Francesco

di
genere
dominazione

Mi piace raccogliere confessioni, fantasie, esperienze dei lettori o da persone con cui sono in contatto e trasformarle in racconti.
Se siete interessati scrivete a caterina0126@libero.it

Mi chiamo Francesco, ho quarantacinque anni.
Lavoro in un’azienda di logistica da undici anni. Fino a due anni fa facevo il mio, senza particolari problemi. Poi è arrivato lui.
Si chiama Antonio. Trentadue anni, alto, spalle larghe, faccia da stronzo sicuro di sé. L’hanno messo sopra di me. Da quel giorno mi tratta come un pezzo di merda. Mi alza la voce nelle riunioni, mi corregge di fronte agli altri, mi dà compiti inutili all’ultimo momento, mi fa restare oltre l’orario senza motivo. Io abbasso gli occhi e dico «sì, Antonio». Ogni volta che lo faccio sento qualcosa di caldo e vergognoso nello stomaco. E più in basso.
A casa ho Elisa, mia moglie, quarantatré anni, ancora in forma, seno pieno, fianchi morbidi, capelli castani che raccoglie sempre in una coda bassa. E ho Daniela, mia figlia, diciotto anni compiuti a marzo. Alta quasi come la madre, corpo giovane e sodo, tette alte, culo sodo, faccia che ancora non ha imparato a nascondere tutto. Tutte e due mi vogliono bene. Tutte e due non sanno niente di quello che mi passa per la testa.
Perché da mesi, ogni volta che Antonio mi umilia in ufficio, io torno a casa e mentre scopo Elisa – o mentre mi segno da solo in bagno – immagino lui.
Immagino che venga a casa nostra.
Immagino che le prenda tutte e due.
E immagino che loro, nella mia testa, non solo accettino: si facciano scopare da lui con piacere, quasi con gratitudine, mentre io guardo.

La fantasia comincia sempre allo stesso modo.
Antonio suona al citofono verso le nove di sera. Io apro. Lui entra senza chiedere permesso, mi passa accanto e mi dice solo:
«Togliti le scarpe e resta in corridoio. Mani dietro la schiena.»
Io obbedisco.
Elisa esce dal salotto e lo vede. Nella realtà mia moglie sarebbe spaventata o arrabbiata. Nella fantasia no. Nella fantasia lo guarda e qualcosa nei suoi occhi si accende. Daniela scende dalle scale in tuta corta e maglietta e si ferma a metà. Anche lei lo guarda. Non con paura. Con curiosità. Con qualcosa di più.
Antonio si toglie la giacca, la butta sul divano e dice:
«Tutte e due. Qui. Adesso.»
Elisa e Daniela si avvicinano.
Lui le guarda da sopra in giù, come si guarda merce.
«Spogliatevi.»
Nella mia testa lo fanno senza discutere.
Elisa si toglie la maglia e il reggiseno, le tette pesanti che conosco da vent’anni restano nude. Daniela esita un secondo solo, poi si sfila la maglietta e i pantaloni della tuta. Resta in mutandine. Antonio le fa un cenno e lei cala anche quelle. Restano nudi i due corpi, uno maturo e pieno, uno giovane e teso, uno accanto all’altro.
Io sto ancora in corridoio, mani dietro la schiena, cazzo già duro nei pantaloni.
Antonio si rivolge a me senza nemmeno guardarmi.
«Guarda. Guarda cosa mi sono preso. Tua moglie e tua figlia. Tutte e due. E a te non resta che stare zitto e imparare.»
Poi afferra Elisa per i capelli e la bacia.
Non è un bacio gentile. È un bacio da padrone. Lei si lascia fare, anzi, si sporge, apre la bocca, geme piano. Daniela guarda. Io guardo. Antonio stacca le labbra da quelle di mia moglie e passa a mia figlia. La bacia allo stesso modo. Daniela, nella fantasia, non indietreggia. Gli mette una mano sul petto e ricambia.
A quel punto mi si piegano le ginocchia.

Antonio le fa mettere in ginocchio tutte e due, una accanto all’altra.
Si apre i pantaloni e tira fuori il cazzo. È più grosso del mio, più scuro, già duro. Lo mette prima sulla faccia di Elisa, poi su quella di Daniela.
«Aprite.»
Loro aprono.
Si alternano a succhiarlo. Elisa lo prende con l’esperienza di sempre, ma con una fame che nella realtà non ha mai mostrato per me. Daniela è più goffa all’inizio, poi impara in fretta, spinta dalla mano di Antonio sui suoi capelli. Ogni tanto lui le guarda dall’alto e dice cose tipo:
«Tua moglie ha ancora una bella bocca, Francesco. E tua figlia impara in fretta. Guarda che brava.»
Io guardo.
Non riesco a staccare gli occhi. Il cazzo mi fa male dentro i pantaloni. Non mi tocco. Non mi ha dato il permesso.
Dopo un pezzo Antonio fa alzare Elisa, la gira e la piega sul bracciolo del divano. Le apre le chiappe e le entra dentro con una spinta sola. Elisa geme forte, un suono che non le ho mai sentito fare con me. Lui la scopa con colpi profondi e regolari, tenendola per i fianchi, mentre Daniela resta in ginocchio a guardare.
«Vieni qui», dice a mia figlia. «Guarda da vicino come scopo tua madre.»
Daniela si avvicina.
Antonio le prende una mano e gliela mette dove il suo cazzo entra ed esce dalla fica di Elisa. «Senti. Senti quanto è bagnata. Tua madre è una troia. Diglielo.»
Daniela, nella mia testa, obbedisce.
Voce piccola ma chiara:
«Mamma è una troia.»
Elisa geme ancora più forte.
Antonio accelera e viene dentro mia moglie con un gemito basso. Ci resta un momento, poi tira fuori. La sborra cola subito. Guarda me.
«Guarda. Guarda cosa le ho lasciato dentro. Adesso tocca a tua figlia.»

