Io, Massimo e Sonia
di
Joshua
genere
scambio di coppia
Con Massimo c’è sempre stata un’amicizia un po’ strana. Non ci frequentavamo in modo continuo: si passava dal trascorrere un fine settimana insieme a non sentirci per mesi. Il motivo era semplice. Lui non faceva praticamente nulla senza la moglie e io, ormai divorziato e senza una relazione stabile, mal sopportavo l’idea di fare il terzo incomodo. Senza contare che Sonia, una cinquantenne bellissima e dal fascino impossibile da ignorare, sembrava avere una certa attrazione nei miei confronti. E poiché non avrei mai fatto un torto a un amico, evitavo accuratamente qualsiasi situazione che potesse trasformarsi in qualcosa di spiacevole.
Un giorno, dopo qualche mese senza sentirci, Massimo mi chiamò per invitarmi al compleanno della moglie in pizzeria. Accettai, convinto che in un luogo pubblico e, magari, con altri invitati non ci sarebbero stati problemi.
Arrivai e, contrariamente a quanto immaginavo, non c’era nessun altro. Ci accomodammo e iniziammo a parlare come sempre: il tempo, il lavoro, la figlia in Spagna, il camper nuovo. Niente di trascendentale. Arrivarono le prime ordinazioni, patatine fritte e gnocco fritto con salumi. Fu allora che i due si scambiarono un rapido sguardo. Massimo fece un impercettibile cenno con la testa.
Sonia prese una patatina e iniziò a mangiarla con una lentezza insolita. Mi bastò quello per farmi andare la birra di traverso. Poi sentii il suo piede sfiorarmi la gamba.
«Sai, stavamo pensando…»
Nel frattempo lei continuava tranquillamente il suo giochetto.
«Se volevi venire a passare il fine settimana e il 2 giugno con noi in camper.»
Guardai Massimo, che sembrava divertirsi parecchio davanti alla mia espressione imbarazzata.
«Ho preso il camper nuovo, come ti dicevo, e pensavamo di inaugurarlo con una gita al lago.»
Guardai entrambi e, più per educazione che per convinzione, accettai, sperando che la cosa finisse nel dimenticatoio come altre volte era successo.
Riprendemmo a mangiare. Io cercavo di concentrarmi sul piatto e sulla conversazione, evitando di guardare Sonia più del necessario. Non era facile. Il suo atteggiamento era diventato fin troppo evidente e, soprattutto, sembrava perfettamente consapevole dell’effetto che produceva.
A un certo punto mi alzai per andare in bagno e fumare una sigaretta. Avevo bisogno di qualche minuto per pensare. Ero appena uscito quando arrivò Massimo.
«Ti abbiamo turbato, vero?»
Non risposi subito. Cercavo le parole giuste, soprattutto perché qualunque risposta mi sembrava compromettente.
«Diciamo che… non me l’aspettavo.»
Massimo sorrise.
«Lo immaginavo.»
«E Sonia?»
«Sonia cosa?»
«Non prendermi in giro, Massimo.»
Rise piano, appoggiandosi al muro.
«Va bene. Allora te lo dico chiaramente: mia moglie ti trova molto interessante.»
«Questo l’avevo intuito.»
«E tu?»
Quella domanda mi mise ancora più in difficoltà.
«Io sono sposato con me stesso da abbastanza tempo da sapere quando è meglio non infilarsi nei problemi degli altri.»
Massimo scoppiò a ridere.
«È proprio questo che mi piace di te. Ti fai mille problemi.»
«Perché sei mio amico.»
Il suo sorriso cambiò. Per un momento divenne serio.
«Francesco, se ci fosse qualcosa che non mi va bene, non ti avrei invitato.»
Lo guardai senza sapere cosa rispondere.
«Quindi?»
«Quindi niente. Vai tranquillo.»
Fece per tornare al tavolo, poi si fermò.
«Ah, un’ultima cosa. Non devi fingere di non aver capito. Sonia non sta giocando da sola.»
