Esperienza lesbica di mia moglie al trio
di
Marco_60
genere
saffico
Sono Marco, e con Giulia ho costruito un matrimonio che respira senza costrizioni. Niente tabù, niente segreti che marciscono nell'ombra.
Fu una sera di ottobre, mentre lei era immersa nella lettura, che la domanda mi scivolò fuori quasi con volontà propria.
«Giulia, hai mai avuto un'esperienza con un'altra donna?»
Lei sollevò gli occhi dal libro e mi guardò con quel mezzo sorriso che usa quando non sa ancora se prendermi sul serio. «Ma cosa ti salta in mente?»
«Lo dico sul serio. Voi donne siete meno ingabbiate nei tabù, più libere nell'intimità.»
Posò il libro sul comodino. Quegli occhi mi fissarono per un istante prima rispondermi. «Sì, è un'esperienza che ho già vissuto.»
«Me la racconti?»
Un'altra pausa e poi cominciò a parlare.
Raccontò di Sara, una sua cara amica di lunga data. Un pomeriggio di luglio di anni prima, nel suo appartamento, mentre le confidenze si consumavano in sussurri, i loro volti si trovarono a una distanza iniqua, quasi involontaria. Le labbra si cercarono con la naturalezza di due corpi che riconoscono la propria affinità prima ancora che la mente dia il permesso.
«Sentivo il calore di quel contatto depositarsi sulla pelle come inchiostro,» disse Giulia, «Finimmo a letto prima ancora che finissi di baciarla.» raccontandomi tutto il resto con dovizia di particolari.
Nei giorni successivi quel racconto mi rendeva eccitato. L'immagine di Giulia con un'altra donna, i loro corpi intrecciati in una danza senza nome, mi tornava in mente negli angoli più impensati della giornata.
Ne parlai con lei una mattina, direttamente, senza preamboli.
«Hai mai pensato di riprovarci? Con Sara, per esempio?»
Giulia posò la tazza del caffè, guardandomi con occhi increduli. «Cosa dici, Marco. Sono cose passate.»
«Parlagli. Chissà che non sia contenta di ripetere l'esperienza.»
«Sei pazzo.» Disse ridendo, con quella scrollata di spalle che non è mai una porta chiusa del tutto.
Passarono tre settimane. Una sera Giulia apparve in cucina con quel sorriso sulle labbra, lo stesso identico sorriso con cui avevamo chiuso il discorso settimane prima, e disse: «Sai, ho parlato con Sara.»
«E cosa ti ha detto?»
«Che le farebbe piacere riprovare.»
«Allora a quando?»
«Anche la prossima settimana, se vogliamo.»
«Davvero? Fantastico.» Avevo lanciato quella proposta quasi per gioco, senza una vera aspettativa, e invece eccolo lì: qualcosa di tangibile, di trasgressivo, stava per accadere nella nostra camera da letto.
I giorni che seguirono furono carichi di un'attesa fisica, quasi snervante. Cercavo continuamente gli occhi di Giulia, per leggere i suoi pensieri , i suoi silenzi, come se il suo corpo si stesse preparando per qualcosa di proibito.
Il giorno arrivò con l'inevitabilità di una marea. La mattina, la guardai dall'uscio del bagno. Aveva scelto la biancheria con cura chirurgica: un reggiseno di pizzo nero sottilissimo, le spalline quasi trasparenti, e uno slip che era poco più di un'intenzione, un'ombra di tessuto. Si muoveva con una consapevolezza nuova, come una donna che sa esattamente di essere guardata e ha deciso di esserne complice, di trasformarsi in oggetto di desiderio.
«Come ti senti?» le chiesi, e la mia voce uscì più rauca del solito.
Mi lanciò uno sguardo nello specchio, e nei suoi occhi c'era un fuoco che non avevo mai visto prima. «Sento un fuoco dentro,» disse. «Un fuoco che mi consuma. Non so se reggerò fino a stasera.»
Il campanello suonò puntuale come una promessa mantenuta. Mi diressi verso la porta senza tentennamenti, consapevole di cosa stava per succedere.
