La fatina
di
Joshua
genere
gay
Nell’anno del Signore MDLXVII, a dì ventisette di maggio, a Firenze, davanti al Magistrato degli Otto di Guardia e Balìa, Lorenzo di fu Matteo da San Gimignano, calzolaio di ventitré anni, fu giudicato per pratiche contro natura.
Ascoltò la sentenza senza muoversi. Non comprese tutte le parole. Comprese quella che contava: dieci anni di galera. Quando gli misero i ferri, qualcuno mormorò: «La Fatina». Fu la prima volta che sentì il nome con cui, d’ora in poi, lo avrebbero chiamato.
Tre settimane dopo arrivò a Livorno. La galera era più grande di quanto avesse immaginato. A bordo, un uomo con una cicatrice sul sopracciglio gli chiese il nome scritto sulla carta e rise quando sentì l’altro. Nardo. Indicò il Prete, poi il Toro, e gli lasciò il soprannome come si lascia un mestiere. Lo fissarono al banco diciassette.
Il remo era ruvido. Il tamburo batté. Firenze, San Gimignano, la bottega del padre divennero piccole e sparirono.
Cosimo, un uomo di Gaeta, lo aveva già misurato con gli occhi. Quella notte, dopo il rancio, gli toccò il braccio come si tocca una fune.
«Vieni. Dietro le botti.»
Lorenzo andò.
L’aria era un pugno caldo: pece bollita, vino andato a male, piedi salati, ruggine, sudore vecchio, piscio, grasso di lana umida. Cosimo lo tirò addosso. Lorenzo sentì il petto peloso e umido schiacciarsi contro le costole, la corda raschiargli la pancia, le mani ruvide di remo affondargli nei fianchi. Il bacio sapeva di cipolla, biscotto e ferro. La barba gli scorticò la bocca. La lingua, calda e spessa, gli portò saliva e sangue dal labbro. Il palmo di Cosimo, salato, gli tirò i capelli.
Lorenzo gli cercò il cazzo fuori dai panni: grosso, venato, viscido in punta, il prepuzio scivoloso di sudore. Se lo strinse con le palme piagate; il bruciore delle croste e il caldo di lui divennero una cosa sola. Cosimo sibilò nel suo collo, dove l’odore era di cavo umido, pelo, aglio, uomo acceso.
Si slacciarono a strappi. L’aria della stiva gli leccò il sesso nudo.
Le catene, fredde, gli mangiavano le caviglie.
«In ginocchio.»
Il legno gli entrò nelle rotule. Odore di botte: rovere acido, vino morto, muffa dolciastra. Cosimo gli piantò il cazzo in bocca fino alla gola. Lorenzo sentì il sapore di sudore e piscio antico, la vena sotto la lingua, il pelo del pube che gli punse le narici, muschio e cipolla, le palle accaldate sul mento. Ogni spinta gli riempiva la faccia. Quando Cosimo ritraeva, un filo viscoso restava teso dal labbro alla punta.
Lo voltò contro la botte. Il legno gli stampò la guancia, impregnato d’aceto. La camicia alzata, l’aria fredda tra le natiche. I pollici gli aprirono il culo, i peli tirarono, lo sputo scese caldo e si raffreddò sulla pelle. Due dita ci affondarono, prima secche, poi più facili, e gli rasparono un punto che gli fece piegare le ginocchia.
Cosimo si unse di saliva e sudore e gli entrò con una spinta sola, fino alle palle. Dolore largo, poi il pieno, il caldo, il pelo che gli sbatté contro la pelle nuda. Lo scopò corto e fondo. Lorenzo slittava, ginocchia scorticate, il cazzo che batteva sulla botte raccogliendo pece. Cosimo glielo afferrò, mano di calli e preseme, e tirò ruvido.
Si mossero come cani.