Rimasi qualche secondo in silenzio. Quando tornai al tavolo, Sonia mi accolse con un sorriso che ormai aveva ben poco di innocente. Massimo riprese a parlare del camper come se nulla fosse. Io, invece, avevo improvvisamente perso ogni interesse per il camper.
Il fine settimana al lago, fino a quel momento, mi era sembrato una semplice gita tra amici. Adesso cominciavo a sospettare che fosse stato organizzato per tutt’altra ragione. E la cosa più inquietante era che, invece di farmi venire voglia di tirarmi indietro, una parte di me era curiosa di scoprire dove volessero arrivare.
Due giorni dopo partimmo. Il camper era davvero nuovo. Profumava ancora di plastica, legno e quell’aria particolare da oggetto appena acquistato. Sonia, naturalmente, aveva preparato abbastanza cibo per una spedizione sull’Himalaya. Durante il viaggio parlammo di tutto, tranne che di quello che era successo in pizzeria. Forse era proprio questo a rendere la situazione ancora più strana.
Arrivati al lago, sistemammo il camper e passammo il pomeriggio come tre vecchi amici: una passeggiata, qualche birra, risate e una cena improvvisata. Per qualche ora riuscii quasi a convincermi che mi fossi fatto delle idee.
Poi venne sera.
Fu Sonia, mentre sparecchiava, a rompere finalmente quel silenzio.
«Francesco, posso farti una domanda?»
«Certo.»
Guardò prima me e poi Massimo.
«Tu pensi davvero che siamo qui per caso?»
Massimo sorrise. Io abbassai lo sguardo sul bicchiere.
«No.»
Sonia si sedette accanto a me.
«E allora?»
«Allora penso che abbiate deciso di mettermi in difficoltà.»
«Non proprio.»
Massimo intervenne con assoluta tranquillità.
«Abbiamo deciso di capire se poteva esserci qualcosa che andasse bene a tutti e tre.»
Lo guardai. Non c’era ironia nel suo volto. Nessuna provocazione. Solo una domanda.
«E se io dicessi di no?»
«Domani facciamo colazione, torniamo a casa e non cambia niente.»
Sonia annuì.
«Esatto.»
Fu quella libertà, più di qualunque provocazione, a convincermi. Non c’erano pressioni, né giochi strani. Solo tre adulti che stavano decidendo insieme fin dove spingersi.
«E se dicessi di sì?»
Sonia sorrise. Massimo alzò il bicchiere.
«Allora direi che questo camper è stato inaugurato nel modo giusto.»
Scoppiammo tutti e tre a ridere. La serata proseguì ancora per un po’ con la solita leggerezza. Parlammo, scherzammo e finimmo persino per discutere del posto in cui andare il giorno dopo. Eppure qualcosa era cambiato. Non c’era più bisogno di fingere che nessuno avesse capito.
Dopo aver mangiato, lentamente, cambiò anche l’atmosfera. Sonia si avvicinò a me con una naturalezza quasi disarmante. Si sedette tra me e Massimo. Per qualche secondo rimase semplicemente lì. Poi appoggiò una mano sulla gamba del marito e l’altra sulla mia. Guardò Massimo. Lui la guardò. Fu uno di quegli sguardi che non hanno bisogno di parole.
Sonia si chinò verso di lui e lo baciò. Poi si voltò verso di me. Il secondo bacio fu più lento. Quando si allontanò, sorrise appena. Massimo non disse nulla. Sonia gli diede una piccola pacca sulla coscia.
«Resta lì.»
Lui obbedì. Si spostò appena, si sedette più indietro, e da quel momento fu solo spettatore.
Rimasi solo con Sonia. Lei tornò a guardarmi.
«Sei ancora sicuro di voler scappare?»
Scossi la testa.
«No.»
«Bene.»
Mi prese delicatamente per il colletto della camicia e lo allentò. Poi arrivarono altri baci, prima leggeri, poi più lunghi. Io sentivo il cuore accelerare e, dall’altra parte del camper, Massimo ci osservava in silenzio, già visibilmente teso.
Sonia mi sbottonò la camicia e i pantaloni. Ogni bottone che cedette lasciò la pelle più scoperta. Mi liberò i boxer e mi prese in mano. Lo sguardo andò prima al mio cazzo, poi al marito.