Ecco Sara. Capelli scuri, un vestito color panna e il portamento di chi mostra il proprio corpo senza chiedere permesso.
«Ciao Sara, accomodati.»
Mentre si avvicinava a Giulia per salutarla, la seguii con gli occhi quasi involontariamente per ammirare il suo corpo. Si abbracciarono con una familiarità che aveva qualcosa in più dell'amicizia.
Aprii il prosecco. Era freddo al punto giusto, e le bollicine facevano il loro dovere: scioglievano la tensione nei muscoli, avvicinavano le voci, abbassavano le difese. Parlammo di tutto e di niente, ma era un niente che serviva a creare l'atmosfera.
Fu Sara a introdurre il vero motivo dell'incontro e a stabilire le condizioni, con una naturalezza che non ammetteva replica. «Marco, tu guardi. Solo questo, niente interferenze.»
Mio malgrado accettai. Sapevo già che era una cosa tutta loro, anche se ogni mio istinto maschile rifiutava questa condizione. Andammo tutti nella stanza da letto. Sara e Giulia si avvicinarono l'una all'altra lentamente, come due fiamme che si sono accese con la stessa scintilla. Il primo bacio fu quasi timido, ma le loro lingue si incontrarono con una morbidezza che aveva qualcosa di ipnotico, di assoluto. Le mani di Sara salirono lungo i fianchi di Giulia, trovarono la cerniera del vestito. Con un gesto unico e sicuro, il tessuto scivolò sul pavimento, lasciando Giulia con il reggiseno nero che avevo ammirato quella mattina.
Mi sedetti sulla poltroncina con il fiato corto. I vestiti sparivano uno ad uno, lentamente, quasi cerimonialmente. Giulia in quel reggiseno nero e Sara con la sua biancheria color cipria, poi anche quella via, gettata su una sedia . Due corpi completamente diversi e completamente belli, che si riconoscevano per la seconda volta nella loro vita, nudi nella luce calda della stanza. Si distesero sul letto matrimoniale. Sara cominciò a baciarla sul collo, poi scese, indugiò a lungo sui seni di Giulia, prendendosi il tempo di un'esplorazione genuina, senza fretta. Giulia aveva gli occhi semichiusi e le mani abbandonate sul materasso, completamente affidata, perduta in quella sensazione che solo un altro corpo femminile può dare.
Poi Sara scese ancora, il ventre, l'interno delle cosce, fino ad arrivare al centro del desiderio. La lingua iniziò a lavorare con una precisione morbida e inesorabile, con la conoscenza intima di chi sa esattamente dove toccare, come toccare, per quanto tempo.
Il corpo di Giulia si tese come un arco teso fino al limite. Sentivo i respiri di Giulia che si accorciavano, si strappavano, diventavano gemiti sommessi. Un quarto d'ora circa di quella tortura dolce, e poi Giulia tremò violentemente, trattenne il respiro, e lo lasciò andare in un gemito lungo che riempì la stanza, un suono di abbandono totale.
Avevo già i pantaloni abbassati, la mia mano stringeva il mio cazzo duro come pietra, ma non avevo voglia di masturbarmi, non volevo venire, volevo gustarmi fino alla fine quello spettacolo, prolungare l'agonia del piacere.
Ora toccava a Giulia. Si invertirono con una grazia felina. Sara si allungò sul letto con una fiducia assoluta, e Giulia si abbassò su di lei, la baciò in bocca con molta passione, come se volesse restituire ogni secondo ricevuto, ogni onda di piacere. Poi si dedicò ai suoi seni, capezzoli che si irrigidirono al minimo contatto, e Sara emise un suono basso e soddisfatto.
«Ora tocca a te,» disse Sara, con una voce leggermente rotta dall'eccitazione.
Giulia ubbidì. Scese lungo il corpo dell'amica, trovò il ritmo perfetto con la lingua, e Sara chiuse gli occhi stringendo tra le mani i capelli di Giulia con una dolcezza unica. Gemeva senza tentare di trattenersi, un suono aperto e reale che era quasi più erotico di qualsiasi immagine, la voce del piacere senza filtri.
