La sottile linea rossa

di
genere
dominazione

Il nostro rapporto non ha nulla di normale; non l’ha mai avuto, forse perchè nessuno lo definirebbe un rapporto.

E’ una dose di eroina che ci iniettiamo a vicenda, ogni volta che ne sentiamo il bisogno.

Sono io che decido tutto, quando, dove, come, quanto: e per un pò questo mi ha illuso che l’unica schiava fossi tu, l’unica dipendenza fosse la tua, ma mi sbagliavo.

Non ricordo chi disse: “Ogni uomo dovrebbe avere una brava moglie in casa, e una splendida troia nel letto”.

Mia moglie è sempre stata una troia, ma quel giorno di sette anni fa ho capito che non mi bastava, che ne volevo avere due.

Tutti gli uomini avrebbero diritto ad averne due.

Quella sera, a cena da noi, hai svegliato il predatore che è in me e che mia moglie era riuscito a tenere in gabbia a suon di sesso furibondo e senza regole.

Mi guardavi con uno sguardo poco equivocabile fin dall’inizio, poi vedendoti un attimo in disparte in salotto mi sono avvicinato, e l’ho sentito: profumavi di un desiderio esplosivo che copriva ogni profumo da discount che ti eri messa addosso.

Profumavi della troia in calore che sei.

Scesi con te in ascensore a fine serata, con la scusa di gettare l’immondizia: premetti il tasto STOP, ti baciai sul collo e ti detti un morso, come a mettere subito in chiaro chi era lo stallone e chi la giumenta; ti sussurrai una semplice parola.

“Inginocchiati”.

Da quel momento il nostro parlare è scarso, semplice, diretto.

“Apri”. Le quattro lettere che scrivo sapendoti in casa, in astinenza, pronta.

So che quella parola fa aprire ben più della sola porta di casa; fa aprire il vaso dei tuoi ormoni, la cesta delle tue fantasie, le paratie della diga che contengono il fiume vorticoso che hai tra le gambe.

“Apri” e mi fai entrare velocemente, i primi tempi guardavi furtiva in strada se qualcuno ci stava vedendo; da brava mogliettina devota che non vuole che si infanghi il rispetto della famigliola felice.

Amo il rituale del nostro caffè preso in piedi in cucina, ti tremano le mani mentre lo prepari, ancora, dopo sette anni.

Amo quel senso di potere che esercito su di te, mi sento un dio, un domatore di leonesse, un sergente di ferro davanti a una recluta, un puparo siciliano con la marionetta della principessa Angelica.

Io parlo, tu obbedisci: io faccio un gesto, tu ti muovi di conseguenza.

MI piace tutto del tuo corpo burroso, il tuo viso da monella, il tuo seno generoso, i tuoi fianchi pieni e il culo che si plasma nelle mie mani.

Mi piacciono i tuoi piedi, li trovo genuini, senza smancerie; sanno di piedi, come dovrebbe essere.

Ma non mi piace null’altro di te, del tuo carattere, della tua vita, dei tuoi interessi. Neppure la tua voce mi piace, anzi, mi infastidisce.

Ma da quando mai debbono piacere queste cose nella troia che un uomo sceglie di avere?

“Vieni”. Cinque lettere scandite e decise: dalla cucina ci spostiamo sul divano, mi segui e sento benissimo che ti stai bagnando, l’odore di fica e di mutandine sintetiche fradicie si allarga nella stanza, copre per fortuna la puzza di quelle stupide candele profumate che ogni volta accendi per rendere l’atmosfera più intima.

Dopo sette anni non hai ancora capito che io vengo qua solo a portarti la tua dose di eroina, ce la iniettiamo assieme, e null’altro.

Mi arrotolo le maniche della camicia sedendomi sul divano, un gesto che sembra farti impazzire, che è diventato il mio comando non verbale.

In ginocchio sul pavimento ti sporgi in avanti e senza staccare gli occhi dai miei mi sbottoni i pantaloni, e me lo tiri fuori.

Dio come adoro quel momento in cui ti illudi di trovarlo duro e voglioso di te, e invece devi conquistarti con bravura la mia erezione, il mio turgore che ti riempia la bocca.

Non sono la nullità di tuo marito che ti scodinzola dietro tutto il giorno, che è sempre in tiro per te, che ti monta come un toro, a tuo dire, anche due o tre volte di seguito.

Ogni volta che ti scopa mi rende più potente, più indispensabile, più padrone; lui crolla addormentato e convinto di aver fatto l’amore con te fino a soddisfarti, in realtà tu lo hai solo chiavato brutalmente immaginandoti che ci sia io al suo posto.

Lo ammetto, sei una pompinara eccellente: non avrei mai detto che potessi essere migliore della mia Sissi, e mai te lo direi.

Ma le tue labbra sembrano disegnate apposta per avvolgere la mia cappella, far scivolare fuori il glande percorrendo quello scalino oltre cui inizia la mia asta.

