Stupida vacca - capitolo 4
di
Dawizarr
genere
dominazione
Per contatti dawizarr@libero.it
Serena aveva iniziato a osservare il marito come si osserva qualcosa che fino a ieri faceva parte delle mura di casa e da un giorno all’altro diventa estraneo.
Lo guardava masticare a bocca semiaperta. Lo guardava sedersi con le gambe divaricate e la schiena curva. Notava le mani, più piccole di quelle di Stefano, le unghie non sempre pulite, il modo in cui la toccava per abitudine e non per fame vera. Una sera lui aveva voluto farlo sul divano. Si era limitato a tirarle giù le mutandine, a spingere dentro con qualche colpo affrettato e a sbuffare contro la sua spalla. Non le aveva tolto la maglietta. Non l’aveva guardata negli occhi. Alla fine aveva detto solo «così va meglio» e aveva allungato la mano al telefono.
Serena era rimasta ferma, il seme caldo che le colava lungo la coscia. Per la prima volta il disgusto non era stato solo una parola imposta da Stefano. Era una sensazione vera, lenta, che le si annidava sotto lo sterno.
Quella notte, in bagno, si era toccata e aveva sussurrato:
«Stupida vacca… e lui è peggio di me.»
Quando Stefano arrivò, Serena era già nuda sotto il vestito leggero. Lui entrò, chiuse la porta, e la guardò in silenzio per lunghi secondi. Poi fece un gesto breve.
«Toglilo.»
Lei obbedì. Restò nuda in mezzo alla cucina, il seno pesante, il ventre morbido, le cosce che si toccavano. Stefano fece un giro lento intorno al suo corpo. Non la toccò subito. La studiò.
«Fisico da donna che ha partorito e poi si è lasciata andare» disse alla fine, tono quasi neutrale. «Seno ancora bello, pesante, da stringere. Ma tutto il resto è trascurato. Pelle che non vede il sole. Muscoli che non lavorano. Sei il contrario di certe donne che conosco.»
Serena abbassò gli occhi. Stefano le sollevò il mento.
«Donne giovani. Eleganti. Che parlano correttamente. Che sanno come vestirsi, come muoversi, come stringere una figa intorno a un cazzo senza sembrare disperate. Donne di un altro livello. Tu, al loro confronto, sei una casalinga grezza. Una vacca di periferia.» La prese per i capelli, non forte, e la costrinse a guardarlo. «E nonostante questo, mi fai diventare duro. È questo che ti umilia di più, vero?»
Serena deglutì. «Sì.»
«Sul tavolo. A novanta. E questa volta resta aperta.»
Si piegò. Il legno le si stampò contro il seno e il ventre. Stefano le aprì le chiappe con le mani e guardò. Emise un suono basso.
«Già bagnata. Hai pensato a quelle donne mentre tuo marito ti usava?»
«Sì» soffio lei.
«Racconta.»
Serena obbedì, la voce piccola, mentre dietro di lei sentiva il rumore della cerniera. Gli raccontò del divano, delle spinte corte, del fatto che non l’aveva guardata, del disgusto nuovo che aveva provato. Stefano ascoltava e intanto faceva scorrere il glande tra le sue labbra già lucide, avanti e indietro, senza entrare.
«Tuo marito ti monta come si usa un oggetto comodo» disse alla fine. «Io ti monto come si usa una vacca a cui si sta ancora insegnando il suo posto. Differenza sostanziale.»
Entrò con una sola spinta lenta e profonda.
Serena gemette, lunga, rotta. Era grosso, più di quello a cui era abituata, e la apriva con una deliberazione quasi crudele. Stefano si fermò una volta arrivato in fondo, le mani grandi sui suoi fianchi.
«Stringi. Intorno a me. Mostrami che almeno il corpo impara in fretta, anche se la testa resta lenta.»
Lei contrasse. Stefano emise un mezzo suono di approvazione e iniziò a muoversi. Spinte profonde, misurate, che la facevano spostare in avanti sul tavolo a ogni colpo. Una mano le salì lungo la schiena, le afferrò i capelli e le sollevò la testa.
«Parla. Dimmi cos’è tuo marito.»
«Un bifolco… un ignorante… un uomo grezzo che non merita questo corpo.»
«E tu?»
«Una stupida vacca di periferia… una casalinga trascurata… niente rispetto a quelle donne giovani e eleganti che conosci.»
Stefano accelerò appena, il suono umido dei loro corpi che riempiva la cucina.
«Quelle donne non gemono così» disse contro la sua nuca. «Non si bagnano tanto quando le chiami vacche. Non leggono a fatica parole di quattro sillabe e poi vengono quasi subito. Tu sì. Sei inferiore. E proprio per questo sei più divertente da scopare.»
Le diede una pacca secca su una chiappa, poi un’altra. Il seno di Serena si schiacciava e si sollevava contro il legno a ogni spinta. Stefano le raggiunse un seno con la mano libera, lo strinse forte, pinzò il capezzolo fino a farla gemere più alto.
