Stupida vacca - capitolo 3
di
Dawizarr
genere
dominazione
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Serena aveva passato quasi una settimana intera con il terzo capitolo del libro aperto sul tavolo.
Le parole erano più lunghe, più ostili. Aveva sottolineato ventiquattro termini. Alcuni li aveva cercati tre volte perché la definizione le scivolava via dalla testa come acqua. Aveva scritto le spiegazioni su un foglio a righe, con la grafia un po’ infantile che le restava quando era nervosa. Ogni volta che rileggeva quello che aveva appuntato si sentiva piccola e, allo stesso tempo, stranamente protetta da quella piccolezza.
Il marito, quella settimana, era stato come sempre. Rientrava, si toglieva le scarpe nell’ingresso lasciandole storte, chiedeva cosa c’era da mangiare, cenava guardando il telefono, poi si piantava sul divano. Una sera aveva allungato una mano verso il seno di Serena mentre lei passava, un gesto automatico, senza neanche alzare gli occhi dallo schermo. Lei si era lasciata fare per abitudine. Durò meno di due minuti. Quando lui ebbe finito, lei andò in bagno e si lavò con movimenti lenti, guardandosi allo specchio. Il seno portava ancora il segno leggero delle sue dita goffe. Pensò, per la prima volta con una chiarezza che le fece male, che Stefano non l’avrebbe mai toccata in quel modo. Non senza guardarla.
Il pensiero la fece arrossire di vergogna e di qualcos’altro.
Quando Stefano suonò al citofono, Serena aveva già il cuore in gola. Indossava una vestitino leggero, senza reggiseno e senza mutandine, come le aveva ordinato. Il tessuto le aderiva al seno pesante e le scivolava tra le cosce ogni volta che faceva un passo. Si sentiva volgare e obbediente insieme.
Stefano entrò. Chiuse la porta con calma. Era alto, massiccio, la barba chiara curata, gli occhi verdi che la presero intera in un solo sguardo. Questa volta non posò nulla sul tavolo. Si tolse solo la giacca e la mise sullo schienale della sedia.
«Vestito» disse. La voce era bassa, quasi affettuosa. «Toglilo.»
Serena esitò un solo secondo. Poi alzò le mani, si sfilò il vestito e restò nuda in cucina, a piedi nudi sul pavimento fresco. L’aria le toccò la pelle. Il seno, pesante, scese appena. Il ventre non era più piatto da anni. Le cosce si toccavano. Si sentì improvvisamente esposta in un modo nuovo, più crudo.
Stefano la guardò a lungo, senza parlare. Fece un giro lento intorno a lei. Serena sentiva lo sguardo come una mano.
«Fisico che poteva essere gradevole» mormorò alla fine, quasi a se stesso. «Seno pieno, fianchi da donna. Ma trascurato. Appesantito. Lasciato andare.» Si fermò davanti a lei e le sollevò il mento con due dita. «Nessuno ti ha mai detta di tenerti meglio, vero?»
Serena scosse la testa in silenzio.
«Parla.»
«No. Nessuno.»
«Tuo marito non ti guarda abbastanza per accorgersene. O non gli importa.» La frase fu detta con dolcezza, quasi con compassione. «Ti usa quando gli gira, poi torna al telefono. Ti ha ridotta a una cosa comoda. Una casalinga modesta che tiene la casa e apre le gambe quando serve.»
Serena abbassò gli occhi. Qualcosa di caldo e brutto le si mosse dentro. Voleva difendere il marito per abitudine, ma le parole non le uscirono. Stefano glielo notò.
«Non serve che lo difendi. Non con me.» Le accarezzò una guancia con il dorso delle dita. «Adesso sul tavolo. A novanta. Gomiti sul legno, culo fuori.»
Serena obbedì. Si piegò sul tavolo della cucina, il seno che si schiacciava contro la superficie liscia, le chiappe esposte. Si sentiva volgare, aperta, ridicola. Stefano le sistemò i piedi un po’ più larghi con una pressione leggera sulla caviglia.
«Così. Resta.»
Prese il foglio delle definizioni e il libro. Si sedette sulla sedia dietro di lei, tanto vicino che Serena sentiva il calore delle sue gambe.
«Inizia. Prima parola.»
Serena lesse. La voce le usciva un po’ strozzata per la posizione. Ogni volta che sbagliava il senso di un termine, Stefano la correggeva con calma. Ogni volta che la correzione era particolarmente grossolana, una mano grande le posava una pacca secca su una chiappa. Non forte. Sufficiente a farle ricordare dove stava.
