Mia cugina Laura
scritto il 2026-10-14 tempo di lettura 7 min
di
Marco_60
genere
incesti
cura
A
Io e Laura ci siamo conosciuti ancor prima di imparare a camminare. Cresciuti come fratello e sorella, avevamo condiviso tutto, le amicizie, i segreti, i pomeriggi lunghi e senza scopo. Anche da adulti, quella complicità infantile non si era mai davvero dissolta: ci cercavamo per il gusto di farlo, per il puro piacere di farci del male con gli scherzi, di ridere fino a non riuscire a respirare. Era una forma d'amore, il nostro. Solo che nessuno dei due aveva ancora capito esattamente di che tipo.
Era seduta sul bordo del mio letto, le gambe incrociate, gli occhi incollati allo schermo del telefono. Ogni tanto la commissura delle labbra le si sollevava in un sorriso che cercava di nascondere, uno di quei sorrisi che tradiscono qualcosa che non si vuole condividere.
Non resistetti. Con uno scatto felino le sfilai il cellulare di mano, balzando indietro prima che potesse reagire.
"Ridammelo." La sua voce era piatta, immediata, come una porta chiusa in faccia.
"Prima dimmi cosa stai scrivendo."
"Non è affar tuo. Ridammelo adesso."
Si alzò di scatto e mi venne addosso, le mani protese, e io tenevo il telefono alto, spostandomi, ridendo. Ma Laura non rideva, aveva gli occhi stretti, determinata come una gatta che vuole ciò che è suo. Mi spinse, io persi l'equilibrio, e finimmo entrambi sul letto in un groviglio disordinato. Lei su di me, le ginocchia a lato dei miei fianchi, le sue dita che tentavano di forzare le mie aperte per riprendersi il telefono che stringevo al petto.
"Sei una bambina," dissi ridendo.
"E tu sei un cretino. Mollalo."
Si irrigidì, cercando leva, e nel farlo il suo fondoschiena scivolò contro il mio basso ventre, aderendo con una precisione che non aveva niente di casuale e tutto di inevitabile. Smisi di ridere. Il mio corpo reagì da solo, con la brutalità schietta della carne, e lei lo sentì. Lo sentì esattamente nel momento in cui accadde.
Si immobilizzò. Non disse niente. Si limitò a guardarmi semplicemente negl'occhi. I suoi erano diversi, non arrabbiati, non divertiti, semplicemente diversi, come se stessero metabolizzando qualcosa. Poi, con una lentezza che non aveva niente a che fare con la disattenzione, cominciò a muovere il bacino. Piano. Con intenzione. Trattenni il respiro.
Il suo corpo ondeggiava sopra il mio in un ritmo lento e voluto, e io vedevo il suo viso cambiare espressione, le labbra schiudersi di qualche millimetro, le palpebre abbassarsi leggermente. La sentii contrarsi, un fremito sottile che le attraversò la schiena come una corrente, e per un istante dimenticò completamente il telefono, dimenticò me, dimenticò tutto. Poi si alzò di scatto.
"Il telefono," disse, e la voce era tornata ferma, quasi aggressiva, come se quella fermezza potesse cancellare i trenta secondi precedenti.
Glielo restituii senza fiatare. La guardai raccogliersi i capelli con un gesto nervoso, sistemarsi la maglietta, evitare il mio sguardo.
Quando uscì dalla stanza, il silenzio che lasciò aveva un peso nuovo.
Da quel giorno qualcosa si era incrinato, o forse più onestamente, qualcosa si era aperto. Da parte mia, era chiaro: il desiderio aveva preso una forma precisa, con un nome e un volto e la memoria tattile di un corpo che si contraeva sopra il mio. Da parte sua era meno decifrabile, ma non era assenza, era piuttosto la resistenza di chi ha percepito qualcosa in sé stesso e non sa ancora se vuole dargli un nome.
Continuammo a frequentarci come sempre, ma c'era una distanza nuova negli sguardi, una cautela nei gesti. Parlavamo di tutto tranne di quello. Finché un pomeriggio ci ritrovammo sdraiati sul letto, come facevamo spesso, il capo sul cuscino, il soffitto sopra di noi come un cielo bianco e neutro.
