Stupida vacca - capitolo 8
di
Dawizarr
genere
dominazione
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Il problema questa volta era grave.
Il marito di Serena aveva accumulato un buco pesante con il fisco. Anni di dichiarazioni fatte male, di nero e di leggerezza. Adesso era arrivata una cartella esattoriale importante, seguita da un avviso di sollecito che parlava già di fermo e di possibile pignoramento della casa. Aveva cercato di nasconderlo per settimane, poi una sera era esploso in cucina, imprecando, dicendo che era fottuto, che non sapeva dove prendere tutti quei soldi, che gli avrebbero portato via tutto. Era impaurito in modo grezzo e patetico, come un uomo che ha sempre risolto le cose a spintoni e adesso si trova davanti qualcosa che non si può spintonare.
Serena ne aveva parlato a Stefano, come doveva.
Tre giorni dopo arrivò il messaggio:
Giovedì pomeriggio. Io vengo a casa vostra. Porto chi serve. Tuo marito stia lì. Tu pure.
Giovedì alle sedici e mezza Stefano suonò al citofono. Con lui c’era un uomo magro, ben vestito, con una valigetta sottile. Si chiamava dr. Rinaldi e parlava poco. Si sistemarono al tavolo della cucina. Il marito, in maglietta stropicciata e con la faccia tirata, cercava di spiegare la situazione con il suo solito modo confuso e pieno di rabbia impotente.
Stefano lo lasciò parlare qualche minuto, poi alzò una mano.
«Basta. Digli solo i numeri e le date. Senza le storie.»
Il marito si fermò, inghiottì, e obbedì. Raccontò i fatti in modo più nudo. Rinaldi prese appunti, fece poche domande precise, aprì il computer e lavorò in silenzio per un quarto d’ora. Alla fine chiuse il portatile e guardò Stefano, non il marito.
«Si può intervenire. Rateizzazione aggressiva più istanza di autotutela su due punti deboli dell’accertamento. Se si muove entro lunedì, si evita il pignoramento. Non spariscono i debiti, ma si compra tempo e si abbassa molto la pressione.»
Il marito era pallido.
«E… quanto costa? Perché io adesso…»
Stefano scosse la testa.
«Per ora niente. Rinaldi lavora per me su questo. Tu stai a sentire quello che ti dice e firmi dove ti dice. Il resto lo gestisco io.»
Ci fu un silenzio lungo. Il marito guardava Stefano con un’espressione che Serena non gli aveva mai visto: riconoscenza vera, quasi sbalordita, mista a una sorta di devozione goffa. Si alzò e gli strinse la mano con forza eccessiva.
«Non so come dirti grazie. Mi hai salvato il culo. Davvero. Se non ci fossi stato tu…»
Stefano gli tenne la mano un secondo in più e gli sorrise con calma.
«Adesso stai tranquillo e fai quello che ti si dice. Il resto lascia fare a me.»
Il marito annuì, serio, quasi solenne. In quello stesso gesto si era già messo sotto.
Rinaldi se ne andò dopo aver fatto firmare alcuni fogli. Il marito lo accompagnò alla porta parlando troppo, ringraziando ancora. Quando tornò in cucina aveva gli occhi un po’ lucidi di sollievo e di ammirazione.
Stefano era rimasto in piedi vicino a Serena. Mentre il marito entrava, gli posò una mano sulla schiena bassa di lei, aperta, possessiva, e la lasciò lì. Il marito vide il gesto. Ci fu un attimo di tensione sulle sue spalle. Poi abbassò gli occhi, si grattò la nuca e fece finta di niente. Aveva appena ricevuto una salvezza troppo grande per permettersi di fare storie per una mano sulla moglie.
Stefano non tolse la mano. Anzi, la fece scivolare un poco più in basso, fino a posargliela sul fianco, sotto la maglietta, a contatto con la pelle. Serena restò immobile. Il marito aprì il frigorifero cercando qualcosa solo per avere un’occupazione, e chiuse gli occhi davanti a quello che stava accettando.
«Devo uscire mezz’ora» borbottò alla fine. «Devo portare quei fogli dal commercialista come ha detto il dottore.»
Stefano annuì.
«Va’. Tanto io resto ancora un poco. Serena mi tiene compagnia.»
Il marito esitò solo un secondo. Guardò la mano di Stefano sul fianco della moglie, poi annuì, riconoscente e già un po’ sconfitto.
«Sì. Certo. Grazie ancora. Davvero.»
Uscì. La porta si chiuse.
Stefano aspettò di sentire i passi scendere le scale. Poi voltò Serena verso di sé e le prese il viso tra le mani.