Cosimo gli leccò la schiena, sudore agro, gli morse la spalla, fiato caldo. Lorenzo gli affondò le unghie nel gluteo umido. L’odore divenne uno: sesso, ferro, uomo.
Lorenzo venne a scosse, seme caldo sulle dita di Cosimo e sul legno, puzzo di castagna e sale. Il culo si chiuse a morsa. Cosimo lo inchiodò e gli sparò dentro, a conate viscose che Lorenzo sentì una a una.
Restarono incastrati.
Tra le cosce colava, e l’aria raffreddò quel filo fino a farlo diventare appiccicoso. Uscì con un suono bagnato. Lo straccio, ruvido d’aceto e sangue secco, gli raschiò le natiche; con lo stesso panno Lorenzo gli pulì il cazzo, ancora teso, viscido del suo dentro. Le mani si toccarono lì, unte, salate.
«Non sei debole.»
Tornarono ai giacigli odorando ancora l’uno dell’altro.
Nardo non aprì gli occhi.
Il mare, una mattina, era troppo bello.
La vedetta gridò alle mezzelune. Quattro navi, forse cinque. Il tamburo divenne corsa. Il primo colpo cadde in acqua, il secondo sventrò il castello di prua, il terzo mandò a fondo uomini ancora incatenati.
Poi l’abbordo: ganci, scafi che si morsero, lame e fumo.
Il comandante morì sul cassero. Le guardie caddero presso l’albero. Nardo fu steso. Il Toro uccise e fu ucciso sul remo. Cosimo sparì dietro una vela in fiamme.
A Lorenzo misero la lama sotto il mento, gli slacciarono la caviglia e gli legarono i polsi. I pochi marinai rimasti in ginocchio furono in parte uccisi sul posto. La galera fu data alle fiamme e cominciò ad affondare.
Giorni di stiva e sete, poi Algeri.
Recinto, denti, braccia, viso alla luce. Il mercato era una piazza a portici. Il banditore lo spinse avanti: giovane, rematore, fiorentino, intero. Un servo alzò due dita per un uomo sui quaranta, barba curata, tessuto fine.
Venduto.
«Sīdī Rashid. Casa grande.»
Chiese dei compagni. L’interprete scosse la testa.
Lo lavarono. Tunica, portone verde, cortile, vasca, arancio. Stanza bianca, brocca, anello al muro. La catena arrivava all’acqua, non alla porta.
La casa si rivelò a pezzi: cibo buono, Malik dalle chiavi, il divieto di correre verso la strada.
Sīdī Rashid lo interrogò.
Mestiere: calzolaio.
Perché la galera: per un uomo.
Non rise. Annotò.
Poi comparvero una tunica più lunga, il kohl, un pettine d’osso. L’interprete disse che il padrone odiava ciò che stava in mezzo.
Lorenzo sentì di volerlo.
Disse di sì.
Il nome fu Layla.
Notte.
Il medico del palazzo parlò chiaro: non poteva far nascere una donna, poteva spegnere un uomo. Le avrebbe tolto il seme e il peso virile; restavano la bocca, il cavo, un resto sensibile, le erbe per la pelle e la barba.
Layla accettò.
Ferro, fuoco e filo dietro la cucina, dolore bianco, due giorni di febbre. Corpo quieto in mezzo, cicatrice netta, niente da versare. Poi il filo sulle gambe, i capelli lunghi, la veste tagliata a fingere un morbido.
Sīdī Rashid la riprese quando poté essere toccata.
La stanza interna odorava di rosa, di carbone del braciere, di sandalo e d’olio caldo. Le lampade facevano luce gialla; le gelosie tagliavano il giorno a strisce. Layla stava già in ginocchio, palmi sulle cosce rasate, kohl umido, capelli all’olio di limone.
Il cenno era legge.