Alla quinta parola, mentre lei stava spiegando «inconsistente» con frasi goffe, Stefano parlò.
«Tuo marito userebbe mai una parola del genere?»
Serena esitò. «No.»
«Cosa userebbe?»
«Direbbe… che una cosa è una stronzata. O che non sta in piedi.»
Stefano emise un suono basso, quasi un mezzo sorriso. «Esatto. Linguaggio da bifolco. Da uomo che non ha mai sentito il bisogno di affinare niente, tanto in casa ha già quello che gli serve.» La mano gli salì lungo la coscia interna di Serena, lenta, e si fermò a un millimetro dal sesso. «E tu sei quello che gli serve. Una figa calda, un seno su cui appoggiarsi, una donna che non gli chiede di essere migliore.»
Serena chiuse gli occhi. Il fiato le si era fatto corto. La mano di Stefano non si mosse, restò lì, calda, minacciosa nella sua immobilità.
«Continua a leggere, vacca.»
La parola arrivò soft, quasi affettuosa, e proprio per questo le entrò più a fondo di uno schiaffo. Serena sentì il viso infiammarsi. Tra le gambe si bagnò in modo improvviso e vergognoso.
«Scusa…» mormorò.
«Non ti sei scusata. Hai solo confermato.» Il dito di Stefano sfiorò appena le labbra esterne, trovandole già umide. «Stupida vacca. Ripeti la definizione corretta. E questa volta usa le parole giuste.»
Serena obbedì. La voce le trema. Mentre parlava, Stefano iniziò a accarezzarla con due dita, lentamente, raccogliendo l’umidità e spargendola. Non entrò. Si limitò a giocare con lei, a farle sentire quanto era già pronta.
«Tuo marito ti ha mai chiamata così?» chiese mentre lei inciampava su un’altra parola.
«No.»
«Ti ha mai fatta piegare nuda su un tavolo a leggere?»
«No.»
«Ti ha mai fatta sentire esattamente quello che sei?»
Serena restò in silenzio un secondo di troppo. Stefano le diede una pacca più secca sul culo.
«Rispondi, vacca ignorante.»
«No» soffio lei. «Non mi ha mai fatta sentire… questo.»
«Perché non ne è capace.» La voce di Stefano era diventata più bassa, quasi intima. Due dita premettero contro il clitoride, girando lento. «È un uomo semplice. Grezzo. Guardate le sue mani quando torna dal lavoro, il modo in cui mastica, il modo in cui ti monta senza neanche togliersi la maglietta. Non ti vedrà mai come qualcosa di più di una comoda abitudine. Una casalinga con le tette grosse e poca cultura che tiene la casa pulita e non fa troppe storie a letto.»
Serena gemette, bassa. Le parole le facevano male e la bagnavano allo stesso tempo. Partes di lei voleva ancora protestare, dire che il marito lavorava, che era stanco, che non tutti potevano essere come Stefano. Ma ogni protesta moriva prima di nascere, soffocata dalle dita che la lavoravano con precisione crudele e dalla voce calda che continuava a parlarle addosso.
«Alza il culo di più.»
Lei obbedì. Stefano entrò con due dita, profonde, e le lasciò lì ferme.
«Contrai. Intorno alle mie dita. Mostrami quanto sei una brava vacca quando ti si dice cosa fare.»
Serena contrasse. Il volto le bruciava di vergogna. Stefano emise un suono di approvazione e iniziò a muovere le dita con calma, cercando il punto che le faceva tremare le gambe.
«Dimmi cos’è tuo marito.»
Lei esitò. Le dita dentro di lei si fermarono.
«Dimmi cos’è, Serena. Con le tue parole semplici.»
«È… un uomo semplice.»
«Di più.»
«È ignorante. Non legge. Non… non mi guarda davvero.»
«Ancora.»
Serena sentiva le lacrime premere dietro gli occhi, ma non di tristezza. Di qualcosa di più confuso e umiliante.
«È un bifolco» sussurrò. «Un rozzo… un uomo grezzo che non mi darà mai niente di più di quello che mi dà adesso.»
Stefano riprese a muovere le dita, più deciso.
«Brava. E tu cos’eri per lui, fino a una settimana fa?»
«Una casalinga. Una… una figa comoda.»
«E adesso?»
Serena chiuse gli occhi. Il piacere le saliva troppo in fretta, mescolato alla vergogna.