«Hai visto?» chiese basso. «Ha accettato. Ha visto la mia mano su di te e ha scelto di non dire niente. Perché adesso mi deve troppo. Questa è la prima vera crepa.»
Serena deglutì. Era bagnata da un pezzo.
Stefano le accarezzò il labbro inferiore con il pollice.
«Adesso mi fai un servizio. Uno di quelli che a lui non hai quasi mai fatto. In ginocchio. Piano. E mi guardi mentre lo fai.»
La spinse delicatamente verso il basso. Serena scese sulle ginocchia sul pavimento della cucina. Stefano si sbottonò con calma, tirò fuori il cazzo e glielo lasciò davanti alle labbra senza ancora spingere.
«Aprila. E racconta mentre lo prendi. Dimmi perché lo stai facendo.»
Serena aprì la bocca e lo accolse. Era salato, caldo, già duro. Stefano non la forzò subito: la lasciò lavorare con le labbra e la lingua, una mano appoggiata sui suoi capelli, senza ancora guidarla.
«Parla» le ricordò.
Lei si staccò appena, la voce già roca.
«Lo faccio perché… perché lui adesso ti deve tutto. Perché ha accettato di vederti mettermi le mani addosso. Perché tu stai sopra e lui sta scendendo.»
Stefano annuì e la fece riprendere in bocca, questa volta spingendo un po’ più a fondo.
«Continua.»
Serena parlava a pezzi, tra una spinta e l’altra, gli occhi alzati sui suoi, le lacrime che iniziavano a formarsi quando lui le toccava la gola.
«A lui… non l’ho quasi mai fatto… non così… non con questa voglia… adesso lo faccio a te perché mi fai sentire al posto giusto… perché mentre ti servo so che lui fuori sta ancora ringraziandoti…»
Stefano iniziò a usarlle la bocca con più decisione, tenendole la testa, ma senza violenza. Ogni tanto si sfilava e le lasciava riprendere fiato, poi rientrava.
«Brava vacca. Vedi come ti sta bene in ginocchio a servirmi mentre tuo marito è fuori a portare i fogli che gli ho fatto avere io? Questo è il suo nuovo posto. E il tuo.»
Quando fu vicino si sfilò, le strinse i capelli e le diresse il cazzo verso il viso e il seno che le aveva scoperto con l’altra mano.
«Tette fuori bene. Guarda su.»
Serena obbedì. Stefano si masturbò due volte e venne, spesso, caldo, prima sulla faccia, poi sul seno abbondante, con gemiti bassi e controllati. Serena tenne gli occhi aperti, sentendo il seme scenderle sulla guancia, sulle labbra, tra le tette.
Lui restò a guardarla un attimo in silenzio, poi le sollevò il mento.
«Lecca quello che hai sulle labbra.»
Lei lo fece. Il sapore era forte e umiliante.
Stefano le passò il pollice sul labbro inferiore sporco e parlò piano, quasi con affetto.
«Quando torna non ti lavi. Voglio che lui ti guardi e senta che c’è qualcosa di diverso, anche se non saprà dire cosa. Stasera ti farà forse pure i complimenti per avergli “portato” il mio aiuto. Tu lo lasci fare. E mentre ti usa, pensi a chi ti ha appena sborrato in faccia e a chi lui deve ancora dire grazie.»
Si rialzò i pantaloni, le sistemò un capello dietro l’orecchio e aggiunse:
«Il debito che ha con me adesso è grande. Ogni volta che mi guarderà con riconoscenza, accetterà un pezzo in più del suo posto sotto. Tu stai a guardare. E ti bagni.»
Sentirono i passi del marito che risaliva.
Stefano si allontanò di mezzo passo, riprese l’aria cordiale di sempre. Quando la porta si aprì, il marito entrò con la faccia ancora carica di sollievo e di gratitudine.
«Tutto fatto. Il commercialista ha detto che i fogli sono a posto, che si può partire lunedì.»
Guardò Serena, notò il rossore, il leggero luccichio sulla guancia e sul seno appena sistemato sotto la maglietta, ma non disse niente. Forse non volle vedere. Forse stava già imparando a non vedere.
Si rivolse a Stefano con quasi deferenza.
«Davvero… se non ci fossi stato tu…»
Stefano gli posò una mano sulla spalla, breve e pesante.
«Adesso stai tranquillo e fai quello che ti si dice. Il resto lascia fare a chi sa.»
Il marito annuì, serio, grato, già un poco più piccolo di prima.
E Serena, ancora in piedi con il sapore di Stefano in bocca, sentì il disprezzo e l’eccitazione fondersi in qualcosa di sempre più stabile e definitivo.