Nel frattempo mi ero completamente spogliato. Faceva caldo, il calore era ovunque, nel corpo, nell'aria. Continuavo a guardarle mentre mi toccavo, incapace di fare altrimenti, prigioniero di quella scena.
Decisero di mettersi in sessantanove, quella figura doppia, simmetrica e labirintica, le bocche affondate nel sesso dell'altra contemporaneamente. La vista mi fece girare la testa, il sangue mi saliva nel cervello come un torrente in piena. Le vidi contrarsi insieme in quel turbinio di momenti.
Ma successe qualcosa di imprevedibile. Sara ruppe l'incantesimo alzando la testa e guardandomi con gli occhi brillanti e le labbra lucide di umori.
«Allora? Hai intenzione di restare lì tutta la sera a menarti da solo?»
«Hai detto che dovevo solo guardare,» risposi, con voce roca.
Sorrise, e in quel sorriso c'era tutta la consapevolezza di una donna che sa esattamente cosa sta facendo, che tiene le redini della situazione. «Scherzavo, Marco. Volevo prima godermi questo momento con Giulia. Ma adesso ho bisogno d'altro. Ho bisogno di qualcosa di più sostanzioso.»
Guardai Giulia. Lei mi restituì uno di quei sorrisi che non hanno bisogno di parole, solo di azioni.
«Dai, muoviti,» disse Sara «Ho bisogno di un po' di cazzo. Adesso.»
«Ma non sei lesbica?» chiesi, quasi stupito.
Rise, genuinamente, un suono che rimbombò nella stanza. «Diciamo che mi piace variare. E stasera ho voglia di entrambi. Di tutti e due.»
Mi alzai dalla poltroncina, il mio cazzo che oscillava pesante davanti a me.
Sara era ancora distesa, le gambe leggermente aperte, e quando la raggiunsi capii immediatamente che non serviva nessuna preparazione aggiuntiva. Era completamente fradicia, gli umori suoi e di Giulia mescolati insieme, caldi e generosi, pronti. Entrai in lei con un unico movimento fluido e profondo, fino in fondo, e la sentii trattenere il respiro, i suoi occhi che si spalancavano per un istante.
Giulia si sistemò accanto a noi, una mano sulla mia schiena, e ci baciava entrambi a turno con una naturalezza che mai avrei immaginato che mostrasse. Sara godeva sotto di me, la schiena che si arcuava leggermente a ogni affondo, e Giulia mi sussurrava vicino all'orecchio di andare più forte.
Ora tocca a me,» disse Giulia alla fine, girandosi verso di me con quegli occhi che conoscevo da anni e che quella sera sembravano appartenere a un'altra donna, più audace, più disinibita, più famelica. Mi sistemai su di lei, sentendo il suo corpo accogliermi con una voracità che mi tolse il respiro. La presi con tutta la foga accumulata in settimane di attesa, di fantasticherie, di desiderio represso, e lei se la godeva tutta, rumorosamente e senza vergogna, i gemiti che le uscivano dalla gola liberi e crudi, con Sara che ci guardava da un lato e si mordeva il labbro, una mano tra le proprie gambe, assorta nello spettacolo.
«Non ti fermare,» ansimò Giulia, le gambe avvolte attorno ai miei fianchi, i talloni che mi spingevano più a fondo. «Scopami come non hai mai fatto. Voglio sentirmi tua, voglio che Sara veda quanto sono tua.»
Quelle parole, quella richiesta esplicita di possesso e trasgressione, mi fecero perdere ogni residuo di controllo. La penetrai con forza, sentendo il suo corpo che si adattava a me, che mi succhiava dentro, caldo e umido e perfetto. I suoi seni ondeggiavano al ritmo dei miei affondi, i capezzoli ancora turgidi per i baci di Sara.
Poi, in un impeto di follia erotica, decisi di spingere oltre il limite. Mi tirai fuori da Giulia, e ordinai: «A carponi. Entrambe.»
Sara capì immediatamente. Si mosse con una prontezza animalesca, posizionandosi accanto a Giulia, una accanto all'altra, due figure speculari eppure così diverse, entrambe offerte nella stessa posizione di sottomissione e desiderio. I loro fianchi si toccavano, le schiene arcuate, i glutei sollevati verso di me in un'offerta che mi fece girare la testa.