«Adesso sono la tua vacca ignorante» riuscì a dire. «Quella che legge parole che non capisce e si bagna quando la correggi.»
Stefano si chinò su di lei. La barba le graffiò la schiena. La bocca le si posò tra le scapole, un bacio lento, quasi tenero.
«Esatto.»
Le dita accelerarono. Il pollice le trovò il clitoride. Serena iniziò a tremare sul tavolo, il seno schiacciato, il respiro corto.
«Non venire» ordinò lui piano. «Non ancora. Prima finisci la lista. Tutte le parole. Poi, se sei stata brava, ti lascio scaricare come la stupida vacca che sei.»
Serena riprese a leggere con voce rotta, interrotta dai gemiti che cercava di trattenere. Ogni definizione era una piccola umiliazione. Ogni correzione di Stefano era accompagnata da un movimento più profondo delle dita, o da una pacca, o da una parola bassa («ripeti», «meglio», «ancora, vacca»).
Quando arrivò all’ultima parola, aveva le cosce lucide e il viso bagnato di sudore e qualcosa che poteva essere pianto.
Stefano estrasse le dita. Le fece sentire il rumore umido che facevano. Poi gliele portò alla bocca.
«Pulisci.»
Serena leccò, gli occhi chiusi. Stefano le tenne le dita sulla lingua finché non furono pulite.
«Ora puoi venire. Ma chiedilo per bene.»
Lei restò piegata, il culo ancora offerto, la voce piccola.
«Per favore… lasciami venire. Per favore, Stefano.»
«Chi sta chiedendo?»
«La tua vacca ignorante. La stupida vacca che non sa le parole e si bagna quando la tratti così.»
Stefano le infilò di nuovo le dita, questa volta con meno pietà, e le lavorò fino a farla venire sul tavolo, tremante, gemendo a denti stretti, il nome di lui che le usciva rotto dalle labbra.
La tenne mentre il piacere la scuoteva. Poi, lentamente, la fece rialzare. La girò verso di sé. Serena era nuda, disfatta, il seno segnato dal legno del tavolo, gli occhi lucidi.
Stefano le asciugò una guancia con il pollice. Il gesto fu dolce. Quasi amorevole.
«Hai fatto bene oggi» disse a bassa voce. «Stai imparando. Piano. Come si deve.»
Le mise una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Poi le prese il viso tra le mani e le parlò molto vicino, gli occhi verdi fissi nei suoi.
«La prossima volta voglio che tu osservi tuo marito. Davvero. Il modo in cui mangia. Il modo in cui parla. Il modo in cui ti tocca, se ti tocca. E poi me lo racconti. Con precisione. Senza difenderlo. Capisci?»
Serena annuì, ancora tremante.
«Parla.»
«Sì, Stefano. Capisco.»
Lui la baciò sulla fronte, lungo, lento.
«Vestiti. E ricorda: quando stasera lui ti metterà le mani addosso, se lo farà, tu penserai a quanto è grezzo rispetto a questo. E ti bagnerai lo stesso, perché ormai sai da che parte stai.»
Si staccò, riprese la giacca, e si avviò verso la porta. Prima di uscire si voltò.
«E Serena… quella parola che ti ho usato oggi. Vacca. Stupida vacca. Voglio sentirla dalla tua bocca almeno una volta prima che torni. Quando ti tocchi stasera, da sola, la usi. Chiaro?»
«Chiaro» sussurrò lei.
La porta si chiuse.
Serena restò nuda in cucina a lungo, le gambe ancora deboli, il tavolo freddo dietro di lei. Si toccò tra le cosce e trovò tutto ancora sensibile, aperto, usato.
Quella sera il marito rientrò alle solite. Si tolse le scarpe, chiese della cena, si piantò davanti alla televisione. A un certo punto allungò una mano e le strinse un seno sopra la maglietta, senza guardarla in faccia. Serena restò ferma. Sentì il contrasto come una lama dolce e crudele. Le dita di lui erano più piccole, più incerte, disattente.
Più tardi, chiusa in bagno, si sedette sul bordo della vasca e obbedì all’ordine. Si toccò con le dita ancora impregnate del ricordo di quelle di Stefano, e quando fu vicina al picco sussurrò, con la voce rotta di vergogna e bisogno:
«Stupida vacca…»
Vennero le lacrime insieme all’orgasmo, e non seppe dire se fossero di umiliazione o di qualcosa che assomigliava, pericolosamente, a gratitudine.