Due dita: lei gli slacciava i pantaloni di lino, gli prendeva il cazzo, lavato e profumato di muschio e di pelle tenuta al fresco, e se lo passava sulle labbra. Lo sentiva vellutato in punta, più ruvido alla vena. Lo leccava dalla radice, dove l’odore era più fitto, fino alla fessura salata. Poi se lo cacciava in gola. Le lacrime le scioglievano il kohl. Il naso le si schiacciava contro il ventre rasato, rosa e sudore pulito.
Lui le teneva la testa, anelli freddi tra i capelli, e le scopava la bocca, uscendo solo per lasciarle il filo di saliva teso sul petto piatto. Quando veniva, le riempiva la gola di seme denso, tiepido, castagna e fiori; oppure le sparava sul viso, bianco sul kohl nero, caldo che raffreddava e le tirava la pelle. Lei raccoglieva con le dita e se lo rimetteva in lingua.
Sul letto i cuscini odoravano di rosa secca. Lui le alzava la veste, le apriva le natiche e guardava la cicatrice, la pelle rasata, il buco già umido. Versava olio tiepido; scivolava lungo la fessura e le faceva rabbrividire le cosce.
Il pollice, due dita, poi il cazzo in una spinta che le spezzava il respiro. Nello specchio di metallo lui era scuro sulle sue natiche chiare, le palle che battevano a ogni fondo. Lei sentiva le vene passarle dentro, l’olio schioccare, la seta ruvida del cuscino sulla guancia.
Si toccava davanti quel resto che il medico le aveva lasciato, piega viva sotto l’olio, e veniva stringendolo, singhiozzo alto, cosce che tremavano. Lui la sfondeva ancora, le sparava dentro, restava piantato. Quando usciva, l’aria le toccava il buco aperto e il seme colava lento sul lino.
A cavalcioni gli chiudeva i polsi dietro la schiena. Lei saliva e scendeva vedendosi nello specchio: petto piatto lucido, capelli incollati, cicatrice che appariva e spariva, bocca aperta. Lui le mordeva il collo, le sputava tra i seni finti.
Supina, le piegava le ginocchia alle spalle; lei vedeva il proprio ventre, il kohl smezzato, lui sopra con la barba curata. Il pollice sulla ferita chiusa, l’altra mano alla gola. A volte la teneva aperta dopo aver venuto e guardava il bianco uscire filo a filo. A volte le rimetteva il cazzo in bocca ancora lucido del suo culo, e lei ne prendeva l’olio, la rosa, il seme, la pelle, fino in gola.
Quando c’era un ospite, lo stesso cenno la prestava.
Un altro odore si aggiungeva al tappeto: tabacco, cavallo, un seme diverso. Layla si inginocchiava tra due uomini o si stendeva mentre il padrone fumava e il narghilè faceva bolle.
All’alba l’acqua della vasca le toglieva il sale dalle labbra e l’olio dalle cosce. Restava la rosa nei capelli.
Passarono i mesi senza che lei li contasse.
I capelli le arrivarono alle spalle, la voce si posò più in basso da sola, il kohl non le sembrò più pittura: le sembrò faccia. Imparò naʿam e mawlāy e, una mattina, Malik le parlò senza chiamare l’interprete.
Lei capì.
Non tutto. Abbastanza.
In cucina le diedero un pezzo di marocchino e un leso: Sīdī Rashid voleva una ciabatta più morbida al tallone. Layla si sedette come nella bottega del padre, il cuoio al naso, quel tanfo vivo, animale, che a San Gimignano le era stato casa, e per un attimo fu Lorenzo che cuciva.
Poi guardò le proprie mani depilate, l’anello sottile alla caviglia, la veste aperta sulle ginocchia, e cucì lo stesso, con una precisione che fece annuire Malik.
Sīdī Rashid tenne i piedi in grembo a lei più a lungo del bisogno. La ciabatta gli calzava senza tagliare il tallone. Guardò il cuoio, poi il petto piatto sotto la veste, poi Malik.
