Gli occhi di Alisa (Unica storia vera autobiografica)
scritto il 2026-10-19 tempo di lettura 10 min
di
Marco_60
genere
etero
cura
A
Camminavo senza una meta precisa, come fa chi aspetta che la vita gli venga incontro invece di andarle a cercare. Le strade della città scorrevano attorno a me con la loro solita indifferenza, quando mi fermai davanti a un gazebo promozionale. Uno di quei piccoli teatri da marciapiede, con il loro prodotto esposto come fosse un gioiello: un aspirapolvere compatto, qualcosa di pratico e banale. Non avrei mai immaginato che proprio lì, tra la plastica lucida di un elettrodomestico e il vociare distratto della gente, avrei incrociato uno sguardo destinato a cambiarmi la vita.
Fu lei ad avvicinarsi per prima. Si presentò con la mano tesa e un sorriso calibrato, professionale, ma con qualcosa di caldo sotto la superficie. "Alisa," disse. Quarant'anni portati con quella grazia silenziosa che certe donne possiedono senza saperlo, come un profumo che non hanno scelto ma che le appartiene in pieno. L'ascoltai parlare del prodotto, caratteristiche, garanzie, ma la mia attenzione scorreva altrove. Erano i suoi occhi a trattenermi. Profondi, dal colore indefinibile, capaci di sembrare tanto concentrati quanto distanti nello stesso istante.
Firmai il contratto, lasciai i miei dati, e mi avviai.
Avevo già fatto cinque passi quando mi fermai. Non fu una decisione razionale, fu un impulso che sale dallo stomaco e bypassa il cervello. Tornai indietro.
"Scusami, Alisa. Volevo dirti una cosa sola."
Lei alzò lo sguardo dal suo blocco note, "Sì, dimmi."
"Hai due occhi splendidi."
La vidi portarsi istintivamente una mano alla bocca, le dita a coprire per mezzo secondo uno stupore genuino, non recitato. "Oh," disse. E poi, quasi sottovoce: "Grazie. Che bel complimento. Finora nessuno me lo aveva detto."
"Ci tenevo a dirtelo. Li ho osservati a lungo."
Me ne andai lasciandola così, con quella piccola meraviglia ancora accesa negli occhi. Non mi aspettavo nulla. A volte si semina senza pensare al raccolto.
Passarono alcuni giorni prima che il telefono squillasse con un numero sconosciuto.
"Pronto?"
"Buongiorno. Sono Alisa." Una pausa breve, quasi a prendere coraggio. "La signora dell'altro giorno. Quella a cui ha fatto i complimenti per gli occhi."
Sentii qualcosa scaldarsi nel petto, sottile come la prima luce del mattino. "Ciao. Che piacere sentirti. Dimmi."
"Ho aspettato un po' prima di chiamare." La sua voce aveva quella cadenza di chi ha ripetuto mentalmente le parole troppe volte e alla fine le lascia andare come vengono. "Mi chiedevo se ti andava di prendere un caffè da qualche parte."
"Con piacere. Dove?"
"Pensavo al Bar Bistrot, lo conosci?"
"Sì, certo. Quando?".
"Nel pomeriggio, o anche domani."
"Anche oggi va bene. Alle diciassette?"
"Alle diciassette," ripeté, e nella sua voce c'era il sollievo di chi sperava un riscontro positivo.
Arrivai puntuale. Lei era già seduta a un tavolino all'aperto, con le mani attorno a un bicchiere d'acqua. Quando mi vide alzò gli occhi, e sorrise in modo diverso da come aveva sorriso al gazebo. Meno professionale. Più vera. Ci salutammo con un bacio sulla guancia, ordinammo qualcosa per rompere il ghiaccio, e la prima domanda mi uscì naturale.
"Come mai hai voluto incontrarmi?"
Si passò le dita tra i capelli, alquanto imbarazzata. "Non è mia abitudine invitare qualcuno così. Ma quando mi hai fatto quel complimento, mi hai cambiato la giornata. Una cosa stupida, forse, ma mi ha cambiata davvero."
