Stupida vacca - capitolo 2
di
Dawizarr
genere
dominazione
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Serena aveva passato tre giorni con il libro aperto sul tavolo della cucina.
Aveva sottolineato diciassette parole. Alcune le aveva cercate sul telefono, con il dizionario online, leggendo le definizioni a labbra mosse come una bambina che fa i compiti. Altre le aveva scritte su un foglio a quadretti, con la sua grafia un po’ storta, e accanto ci aveva messo la spiegazione «con parole sue», come aveva ordinato Stefano.
Ogni volta che finiva una definizione si sentiva più stupida e più bagnata.
Il pomeriggio in cui doveva arrivare lei aveva cambiato mutandine due volte. Aveva scelto un reggiseno nero che le sollevava il seno pesante e una maglietta scura un po’ più scollata della volta precedente. Si era guardata allo specchio e aveva pensato che sembrava una donna qualunque che cercava di sembrare meno qualunque. Poi si era toccata tra le gambe, sopra la stoffa, e aveva trovato il tessuto già umido.
Quando il citofono squillò, il cuore le batté in gola.
Stefano entrò come la volta prima: alto, robusto, barba biondo-rossa che le fece venire subito voglia di sentirla sulla pelle. Occhi verdi che la squartarono in un solo sguardo. Chiuse la porta, posò le chiavi sul mobile dell’ingresso e la guardò in silenzio per alcuni secondi.
«Ha fatto i compiti?»
La voce era calma, quasi dolce. Serena annuì, sentendo già il calore salirle al viso.
«Parli.»
«Sì. Ho… ho sottolineato le parole. Le ho cercate.»
Stefano si tolse la giacca lentamente. Sotto aveva una camicia bianca rimboccata fino ai gomiti. Le vene degli avambracci erano visibili. Si avvicinò, le prese il mento tra il pollice e l’indice e la costrinse a guardarlo.
«Ha scritto le spiegazioni con le sue parole semplici, come le ho detto?»
«Sì.»
«Brava.» Il pollice le sfiorò il labbro. «Adesso me le dice una per una. In piedi. Con le mani dietro la schiena.»
Serena obbedì. Portò le braccia dietro la schiena. Il gesto le spinse il seno in avanti, pesante, evidente. Stefano lo notò. Non disse niente. Si limitò a far scorrere lo sguardo laggiù per un secondo di troppo.
Lei iniziò.
La prima parola era «efimero».
«Vuol dire… che dura poco. Tipo una cosa che passa subito.»
Stefano annuì. «Esempio.»
Serena esitò. «Tipo… un fiore. O una sensazione.»
«Che sensazione le dura poco, Serena?»
Lei arrossì. «Non lo so.»
«Lo sa.» La voce di lui era scesa di tono. «Lo sta sentendo adesso tra le gambe. Dica la verità.»
Serena deglutì. «L’eccitazione… no. Quella non mi dura poco.»
Stefano sorrise appena, la barba che si muoveva. «Continui.»
Seconda parola. Terza. Quarta. Ogni definizione veniva corretta, affinata, umiliata con pazienza. Quando sbagliava il senso, lui scuoteva la testa lentamente e le diceva: «Di nuovo. E questa volta pensi prima di aprire bocca.» Quando indovinava, le diceva «brava» con quella voce calda che le arrivava dritta al sesso.
A metà lista Stefano si mosse. Le girò intorno e si fermò dietro di lei. Le mani grandi le appoggiò sui fianchi, poi salirono sotto la maglietta, calde sulla pelle nuda.
«Continui a parlare» ordinò all’orecchio. «Non si fermi.»
Serena riprese con voce tremante. Le dita di lui salivano lente, sicure, fino a coprire il seno ancora coperto dal reggiseno. Lo pesarono. Lo strinsero appena. I pollici trovarono i capezzoli già duri e li strofinarono sopra la stoffa.
«Questa parola» disse Stefano mentre lei inciampava su «ineluttabile». «Cosa significa?»
«Che… che non si può evitare.»
«Esatto.» Le pinzò leggermente un capezzolo attraverso il reggiseno. Serena emise un suono basso. «Come quello che le sto facendo. Non può evitarlo. Non vuole evitarlo. Vero?»
«Vero» sussurrò.
«Lo dica meglio.»
«Non posso evitarlo. E… non voglio.»
«Brava.»