Il medico tornò due giorni dopo, con un sarto del harem e una scatola di bambagia pettinata, tela fine, un vasetto d’unguento di fieno greco e finocchio, spezie da nutrice, disse, che svegliano ciò che il ferro ha spento.
Non promise un grembo.
Promise un’ombra.
Layla si lasciò misurare.
Le unzioni, mattina e sera, le scaldavano la pelle. Il cibo le fu aumentato di mandorle e latte. In tre settimane il petto non divenne seno: divenne meno da rematore. Due rialzi bassi, appena un dubbio sotto il capezzolo, visibili solo se lei alzava le braccia o se la lampada la prendeva di taglio.
Il sarto fece il resto.
Cucì nella veste due sacchetti di bambagia sottilissimi, tagliati a pera, fermati in modo che non ballassero. A vestita, la linea era quella di una ragazza magra. A nuda restava la verità: un palmo di morbidezza nuova e, sotto, lo sterno del banco diciassette.
Layla si guardò nello specchio di metallo e rise, bassa, incredula.
Non era un corpo nato.
Era un premio.
Quella sera Sīdī Rashid le sfilò la veste da solo, le passò il dorso della mano su quel poco che c’era e fece dire che le scarpe avevano pagato il petto. Poi le mise la bocca lì, dove la pelle era più calda dall’unguento.
Layla tenne la testa alta per vedere, nello specchio, quella curva minima che a Firenze non avrebbe mai osato pretendere. Dormì con una mano sul costato, toccando il niente che le era stato concesso.
Le bastava.
Era appena visibile.
Era suo.
La moglie la vide una volta sola, oltre una tenda del secondo cortile. Non disse nulla. Lo sguardo bastò: non era odio da rivale, era il peso di una casa in cui le donne nate e le donne fatte non stavano nello stesso conto.
Layla abbassò gli occhi.
Quella notte, mentre lui la teneva ancora dentro e il seme le scendeva caldo, pensò a quello sguardo e lo tenne da parte, come si tiene una spina in un frutto troppo dolce.
Sognò la galera solo due volte.
La prima sentì la pece, le palme aperte, il tamburo. La seconda vide Cosimo voltarsi dietro la vela e Nardo che non apriva gli occhi.
Si svegliò col cuore di remo, l’odore della stiva in gola.
Sīdī Rashid dormiva.
Lei posò la bocca sulla sua spalla, respirò la rosa e il tamburo si spense.
Non voleva tornare.
Voleva soltanto che i morti le lasciassero la stanza.
Lui decideva l’ora, il buco, se quella notte era gola, culo, spettacolo o silenzio.
Lei decideva una cosa sola: restare.
Lo decideva ogni volta che apriva le ginocchia, ogni volta che rispondeva mawlāy, ogni volta che lo specchio le restituiva Layla e non il calzolaio.
La felicità arrivò senza canzoni.
Arrivò nel couscous alla cannella, nell’acqua, nel non sentire più il tamburo se non in sogno, nel pettine, nel limone oltre la gelosia, nei cuscini, nelle caviglie senza ferro, nel cuoio ritrovato, in due parole arabe che erano già sue, in quel poco di petto pagato con una ciabatta, nel sapore di lui in bocca quando si addormentava.
A Firenze aveva sognato una stanza chiusa e un ragazzo senza nome.
Qui aveva un palazzo, uno specchio, un letto, un mestiere ridotto a scarpa, uno sguardo di donna oltre una tenda e un uomo che la voleva così: non nonostante, perché.
Di notte, pulita col lino, contro la sua schiena o ai piedi del materasso, si toccava i capelli, la cicatrice e quella curva minima e ci trovava una porta.
Sorrideva nel buio.
Non era libera.
Era sua.
E essere chiamata, vestita, scopata e tenuta per ciò che si sentiva, con tutte le spine che il frutto portava dentro, le sembrava più di quanto avesse mai osato desiderare nella bottega di San Gimignano.