Quello che seguì non fu una conversazione, fu uno sfogo gentile, come quando una finestra rimasta chiusa troppo a lungo viene finalmente aperta e l'aria entra con una forza sorpresa di se stessa. Mi parlò del suo matrimonio finito male, dell'ex marito con cui aveva costruito tutto e con cui aveva perso tutto, delle aspettative tradite e di quella stanchezza profonda che non è fisica ma anche mentale. Aveva bisogno che qualcuno la ascoltasse, di essere al centro dell'attenzione di qualcuno, e io, con due sole parole, glielo avevo concesso senza chiederle niente in cambio.
Quando vidi i suoi occhi farsi lucidi, allungai la mano e strinsi la sua sul tavolo, senza dire niente. A volte il silenzio è la risposta più onesta.
Ci salutammo con la promessa vaga che si fa quando non si vuole chiudere una porta ma non si sa ancora come tenerla aperta: se avesse avuto bisogno, mi avrebbe chiamato.
Non chiamò. Passarono giorni, poi settimane, e quel silenzio cominciò a pesare come qualcosa di mio, non suo. Non sapevo dargli un nome preciso, non era nostalgia, perché non avevamo condiviso abbastanza; non era desiderio, o almeno non solo; era piuttosto quella sensazione di avere lasciato a metà una cosa importante. Sentivo di volerla conoscere meglio, di volerla vedere muoversi nello spazio, di sentirla ridere per qualcosa che non fosse cortesia.
Così presi il telefono e composi il numero.
"Ciao Alisa. Come stai?"
La sentii quasi sobbalzare dall'altra parte, come una fiamma a cui qualcuno ha avvicinato un fiammifero.
"Bene, grazie. Mi fa piacere sentirti."
"Mi dispiace non averti chiamato prima. Non volevo sembrare invadente."
"Neanche per scherzo.Mi ha fatto piacere che mi hai chiamato."
La sua voce si era fatta più morbida, più sciolta.
"Pensavo, se ti va, di andare da qualche parte a mangiare qualcosa."
"Mi farebbe piacere, ma..."
"Niente 'ma'. Questa sera passo a prenderti. Alle venti in punto."
Rimase un istante in silenzio, sorpresa e compiaciuta in egual misura. "Ok," disse.
Scelsi un posto in periferia, tranquillo, lontano dal rumore e dagli sguardi. Una cena leggera, un vino semplice, e lei che rideva, rideva davvero, anche per le cose sciocche che mi scappavano di bocca. Era una versione diversa di Alisa rispetto a quella del bar. Più rilassata, più presente. I suoi occhi brillavano di una luce che quella prima volta era rimasta nascosta, e io capii che quello era il suo vero volto, quello che riesce a esprimere solo quando si sente al sicuro.
Eravamo a nostro agio come due persone che si conoscono da anni, non da settimane. Quella facilità tra noi aveva qualcosa di misterioso e di inevitabile allo stesso tempo.
Sul percorso di ritorno, parcheggiata l'auto sotto casa sua, restammo seduti un momento in silenzio, con i motori spenti e le parole esaurite nel modo migliore possibile. Poi mi avvicinai, lentamente, e lei non si mosse. Le nostre labbra si incontrarono come se conoscessero già la strada, con quella dolcezza urgente dei baci che non sono il primo ma sembrano l'unico. Sentii le sue dita sfiorarmi la guancia, leggere come una domanda, e risposi stringendola un poco a me. Quando ci separammo, il silenzio aveva cambiato consistenza, era diventato qualcosa di caldo, di condiviso.
Stava aprendo lo sportello quando si voltò, con un mezzo sorriso che nascondeva appena una sfida. "Ti farebbe piacere salire?"
Non c'era risposta possibile se non quella vera. "Sì."
Il suo appartamento era piccolo e curato con quella precisione affettuosa che solo certe donne sanno dare agli spazi, ogni dettaglio al posto giusto, ogni oggetto scelto con intenzione.
Ma l'imbarazzo di quel bacio in macchina aleggiava ancora tra noi. Mi avvicinai a lei senza dire niente e la abbracciai. Il suo corpo si adagiò contro il mio con la naturalezza di qualcosa che trova la sua forma, il suo calore si insinuò sotto la mia pelle, e sentii qualcosa tremare dentro di me, non di paura ma di attesa.