Serena aveva passato quasi una settimana intera con il terzo capitolo del libro aperto sul tavolo.
Le parole erano più lunghe, più ostili. Aveva sottolineato ventiquattro termini. Alcuni li aveva cercati tre volte perché la definizione le scivolava via dalla testa come acqua. Aveva scritto le spiegazioni su un foglio a righe, con la grafia un po’ infantile che le restava quando era nervosa. Ogni volta che rileggeva quello che aveva appuntato si sentiva piccola e, allo stesso tempo, stranamente protetta da quella piccolezza.
Il marito, quella settimana, era stato come sempre. Rientrava, si toglieva le scarpe nell’ingresso lasciandole storte, chiedeva cosa c’era da mangiare, cenava guardando il telefono, poi si piantava sul divano. Una sera aveva allungato una mano verso il seno di Serena mentre lei passava, un gesto automatico, senza neanche alzare gli occhi dallo schermo. Lei si era lasciata fare per abitudine. Durò meno di due minuti. Quando lui ebbe finito, lei andò in bagno e si lavò con movimenti lenti, guardandosi allo specchio. Il seno portava ancora il segno leggero delle sue dita goffe. Pensò, per la prima volta con una chiarezza che le fece male, che Stefano non l’avrebbe mai toccata in quel modo. Non senza guardarla.
Il pensiero la fece arrossire di vergogna e di qualcos’altro.
Quando Stefano suonò al citofono, Serena aveva già il cuore in gola. Indossava una vestitino leggero, senza reggiseno e senza mutandine, come le aveva ordinato. Il tessuto le aderiva al seno pesante e le scivolava tra le cosce ogni volta che faceva un passo. Si sentiva volgare e obbediente insieme.
Stefano entrò. Chiuse la porta con calma. Era alto, massiccio, la barba chiara curata, gli occhi verdi che la presero intera in un solo sguardo. Questa volta non posò nulla sul tavolo. Si tolse solo la giacca e la mise sullo schienale della sedia.
«Vestito» disse. La voce era bassa, quasi affettuosa. «Toglilo.»
Serena esitò un solo secondo. Poi alzò le mani, si sfilò il vestito e restò nuda in cucina, a piedi nudi sul pavimento fresco. L’aria le toccò la pelle. Il seno, pesante, scese appena. Il ventre non era più piatto da anni. Le cosce si toccavano. Si sentì improvvisamente esposta in un modo nuovo, più crudo.
Stefano la guardò a lungo, senza parlare. Fece un giro lento intorno a lei. Serena sentiva lo sguardo come una mano.
«Fisico che poteva essere gradevole» mormorò alla fine, quasi a se stesso. «Seno pieno, fianchi da donna. Ma trascurato. Appesantito. Lasciato andare.» Si fermò davanti a lei e le sollevò il mento con due dita. «Nessuno ti ha mai detta di tenerti meglio, vero?»
Serena scosse la testa in silenzio.
«Parla.»
«No. Nessuno.»
«Tuo marito non ti guarda abbastanza per accorgersene. O non gli importa.» La frase fu detta con dolcezza, quasi con compassione. «Ti usa quando gli gira, poi torna al telefono. Ti ha ridotta a una cosa comoda. Una casalinga modesta che tiene la casa e apre le gambe quando serve.»
Serena abbassò gli occhi. Qualcosa di caldo e brutto le si mosse dentro. Voleva difendere il marito per abitudine, ma le parole non le uscirono. Stefano glielo notò.
«Non serve che lo difendi. Non con me.» Le accarezzò una guancia con il dorso delle dita. «Adesso sul tavolo. A novanta. Gomiti sul legno, culo fuori.»
Serena obbedì. Si piegò sul tavolo della cucina, il seno che si schiacciava contro la superficie liscia, le chiappe esposte. Si sentiva volgare, aperta, ridicola. Stefano le sistemò i piedi un po’ più larghi con una pressione leggera sulla caviglia.
«Così. Resta.»
Prese il foglio delle definizioni e il libro. Si sedette sulla sedia dietro di lei, tanto vicino che Serena sentiva il calore delle sue gambe.
«Inizia. Prima parola.»
Serena lesse. La voce le usciva un po’ strozzata per la posizione. Ogni volta che sbagliava il senso di un termine, Stefano la correggeva con calma. Ogni volta che la correzione era particolarmente grossolana, una mano grande le posava una pacca secca su una chiappa. Non forte. Sufficiente a farle ricordare dove stava.