Fuori, Algeri faceva rumore.
Dentro, Layla si addormentava saziata, con l’odore del padrone sui polsi e la certezza quieta di essere, infine, al proprio posto.
Ascoltò la sentenza senza muoversi. Non comprese tutte le parole. Comprese quella che contava: dieci anni di galera. Quando gli misero i ferri, qualcuno mormorò: «La Fatina». Fu la prima volta che sentì il nome con cui, d’ora in poi, lo avrebbero chiamato.
Tre settimane dopo arrivò a Livorno. La galera era più grande di quanto avesse immaginato. A bordo, un uomo con una cicatrice sul sopracciglio gli chiese il nome scritto sulla carta e rise quando sentì l’altro. Nardo. Indicò il Prete, poi il Toro, e gli lasciò il soprannome come si lascia un mestiere. Lo fissarono al banco diciassette.
Il remo era ruvido. Il tamburo batté. Firenze, San Gimignano, la bottega del padre divennero piccole e sparirono.
Cosimo, un uomo di Gaeta, lo aveva già misurato con gli occhi. Quella notte, dopo il rancio, gli toccò il braccio come si tocca una fune.
«Vieni. Dietro le botti.»
Lorenzo andò.
L’aria era un pugno caldo: pece bollita, vino andato a male, piedi salati, ruggine, sudore vecchio, piscio, grasso di lana umida. Cosimo lo tirò addosso. Lorenzo sentì il petto peloso e umido schiacciarsi contro le costole, la corda raschiargli la pancia, le mani ruvide di remo affondargli nei fianchi. Il bacio sapeva di cipolla, biscotto e ferro. La barba gli scorticò la bocca. La lingua, calda e spessa, gli portò saliva e sangue dal labbro. Il palmo di Cosimo, salato, gli tirò i capelli.
Lorenzo gli cercò il cazzo fuori dai panni: grosso, venato, viscido in punta, il prepuzio scivoloso di sudore. Se lo strinse con le palme piagate; il bruciore delle croste e il caldo di lui divennero una cosa sola. Cosimo sibilò nel suo collo, dove l’odore era di cavo umido, pelo, aglio, uomo acceso.
Si slacciarono a strappi. L’aria della stiva gli leccò il sesso nudo.
Le catene, fredde, gli mangiavano le caviglie.
«In ginocchio.»
Il legno gli entrò nelle rotule. Odore di botte: rovere acido, vino morto, muffa dolciastra. Cosimo gli piantò il cazzo in bocca fino alla gola. Lorenzo sentì il sapore di sudore e piscio antico, la vena sotto la lingua, il pelo del pube che gli punse le narici, muschio e cipolla, le palle accaldate sul mento. Ogni spinta gli riempiva la faccia. Quando Cosimo ritraeva, un filo viscoso restava teso dal labbro alla punta.
Lo voltò contro la botte. Il legno gli stampò la guancia, impregnato d’aceto. La camicia alzata, l’aria fredda tra le natiche. I pollici gli aprirono il culo, i peli tirarono, lo sputo scese caldo e si raffreddò sulla pelle. Due dita ci affondarono, prima secche, poi più facili, e gli rasparono un punto che gli fece piegare le ginocchia.
Cosimo si unse di saliva e sudore e gli entrò con una spinta sola, fino alle palle. Dolore largo, poi il pieno, il caldo, il pelo che gli sbatté contro la pelle nuda. Lo scopò corto e fondo. Lorenzo slittava, ginocchia scorticate, il cazzo che batteva sulla botte raccogliendo pece. Cosimo glielo afferrò, mano di calli e preseme, e tirò ruvido.
Si mossero come cani.
Cosimo gli leccò la schiena, sudore agro, gli morse la spalla, fiato caldo. Lorenzo gli affondò le unghie nel gluteo umido. L’odore divenne uno: sesso, ferro, uomo.