Un altro bacio, più lungo, più profondo. Le sue mani cominciarono a muoversi con una decisione che contrastava la sua timidezza di qualche settimana prima, e capii che quella donna aveva tenuto a freno qualcosa per molto tempo. Mi prese per mano e mi condusse in camera da letto.
Ci spogliammo con una fretta febbrile, come se avessimo entrambi paura che l'incantesimo si rompesse prima del necessario, le dita che lottavano coi bottoni, i vestiti che cadevano senza ordine, i respiri che si accorciavano. Quando la vidi senza veli, mi fermai un secondo. Il suo corpo era caldo e pieno, fianchi morbidi, seni generosi, la pelle che portava i segni discreti del tempo vissuto. Era una bellezza adulta, consapevole, infinitamente più interessante di qualsiasi perfezione geometrica.
La accolsi tra le braccia e cominciai a percorrerla lentamente: il volto, il collo, la curva della spalla. Le mie labbra scesero fino ai suoi seni e lei trattenne il respiro per un secondo prima di lasciarlo andare in un suono morbido, quasi stupito. I suoi capezzoli si irrigidirono sotto la mia lingua e lei mi afferrò i capelli con le dita, stringendo piano, come per trattenermi lì. Il suo bacino cominciò a premere contro il mio con una insistenza che non aveva più niente di involontario, era richiesta, era urgenza, era un linguaggio che non aveva bisogno di parole.
Ci buttammo sul letto con una foga che aveva qualcosa di primordiale, come due persone che hanno aspettato, forse senza saperlo, esattamente questo momento. Quando la penetrai, la sua testa scattò all'indietro e il busto si arcuò in un arco lungo, teso, bellissimo, un movimento che non si può fingere, che viene da un posto profondo e onesto. Quel gesto mi colpì al petto con una intensità che non mi aspettavo.
I miei movimenti trovarono un ritmo che era anche il suo, una musica fisica che costruivamo insieme, misura dopo misura. La sentivo gemere, suoni bassi, intimi, che non erano esibizione ma verità, e ogni suono era una risposta, una conferma. I suoi seni si muovevano con noi e io non riuscivo a resistere: le mie labbra tornavano su di loro con una voracità che aveva qualcosa di tenero, come se stessi cercando di restituirle tutto l'affetto che le era stato negato per troppo tempo.
Cambiammo posizione più volte, esplorando l'uno il corpo dell'altra con quella curiosità ardente che ha solo l'inizio di qualcosa. Poi le cedetti il comando, e lei si pose sopra di me con una sicurezza nuova, guadagnata in quell'ora stessa. La prospettiva era straordinaria, il suo corpo che risaltava nella penombra della stanza, i capelli sciolti, gli occhi chiusi e i denti appena stretti, la concentrazione assoluta di chi non vuole perdere nemmeno un frammento di quel piacere. Si muoveva con movimenti lenti e deliberati, come chi assapora invece di divorare, e io la guardavo con l'intensità di chi sa che certi momenti non tornano identici.
Le nostre dita si intrecciarono. Si abbassò verso di me, il suo petto contro il mio, e io la strinsi, le baciai il collo, la spalla, l'angolo della mascella. Eravamo esausti nel modo magnifico di chi ha consumato tutto quello che aveva, senza trattenere niente.
Il climax arrivò come un'onda che si era formata lontano e che aveva viaggiato a lungo prima di infrangersi, travolgente e inevitabile. Gemiti e contrazioni, i nostri corpi stretti fino alla fine di ogni tremito. E poi il silenzio. Un silenzio pieno, saturo, come l'aria dopo un temporale.
Ci guardammo negli occhi. Non c'era bisogno di dire niente. In quello sguardo c'era già la risposta a tutto: la solitudine di lei, la mia deriva senza meta, due stranieri incontrati davanti a un aspirapolvere su un marciapiede qualunque, e adesso questo, una stanza piccola e calda e il respiro che lentamente tornava normale.
Quella notte fu l'inizio di un percorso che ci portò, con la pazienza e la passione che meritava, fino all'unione familiare.