Le mani di Stefano scesero, uscirono dalla maglietta, poi entrarono di nuovo, questa volta sotto il reggiseno. La carne calda del seno di Serena riempì i suoi palmi. Lui la massaggiò con lentezza possessiva mentre lei cercava di continuare la lista. Ogni volta che sbagliava una definizione, le dita si fermavano. Ogni volta che indovinava, riprendevano a giocare con i capezzoli, tirandoli, arrotolandoli, schiacciandoli quanto bastava per farle venire i brividi.
Quando arrivarono all’ultima parola, Serena aveva le cosce umide e la voce rotta.
Stefano le tolse completamente la maglietta. Poi il reggiseno. Il seno pesante di Serena restò nudo, offerto, i capezzoli scuri e turgidi. Lui se li guardò a lungo, poi li prese di nuovo in mano e li sollevò leggermente, come per valutarne il peso.
«Ha delle tette da donna che non sa usare le parole giuste» mormorò. «Grandi, pesanti, disponibili. Come lei.»
Serena chiuse gli occhi. Sentiva il bisogno di chiudere le gambe e di aprirle allo stesso tempo.
Stefano la fece voltare. La spinse dolcemente contro il tavolo della cucina, di schiena. Poi si abbassò solo quanto bastava per prenderle un capezzolo in bocca. La barba biondo-rossa le graffiò la pelle sensibile mentre succhiava, prima piano, poi più forte. Serena gemette. Lui alzò gli occhi verdi verso di lei senza smettere.
«L’ultima parola» disse contro il seno bagnato. «La ripeta. Adesso.»
Serena la ripeté, con la voce strozzata. Stefano passò all’altro seno, lo leccò, lo morsicò appena.
«Brava. Adesso le faccio una domanda. E voglio la risposta onesta.»
Si raddrizzò. Una mano le scese tra le gambe, sopra i pantaloni. Trovò il calore e l’umidità immediatamente.
«Quanto è bagnata per un uomo che le fa sentire stupida?»
Serena esitò. Lui premette più forte con le dita.
«Risponda.»
«Molto» riuscì a dire. «Sono… sono molto bagnata.»
«Lo dimostri.»
Le sbottonò i pantaloni con calma. Li fece scendere insieme alle mutandine fino a metà coscia. L’odore della sua eccitazione si sparse subito. Stefano guardò il sesso rasato alla meglio, già lucido, e passò due dita tra le labbra bagnate, raccogliendo il liquido. Poi gliele portò alla bocca.
«Lecchi.»
Serena obbedì. Il sapore era salato, umiliante. Stefano teneva le dita ferme sulle sue labbra.
«Guardi me mentre lo fa.»
Lei alzò gli occhi. Leccocò le dita grosse e salate mentre lui la osservava con quegli occhi verdi imperturbabili.
«Buona» commentò lui. «Adesso apra le gambe.»
Serena obbedì, impacciata dai pantaloni a metà coscia. Stefano le infilò due dita dentro senza preamboli. Lei era così bagnata che entrarono subito. Un gemito le uscì dalla gola.
«Silenzio» disse lui piano. «Non ha il permesso di fare rumore finché non glielo dico. Può solo rispondere alle domande.»
Le dita iniziarono a muoversi, lente, profonde, cercando. Quando trovarono il punto giusto, Serena strinse i denti per non gemere.
«Le piace essere corretta mentre ha le dita di un uomo sposato dentro?»
«Sì.»
«Le piace sentarsi inferiore?»
«Sì.»
«Lo dica meglio. Usi le parole giuste, per una volta.»
Serena respirava a fatica. Le dita di Stefano non si fermavano.
«Mi piace… sentirmi stupida. Mi piace quando mi corregge. Mi piace… avere le sue dita dentro mentre mi fa sentire così.»
Stefano sorrise contro la sua tempia. «Brava ragazza.»
Le dita uscirono. Serena emise un suono di protesta che morì subito quando lui la fece girare e la piegò sul tavolo. Il seno nudo si schiacciò contro il legno freddo. Stefano le diede una pacca secca su una chiappa, poi un’altra sull’altra.
«Resti così. Non si muova.»
Lei sentì il rumore della cerniera. Poi il calore del suo corpo dietro di lei. Non la penetrò. Fece scorrere il cazzo duro e grosso tra le labbra bagnate, avanti e indietro, sporcandosi dei suoi liquidi, graffiandole la pelle sensibile con i peli della base.
