’egli dentro.
Adesso sento la sborra di tutti e due che mi esce e mi scende verso il ginocchio. Mi lasciano un momento contro il cofano, respirando pesante. Poi mi fanno girare. Mi piegano in avanti, il busto sul cofano, il culo all’aria. Uno mi tiene i polsi. L’altro mi riapre le gambe e mi prende da dietro. La posizione è più profonda, più umiliante. Sento ogni spinta fino in fondo. Sento il rumore bagnato della sborra che già c’è e di quella nuova che sta arrivando. Paolo, a terra, vede tutto: il mio culo tenuto aperto, il cazzo che entra e esce, il mio viso di lato contro il metallo.
A un certo punto uno dei due mi prende per i capelli e mi solleva appena la testa.
«Guardalo», dice. «Guardalo mentre ti scopo.»
Io guardo Paolo.
Nella fantasia i suoi occhi sono spalancati, impotenti, pieni di rabbia e di qualcos’altro che non so nominare. Nella realtà Paolo mi sta guardando davvero, mentre mi scopa, e io gli restituisco lo sguardo con le pupille dilatate dalla fantasia.
Il terzo turno è più lungo.
Mi mettono in ginocchio sull’asfalto. Uno mi tiene la testa e mi usa la bocca. L’altro mi prende da dietro. Mi passano da una parte all’altra senza parlarmi più di tanto. Sono solo un corpo da riempire. Quando vengono, uno mi lascia la sborra in gola, l’altro di nuovo dentro. Io tossisco, lacrimo, ma non chiedo di fermarsi. Nella fantasia non posso. Nella fantasia non voglio davvero.
Paolo, nella realtà, mi dice all’orecchio che mi sente stretta, che gli piaccio così. Io annuisco e penso a quanto sarei più stretta e più aperta allo stesso tempo se fossero loro a usarmi, uno dopo l’altro, senza pause.
A un certo punto, nella fantasia, mi fanno stendere a terra, sulla schiena. Paolo è ancora legato, a pochi metri. Uno mi tiene le gambe aperte, l’altro mi monta e mi scopa guardandomi in faccia. Ogni tanto si volta verso mio marito e gli parla.
«Questa è tua moglie? Bella fica. La useremo ancora un po’. Guarda. Non chiudere gli occhi.»
Io vengo.
Nella realtà.
L’orgasmo mi arriva mentre Paolo spinge più a fondo e la fantasia è al suo punto più basso e più eccitante: io a terra, piena di sborra, gambe tenute aperte, e mio marito costretto a guardare ogni secondo senza poter intervenire. Stringo Paolo forte, gli affondo le unghie nella schiena, e lascio che l’onda mi attraversi intera. Lui viene poco dopo, sentendomi contrarre, e scarica dentro di me con un gemito basso.
Restiamo fermi.
Il cuore mi batte forte. Il respiro è corto. Nella testa la scena continua ancora per qualche secondo: i due uomini che si alzano, si sistemano i pantaloni, dicono qualcosa in quella lingua che non capisco, e se ne vanno lasciandomi a terra, nuda dalla vita in giù, piena, e Paolo ancora legato a guardarmi.
Poi la fantasia si scioglie.
Resto solo io e Paolo nel letto. Lui mi accarezza i capelli, mi bacia la tempia, mi chiede se sto bene. Io dico di sì. Lui non sa niente. Non sa cosa ho appena usato per venire. Non sa che mentre mi scopava io ero altrove, su una strada buia, con due sconosciuti che mi usavano e lo costringevano a guardare.
Mi giro su un fianco.
Paolo si stringe alle mie spalle. Tra poco si addormenterà. Io resterò ancora un poco a occhi aperti, a rivivere i pezzi più intensi: il cofano freddo sotto le mani, la voce con l’accento, lo sguardo di Paolo a terra, la sborra che cola, l’impossibilità di chiudere le gambe.
E so già che la prossima volta che saremo a letto, quando lui comincerà a muoversi dentro di me, io chiuderò di nuovo gli occhi e tornerò esattamente lì.
Sulla stessa strada.
Con gli stessi uomini.
E con lui che guarda.
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