Cominciai a passare dall'una all'altra. Entravo in Giulia, profondo, sentivo il suo calore familiare, poi mi tiravo fuori e penetravo Sara, diversa, più stretta forse, o forse solo diversa nella risposta, più selvaggia. Ogni volta che cambiavo sentivo un fruscio di eccitazione attraversarmi dalla schiena alle gambe, un brivido che mi percorreva l'intera colonna vertebrale. Erano meravigliose così, fianco a fianco, i corpi offerti con una disponibilità assoluta, due donne unite nella stessa voglia, nella stessa abbandono. Continuavano a scambiarsi baci con gli occhi lucidi dell' eccitazione.
Era troppo. Il piacere si era accumulato come una marea inesorabile, e sentivo che l'orgasmo si avvicinava con una potenza che non avrei potuto governare, né ritardare. Mi tirai fuori da entrambe, il cazzo che pulsava nel mio pugno, duro e violento.
«Fatemi venire,» ordinai, la voce rotta dal desiderio.
Si girarono entrambe, si avvicinarono con una sincronia perfetta, le teste quasi a toccarsi, e alternarono le loro bocche sul mio sesso con una precisione golosa e senza gelosia. Una succhiava, l'altra leccava, poi si scambiavano, le loro lingue che si sfioravano intorno al mio glande. Quando esplosi, fu con una violenza improvvisa che non riuscii a governare, un orgasmo che mi uscì dalle viscere con la forza di un uragano. Li imbrattai entrambe, i loro visi, le loro guance, le labbra, i seni, gocce calde che cadevano sulla loro pelle come una benedizione profana.
Per un attimo rimasi lì, tremante, a guardarle. Poi successe qualcosa di inaspettatamente tenero e osceno allo stesso tempo: Sara cominciò a leccare il viso di Giulia raccogliendo ogni goccia del mio seme sparso, e Giulia fece lo stesso con lei, con una complicità che era al tempo stesso oscena e bellissima, un'intimità che superava il semplice atto sessuale e diventava qualcosa di più profondo, di più trasgressivo.
«Sei bellissima così,» sussurrò Sara a Giulia, leccandole una goccia dall'angolo della bocca.
«Anche tu,» rispose Giulia, e si baciarono, lente, con la mia essenza ancora sulle loro labbra, un bacio che sigillava un patto nuovo, un'alleanza carnale.
Mi lasciai cadere sul letto accanto a loro, le gambe molli, il cuore che martellava ancora nel petto. Ci sdraiammo tutti e tre sul materasso, sfiniti e quieti, i respiri che si sincronizzarono lentamente, la pelle che si toccava in punti casuali, braccia, gambe, mani. Il silenzio aveva un sapore diverso, più pieno, più denso, come dopo un temporale che si è preso tutto quello che aveva da prendere, che ha scaricato ogni tensione nell'aria.
Giulia si appoggiò a me, la testa sul mio petto, mentre Sara si sistemò dall'altra parte, un braccio che mi attraversava lo stomaco per toccare Giulia. Eravamo un groviglio di sudore e respiri.
«A quando la prossima?» chiesi, guardando il soffitto, la voce ancora un po' roca.
Ci fu una pausa, poi le sentii sorridere entrambe, quasi insieme, un suono che mi riempì di una gioia inaspettata.
«A presto,» dissero, e le loro mani si trovarono sopra il mio petto, unite.
Fu Sara, ad aggiungere con una voce carica di promesse: " La prossima volta porterò il mio boy, per farlo scopare con tua Giulia, in tua presenza. Giulia rise, un suono basso e sensuale. «Mi sembra giusto visto che anche io abbia la mia parte.»
"Potremmo diventare una coppia aperta, perché no!"
L'idea mi piaceva ,molto intrigante e trasgressiva, nonché eccitante.
Avevamo aperto una porta che non si sarebbe più chiusa, e dietro di essa c'era un intero universo da esplorare insieme. Il nostro matrimonio aveva respirato un'aria nuova, più rarefatta, più pericolosa, più viva.