«Chieda.»
Serena aveva la faccia premuta sul tavolo. «Per favore…»
«Per favore cosa?»
«Mi metta dentro. La prego.»
Stefano le afferrò i capelli con una mano e le sollevò la testa.
«Non ancora. Prima mi ringrazia per le correzioni di oggi.»
Serena chiuse gli occhi. Il cazzo continuava a scivolare tra le sue labbra, lentamente, tormentandola.
«Grazie… grazie per avermi corretta. Grazie per avermi fatto sentire stupida. Grazie per le sue mani sulle mie tette e le sue dita dentro di me.»
«Ancora.»
Lei ripetè, la voce sempre più rotta, mentre lui aumentava appena la pressione, il glande che sfiorava l’ingresso senza entrare.
Alla fine Stefano si staccò. Si rialzò i pantaloni. Serena restò piegata sul tavolo, nuda dalla vita in su, i pantaloni alle cosce, il sesso che pulsava e colava.
Lui le accarezzò i capelli con una dolcezza improvvisa e crudele.
«Si rialzi. Si rivestia. La prossima volta voglio che sia nuda sotto i vestiti quando apro la porta. Niente reggiseno. Niente mutandine. E voglio una lista nuova di parole. Dal terzo capitolo. Più lunghe. Più difficili.»
Serena si raddrizzò lentamente. Le gambe le tremavano. Stefano le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, poi le baciò la fronte.
«Ha fatto bene oggi» mormorò. «Anche se ha ancora tanto da imparare.»
Si avviò verso la porta. Prima di uscire si voltò.
«E Serena… stasera, quando suo marito sarà sul divano, voglio che si tocchi pensando a quanto è stata stupida oggi. E quando viene, dica il mio nome. Basso. Ma lo dica.»
La porta si chiuse.
Serena restò in piedi in cucina, il seno nudo ancora segnato dalle sue mani, il sapore di sé stessa ancora sulla lingua. Si toccò tra le gambe e trovò le dita immediatamente lucide.
Quella sera, mentre il marito russava in soggiorno, si chiuse in bagno, si sedette sul bordo della vasca e obbedì.
Quando venne, il nome di Stefano le uscì dalle labbra come una preghiera umiliante.
Serena aveva passato tre giorni con il libro aperto sul tavolo della cucina.
Aveva sottolineato diciassette parole. Alcune le aveva cercate sul telefono, con il dizionario online, leggendo le definizioni a labbra mosse come una bambina che fa i compiti. Altre le aveva scritte su un foglio a quadretti, con la sua grafia un po’ storta, e accanto ci aveva messo la spiegazione «con parole sue», come aveva ordinato Stefano.
Ogni volta che finiva una definizione si sentiva più stupida e più bagnata.
Il pomeriggio in cui doveva arrivare lei aveva cambiato mutandine due volte. Aveva scelto un reggiseno nero che le sollevava il seno pesante e una maglietta scura un po’ più scollata della volta precedente. Si era guardata allo specchio e aveva pensato che sembrava una donna qualunque che cercava di sembrare meno qualunque. Poi si era toccata tra le gambe, sopra la stoffa, e aveva trovato il tessuto già umido.
Quando il citofono squillò, il cuore le batté in gola.
Stefano entrò come la volta prima: alto, robusto, barba biondo-rossa che le fece venire subito voglia di sentirla sulla pelle. Occhi verdi che la squartarono in un solo sguardo. Chiuse la porta, posò le chiavi sul mobile dell’ingresso e la guardò in silenzio per alcuni secondi.
«Ha fatto i compiti?»
La voce era calma, quasi dolce. Serena annuì, sentendo già il calore salirle al viso.
«Parli.»
«Sì. Ho… ho sottolineato le parole. Le ho cercate.»
Stefano si tolse la giacca lentamente. Sotto aveva una camicia bianca rimboccata fino ai gomiti. Le vene degli avambracci erano visibili. Si avvicinò, le prese il mento tra il pollice e l’indice e la costrinse a guardarlo.
«Ha scritto le spiegazioni con le sue parole semplici, come le ho detto?»
«Sì.»
«Brava.» Il pollice le sfiorò il labbro. «Adesso me le dice una per una. In piedi. Con le mani dietro la schiena.»