Lorenzo venne a scosse, seme caldo sulle dita di Cosimo e sul legno, puzzo di castagna e sale. Il culo si chiuse a morsa. Cosimo lo inchiodò e gli sparò dentro, a conate viscose che Lorenzo sentì una a una.
Restarono incastrati.
Tra le cosce colava, e l’aria raffreddò quel filo fino a farlo diventare appiccicoso. Uscì con un suono bagnato. Lo straccio, ruvido d’aceto e sangue secco, gli raschiò le natiche; con lo stesso panno Lorenzo gli pulì il cazzo, ancora teso, viscido del suo dentro. Le mani si toccarono lì, unte, salate.
«Non sei debole.»
Tornarono ai giacigli odorando ancora l’uno dell’altro.
Nardo non aprì gli occhi.
Il mare, una mattina, era troppo bello.
La vedetta gridò alle mezzelune. Quattro navi, forse cinque. Il tamburo divenne corsa. Il primo colpo cadde in acqua, il secondo sventrò il castello di prua, il terzo mandò a fondo uomini ancora incatenati.
Poi l’abbordo: ganci, scafi che si morsero, lame e fumo.
Il comandante morì sul cassero. Le guardie caddero presso l’albero. Nardo fu steso. Il Toro uccise e fu ucciso sul remo. Cosimo sparì dietro una vela in fiamme.
A Lorenzo misero la lama sotto il mento, gli slacciarono la caviglia e gli legarono i polsi. I pochi marinai rimasti in ginocchio furono in parte uccisi sul posto. La galera fu data alle fiamme e cominciò ad affondare.
Giorni di stiva e sete, poi Algeri.
Recinto, denti, braccia, viso alla luce. Il mercato era una piazza a portici. Il banditore lo spinse avanti: giovane, rematore, fiorentino, intero. Un servo alzò due dita per un uomo sui quaranta, barba curata, tessuto fine.
Venduto.
«Sīdī Rashid. Casa grande.»
Chiese dei compagni. L’interprete scosse la testa.
Lo lavarono. Tunica, portone verde, cortile, vasca, arancio. Stanza bianca, brocca, anello al muro. La catena arrivava all’acqua, non alla porta.
La casa si rivelò a pezzi: cibo buono, Malik dalle chiavi, il divieto di correre verso la strada.
Sīdī Rashid lo interrogò.
Mestiere: calzolaio.
Perché la galera: per un uomo.
Non rise. Annotò.
Poi comparvero una tunica più lunga, il kohl, un pettine d’osso. L’interprete disse che il padrone odiava ciò che stava in mezzo.
Lorenzo sentì di volerlo.
Disse di sì.
Il nome fu Layla.
Notte.
Il medico del palazzo parlò chiaro: non poteva far nascere una donna, poteva spegnere un uomo. Le avrebbe tolto il seme e il peso virile; restavano la bocca, il cavo, un resto sensibile, le erbe per la pelle e la barba.
Layla accettò.
Ferro, fuoco e filo dietro la cucina, dolore bianco, due giorni di febbre. Corpo quieto in mezzo, cicatrice netta, niente da versare. Poi il filo sulle gambe, i capelli lunghi, la veste tagliata a fingere un morbido.
Sīdī Rashid la riprese quando poté essere toccata.
La stanza interna odorava di rosa, di carbone del braciere, di sandalo e d’olio caldo. Le lampade facevano luce gialla; le gelosie tagliavano il giorno a strisce. Layla stava già in ginocchio, palmi sulle cosce rasate, kohl umido, capelli all’olio di limone.
Il cenno era legge.
Due dita: lei gli slacciava i pantaloni di lino, gli prendeva il cazzo, lavato e profumato di muschio e di pelle tenuta al fresco, e se lo passava sulle labbra. Lo sentiva vellutato in punta, più ruvido alla vena. Lo leccava dalla radice, dove l’odore era più fitto, fino alla fessura salata. Poi se lo cacciava in gola. Le lacrime le scioglievano il kohl. Il naso le si schiacciava contro il ventre rasato, rosa e sudore pulito.