«A presto,» ripetei, e fu una promessa.
Fu una sera di ottobre, mentre lei era immersa nella lettura, che la domanda mi scivolò fuori quasi con volontà propria.
«Giulia, hai mai avuto un'esperienza con un'altra donna?»
Lei sollevò gli occhi dal libro e mi guardò con quel mezzo sorriso che usa quando non sa ancora se prendermi sul serio. «Ma cosa ti salta in mente?»
«Lo dico sul serio. Voi donne siete meno ingabbiate nei tabù, più libere nell'intimità.»
Posò il libro sul comodino. Quegli occhi mi fissarono per un istante prima rispondermi. «Sì, è un'esperienza che ho già vissuto.»
«Me la racconti?»
Un'altra pausa e poi cominciò a parlare.
Raccontò di Sara, una sua cara amica di lunga data. Un pomeriggio di luglio di anni prima, nel suo appartamento, mentre le confidenze si consumavano in sussurri, i loro volti si trovarono a una distanza iniqua, quasi involontaria. Le labbra si cercarono con la naturalezza di due corpi che riconoscono la propria affinità prima ancora che la mente dia il permesso.
«Sentivo il calore di quel contatto depositarsi sulla pelle come inchiostro,» disse Giulia, «Finimmo a letto prima ancora che finissi di baciarla.» raccontandomi tutto il resto con dovizia di particolari.
Nei giorni successivi quel racconto mi rendeva eccitato. L'immagine di Giulia con un'altra donna, i loro corpi intrecciati in una danza senza nome, mi tornava in mente negli angoli più impensati della giornata.
Ne parlai con lei una mattina, direttamente, senza preamboli.
«Hai mai pensato di riprovarci? Con Sara, per esempio?»
Giulia posò la tazza del caffè, guardandomi con occhi increduli. «Cosa dici, Marco. Sono cose passate.»
«Parlagli. Chissà che non sia contenta di ripetere l'esperienza.»
«Sei pazzo.» Disse ridendo, con quella scrollata di spalle che non è mai una porta chiusa del tutto.
Passarono tre settimane. Una sera Giulia apparve in cucina con quel sorriso sulle labbra, lo stesso identico sorriso con cui avevamo chiuso il discorso settimane prima, e disse: «Sai, ho parlato con Sara.»
«E cosa ti ha detto?»
«Che le farebbe piacere riprovare.»
«Allora a quando?»
«Anche la prossima settimana, se vogliamo.»
«Davvero? Fantastico.» Avevo lanciato quella proposta quasi per gioco, senza una vera aspettativa, e invece eccolo lì: qualcosa di tangibile, di trasgressivo, stava per accadere nella nostra camera da letto.
I giorni che seguirono furono carichi di un'attesa fisica, quasi snervante. Cercavo continuamente gli occhi di Giulia, per leggere i suoi pensieri , i suoi silenzi, come se il suo corpo si stesse preparando per qualcosa di proibito.
Il giorno arrivò con l'inevitabilità di una marea. La mattina, la guardai dall'uscio del bagno. Aveva scelto la biancheria con cura chirurgica: un reggiseno di pizzo nero sottilissimo, le spalline quasi trasparenti, e uno slip che era poco più di un'intenzione, un'ombra di tessuto. Si muoveva con una consapevolezza nuova, come una donna che sa esattamente di essere guardata e ha deciso di esserne complice, di trasformarsi in oggetto di desiderio.
«Come ti senti?» le chiesi, e la mia voce uscì più rauca del solito.
Mi lanciò uno sguardo nello specchio, e nei suoi occhi c'era un fuoco che non avevo mai visto prima. «Sento un fuoco dentro,» disse. «Un fuoco che mi consuma. Non so se reggerò fino a stasera.»
Il campanello suonò puntuale come una promessa mantenuta. Mi diressi verso la porta senza tentennamenti, consapevole di cosa stava per succedere.
Ecco Sara. Capelli scuri, un vestito color panna e il portamento di chi mostra il proprio corpo senza chiedere permesso.