«Vedi?», disse piano. «È più grosso di te.»
Massimo deglutì. Non rispose.
Lei si inginocchiò e me lo mise in bocca. Lo succhiò lento, profondo, facendo rumore apposta. Una mano mi teneva la base, l’altra mi accarezzava i coglioni. Ogni tanto si staccava, saliva che le filava dal labbro, e si voltava verso Massimo.
«Lui sì che mi fa sentire donna.»
Poi tornò a succhiare, più a fondo, fino a farmi toccare la gola. Io le tenevo i capelli. Lei gemette intorno al mio cazzo e spinse la testa ancora di più.
Quando si alzò, si spogliò tutta. Si mise a cavalcioni su di me, mi guidò dentro e scese tutta d’un colpo. Era stretta, caldissima, già bagnata. Cominciò a muoversi, seni che oscillavano, unghie sulla mia schiena. Ogni tanto si piegava verso Massimo, senza smettere di scoparmi.
«Lo senti quanto è grosso? Mi apre tutta. Tu non arrivi così in fondo.»
Massimo si era già sbottonato. Si accarezzava lento, mascella contratta, gli occhi lucidi.
Sonia cambiò posizione. Si mise a pecora sul letto stretto del camper, il culo alto, e mi tirò dietro di sé.
«Prendimi. Forte. Voglio che lui veda tutto.»
Entrai di nuovo. Le afferrai i fianchi e cominciai a scoparla a colpi lunghi. Lei gemette forte, la faccia rivolta verso il marito.
«Sì… così… lui mi riempie. Mi fa sentire una vera donna, Massimo. Guardami.»
Massimo si alzò, ma lei alzò una mano.
«Ancora no. Resta lì. Guardami mentre vengo sul cazzo di un altro.»
Continuai. Il letto batteva. Sonia venne una prima volta, stretta intorno a me, un urlo rotto. Non mi fermai. La misi sulla schiena, le alzai le gambe, le piegai quasi contro il petto e la scopai più a fondo. Lei teneva lo sguardo su Massimo anche mentre veniva di nuovo.
«Adesso», disse infine, la voce spezzata. «Adesso vieni. Voglio entrambi.»
Massimo si avvicinò. Sonia lo prese in mano, lo succhiò in fretta per bagnarlo e poi si mise di nuovo a pecora. Il marito le si infilò nella figa. Io le sputai sull’ano, le passai le dita, poi spinsi.
Entrò. Lei urlò, piena da tutti e due.
Da quel momento non ci fu più attesa. Massimo le scopava la figa con una fame trattenuta troppo a lungo, io le prendevo il culo. Lei era in mezzo, sudata, i capelli incollati, e continuava a parlare tra un gemito e l’altro.
«Più grosso… più in fondo… riempitemi tutti e due…»
Il ritmo divenne selvaggio. Il camper dondolava. Quando Massimo gemette e si scaricò dentro la vagina, la sentii contrarsi. Io non uscii. Continuai a prenderle il culo finché venii anch’io, a pulsazioni lunghe, riempiendole l’ano.
Restammo così qualche secondo: lui ancora nella figa, io ancora nel culo, il seme di entrambi che già cominciava a colarle.
Poi uscimmo piano.
Sonia si lasciò cadere di fianco. Massimo le si mise dietro, un braccio intorno alla vita. Io mi stesi davanti a lei. Lei mi tirò contro il petto. Tre corpi sudati, respiri ancora corti, gambe intrecciate nel letto troppo stretto.
Nessuno parlò subito.
Lei accarezzò i capelli di Massimo e, con l’altra mano, la mia schiena.
«State qui», mormorò.
Massimo le baciò la spalla. Io le baciai la fronte. Tra le sue gambe colava ancora il doppio creampie, ma l’aria non era più soltanto sesso. Era qualcosa di più quieto, quasi tenero: un triangolo stanco, chiuso in un abbraccio che nessuno sembrava voler sciogliere.
Fuori il lago era nero. Dentro, il camper odorava di corpi e di plastica nuova.
Sonia aprì appena gli occhi, senza guardare nessuno in particolare.