Oggi ci amiamo con la stessa intensità della prima volta. Con gli stessi occhi profondi che mi avevano fermato in mezzo alla strada, quegli occhi che ancora, ogni mattina, mi fanno sentire di avere trovato quello che stavo cercando.
Fu lei ad avvicinarsi per prima. Si presentò con la mano tesa e un sorriso calibrato, professionale, ma con qualcosa di caldo sotto la superficie. "Alisa," disse. Quarant'anni portati con quella grazia silenziosa che certe donne possiedono senza saperlo, come un profumo che non hanno scelto ma che le appartiene in pieno. L'ascoltai parlare del prodotto, caratteristiche, garanzie, ma la mia attenzione scorreva altrove. Erano i suoi occhi a trattenermi. Profondi, dal colore indefinibile, capaci di sembrare tanto concentrati quanto distanti nello stesso istante.
Firmai il contratto, lasciai i miei dati, e mi avviai.
Avevo già fatto cinque passi quando mi fermai. Non fu una decisione razionale, fu un impulso che sale dallo stomaco e bypassa il cervello. Tornai indietro.
"Scusami, Alisa. Volevo dirti una cosa sola."
Lei alzò lo sguardo dal suo blocco note, "Sì, dimmi."
"Hai due occhi splendidi."
La vidi portarsi istintivamente una mano alla bocca, le dita a coprire per mezzo secondo uno stupore genuino, non recitato. "Oh," disse. E poi, quasi sottovoce: "Grazie. Che bel complimento. Finora nessuno me lo aveva detto."
"Ci tenevo a dirtelo. Li ho osservati a lungo."
Me ne andai lasciandola così, con quella piccola meraviglia ancora accesa negli occhi. Non mi aspettavo nulla. A volte si semina senza pensare al raccolto.
Passarono alcuni giorni prima che il telefono squillasse con un numero sconosciuto.
"Pronto?"
"Buongiorno. Sono Alisa." Una pausa breve, quasi a prendere coraggio. "La signora dell'altro giorno. Quella a cui ha fatto i complimenti per gli occhi."
Sentii qualcosa scaldarsi nel petto, sottile come la prima luce del mattino. "Ciao. Che piacere sentirti. Dimmi."
"Ho aspettato un po' prima di chiamare." La sua voce aveva quella cadenza di chi ha ripetuto mentalmente le parole troppe volte e alla fine le lascia andare come vengono. "Mi chiedevo se ti andava di prendere un caffè da qualche parte."
"Con piacere. Dove?"
"Pensavo al Bar Bistrot, lo conosci?"
"Sì, certo. Quando?".
"Nel pomeriggio, o anche domani."
"Anche oggi va bene. Alle diciassette?"
"Alle diciassette," ripeté, e nella sua voce c'era il sollievo di chi sperava un riscontro positivo.
Arrivai puntuale. Lei era già seduta a un tavolino all'aperto, con le mani attorno a un bicchiere d'acqua. Quando mi vide alzò gli occhi, e sorrise in modo diverso da come aveva sorriso al gazebo. Meno professionale. Più vera. Ci salutammo con un bacio sulla guancia, ordinammo qualcosa per rompere il ghiaccio, e la prima domanda mi uscì naturale.
"Come mai hai voluto incontrarmi?"
Si passò le dita tra i capelli, alquanto imbarazzata. "Non è mia abitudine invitare qualcuno così. Ma quando mi hai fatto quel complimento, mi hai cambiato la giornata. Una cosa stupida, forse, ma mi ha cambiata davvero."
Quello che seguì non fu una conversazione, fu uno sfogo gentile, come quando una finestra rimasta chiusa troppo a lungo viene finalmente aperta e l'aria entra con una forza sorpresa di se stessa. Mi parlò del suo matrimonio finito male, dell'ex marito con cui aveva costruito tutto e con cui aveva perso tutto, delle aspettative tradite e di quella stanchezza profonda che non è fisica ma anche mentale. Aveva bisogno che qualcuno la ascoltasse, di essere al centro dell'attenzione di qualcuno, e io, con due sole parole, glielo avevo concesso senza chiederle niente in cambio.