Serena obbedì. Portò le braccia dietro la schiena. Il gesto le spinse il seno in avanti, pesante, evidente. Stefano lo notò. Non disse niente. Si limitò a far scorrere lo sguardo laggiù per un secondo di troppo.
Lei iniziò.
La prima parola era «efimero».
«Vuol dire… che dura poco. Tipo una cosa che passa subito.»
Stefano annuì. «Esempio.»
Serena esitò. «Tipo… un fiore. O una sensazione.»
«Che sensazione le dura poco, Serena?»
Lei arrossì. «Non lo so.»
«Lo sa.» La voce di lui era scesa di tono. «Lo sta sentendo adesso tra le gambe. Dica la verità.»
Serena deglutì. «L’eccitazione… no. Quella non mi dura poco.»
Stefano sorrise appena, la barba che si muoveva. «Continui.»
Seconda parola. Terza. Quarta. Ogni definizione veniva corretta, affinata, umiliata con pazienza. Quando sbagliava il senso, lui scuoteva la testa lentamente e le diceva: «Di nuovo. E questa volta pensi prima di aprire bocca.» Quando indovinava, le diceva «brava» con quella voce calda che le arrivava dritta al sesso.
A metà lista Stefano si mosse. Le girò intorno e si fermò dietro di lei. Le mani grandi le appoggiò sui fianchi, poi salirono sotto la maglietta, calde sulla pelle nuda.
«Continui a parlare» ordinò all’orecchio. «Non si fermi.»
Serena riprese con voce tremante. Le dita di lui salivano lente, sicure, fino a coprire il seno ancora coperto dal reggiseno. Lo pesarono. Lo strinsero appena. I pollici trovarono i capezzoli già duri e li strofinarono sopra la stoffa.
«Questa parola» disse Stefano mentre lei inciampava su «ineluttabile». «Cosa significa?»
«Che… che non si può evitare.»
«Esatto.» Le pinzò leggermente un capezzolo attraverso il reggiseno. Serena emise un suono basso. «Come quello che le sto facendo. Non può evitarlo. Non vuole evitarlo. Vero?»
«Vero» sussurrò.
«Lo dica meglio.»
«Non posso evitarlo. E… non voglio.»
«Brava.»
Le mani di Stefano scesero, uscirono dalla maglietta, poi entrarono di nuovo, questa volta sotto il reggiseno. La carne calda del seno di Serena riempì i suoi palmi. Lui la massaggiò con lentezza possessiva mentre lei cercava di continuare la lista. Ogni volta che sbagliava una definizione, le dita si fermavano. Ogni volta che indovinava, riprendevano a giocare con i capezzoli, tirandoli, arrotolandoli, schiacciandoli quanto bastava per farle venire i brividi.
Quando arrivarono all’ultima parola, Serena aveva le cosce umide e la voce rotta.
Stefano le tolse completamente la maglietta. Poi il reggiseno. Il seno pesante di Serena restò nudo, offerto, i capezzoli scuri e turgidi. Lui se li guardò a lungo, poi li prese di nuovo in mano e li sollevò leggermente, come per valutarne il peso.
«Ha delle tette da donna che non sa usare le parole giuste» mormorò. «Grandi, pesanti, disponibili. Come lei.»
Serena chiuse gli occhi. Sentiva il bisogno di chiudere le gambe e di aprirle allo stesso tempo.
Stefano la fece voltare. La spinse dolcemente contro il tavolo della cucina, di schiena. Poi si abbassò solo quanto bastava per prenderle un capezzolo in bocca. La barba biondo-rossa le graffiò la pelle sensibile mentre succhiava, prima piano, poi più forte. Serena gemette. Lui alzò gli occhi verdi verso di lei senza smettere.
«L’ultima parola» disse contro il seno bagnato. «La ripeta. Adesso.»
Serena la ripeté, con la voce strozzata. Stefano passò all’altro seno, lo leccò, lo morsicò appena.
«Brava. Adesso le faccio una domanda. E voglio la risposta onesta.»
Si raddrizzò. Una mano le scese tra le gambe, sopra i pantaloni. Trovò il calore e l’umidità immediatamente.
«Quanto è bagnata per un uomo che le fa sentire stupida?»
Serena esitò. Lui premette più forte con le dita.
«Risponda.»
«Molto» riuscì a dire. «Sono… sono molto bagnata.»
«Lo dimostri.»