Alla quinta parola, mentre lei stava spiegando «inconsistente» con frasi goffe, Stefano parlò.
«Tuo marito userebbe mai una parola del genere?»
Serena esitò. «No.»
«Cosa userebbe?»
«Direbbe… che una cosa è una stronzata. O che non sta in piedi.»
Stefano emise un suono basso, quasi un mezzo sorriso. «Esatto. Linguaggio da bifolco. Da uomo che non ha mai sentito il bisogno di affinare niente, tanto in casa ha già quello che gli serve.» La mano gli salì lungo la coscia interna di Serena, lenta, e si fermò a un millimetro dal sesso. «E tu sei quello che gli serve. Una figa calda, un seno su cui appoggiarsi, una donna che non gli chiede di essere migliore.»
Serena chiuse gli occhi. Il fiato le si era fatto corto. La mano di Stefano non si mosse, restò lì, calda, minacciosa nella sua immobilità.
«Continua a leggere, vacca.»
La parola arrivò soft, quasi affettuosa, e proprio per questo le entrò più a fondo di uno schiaffo. Serena sentì il viso infiammarsi. Tra le gambe si bagnò in modo improvviso e vergognoso.
«Scusa…» mormorò.
«Non ti sei scusata. Hai solo confermato.» Il dito di Stefano sfiorò appena le labbra esterne, trovandole già umide. «Stupida vacca. Ripeti la definizione corretta. E questa volta usa le parole giuste.»
Serena obbedì. La voce le trema. Mentre parlava, Stefano iniziò a accarezzarla con due dita, lentamente, raccogliendo l’umidità e spargendola. Non entrò. Si limitò a giocare con lei, a farle sentire quanto era già pronta.
«Tuo marito ti ha mai chiamata così?» chiese mentre lei inciampava su un’altra parola.
«No.»
«Ti ha mai fatta piegare nuda su un tavolo a leggere?»
«No.»
«Ti ha mai fatta sentire esattamente quello che sei?»
Serena restò in silenzio un secondo di troppo. Stefano le diede una pacca più secca sul culo.
«Rispondi, vacca ignorante.»
«No» soffio lei. «Non mi ha mai fatta sentire… questo.»
«Perché non ne è capace.» La voce di Stefano era diventata più bassa, quasi intima. Due dita premettero contro il clitoride, girando lento. «È un uomo semplice. Grezzo. Guardate le sue mani quando torna dal lavoro, il modo in cui mastica, il modo in cui ti monta senza neanche togliersi la maglietta. Non ti vedrà mai come qualcosa di più di una comoda abitudine. Una casalinga con le tette grosse e poca cultura che tiene la casa pulita e non fa troppe storie a letto.»
Serena gemette, bassa. Le parole le facevano male e la bagnavano allo stesso tempo. Partes di lei voleva ancora protestare, dire che il marito lavorava, che era stanco, che non tutti potevano essere come Stefano. Ma ogni protesta moriva prima di nascere, soffocata dalle dita che la lavoravano con precisione crudele e dalla voce calda che continuava a parlarle addosso.
«Alza il culo di più.»
Lei obbedì. Stefano entrò con due dita, profonde, e le lasciò lì ferme.
«Contrai. Intorno alle mie dita. Mostrami quanto sei una brava vacca quando ti si dice cosa fare.»
Serena contrasse. Il volto le bruciava di vergogna. Stefano emise un suono di approvazione e iniziò a muovere le dita con calma, cercando il punto che le faceva tremare le gambe.
«Dimmi cos’è tuo marito.»
Lei esitò. Le dita dentro di lei si fermarono.
«Dimmi cos’è, Serena. Con le tue parole semplici.»
«È… un uomo semplice.»
«Di più.»
«È ignorante. Non legge. Non… non mi guarda davvero.»
«Ancora.»
Serena sentiva le lacrime premere dietro gli occhi, ma non di tristezza. Di qualcosa di più confuso e umiliante.
«È un bifolco» sussurrò. «Un rozzo… un uomo grezzo che non mi darà mai niente di più di quello che mi dà adesso.»
Stefano riprese a muovere le dita, più deciso.
«Brava. E tu cos’eri per lui, fino a una settimana fa?»
«Una casalinga. Una… una figa comoda.»
«E adesso?»
Serena chiuse gli occhi. Il piacere le saliva troppo in fretta, mescolato alla vergogna.