Azzardai una domanda.
"Sai quel giorno, quando eri sopra di me. Ho sentito qualcosa che non avevo mai sentito prima. E poi ti ho sentita contrarti, Laura. Ci hai mai pensato?"
Il suo volto era rivolto al soffitto, un silenzio lungo. Poi si girò verso di me.
"Sì!" disse. La sua voce era bassa. "Ci ho pensato anch'io. Non riesco a capacitarmi come abbia potuto godere, anche solo per un istante."
Mordendosi l'interno del labbro.
"E Quindi?"
"Quindi dovremmo fare chiarezza", risposi.
Allungai la mano e le sfiorai il braccio, lentamente, dal polso fino al gomito. La sua pelle era liscia come seta scaldata dal sole, e lei non si sottrasse. Le sollevai la maglietta, piano, e infilai la mano sotto il tessuto fino a raggiungere i seni. I capezzoli erano già duri sotto le mie dita, e ad ogni tocco Laura emetteva un suono breve, involontario, una piccola resa.
Le sbottonai i pantaloni. Lei non si oppose, lasciò che accadesse, con gli occhi chiusi e il respiro sempre meno regolare. Scesi sotto le mutandine e raggiunsi la sua intimità. Era già bagnata, le dita scivolavano dentro di lei senza resistenza, e la sua testa cominciò a oscillare lentamente sul cuscino, il busto ad arcuarsi verso l'alto come se il suo corpo cercasse più contatto di quanto le mani potessero dare.
Con un gesto veloce abbassai i pantaloni e guidai la sua mano verso di me. Le sue dita si chiusero intorno al mio membro con una presa lenta, esplorativa, come se stesse misurando qualcosa, valutando. Poi strinse, e capii che non c'era più spazio per i ripensamenti.
Mi alzai a chiudere la porta a chiave.
"Spogliati," le dissi voltandomi.
Lo fece senza esitare, e c'era qualcosa di straordinariamente erotico in quell'obbedienza, lei che si toglieva la maglietta e il reggiseno con una calma quasi sfacciata, come se avesse già deciso tutto molto prima di me. Il suo seno era abbondante e pesante, i capezzoli eretti che la luce del pomeriggio rendeva quasi scuri. Mi chinai su di lei e li presi in bocca uno alla volta, li succhiai lentamente, le dita intanto impegnate sul suo clitoride in una pressione circolare che le strappava gemiti sempre meno controllati.
"Hai un preservativo?" mi chiese, e nella sua voce c'era solo urgenza, nessuna retorica.
"Sì."
"Mettilo."
Non persi tempo. Scivolai dentro di lei con una facilità che mi fece capire immediatamente che non era inesperta, il suo corpo mi accolse con una calda pressione che mi tolse il respiro.
"Baciami," sussurrò.
La baciai. Fu un bacio profondo e lento, le labbra che cercavano le labbra, le lingue che si trovavano con quella familiarità strana e nuova di due corpi che si scoprono pur conoscendosi da sempre. Aveva qualcosa di vertiginoso, come sfogliare un libro che pensavi di sapere a memoria e trovare pagine che non avevi mai letto.
Si abbandonò completamente. Le sue mani scesero sulla mia schiena, raggiunsero i glutei, e cominciò a spingermi contro di me con una forza che sapeva di possesso.
"Tutto," disse tra un respiro e l'altro. "Tutto."
La rigirai a pecorina, le mani sui suoi fianchi larghi e caldi. I suoi glutei erano una forma perfetta contro di me, e ogni affondo era totale, profondo, senza riserve. Sentivo il suono dei nostri corpi, crudo e ritmico, e lei aveva smesso di trattenersi, i gemiti erano lunghi, aperti, senza pudore.
"Più forte." La sua voce era roca, impastata di piacere. "Ancora più forte."
Non riuscii a resistere. Venni insieme a lei, in un'ondata che mi svuotò completamente, e sentii il suo corpo stringersi intorno al mio nell'ultimo momento come per trattenermi.