Le sbottonò i pantaloni con calma. Li fece scendere insieme alle mutandine fino a metà coscia. L’odore della sua eccitazione si sparse subito. Stefano guardò il sesso rasato alla meglio, già lucido, e passò due dita tra le labbra bagnate, raccogliendo il liquido. Poi gliele portò alla bocca.
«Lecchi.»
Serena obbedì. Il sapore era salato, umiliante. Stefano teneva le dita ferme sulle sue labbra.
«Guardi me mentre lo fa.»
Lei alzò gli occhi. Leccocò le dita grosse e salate mentre lui la osservava con quegli occhi verdi imperturbabili.
«Buona» commentò lui. «Adesso apra le gambe.»
Serena obbedì, impacciata dai pantaloni a metà coscia. Stefano le infilò due dita dentro senza preamboli. Lei era così bagnata che entrarono subito. Un gemito le uscì dalla gola.
«Silenzio» disse lui piano. «Non ha il permesso di fare rumore finché non glielo dico. Può solo rispondere alle domande.»
Le dita iniziarono a muoversi, lente, profonde, cercando. Quando trovarono il punto giusto, Serena strinse i denti per non gemere.
«Le piace essere corretta mentre ha le dita di un uomo sposato dentro?»
«Sì.»
«Le piace sentarsi inferiore?»
«Sì.»
«Lo dica meglio. Usi le parole giuste, per una volta.»
Serena respirava a fatica. Le dita di Stefano non si fermavano.
«Mi piace… sentirmi stupida. Mi piace quando mi corregge. Mi piace… avere le sue dita dentro mentre mi fa sentire così.»
Stefano sorrise contro la sua tempia. «Brava ragazza.»
Le dita uscirono. Serena emise un suono di protesta che morì subito quando lui la fece girare e la piegò sul tavolo. Il seno nudo si schiacciò contro il legno freddo. Stefano le diede una pacca secca su una chiappa, poi un’altra sull’altra.
«Resti così. Non si muova.»
Lei sentì il rumore della cerniera. Poi il calore del suo corpo dietro di lei. Non la penetrò. Fece scorrere il cazzo duro e grosso tra le labbra bagnate, avanti e indietro, sporcandosi dei suoi liquidi, graffiandole la pelle sensibile con i peli della base.
«Chieda.»
Serena aveva la faccia premuta sul tavolo. «Per favore…»
«Per favore cosa?»
«Mi metta dentro. La prego.»
Stefano le afferrò i capelli con una mano e le sollevò la testa.
«Non ancora. Prima mi ringrazia per le correzioni di oggi.»
Serena chiuse gli occhi. Il cazzo continuava a scivolare tra le sue labbra, lentamente, tormentandola.
«Grazie… grazie per avermi corretta. Grazie per avermi fatto sentire stupida. Grazie per le sue mani sulle mie tette e le sue dita dentro di me.»
«Ancora.»
Lei ripetè, la voce sempre più rotta, mentre lui aumentava appena la pressione, il glande che sfiorava l’ingresso senza entrare.
Alla fine Stefano si staccò. Si rialzò i pantaloni. Serena restò piegata sul tavolo, nuda dalla vita in su, i pantaloni alle cosce, il sesso che pulsava e colava.
Lui le accarezzò i capelli con una dolcezza improvvisa e crudele.
«Si rialzi. Si rivestia. La prossima volta voglio che sia nuda sotto i vestiti quando apro la porta. Niente reggiseno. Niente mutandine. E voglio una lista nuova di parole. Dal terzo capitolo. Più lunghe. Più difficili.»
Serena si raddrizzò lentamente. Le gambe le tremavano. Stefano le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, poi le baciò la fronte.
«Ha fatto bene oggi» mormorò. «Anche se ha ancora tanto da imparare.»
Si avviò verso la porta. Prima di uscire si voltò.
«E Serena… stasera, quando suo marito sarà sul divano, voglio che si tocchi pensando a quanto è stata stupida oggi. E quando viene, dica il mio nome. Basso. Ma lo dica.»
La porta si chiuse.
Serena restò in piedi in cucina, il seno nudo ancora segnato dalle sue mani, il sapore di sé stessa ancora sulla lingua. Si toccò tra le gambe e trovò le dita immediatamente lucide.
Quella sera, mentre il marito russava in soggiorno, si chiuse in bagno, si sedette sul bordo della vasca e obbedì.
Quando venne, il nome di Stefano le uscì dalle labbra come una preghiera umiliante.
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