«Ciao Sara, accomodati.»
Mentre si avvicinava a Giulia per salutarla, la seguii con gli occhi quasi involontariamente per ammirare il suo corpo. Si abbracciarono con una familiarità che aveva qualcosa in più dell'amicizia.
Aprii il prosecco. Era freddo al punto giusto, e le bollicine facevano il loro dovere: scioglievano la tensione nei muscoli, avvicinavano le voci, abbassavano le difese. Parlammo di tutto e di niente, ma era un niente che serviva a creare l'atmosfera.
Fu Sara a introdurre il vero motivo dell'incontro e a stabilire le condizioni, con una naturalezza che non ammetteva replica. «Marco, tu guardi. Solo questo, niente interferenze.»
Mio malgrado accettai. Sapevo già che era una cosa tutta loro, anche se ogni mio istinto maschile rifiutava questa condizione. Andammo tutti nella stanza da letto. Sara e Giulia si avvicinarono l'una all'altra lentamente, come due fiamme che si sono accese con la stessa scintilla. Il primo bacio fu quasi timido, ma le loro lingue si incontrarono con una morbidezza che aveva qualcosa di ipnotico, di assoluto. Le mani di Sara salirono lungo i fianchi di Giulia, trovarono la cerniera del vestito. Con un gesto unico e sicuro, il tessuto scivolò sul pavimento, lasciando Giulia con il reggiseno nero che avevo ammirato quella mattina.
Mi sedetti sulla poltroncina con il fiato corto. I vestiti sparivano uno ad uno, lentamente, quasi cerimonialmente. Giulia in quel reggiseno nero e Sara con la sua biancheria color cipria, poi anche quella via, gettata su una sedia . Due corpi completamente diversi e completamente belli, che si riconoscevano per la seconda volta nella loro vita, nudi nella luce calda della stanza. Si distesero sul letto matrimoniale. Sara cominciò a baciarla sul collo, poi scese, indugiò a lungo sui seni di Giulia, prendendosi il tempo di un'esplorazione genuina, senza fretta. Giulia aveva gli occhi semichiusi e le mani abbandonate sul materasso, completamente affidata, perduta in quella sensazione che solo un altro corpo femminile può dare.
Poi Sara scese ancora, il ventre, l'interno delle cosce, fino ad arrivare al centro del desiderio. La lingua iniziò a lavorare con una precisione morbida e inesorabile, con la conoscenza intima di chi sa esattamente dove toccare, come toccare, per quanto tempo.
Il corpo di Giulia si tese come un arco teso fino al limite. Sentivo i respiri di Giulia che si accorciavano, si strappavano, diventavano gemiti sommessi. Un quarto d'ora circa di quella tortura dolce, e poi Giulia tremò violentemente, trattenne il respiro, e lo lasciò andare in un gemito lungo che riempì la stanza, un suono di abbandono totale.
Avevo già i pantaloni abbassati, la mia mano stringeva il mio cazzo duro come pietra, ma non avevo voglia di masturbarmi, non volevo venire, volevo gustarmi fino alla fine quello spettacolo, prolungare l'agonia del piacere.
Ora toccava a Giulia. Si invertirono con una grazia felina. Sara si allungò sul letto con una fiducia assoluta, e Giulia si abbassò su di lei, la baciò in bocca con molta passione, come se volesse restituire ogni secondo ricevuto, ogni onda di piacere. Poi si dedicò ai suoi seni, capezzoli che si irrigidirono al minimo contatto, e Sara emise un suono basso e soddisfatto.
«Ora tocca a te,» disse Sara, con una voce leggermente rotta dall'eccitazione.
Giulia ubbidì. Scese lungo il corpo dell'amica, trovò il ritmo perfetto con la lingua, e Sara chiuse gli occhi stringendo tra le mani i capelli di Giulia con una dolcezza unica. Gemeva senza tentare di trattenersi, un suono aperto e reale che era quasi più erotico di qualsiasi immagine, la voce del piacere senza filtri.
Nel frattempo mi ero completamente spogliato. Faceva caldo, il calore era ovunque, nel corpo, nell'aria. Continuavo a guardarle mentre mi toccavo, incapace di fare altrimenti, prigioniero di quella scena.