Il problema questa volta era grave.
Il marito di Serena aveva accumulato un buco pesante con il fisco. Anni di dichiarazioni fatte male, di nero e di leggerezza. Adesso era arrivata una cartella esattoriale importante, seguita da un avviso di sollecito che parlava già di fermo e di possibile pignoramento della casa. Aveva cercato di nasconderlo per settimane, poi una sera era esploso in cucina, imprecando, dicendo che era fottuto, che non sapeva dove prendere tutti quei soldi, che gli avrebbero portato via tutto. Era impaurito in modo grezzo e patetico, come un uomo che ha sempre risolto le cose a spintoni e adesso si trova davanti qualcosa che non si può spintonare.
Serena ne aveva parlato a Stefano, come doveva.
Tre giorni dopo arrivò il messaggio:
Giovedì pomeriggio. Io vengo a casa vostra. Porto chi serve. Tuo marito stia lì. Tu pure.
Giovedì alle sedici e mezza Stefano suonò al citofono. Con lui c’era un uomo magro, ben vestito, con una valigetta sottile. Si chiamava dr. Rinaldi e parlava poco. Si sistemarono al tavolo della cucina. Il marito, in maglietta stropicciata e con la faccia tirata, cercava di spiegare la situazione con il suo solito modo confuso e pieno di rabbia impotente.
Stefano lo lasciò parlare qualche minuto, poi alzò una mano.
«Basta. Digli solo i numeri e le date. Senza le storie.»
Il marito si fermò, inghiottì, e obbedì. Raccontò i fatti in modo più nudo. Rinaldi prese appunti, fece poche domande precise, aprì il computer e lavorò in silenzio per un quarto d’ora. Alla fine chiuse il portatile e guardò Stefano, non il marito.
«Si può intervenire. Rateizzazione aggressiva più istanza di autotutela su due punti deboli dell’accertamento. Se si muove entro lunedì, si evita il pignoramento. Non spariscono i debiti, ma si compra tempo e si abbassa molto la pressione.»
Il marito era pallido.
«E… quanto costa? Perché io adesso…»
Stefano scosse la testa.
«Per ora niente. Rinaldi lavora per me su questo. Tu stai a sentire quello che ti dice e firmi dove ti dice. Il resto lo gestisco io.»
Ci fu un silenzio lungo. Il marito guardava Stefano con un’espressione che Serena non gli aveva mai visto: riconoscenza vera, quasi sbalordita, mista a una sorta di devozione goffa. Si alzò e gli strinse la mano con forza eccessiva.
«Non so come dirti grazie. Mi hai salvato il culo. Davvero. Se non ci fossi stato tu…»
Stefano gli tenne la mano un secondo in più e gli sorrise con calma.
«Adesso stai tranquillo e fai quello che ti si dice. Il resto lascia fare a me.»
Il marito annuì, serio, quasi solenne. In quello stesso gesto si era già messo sotto.
Rinaldi se ne andò dopo aver fatto firmare alcuni fogli. Il marito lo accompagnò alla porta parlando troppo, ringraziando ancora. Quando tornò in cucina aveva gli occhi un po’ lucidi di sollievo e di ammirazione.
Stefano era rimasto in piedi vicino a Serena. Mentre il marito entrava, gli posò una mano sulla schiena bassa di lei, aperta, possessiva, e la lasciò lì. Il marito vide il gesto. Ci fu un attimo di tensione sulle sue spalle. Poi abbassò gli occhi, si grattò la nuca e fece finta di niente. Aveva appena ricevuto una salvezza troppo grande per permettersi di fare storie per una mano sulla moglie.
Stefano non tolse la mano. Anzi, la fece scivolare un poco più in basso, fino a posargliela sul fianco, sotto la maglietta, a contatto con la pelle. Serena restò immobile. Il marito aprì il frigorifero cercando qualcosa solo per avere un’occupazione, e chiuse gli occhi davanti a quello che stava accettando.
«Devo uscire mezz’ora» borbottò alla fine. «Devo portare quei fogli dal commercialista come ha detto il dottore.»
Stefano annuì.
«Va’. Tanto io resto ancora un poco. Serena mi tiene compagnia.»
Il marito esitò solo un secondo. Guardò la mano di Stefano sul fianco della moglie, poi annuì, riconoscente e già un po’ sconfitto.
«Sì. Certo. Grazie ancora. Davvero.»
Uscì. La porta si chiuse.
Stefano aspettò di sentire i passi scendere le scale. Poi voltò Serena verso di sé e le prese il viso tra le mani.