Quando vidi i suoi occhi farsi lucidi, allungai la mano e strinsi la sua sul tavolo, senza dire niente. A volte il silenzio è la risposta più onesta.
Ci salutammo con la promessa vaga che si fa quando non si vuole chiudere una porta ma non si sa ancora come tenerla aperta: se avesse avuto bisogno, mi avrebbe chiamato.
Non chiamò. Passarono giorni, poi settimane, e quel silenzio cominciò a pesare come qualcosa di mio, non suo. Non sapevo dargli un nome preciso, non era nostalgia, perché non avevamo condiviso abbastanza; non era desiderio, o almeno non solo; era piuttosto quella sensazione di avere lasciato a metà una cosa importante. Sentivo di volerla conoscere meglio, di volerla vedere muoversi nello spazio, di sentirla ridere per qualcosa che non fosse cortesia.
Così presi il telefono e composi il numero.
"Ciao Alisa. Come stai?"
La sentii quasi sobbalzare dall'altra parte, come una fiamma a cui qualcuno ha avvicinato un fiammifero.
"Bene, grazie. Mi fa piacere sentirti."
"Mi dispiace non averti chiamato prima. Non volevo sembrare invadente."
"Neanche per scherzo.Mi ha fatto piacere che mi hai chiamato."
La sua voce si era fatta più morbida, più sciolta.
"Pensavo, se ti va, di andare da qualche parte a mangiare qualcosa."
"Mi farebbe piacere, ma..."
"Niente 'ma'. Questa sera passo a prenderti. Alle venti in punto."
Rimase un istante in silenzio, sorpresa e compiaciuta in egual misura. "Ok," disse.
Scelsi un posto in periferia, tranquillo, lontano dal rumore e dagli sguardi. Una cena leggera, un vino semplice, e lei che rideva, rideva davvero, anche per le cose sciocche che mi scappavano di bocca. Era una versione diversa di Alisa rispetto a quella del bar. Più rilassata, più presente. I suoi occhi brillavano di una luce che quella prima volta era rimasta nascosta, e io capii che quello era il suo vero volto, quello che riesce a esprimere solo quando si sente al sicuro.
Eravamo a nostro agio come due persone che si conoscono da anni, non da settimane. Quella facilità tra noi aveva qualcosa di misterioso e di inevitabile allo stesso tempo.
Sul percorso di ritorno, parcheggiata l'auto sotto casa sua, restammo seduti un momento in silenzio, con i motori spenti e le parole esaurite nel modo migliore possibile. Poi mi avvicinai, lentamente, e lei non si mosse. Le nostre labbra si incontrarono come se conoscessero già la strada, con quella dolcezza urgente dei baci che non sono il primo ma sembrano l'unico. Sentii le sue dita sfiorarmi la guancia, leggere come una domanda, e risposi stringendola un poco a me. Quando ci separammo, il silenzio aveva cambiato consistenza, era diventato qualcosa di caldo, di condiviso.
Stava aprendo lo sportello quando si voltò, con un mezzo sorriso che nascondeva appena una sfida. "Ti farebbe piacere salire?"
Non c'era risposta possibile se non quella vera. "Sì."
Il suo appartamento era piccolo e curato con quella precisione affettuosa che solo certe donne sanno dare agli spazi, ogni dettaglio al posto giusto, ogni oggetto scelto con intenzione.
Ma l'imbarazzo di quel bacio in macchina aleggiava ancora tra noi. Mi avvicinai a lei senza dire niente e la abbracciai. Il suo corpo si adagiò contro il mio con la naturalezza di qualcosa che trova la sua forma, il suo calore si insinuò sotto la mia pelle, e sentii qualcosa tremare dentro di me, non di paura ma di attesa.
Un altro bacio, più lungo, più profondo. Le sue mani cominciarono a muoversi con una decisione che contrastava la sua timidezza di qualche settimana prima, e capii che quella donna aveva tenuto a freno qualcosa per molto tempo. Mi prese per mano e mi condusse in camera da letto.