Decisero di mettersi in sessantanove, quella figura doppia, simmetrica e labirintica, le bocche affondate nel sesso dell'altra contemporaneamente. La vista mi fece girare la testa, il sangue mi saliva nel cervello come un torrente in piena. Le vidi contrarsi insieme in quel turbinio di momenti.
Ma successe qualcosa di imprevedibile. Sara ruppe l'incantesimo alzando la testa e guardandomi con gli occhi brillanti e le labbra lucide di umori.
«Allora? Hai intenzione di restare lì tutta la sera a menarti da solo?»
«Hai detto che dovevo solo guardare,» risposi, con voce roca.
Sorrise, e in quel sorriso c'era tutta la consapevolezza di una donna che sa esattamente cosa sta facendo, che tiene le redini della situazione. «Scherzavo, Marco. Volevo prima godermi questo momento con Giulia. Ma adesso ho bisogno d'altro. Ho bisogno di qualcosa di più sostanzioso.»
Guardai Giulia. Lei mi restituì uno di quei sorrisi che non hanno bisogno di parole, solo di azioni.
«Dai, muoviti,» disse Sara «Ho bisogno di un po' di cazzo. Adesso.»
«Ma non sei lesbica?» chiesi, quasi stupito.
Rise, genuinamente, un suono che rimbombò nella stanza. «Diciamo che mi piace variare. E stasera ho voglia di entrambi. Di tutti e due.»
Mi alzai dalla poltroncina, il mio cazzo che oscillava pesante davanti a me.
Sara era ancora distesa, le gambe leggermente aperte, e quando la raggiunsi capii immediatamente che non serviva nessuna preparazione aggiuntiva. Era completamente fradicia, gli umori suoi e di Giulia mescolati insieme, caldi e generosi, pronti. Entrai in lei con un unico movimento fluido e profondo, fino in fondo, e la sentii trattenere il respiro, i suoi occhi che si spalancavano per un istante.
Giulia si sistemò accanto a noi, una mano sulla mia schiena, e ci baciava entrambi a turno con una naturalezza che mai avrei immaginato che mostrasse. Sara godeva sotto di me, la schiena che si arcuava leggermente a ogni affondo, e Giulia mi sussurrava vicino all'orecchio di andare più forte.
Ora tocca a me,» disse Giulia alla fine, girandosi verso di me con quegli occhi che conoscevo da anni e che quella sera sembravano appartenere a un'altra donna, più audace, più disinibita, più famelica. Mi sistemai su di lei, sentendo il suo corpo accogliermi con una voracità che mi tolse il respiro. La presi con tutta la foga accumulata in settimane di attesa, di fantasticherie, di desiderio represso, e lei se la godeva tutta, rumorosamente e senza vergogna, i gemiti che le uscivano dalla gola liberi e crudi, con Sara che ci guardava da un lato e si mordeva il labbro, una mano tra le proprie gambe, assorta nello spettacolo.
«Non ti fermare,» ansimò Giulia, le gambe avvolte attorno ai miei fianchi, i talloni che mi spingevano più a fondo. «Scopami come non hai mai fatto. Voglio sentirmi tua, voglio che Sara veda quanto sono tua.»
Quelle parole, quella richiesta esplicita di possesso e trasgressione, mi fecero perdere ogni residuo di controllo. La penetrai con forza, sentendo il suo corpo che si adattava a me, che mi succhiava dentro, caldo e umido e perfetto. I suoi seni ondeggiavano al ritmo dei miei affondi, i capezzoli ancora turgidi per i baci di Sara.
Poi, in un impeto di follia erotica, decisi di spingere oltre il limite. Mi tirai fuori da Giulia, e ordinai: «A carponi. Entrambe.»
Sara capì immediatamente. Si mosse con una prontezza animalesca, posizionandosi accanto a Giulia, una accanto all'altra, due figure speculari eppure così diverse, entrambe offerte nella stessa posizione di sottomissione e desiderio. I loro fianchi si toccavano, le schiene arcuate, i glutei sollevati verso di me in un'offerta che mi fece girare la testa.