«Domani facciamo colazione», disse. Poi, dopo una pausa, aggiunse: «Poi si vede.»
Massimo non rispose. Io neanche.
Restammo così, senza decidere se quella notte fosse stata un incidente, un inizio, o soltanto una parentesi destinata a chiudersi con il ritorno a casa.
Il due giugno, fuori, era appena cominciato.
Un giorno, dopo qualche mese senza sentirci, Massimo mi chiamò per invitarmi al compleanno della moglie in pizzeria. Accettai, convinto che in un luogo pubblico e, magari, con altri invitati non ci sarebbero stati problemi.
Arrivai e, contrariamente a quanto immaginavo, non c’era nessun altro. Ci accomodammo e iniziammo a parlare come sempre: il tempo, il lavoro, la figlia in Spagna, il camper nuovo. Niente di trascendentale. Arrivarono le prime ordinazioni, patatine fritte e gnocco fritto con salumi. Fu allora che i due si scambiarono un rapido sguardo. Massimo fece un impercettibile cenno con la testa.
Sonia prese una patatina e iniziò a mangiarla con una lentezza insolita. Mi bastò quello per farmi andare la birra di traverso. Poi sentii il suo piede sfiorarmi la gamba.
«Sai, stavamo pensando…»
Nel frattempo lei continuava tranquillamente il suo giochetto.
«Se volevi venire a passare il fine settimana e il 2 giugno con noi in camper.»
Guardai Massimo, che sembrava divertirsi parecchio davanti alla mia espressione imbarazzata.
«Ho preso il camper nuovo, come ti dicevo, e pensavamo di inaugurarlo con una gita al lago.»
Guardai entrambi e, più per educazione che per convinzione, accettai, sperando che la cosa finisse nel dimenticatoio come altre volte era successo.
Riprendemmo a mangiare. Io cercavo di concentrarmi sul piatto e sulla conversazione, evitando di guardare Sonia più del necessario. Non era facile. Il suo atteggiamento era diventato fin troppo evidente e, soprattutto, sembrava perfettamente consapevole dell’effetto che produceva.
A un certo punto mi alzai per andare in bagno e fumare una sigaretta. Avevo bisogno di qualche minuto per pensare. Ero appena uscito quando arrivò Massimo.
«Ti abbiamo turbato, vero?»
Non risposi subito. Cercavo le parole giuste, soprattutto perché qualunque risposta mi sembrava compromettente.
«Diciamo che… non me l’aspettavo.»
Massimo sorrise.
«Lo immaginavo.»
«E Sonia?»
«Sonia cosa?»
«Non prendermi in giro, Massimo.»
Rise piano, appoggiandosi al muro.
«Va bene. Allora te lo dico chiaramente: mia moglie ti trova molto interessante.»
«Questo l’avevo intuito.»
«E tu?»
Quella domanda mi mise ancora più in difficoltà.
«Io sono sposato con me stesso da abbastanza tempo da sapere quando è meglio non infilarsi nei problemi degli altri.»
Massimo scoppiò a ridere.
«È proprio questo che mi piace di te. Ti fai mille problemi.»
«Perché sei mio amico.»
Il suo sorriso cambiò. Per un momento divenne serio.
«Francesco, se ci fosse qualcosa che non mi va bene, non ti avrei invitato.»
Lo guardai senza sapere cosa rispondere.
«Quindi?»
«Quindi niente. Vai tranquillo.»
Fece per tornare al tavolo, poi si fermò.
«Ah, un’ultima cosa. Non devi fingere di non aver capito. Sonia non sta giocando da sola.»
Rimasi qualche secondo in silenzio. Quando tornai al tavolo, Sonia mi accolse con un sorriso che ormai aveva ben poco di innocente. Massimo riprese a parlare del camper come se nulla fosse. Io, invece, avevo improvvisamente perso ogni interesse per il camper.
Il fine settimana al lago, fino a quel momento, mi era sembrato una semplice gita tra amici. Adesso cominciavo a sospettare che fosse stato organizzato per tutt’altra ragione. E la cosa più inquietante era che, invece di farmi venire voglia di tirarmi indietro, una parte di me era curiosa di scoprire dove volessero arrivare.