Lui le teneva la testa, anelli freddi tra i capelli, e le scopava la bocca, uscendo solo per lasciarle il filo di saliva teso sul petto piatto. Quando veniva, le riempiva la gola di seme denso, tiepido, castagna e fiori; oppure le sparava sul viso, bianco sul kohl nero, caldo che raffreddava e le tirava la pelle. Lei raccoglieva con le dita e se lo rimetteva in lingua.
Sul letto i cuscini odoravano di rosa secca. Lui le alzava la veste, le apriva le natiche e guardava la cicatrice, la pelle rasata, il buco già umido. Versava olio tiepido; scivolava lungo la fessura e le faceva rabbrividire le cosce.
Il pollice, due dita, poi il cazzo in una spinta che le spezzava il respiro. Nello specchio di metallo lui era scuro sulle sue natiche chiare, le palle che battevano a ogni fondo. Lei sentiva le vene passarle dentro, l’olio schioccare, la seta ruvida del cuscino sulla guancia.
Si toccava davanti quel resto che il medico le aveva lasciato, piega viva sotto l’olio, e veniva stringendolo, singhiozzo alto, cosce che tremavano. Lui la sfondeva ancora, le sparava dentro, restava piantato. Quando usciva, l’aria le toccava il buco aperto e il seme colava lento sul lino.
A cavalcioni gli chiudeva i polsi dietro la schiena. Lei saliva e scendeva vedendosi nello specchio: petto piatto lucido, capelli incollati, cicatrice che appariva e spariva, bocca aperta. Lui le mordeva il collo, le sputava tra i seni finti.
Supina, le piegava le ginocchia alle spalle; lei vedeva il proprio ventre, il kohl smezzato, lui sopra con la barba curata. Il pollice sulla ferita chiusa, l’altra mano alla gola. A volte la teneva aperta dopo aver venuto e guardava il bianco uscire filo a filo. A volte le rimetteva il cazzo in bocca ancora lucido del suo culo, e lei ne prendeva l’olio, la rosa, il seme, la pelle, fino in gola.
Quando c’era un ospite, lo stesso cenno la prestava.
Un altro odore si aggiungeva al tappeto: tabacco, cavallo, un seme diverso. Layla si inginocchiava tra due uomini o si stendeva mentre il padrone fumava e il narghilè faceva bolle.
All’alba l’acqua della vasca le toglieva il sale dalle labbra e l’olio dalle cosce. Restava la rosa nei capelli.
Passarono i mesi senza che lei li contasse.
I capelli le arrivarono alle spalle, la voce si posò più in basso da sola, il kohl non le sembrò più pittura: le sembrò faccia. Imparò naʿam e mawlāy e, una mattina, Malik le parlò senza chiamare l’interprete.
Lei capì.
Non tutto. Abbastanza.
In cucina le diedero un pezzo di marocchino e un leso: Sīdī Rashid voleva una ciabatta più morbida al tallone. Layla si sedette come nella bottega del padre, il cuoio al naso, quel tanfo vivo, animale, che a San Gimignano le era stato casa, e per un attimo fu Lorenzo che cuciva.
Poi guardò le proprie mani depilate, l’anello sottile alla caviglia, la veste aperta sulle ginocchia, e cucì lo stesso, con una precisione che fece annuire Malik.
Sīdī Rashid tenne i piedi in grembo a lei più a lungo del bisogno. La ciabatta gli calzava senza tagliare il tallone. Guardò il cuoio, poi il petto piatto sotto la veste, poi Malik.
Il medico tornò due giorni dopo, con un sarto del harem e una scatola di bambagia pettinata, tela fine, un vasetto d’unguento di fieno greco e finocchio, spezie da nutrice, disse, che svegliano ciò che il ferro ha spento.