Cominciai a passare dall'una all'altra. Entravo in Giulia, profondo, sentivo il suo calore familiare, poi mi tiravo fuori e penetravo Sara, diversa, più stretta forse, o forse solo diversa nella risposta, più selvaggia. Ogni volta che cambiavo sentivo un fruscio di eccitazione attraversarmi dalla schiena alle gambe, un brivido che mi percorreva l'intera colonna vertebrale. Erano meravigliose così, fianco a fianco, i corpi offerti con una disponibilità assoluta, due donne unite nella stessa voglia, nella stessa abbandono. Continuavano a scambiarsi baci con gli occhi lucidi dell' eccitazione.
Era troppo. Il piacere si era accumulato come una marea inesorabile, e sentivo che l'orgasmo si avvicinava con una potenza che non avrei potuto governare, né ritardare. Mi tirai fuori da entrambe, il cazzo che pulsava nel mio pugno, duro e violento.
«Fatemi venire,» ordinai, la voce rotta dal desiderio.
Si girarono entrambe, si avvicinarono con una sincronia perfetta, le teste quasi a toccarsi, e alternarono le loro bocche sul mio sesso con una precisione golosa e senza gelosia. Una succhiava, l'altra leccava, poi si scambiavano, le loro lingue che si sfioravano intorno al mio glande. Quando esplosi, fu con una violenza improvvisa che non riuscii a governare, un orgasmo che mi uscì dalle viscere con la forza di un uragano. Li imbrattai entrambe, i loro visi, le loro guance, le labbra, i seni, gocce calde che cadevano sulla loro pelle come una benedizione profana.
Per un attimo rimasi lì, tremante, a guardarle. Poi successe qualcosa di inaspettatamente tenero e osceno allo stesso tempo: Sara cominciò a leccare il viso di Giulia raccogliendo ogni goccia del mio seme sparso, e Giulia fece lo stesso con lei, con una complicità che era al tempo stesso oscena e bellissima, un'intimità che superava il semplice atto sessuale e diventava qualcosa di più profondo, di più trasgressivo.
«Sei bellissima così,» sussurrò Sara a Giulia, leccandole una goccia dall'angolo della bocca.
«Anche tu,» rispose Giulia, e si baciarono, lente, con la mia essenza ancora sulle loro labbra, un bacio che sigillava un patto nuovo, un'alleanza carnale.
Mi lasciai cadere sul letto accanto a loro, le gambe molli, il cuore che martellava ancora nel petto. Ci sdraiammo tutti e tre sul materasso, sfiniti e quieti, i respiri che si sincronizzarono lentamente, la pelle che si toccava in punti casuali, braccia, gambe, mani. Il silenzio aveva un sapore diverso, più pieno, più denso, come dopo un temporale che si è preso tutto quello che aveva da prendere, che ha scaricato ogni tensione nell'aria.
Giulia si appoggiò a me, la testa sul mio petto, mentre Sara si sistemò dall'altra parte, un braccio che mi attraversava lo stomaco per toccare Giulia. Eravamo un groviglio di sudore e respiri.
«A quando la prossima?» chiesi, guardando il soffitto, la voce ancora un po' roca.
Ci fu una pausa, poi le sentii sorridere entrambe, quasi insieme, un suono che mi riempì di una gioia inaspettata.
«A presto,» dissero, e le loro mani si trovarono sopra il mio petto, unite.
Fu Sara, ad aggiungere con una voce carica di promesse: " La prossima volta porterò il mio boy, per farlo scopare con tua Giulia, in tua presenza. Giulia rise, un suono basso e sensuale. «Mi sembra giusto visto che anche io abbia la mia parte.»
"Potremmo diventare una coppia aperta, perché no!"
L'idea mi piaceva ,molto intrigante e trasgressiva, nonché eccitante.
Avevamo aperto una porta che non si sarebbe più chiusa, e dietro di essa c'era un intero universo da esplorare insieme. Il nostro matrimonio aveva respirato un'aria nuova, più rarefatta, più pericolosa, più viva.
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