Due giorni dopo partimmo. Il camper era davvero nuovo. Profumava ancora di plastica, legno e quell’aria particolare da oggetto appena acquistato. Sonia, naturalmente, aveva preparato abbastanza cibo per una spedizione sull’Himalaya. Durante il viaggio parlammo di tutto, tranne che di quello che era successo in pizzeria. Forse era proprio questo a rendere la situazione ancora più strana.
Arrivati al lago, sistemammo il camper e passammo il pomeriggio come tre vecchi amici: una passeggiata, qualche birra, risate e una cena improvvisata. Per qualche ora riuscii quasi a convincermi che mi fossi fatto delle idee.
Poi venne sera.
Fu Sonia, mentre sparecchiava, a rompere finalmente quel silenzio.
«Francesco, posso farti una domanda?»
«Certo.»
Guardò prima me e poi Massimo.
«Tu pensi davvero che siamo qui per caso?»
Massimo sorrise. Io abbassai lo sguardo sul bicchiere.
«No.»
Sonia si sedette accanto a me.
«E allora?»
«Allora penso che abbiate deciso di mettermi in difficoltà.»
«Non proprio.»
Massimo intervenne con assoluta tranquillità.
«Abbiamo deciso di capire se poteva esserci qualcosa che andasse bene a tutti e tre.»
Lo guardai. Non c’era ironia nel suo volto. Nessuna provocazione. Solo una domanda.
«E se io dicessi di no?»
«Domani facciamo colazione, torniamo a casa e non cambia niente.»
Sonia annuì.
«Esatto.»
Fu quella libertà, più di qualunque provocazione, a convincermi. Non c’erano pressioni, né giochi strani. Solo tre adulti che stavano decidendo insieme fin dove spingersi.
«E se dicessi di sì?»
Sonia sorrise. Massimo alzò il bicchiere.
«Allora direi che questo camper è stato inaugurato nel modo giusto.»
Scoppiammo tutti e tre a ridere. La serata proseguì ancora per un po’ con la solita leggerezza. Parlammo, scherzammo e finimmo persino per discutere del posto in cui andare il giorno dopo. Eppure qualcosa era cambiato. Non c’era più bisogno di fingere che nessuno avesse capito.
Dopo aver mangiato, lentamente, cambiò anche l’atmosfera. Sonia si avvicinò a me con una naturalezza quasi disarmante. Si sedette tra me e Massimo. Per qualche secondo rimase semplicemente lì. Poi appoggiò una mano sulla gamba del marito e l’altra sulla mia. Guardò Massimo. Lui la guardò. Fu uno di quegli sguardi che non hanno bisogno di parole.
Sonia si chinò verso di lui e lo baciò. Poi si voltò verso di me. Il secondo bacio fu più lento. Quando si allontanò, sorrise appena. Massimo non disse nulla. Sonia gli diede una piccola pacca sulla coscia.
«Resta lì.»
Lui obbedì. Si spostò appena, si sedette più indietro, e da quel momento fu solo spettatore.
Rimasi solo con Sonia. Lei tornò a guardarmi.
«Sei ancora sicuro di voler scappare?»
Scossi la testa.
«No.»
«Bene.»
Mi prese delicatamente per il colletto della camicia e lo allentò. Poi arrivarono altri baci, prima leggeri, poi più lunghi. Io sentivo il cuore accelerare e, dall’altra parte del camper, Massimo ci osservava in silenzio, già visibilmente teso.
Sonia mi sbottonò la camicia e i pantaloni. Ogni bottone che cedette lasciò la pelle più scoperta. Mi liberò i boxer e mi prese in mano. Lo sguardo andò prima al mio cazzo, poi al marito.
«Vedi?», disse piano. «È più grosso di te.»
Massimo deglutì. Non rispose.
Lei si inginocchiò e me lo mise in bocca. Lo succhiò lento, profondo, facendo rumore apposta. Una mano mi teneva la base, l’altra mi accarezzava i coglioni. Ogni tanto si staccava, saliva che le filava dal labbro, e si voltava verso Massimo.