Ci sdraiammo uno accanto all'altra, il respiro che si calmava lentamente, i corpi ancora caldi e pesanti. Laura si girò verso di me, e per la prima volta da settimane mi guardò negli occhi senza quella cautela difensiva che mi aveva tenuto a distanza.
Non disse niente. Non c'era niente da dire.
L'era degli scherzi era finita. Era rimasta solo quella del desiderio, e questo, tra noi, era appena cominciato.
Era seduta sul bordo del mio letto, le gambe incrociate, gli occhi incollati allo schermo del telefono. Ogni tanto la commissura delle labbra le si sollevava in un sorriso che cercava di nascondere, uno di quei sorrisi che tradiscono qualcosa che non si vuole condividere.
Non resistetti. Con uno scatto felino le sfilai il cellulare di mano, balzando indietro prima che potesse reagire.
"Ridammelo." La sua voce era piatta, immediata, come una porta chiusa in faccia.
"Prima dimmi cosa stai scrivendo."
"Non è affar tuo. Ridammelo adesso."
Si alzò di scatto e mi venne addosso, le mani protese, e io tenevo il telefono alto, spostandomi, ridendo. Ma Laura non rideva, aveva gli occhi stretti, determinata come una gatta che vuole ciò che è suo. Mi spinse, io persi l'equilibrio, e finimmo entrambi sul letto in un groviglio disordinato. Lei su di me, le ginocchia a lato dei miei fianchi, le sue dita che tentavano di forzare le mie aperte per riprendersi il telefono che stringevo al petto.
"Sei una bambina," dissi ridendo.
"E tu sei un cretino. Mollalo."
Si irrigidì, cercando leva, e nel farlo il suo fondoschiena scivolò contro il mio basso ventre, aderendo con una precisione che non aveva niente di casuale e tutto di inevitabile. Smisi di ridere. Il mio corpo reagì da solo, con la brutalità schietta della carne, e lei lo sentì. Lo sentì esattamente nel momento in cui accadde.
Si immobilizzò. Non disse niente. Si limitò a guardarmi semplicemente negl'occhi. I suoi erano diversi, non arrabbiati, non divertiti, semplicemente diversi, come se stessero metabolizzando qualcosa. Poi, con una lentezza che non aveva niente a che fare con la disattenzione, cominciò a muovere il bacino. Piano. Con intenzione. Trattenni il respiro.
Il suo corpo ondeggiava sopra il mio in un ritmo lento e voluto, e io vedevo il suo viso cambiare espressione, le labbra schiudersi di qualche millimetro, le palpebre abbassarsi leggermente. La sentii contrarsi, un fremito sottile che le attraversò la schiena come una corrente, e per un istante dimenticò completamente il telefono, dimenticò me, dimenticò tutto. Poi si alzò di scatto.
"Il telefono," disse, e la voce era tornata ferma, quasi aggressiva, come se quella fermezza potesse cancellare i trenta secondi precedenti.
Glielo restituii senza fiatare. La guardai raccogliersi i capelli con un gesto nervoso, sistemarsi la maglietta, evitare il mio sguardo.
Quando uscì dalla stanza, il silenzio che lasciò aveva un peso nuovo.
Da quel giorno qualcosa si era incrinato, o forse più onestamente, qualcosa si era aperto. Da parte mia, era chiaro: il desiderio aveva preso una forma precisa, con un nome e un volto e la memoria tattile di un corpo che si contraeva sopra il mio. Da parte sua era meno decifrabile, ma non era assenza, era piuttosto la resistenza di chi ha percepito qualcosa in sé stesso e non sa ancora se vuole dargli un nome.
Continuammo a frequentarci come sempre, ma c'era una distanza nuova negli sguardi, una cautela nei gesti. Parlavamo di tutto tranne di quello. Finché un pomeriggio ci ritrovammo sdraiati sul letto, come facevamo spesso, il capo sul cuscino, il soffitto sopra di noi come un cielo bianco e neutro.
Azzardai una domanda.
"Sai quel giorno, quando eri sopra di me. Ho sentito qualcosa che non avevo mai sentito prima. E poi ti ho sentita contrarti, Laura. Ci hai mai pensato?"
Il suo volto era rivolto al soffitto, un silenzio lungo. Poi si girò verso di me.