La fai scivolare dentro la tua bocca, mentre la lingua solletica la zona del frenulo, passandoci sopra e di lato con pressione giusta e variabile.

Vedo scomparire metà dei miei diciassette centimetri prima che i tuoi occhi mi comunichino che sei senza fiato; e per un attimo ti lascio respirare.

Poi con la mano raccolgo i tuoi capelli in uno chignon improvvisato, te l’appoggio sulla nuca e inizio a tirarti a me.

Dieci centimetri sono scomparsi quando iniziano a scenderti le prime lacrime per lo sforzo.

“Devi prenderlo tutto, puttana” dico deciso sapendo di sprecare parole, perchè tu lo vuoi tutto e affogheresti del mio cazzo pur di averne ancora, e ancora.

Ma non esagero mai , perchè ricordo quella volta che ti dissi: “Sissi lo fa sparire tutto”, e tu per rivalsa arrivasti a baciarmi il ventre per poi avere un conato di vomito che ti sconquassò l’anima.

Non mi interessa durare molto, mi interessa solo essere io a decidere quanto durare, e dove venire.

Sono sette anni che mi faccio spompinare da te, e non siamo mai andati oltre. Questa cosa ti fa impazzire, e nessun altro uomo ci riuscirebbe.

Io ho tirato una linea rossa oltre la quale non andremo mai; molte volte ho pensato di girarti prona sul divano e servirmi tutti i pasti che un corpo come il tuo potrebbe darmi.

Troverei tutto apparecchiato e pronto; il tuo clitoride gonfio e prominente immerso in due labbra cosi’ sottili e magre, oppure il tuo ano rugoso e sudaticcio ma a detta tua accogliente ed elastico grazie agli sforzi del maritino.

“Scopami”, mi hai detto una volta in cui hai perso il controllo, mi sei salita sulle ginocchia sollevandoti il vestito e mostranomi il tuo monte di Venere ben curato, con una striscetta di peluria morbida e la tua quarta di seno invitante.

E’ stata la prima e l’ultima volta che ti sei ribellata, che hai alzato il capo dalla condizione di schiavitù in cui versi.

Volevo schiaffeggiarti, ma avrei ceduto alla debolezza.

“Vestiti, scema” ho detto, e ti ho gettata di lato sul divano, alzandomi e rivestendomi; prima di uscire ho preso il portafogli, ne ho estratto una banconota e te l’ho gettata addosso mentre eri ancora rannicchiata sul divano a piagnucolare. E’ stato un gesto forte, offensivo, violento, lo so. Ma volevo farti capire quale sia il tuo ruolo, una volta per tutte.

“Che non accada mai più” ho concluso chiudendomi la porta alle spalle.

Di solito sei una puttanella obbediente: lavori pazeintemente con le labbra aspettando che diventi duro e venoso nella tua bocca, mi guardi e trovi sempre la mia approvazione.

Sei brava, ma non esagero mai con i complimenti; la tua soddisfazione sono i miei grugniti di piacere che si fanno via via più intensi e profondi, il mio fermarti ogni tanto quando sento che la fine giunge troppo presto.

Il pasto va gustato con calma, la fretta è nemica del vero piacere; capitano volte in cui al risveglio ho scopato con mia moglie, e il desiderio è meno forte e l’impulso a venire più lento.

So che sono le volte che preferisci, che ti da' maggiore soddisfazione: cancelli con la tua saliva e la tua lingua il profumo irrancidito della fica di Sissi, volutamente lasciato sul mio cazzo se so che passerò da te.

Sei come quelle cagne che pisciano agli angoli per coprire l’odore delle altre rivali.

Io faccio lo stesso con te, perchè so benissimo che in quella bocca abile trova piacere il tuo marito cornuto, ma so anche che a lui non concedi mai il privilegio di venirti in bocca ingoiando il suo seme.

Quando sto per venire mi fermo sempre, qualche attimo, togliendoti l’asta dalle mani e dalle labbra per valutare dove finire.

Ti lancio uno sguardo interrogativo, fingendo che i tuoi desideri mi interessino, o che spostino la mia decisione.

Ma tutto dipende solo da quanto mi sento pieno; se Sissi ha fatto la brava mogliettina al mattino, so che non potrò regalarti una sborrata memorabile, e sicuramente preferisco venirti in quella bocca che apri come un pulcino quando vede il verme in bocca alla madre.

Ma se la mia astinenza supera le 24 ore, ho sempre la tentazione di imbiancare i tuoi seni con una colata densa, calda e gratificante.

Anche se, lo confesso, il tuo mostrarmi il bolo bianco sulla tua lingua che poi sparisce in un unico singulto mi fa sentire così potente.

Sono l’uomo che ha una brava moglie per casa, una troia nel letto, e un’altra splendida puttana fuori casa.

Quello che ogni uomo avrebbe il diritto di avere.
scritto il
2026-08-28
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