«Lui sì che mi fa sentire donna.»
Poi tornò a succhiare, più a fondo, fino a farmi toccare la gola. Io le tenevo i capelli. Lei gemette intorno al mio cazzo e spinse la testa ancora di più.
Quando si alzò, si spogliò tutta. Si mise a cavalcioni su di me, mi guidò dentro e scese tutta d’un colpo. Era stretta, caldissima, già bagnata. Cominciò a muoversi, seni che oscillavano, unghie sulla mia schiena. Ogni tanto si piegava verso Massimo, senza smettere di scoparmi.
«Lo senti quanto è grosso? Mi apre tutta. Tu non arrivi così in fondo.»
Massimo si era già sbottonato. Si accarezzava lento, mascella contratta, gli occhi lucidi.
Sonia cambiò posizione. Si mise a pecora sul letto stretto del camper, il culo alto, e mi tirò dietro di sé.
«Prendimi. Forte. Voglio che lui veda tutto.»
Entrai di nuovo. Le afferrai i fianchi e cominciai a scoparla a colpi lunghi. Lei gemette forte, la faccia rivolta verso il marito.
«Sì… così… lui mi riempie. Mi fa sentire una vera donna, Massimo. Guardami.»
Massimo si alzò, ma lei alzò una mano.
«Ancora no. Resta lì. Guardami mentre vengo sul cazzo di un altro.»
Continuai. Il letto batteva. Sonia venne una prima volta, stretta intorno a me, un urlo rotto. Non mi fermai. La misi sulla schiena, le alzai le gambe, le piegai quasi contro il petto e la scopai più a fondo. Lei teneva lo sguardo su Massimo anche mentre veniva di nuovo.
«Adesso», disse infine, la voce spezzata. «Adesso vieni. Voglio entrambi.»
Massimo si avvicinò. Sonia lo prese in mano, lo succhiò in fretta per bagnarlo e poi si mise di nuovo a pecora. Il marito le si infilò nella figa. Io le sputai sull’ano, le passai le dita, poi spinsi.
Entrò. Lei urlò, piena da tutti e due.
Da quel momento non ci fu più attesa. Massimo le scopava la figa con una fame trattenuta troppo a lungo, io le prendevo il culo. Lei era in mezzo, sudata, i capelli incollati, e continuava a parlare tra un gemito e l’altro.
«Più grosso… più in fondo… riempitemi tutti e due…»
Il ritmo divenne selvaggio. Il camper dondolava. Quando Massimo gemette e si scaricò dentro la vagina, la sentii contrarsi. Io non uscii. Continuai a prenderle il culo finché venii anch’io, a pulsazioni lunghe, riempiendole l’ano.
Restammo così qualche secondo: lui ancora nella figa, io ancora nel culo, il seme di entrambi che già cominciava a colarle.
Poi uscimmo piano.
Sonia si lasciò cadere di fianco. Massimo le si mise dietro, un braccio intorno alla vita. Io mi stesi davanti a lei. Lei mi tirò contro il petto. Tre corpi sudati, respiri ancora corti, gambe intrecciate nel letto troppo stretto.
Nessuno parlò subito.
Lei accarezzò i capelli di Massimo e, con l’altra mano, la mia schiena.
«State qui», mormorò.
Massimo le baciò la spalla. Io le baciai la fronte. Tra le sue gambe colava ancora il doppio creampie, ma l’aria non era più soltanto sesso. Era qualcosa di più quieto, quasi tenero: un triangolo stanco, chiuso in un abbraccio che nessuno sembrava voler sciogliere.
Fuori il lago era nero. Dentro, il camper odorava di corpi e di plastica nuova.
Sonia aprì appena gli occhi, senza guardare nessuno in particolare.
«Domani facciamo colazione», disse. Poi, dopo una pausa, aggiunse: «Poi si vede.»
Massimo non rispose. Io neanche.
Restammo così, senza decidere se quella notte fosse stata un incidente, un inizio, o soltanto una parentesi destinata a chiudersi con il ritorno a casa.
Il due giugno, fuori, era appena cominciato.
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