«Hai visto?» chiese basso. «Ha accettato. Ha visto la mia mano su di te e ha scelto di non dire niente. Perché adesso mi deve troppo. Questa è la prima vera crepa.»
Serena deglutì. Era bagnata da un pezzo.
Stefano le accarezzò il labbro inferiore con il pollice.
«Adesso mi fai un servizio. Uno di quelli che a lui non hai quasi mai fatto. In ginocchio. Piano. E mi guardi mentre lo fai.»
La spinse delicatamente verso il basso. Serena scese sulle ginocchia sul pavimento della cucina. Stefano si sbottonò con calma, tirò fuori il cazzo e glielo lasciò davanti alle labbra senza ancora spingere.
«Aprila. E racconta mentre lo prendi. Dimmi perché lo stai facendo.»
Serena aprì la bocca e lo accolse. Era salato, caldo, già duro. Stefano non la forzò subito: la lasciò lavorare con le labbra e la lingua, una mano appoggiata sui suoi capelli, senza ancora guidarla.
«Parla» le ricordò.
Lei si staccò appena, la voce già roca.
«Lo faccio perché… perché lui adesso ti deve tutto. Perché ha accettato di vederti mettermi le mani addosso. Perché tu stai sopra e lui sta scendendo.»
Stefano annuì e la fece riprendere in bocca, questa volta spingendo un po’ più a fondo.
«Continua.»
Serena parlava a pezzi, tra una spinta e l’altra, gli occhi alzati sui suoi, le lacrime che iniziavano a formarsi quando lui le toccava la gola.
«A lui… non l’ho quasi mai fatto… non così… non con questa voglia… adesso lo faccio a te perché mi fai sentire al posto giusto… perché mentre ti servo so che lui fuori sta ancora ringraziandoti…»
Stefano iniziò a usarlle la bocca con più decisione, tenendole la testa, ma senza violenza. Ogni tanto si sfilava e le lasciava riprendere fiato, poi rientrava.
«Brava vacca. Vedi come ti sta bene in ginocchio a servirmi mentre tuo marito è fuori a portare i fogli che gli ho fatto avere io? Questo è il suo nuovo posto. E il tuo.»
Quando fu vicino si sfilò, le strinse i capelli e le diresse il cazzo verso il viso e il seno che le aveva scoperto con l’altra mano.
«Tette fuori bene. Guarda su.»
Serena obbedì. Stefano si masturbò due volte e venne, spesso, caldo, prima sulla faccia, poi sul seno abbondante, con gemiti bassi e controllati. Serena tenne gli occhi aperti, sentendo il seme scenderle sulla guancia, sulle labbra, tra le tette.
Lui restò a guardarla un attimo in silenzio, poi le sollevò il mento.
«Lecca quello che hai sulle labbra.»
Lei lo fece. Il sapore era forte e umiliante.
Stefano le passò il pollice sul labbro inferiore sporco e parlò piano, quasi con affetto.
«Quando torna non ti lavi. Voglio che lui ti guardi e senta che c’è qualcosa di diverso, anche se non saprà dire cosa. Stasera ti farà forse pure i complimenti per avergli “portato” il mio aiuto. Tu lo lasci fare. E mentre ti usa, pensi a chi ti ha appena sborrato in faccia e a chi lui deve ancora dire grazie.»
Si rialzò i pantaloni, le sistemò un capello dietro l’orecchio e aggiunse:
«Il debito che ha con me adesso è grande. Ogni volta che mi guarderà con riconoscenza, accetterà un pezzo in più del suo posto sotto. Tu stai a guardare. E ti bagni.»
Sentirono i passi del marito che risaliva.
Stefano si allontanò di mezzo passo, riprese l’aria cordiale di sempre. Quando la porta si aprì, il marito entrò con la faccia ancora carica di sollievo e di gratitudine.
«Tutto fatto. Il commercialista ha detto che i fogli sono a posto, che si può partire lunedì.»
Guardò Serena, notò il rossore, il leggero luccichio sulla guancia e sul seno appena sistemato sotto la maglietta, ma non disse niente. Forse non volle vedere. Forse stava già imparando a non vedere.
Si rivolse a Stefano con quasi deferenza.
«Davvero… se non ci fossi stato tu…»
Stefano gli posò una mano sulla spalla, breve e pesante.
«Adesso stai tranquillo e fai quello che ti si dice. Il resto lascia fare a chi sa.»
Il marito annuì, serio, grato, già un poco più piccolo di prima.
E Serena, ancora in piedi con il sapore di Stefano in bocca, sentì il disprezzo e l’eccitazione fondersi in qualcosa di sempre più stabile e definitivo.
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