"Sì!" disse. La sua voce era bassa. "Ci ho pensato anch'io. Non riesco a capacitarmi come abbia potuto godere, anche solo per un istante."
Mordendosi l'interno del labbro.
"E Quindi?"
"Quindi dovremmo fare chiarezza", risposi.
Allungai la mano e le sfiorai il braccio, lentamente, dal polso fino al gomito. La sua pelle era liscia come seta scaldata dal sole, e lei non si sottrasse. Le sollevai la maglietta, piano, e infilai la mano sotto il tessuto fino a raggiungere i seni. I capezzoli erano già duri sotto le mie dita, e ad ogni tocco Laura emetteva un suono breve, involontario, una piccola resa.
Le sbottonai i pantaloni. Lei non si oppose, lasciò che accadesse, con gli occhi chiusi e il respiro sempre meno regolare. Scesi sotto le mutandine e raggiunsi la sua intimità. Era già bagnata, le dita scivolavano dentro di lei senza resistenza, e la sua testa cominciò a oscillare lentamente sul cuscino, il busto ad arcuarsi verso l'alto come se il suo corpo cercasse più contatto di quanto le mani potessero dare.
Con un gesto veloce abbassai i pantaloni e guidai la sua mano verso di me. Le sue dita si chiusero intorno al mio membro con una presa lenta, esplorativa, come se stesse misurando qualcosa, valutando. Poi strinse, e capii che non c'era più spazio per i ripensamenti.
Mi alzai a chiudere la porta a chiave.
"Spogliati," le dissi voltandomi.
Lo fece senza esitare, e c'era qualcosa di straordinariamente erotico in quell'obbedienza, lei che si toglieva la maglietta e il reggiseno con una calma quasi sfacciata, come se avesse già deciso tutto molto prima di me. Il suo seno era abbondante e pesante, i capezzoli eretti che la luce del pomeriggio rendeva quasi scuri. Mi chinai su di lei e li presi in bocca uno alla volta, li succhiai lentamente, le dita intanto impegnate sul suo clitoride in una pressione circolare che le strappava gemiti sempre meno controllati.
"Hai un preservativo?" mi chiese, e nella sua voce c'era solo urgenza, nessuna retorica.
"Sì."
"Mettilo."
Non persi tempo. Scivolai dentro di lei con una facilità che mi fece capire immediatamente che non era inesperta, il suo corpo mi accolse con una calda pressione che mi tolse il respiro.
"Baciami," sussurrò.
La baciai. Fu un bacio profondo e lento, le labbra che cercavano le labbra, le lingue che si trovavano con quella familiarità strana e nuova di due corpi che si scoprono pur conoscendosi da sempre. Aveva qualcosa di vertiginoso, come sfogliare un libro che pensavi di sapere a memoria e trovare pagine che non avevi mai letto.
Si abbandonò completamente. Le sue mani scesero sulla mia schiena, raggiunsero i glutei, e cominciò a spingermi contro di me con una forza che sapeva di possesso.
"Tutto," disse tra un respiro e l'altro. "Tutto."
La rigirai a pecorina, le mani sui suoi fianchi larghi e caldi. I suoi glutei erano una forma perfetta contro di me, e ogni affondo era totale, profondo, senza riserve. Sentivo il suono dei nostri corpi, crudo e ritmico, e lei aveva smesso di trattenersi, i gemiti erano lunghi, aperti, senza pudore.
"Più forte." La sua voce era roca, impastata di piacere. "Ancora più forte."
Non riuscii a resistere. Venni insieme a lei, in un'ondata che mi svuotò completamente, e sentii il suo corpo stringersi intorno al mio nell'ultimo momento come per trattenermi.
Ci sdraiammo uno accanto all'altra, il respiro che si calmava lentamente, i corpi ancora caldi e pesanti. Laura si girò verso di me, e per la prima volta da settimane mi guardò negli occhi senza quella cautela difensiva che mi aveva tenuto a distanza.
Non disse niente. Non c'era niente da dire.
L'era degli scherzi era finita. Era rimasta solo quella del desiderio, e questo, tra noi, era appena cominciato.
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