Fa stendere Daniela sul divano, gambe aperte.
Si mette tra di esse e la guarda un secondo prima di entrare. Quando spinge, Daniela getta la testa all’indietro e apre la bocca. Non è un gemito di dolore. È un gemito di chi sta prendendo qualcosa che voleva. Antonio la scopa più forte di come ha scopato Elisa, con una specie di rabbia giovane. Le tiene le cosce aperte, le guarda in faccia, ogni tanto le schiaffeggia leggermente le tette.
«Tua figlia stringe di più, Francesco. Lo senti? No, non lo senti. Perché non sei tu a scoparla. Sei solo un pezzo di merda che guarda.»
Io annuisco.
Nella fantasia annuisco sempre.
A un certo punto Antonio chiama Elisa.
«Vieni. Siediti sul viso di tua figlia. Fatti leccare mentre la scopo.»
Elisa obbedisce.
Si mette a cavalcioni sulla faccia di Daniela, a dorso rivolto verso Antonio. Mia figlia lecca la fica della madre ancora piena della sborra di lui. Antonio continua a scopare Daniela guardando la scena e ridendo basso.
«Che bella famiglia. La figlia che pulisce la madre mentre io me la fotto. E il padre che sta lì come un coglione.»
Viene dentro Daniela con spinte lunghe e pesanti.
Quando tira fuori, la sborra esce in un filo denso. Guarda me di nuovo.
«Adesso vieni qui. In ginocchio. Lecca.»
Io vado.
Mi metto in ginocchio tra le gambe di mia figlia e leccio. Il sapore è salato, amaro, caldo. Lecco anche Elisa. Tutte e due restano aperte, respirano forte, e nella mia testa non mi respingono. Mi guardano dall’alto mentre pulisco quello che lui ha lasciato.

Poi arriva la parte che mi fa venire quasi subito, ogni volta.
Antonio si sistema i pantaloni.
Non si veste del tutto. Resta in maglietta, cazzo ancora lucido, e si siede sulla poltrona come se fosse a casa sua. Elisa e Daniela restano dove le ha lasciate: una sul divano, una ancora mezzo stesa, gambe socchiuse, la sborra che cola piano sui cuscini. Non si coprono. Non sembrano imbarazzate. Sembrano… sazie. E indifferenti a me.
Parlano tra loro a voce bassa.
Cose tipo:
«Quanto era grosso…»
«Mi ha fatto male all’inizio, poi no…»
«Hai visto come guardava papà?»
«Lascia stare papà.»
Io resto in ginocchio a pochi metri.
Antonio mi guarda e sorride di lato.
«Stai a guardarle. Guardale bene. Sono aperte e piene di me. E non ti stanno cagando. Perché adesso sanno com’è un uomo vero.»
Poi aggiunge, tono piatto, da capo ufficio:
«Giovedì prossimo stesso orario. Tu prepari la casa. Loro stanno già nudi quando arrivo. E tu stai in ginocchio vicino alla porta, come stanotte. Capito?»
Io dico:
«Sì, Antonio.»
Lui annuisce, soddisfatto.
Si alza, mi passa accanto, mi dà una pacca sulla spalla quasi affettuosa e dice:
«Bravo. Almeno a casa sai stare al tuo posto.»
Se ne va.
La porta si chiude.
Elisa e Daniela restano dove sono.
Non mi chiamano. Non mi dicono di alzarmi. Continuano a parlare tra loro a voce bassa, ogni tanto una ride piano, ogni tanto una sistema i capelli dell’altra. Io resto in ginocchio, il cazzo che mi pulsa, e mi tocco. Piano. Guardandole. Guardando la sborra che ancora cola, i corpi aperti, il fatto che mi abbiano dimenticato.
Vengo così.
In silenzio, i denti stretti, gli occhi pieni di loro e di lui.
La sborra mi cola sulla mano e sul pavimento. Nessuna delle due si gira a guardare.

Nella realtà sono ancora a letto con Elisa.
O sono in bagno, da solo, con i pantaloni aperti.
Il cuore mi batte forte. Mi sento sporco e sollevato allo stesso tempo. So che è solo una fantasia. So che Elisa non farebbe mai niente del genere. So che Daniela è mia figlia e che queste immagini sono un veleno.
Ma so anche che domani, in ufficio, quando Antonio mi alzerà la voce o mi farà restare in piedi durante una riunione, il cazzo mi si muoverà nei pantaloni.
E che tornerò a casa con la stessa fame.
E che riaprirò la stessa porta nella testa.
E che le rivedrò tutte e due – moglie e figlia – aperte, felici di essere usate, indifferenti a me, mentre lui mi dice quando tornare.
E io, come sempre, dirò di sì.
scritto il
2026-10-04
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