Ci spogliammo con una fretta febbrile, come se avessimo entrambi paura che l'incantesimo si rompesse prima del necessario, le dita che lottavano coi bottoni, i vestiti che cadevano senza ordine, i respiri che si accorciavano. Quando la vidi senza veli, mi fermai un secondo. Il suo corpo era caldo e pieno, fianchi morbidi, seni generosi, la pelle che portava i segni discreti del tempo vissuto. Era una bellezza adulta, consapevole, infinitamente più interessante di qualsiasi perfezione geometrica.
La accolsi tra le braccia e cominciai a percorrerla lentamente: il volto, il collo, la curva della spalla. Le mie labbra scesero fino ai suoi seni e lei trattenne il respiro per un secondo prima di lasciarlo andare in un suono morbido, quasi stupito. I suoi capezzoli si irrigidirono sotto la mia lingua e lei mi afferrò i capelli con le dita, stringendo piano, come per trattenermi lì. Il suo bacino cominciò a premere contro il mio con una insistenza che non aveva più niente di involontario, era richiesta, era urgenza, era un linguaggio che non aveva bisogno di parole.
Ci buttammo sul letto con una foga che aveva qualcosa di primordiale, come due persone che hanno aspettato, forse senza saperlo, esattamente questo momento. Quando la penetrai, la sua testa scattò all'indietro e il busto si arcuò in un arco lungo, teso, bellissimo, un movimento che non si può fingere, che viene da un posto profondo e onesto. Quel gesto mi colpì al petto con una intensità che non mi aspettavo.
I miei movimenti trovarono un ritmo che era anche il suo, una musica fisica che costruivamo insieme, misura dopo misura. La sentivo gemere, suoni bassi, intimi, che non erano esibizione ma verità, e ogni suono era una risposta, una conferma. I suoi seni si muovevano con noi e io non riuscivo a resistere: le mie labbra tornavano su di loro con una voracità che aveva qualcosa di tenero, come se stessi cercando di restituirle tutto l'affetto che le era stato negato per troppo tempo.
Cambiammo posizione più volte, esplorando l'uno il corpo dell'altra con quella curiosità ardente che ha solo l'inizio di qualcosa. Poi le cedetti il comando, e lei si pose sopra di me con una sicurezza nuova, guadagnata in quell'ora stessa. La prospettiva era straordinaria, il suo corpo che risaltava nella penombra della stanza, i capelli sciolti, gli occhi chiusi e i denti appena stretti, la concentrazione assoluta di chi non vuole perdere nemmeno un frammento di quel piacere. Si muoveva con movimenti lenti e deliberati, come chi assapora invece di divorare, e io la guardavo con l'intensità di chi sa che certi momenti non tornano identici.
Le nostre dita si intrecciarono. Si abbassò verso di me, il suo petto contro il mio, e io la strinsi, le baciai il collo, la spalla, l'angolo della mascella. Eravamo esausti nel modo magnifico di chi ha consumato tutto quello che aveva, senza trattenere niente.
Il climax arrivò come un'onda che si era formata lontano e che aveva viaggiato a lungo prima di infrangersi, travolgente e inevitabile. Gemiti e contrazioni, i nostri corpi stretti fino alla fine di ogni tremito. E poi il silenzio. Un silenzio pieno, saturo, come l'aria dopo un temporale.
Ci guardammo negli occhi. Non c'era bisogno di dire niente. In quello sguardo c'era già la risposta a tutto: la solitudine di lei, la mia deriva senza meta, due stranieri incontrati davanti a un aspirapolvere su un marciapiede qualunque, e adesso questo, una stanza piccola e calda e il respiro che lentamente tornava normale.
Quella notte fu l'inizio di un percorso che ci portò, con la pazienza e la passione che meritava, fino all'unione familiare.
Oggi ci amiamo con la stessa intensità della prima volta. Con gli stessi occhi profondi che mi avevano fermato in mezzo alla strada, quegli occhi che ancora, ogni mattina, mi fanno sentire di avere trovato quello che stavo cercando.
di
Marco_60
Marco_60
97
visite
visite
1
voti
voti
valutazione
8
8
il tuo voto
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Mia cugina Laura
Commenti dei lettori al racconto erotico