«Adesso sono la tua vacca ignorante» riuscì a dire. «Quella che legge parole che non capisce e si bagna quando la correggi.»
Stefano si chinò su di lei. La barba le graffiò la schiena. La bocca le si posò tra le scapole, un bacio lento, quasi tenero.
«Esatto.»
Le dita accelerarono. Il pollice le trovò il clitoride. Serena iniziò a tremare sul tavolo, il seno schiacciato, il respiro corto.
«Non venire» ordinò lui piano. «Non ancora. Prima finisci la lista. Tutte le parole. Poi, se sei stata brava, ti lascio scaricare come la stupida vacca che sei.»
Serena riprese a leggere con voce rotta, interrotta dai gemiti che cercava di trattenere. Ogni definizione era una piccola umiliazione. Ogni correzione di Stefano era accompagnata da un movimento più profondo delle dita, o da una pacca, o da una parola bassa («ripeti», «meglio», «ancora, vacca»).
Quando arrivò all’ultima parola, aveva le cosce lucide e il viso bagnato di sudore e qualcosa che poteva essere pianto.
Stefano estrasse le dita. Le fece sentire il rumore umido che facevano. Poi gliele portò alla bocca.
«Pulisci.»
Serena leccò, gli occhi chiusi. Stefano le tenne le dita sulla lingua finché non furono pulite.
«Ora puoi venire. Ma chiedilo per bene.»
Lei restò piegata, il culo ancora offerto, la voce piccola.
«Per favore… lasciami venire. Per favore, Stefano.»
«Chi sta chiedendo?»
«La tua vacca ignorante. La stupida vacca che non sa le parole e si bagna quando la tratti così.»
Stefano le infilò di nuovo le dita, questa volta con meno pietà, e le lavorò fino a farla venire sul tavolo, tremante, gemendo a denti stretti, il nome di lui che le usciva rotto dalle labbra.
La tenne mentre il piacere la scuoteva. Poi, lentamente, la fece rialzare. La girò verso di sé. Serena era nuda, disfatta, il seno segnato dal legno del tavolo, gli occhi lucidi.
Stefano le asciugò una guancia con il pollice. Il gesto fu dolce. Quasi amorevole.
«Hai fatto bene oggi» disse a bassa voce. «Stai imparando. Piano. Come si deve.»
Le mise una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Poi le prese il viso tra le mani e le parlò molto vicino, gli occhi verdi fissi nei suoi.
«La prossima volta voglio che tu osservi tuo marito. Davvero. Il modo in cui mangia. Il modo in cui parla. Il modo in cui ti tocca, se ti tocca. E poi me lo racconti. Con precisione. Senza difenderlo. Capisci?»
Serena annuì, ancora tremante.
«Parla.»
«Sì, Stefano. Capisco.»
Lui la baciò sulla fronte, lungo, lento.
«Vestiti. E ricorda: quando stasera lui ti metterà le mani addosso, se lo farà, tu penserai a quanto è grezzo rispetto a questo. E ti bagnerai lo stesso, perché ormai sai da che parte stai.»
Si staccò, riprese la giacca, e si avviò verso la porta. Prima di uscire si voltò.
«E Serena… quella parola che ti ho usato oggi. Vacca. Stupida vacca. Voglio sentirla dalla tua bocca almeno una volta prima che torni. Quando ti tocchi stasera, da sola, la usi. Chiaro?»
«Chiaro» sussurrò lei.
La porta si chiuse.
Serena restò nuda in cucina a lungo, le gambe ancora deboli, il tavolo freddo dietro di lei. Si toccò tra le cosce e trovò tutto ancora sensibile, aperto, usato.
Quella sera il marito rientrò alle solite. Si tolse le scarpe, chiese della cena, si piantò davanti alla televisione. A un certo punto allungò una mano e le strinse un seno sopra la maglietta, senza guardarla in faccia. Serena restò ferma. Sentì il contrasto come una lama dolce e crudele. Le dita di lui erano più piccole, più incerte, disattente.
Più tardi, chiusa in bagno, si sedette sul bordo della vasca e obbedì all’ordine. Si toccò con le dita ancora impregnate del ricordo di quelle di Stefano, e quando fu vicina al picco sussurrò, con la voce rotta di vergogna e bisogno:
«Stupida vacca…»
Vennero le lacrime insieme all’orgasmo, e non seppe dire se fossero di umiliazione o di qualcosa che assomigliava, pericolosamente, a gratitudine.
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