Non promise un grembo.
Promise un’ombra.
Layla si lasciò misurare.
Le unzioni, mattina e sera, le scaldavano la pelle. Il cibo le fu aumentato di mandorle e latte. In tre settimane il petto non divenne seno: divenne meno da rematore. Due rialzi bassi, appena un dubbio sotto il capezzolo, visibili solo se lei alzava le braccia o se la lampada la prendeva di taglio.
Il sarto fece il resto.
Cucì nella veste due sacchetti di bambagia sottilissimi, tagliati a pera, fermati in modo che non ballassero. A vestita, la linea era quella di una ragazza magra. A nuda restava la verità: un palmo di morbidezza nuova e, sotto, lo sterno del banco diciassette.
Layla si guardò nello specchio di metallo e rise, bassa, incredula.
Non era un corpo nato.
Era un premio.
Quella sera Sīdī Rashid le sfilò la veste da solo, le passò il dorso della mano su quel poco che c’era e fece dire che le scarpe avevano pagato il petto. Poi le mise la bocca lì, dove la pelle era più calda dall’unguento.
Layla tenne la testa alta per vedere, nello specchio, quella curva minima che a Firenze non avrebbe mai osato pretendere. Dormì con una mano sul costato, toccando il niente che le era stato concesso.
Le bastava.
Era appena visibile.
Era suo.
La moglie la vide una volta sola, oltre una tenda del secondo cortile. Non disse nulla. Lo sguardo bastò: non era odio da rivale, era il peso di una casa in cui le donne nate e le donne fatte non stavano nello stesso conto.
Layla abbassò gli occhi.
Quella notte, mentre lui la teneva ancora dentro e il seme le scendeva caldo, pensò a quello sguardo e lo tenne da parte, come si tiene una spina in un frutto troppo dolce.
Sognò la galera solo due volte.
La prima sentì la pece, le palme aperte, il tamburo. La seconda vide Cosimo voltarsi dietro la vela e Nardo che non apriva gli occhi.
Si svegliò col cuore di remo, l’odore della stiva in gola.
Sīdī Rashid dormiva.
Lei posò la bocca sulla sua spalla, respirò la rosa e il tamburo si spense.
Non voleva tornare.
Voleva soltanto che i morti le lasciassero la stanza.
Lui decideva l’ora, il buco, se quella notte era gola, culo, spettacolo o silenzio.
Lei decideva una cosa sola: restare.
Lo decideva ogni volta che apriva le ginocchia, ogni volta che rispondeva mawlāy, ogni volta che lo specchio le restituiva Layla e non il calzolaio.
La felicità arrivò senza canzoni.
Arrivò nel couscous alla cannella, nell’acqua, nel non sentire più il tamburo se non in sogno, nel pettine, nel limone oltre la gelosia, nei cuscini, nelle caviglie senza ferro, nel cuoio ritrovato, in due parole arabe che erano già sue, in quel poco di petto pagato con una ciabatta, nel sapore di lui in bocca quando si addormentava.
A Firenze aveva sognato una stanza chiusa e un ragazzo senza nome.
Qui aveva un palazzo, uno specchio, un letto, un mestiere ridotto a scarpa, uno sguardo di donna oltre una tenda e un uomo che la voleva così: non nonostante, perché.
Di notte, pulita col lino, contro la sua schiena o ai piedi del materasso, si toccava i capelli, la cicatrice e quella curva minima e ci trovava una porta.
Sorrideva nel buio.
Non era libera.
Era sua.
E essere chiamata, vestita, scopata e tenuta per ciò che si sentiva, con tutte le spine che il frutto portava dentro, le sembrava più di quanto avesse mai osato desiderare nella bottega di San Gimignano.
Fuori, Algeri faceva rumore.
Dentro, Layla si addormentava saziata, con l’odore del padrone sui polsi e la certezza quieta di essere, infine, al proprio posto.
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