«Chiedi scusa per essere così poco rispetto a loro.»
«Scusa… scusa per essere grezza… scusa per avere questo corpo trascurato… scusa per non sapere parlare come si deve…»
«Ancora. Mentre ti scopo.»
Serena obbedì, la voce rotta dal ritmo delle spinte. Continuò a chiedere scusa, a chiamarsi vacca ignorante, a dire che il marito era niente e che lei era poco più di niente, finché Stefano non le afferrò i fianchi con tutte e due le mani e iniziò a scoparla davvero, profondo, deciso, il tavolo che scricchiolava leggermente.
«Vieni» ordinò. «Vieni sul cazzo di un uomo che ti guarda e ti trova inferiore. E ringrazia.»
Serena venne con un gemito lungo, quasi un pianto, il corpo che si contraeva disperatamente intorno a lui. Mentre il piacere la scuoteva riuscì ancora a parlare, a pezzi:
«Grazie… grazie per scoparmi anche se sono meno… grazie per confrontarmi… sono la tua stupida vacca… la tua casalinga di merda… e lui è niente…»
Stefano la seguì poco dopo, conficcandosi fino in fondo e venendole dentro con un gemito basso, le dita che le lasciavano segni sui fianchi. Restò così per alcuni secondi, pesante su di lei, il respiro caldo contro la sua schiena. Poi uscì lentamente, guardò il seme che le colava lungo la coscia, e lo spinsero di nuovo dentro con due dita.
«Tienilo. Stasera, quando tuo marito ti metterà le mani addosso, voglio che questo sia ancora dentro. Se ti tocca, penserai a chi ti ha riempito davvero.»
La fece rialzare. Serena trema, nuda, il seme che le scendeva lungo la gamba, gli occhi lucidi. Stefano le prese il viso tra le mani e la baciò, lento, profondo, quasi dolce.
Quando si staccò, le parlò molto vicino.
«La prossima volta voglio sentire dalla tua bocca i nomi di quelle donne. Anche se non li conosci. Li inventerai. Dirai che sono più belle, più giovani, più eleganti, più strette, più intelligenti. E mentre lo dici, mi ringrazierai comunque di scendere al tuo livello e di usarti. Capisci?»
«Sì, Stefano.»
Lui le diede un’ultima occhiatina al corpo disfatto, al seno segnato, al seme che le luccicava tra le cosce.
«Vestiti. E cammina così, con me dentro, fino a stasera. È la tua lezione di oggi.»
Si avviò verso la porta. Prima di uscire aggiunse, senza voltarsi:
«E Serena… quando ti tocchi, se ancora ne hai bisogno dopo questo, chiamati pure vacca. Ma aggiungi anche “di basso livello”. Voglio sentirti dire la verità completa.»
La porta si chiuse.
Serena restò ferma in cucina a lungo, le gambe deboli, il seme di Stefano che le colava lentamente verso il ginocchio. Si toccò tra le cosce, raccolse un po’ di quello che usciva e se lo portò alle labbra, senza che nessuno glielo avesse ordinato.
Quella sera il marito provarono di nuovo qualcosa. Serena lo lasciò fare. Lo guardò in faccia mentre lui spingeva, e pensò, con una chiarezza fredda e acida, a quanto era piccolo, a quanto era grezzo, a quanto poco sapeva di lei. Dentro aveva ancora il seme di un altro. E per la prima volta il confronto non le fece solo male.
Le fece anche piacere.
Serena aveva iniziato a osservare il marito come si osserva qualcosa che fino a ieri faceva parte delle mura di casa e da un giorno all’altro diventa estraneo.
Lo guardava masticare a bocca semiaperta. Lo guardava sedersi con le gambe divaricate e la schiena curva. Notava le mani, più piccole di quelle di Stefano, le unghie non sempre pulite, il modo in cui la toccava per abitudine e non per fame vera. Una sera lui aveva voluto farlo sul divano. Si era limitato a tirarle giù le mutandine, a spingere dentro con qualche colpo affrettato e a sbuffare contro la sua spalla. Non le aveva tolto la maglietta. Non l’aveva guardata negli occhi. Alla fine aveva detto solo «così va meglio» e aveva allungato la mano al telefono.
Serena era rimasta ferma, il seme caldo che le colava lungo la coscia. Per la prima volta il disgusto non era stato solo una parola imposta da Stefano. Era una sensazione vera, lenta, che le si annidava sotto lo sterno.
Quella notte, in bagno, si era toccata e aveva sussurrato:
«Stupida vacca… e lui è peggio di me.»
Quando Stefano arrivò, Serena era già nuda sotto il vestito leggero. Lui entrò, chiuse la porta, e la guardò in silenzio per lunghi secondi. Poi fece un gesto breve.
«Toglilo.»
Lei obbedì. Restò nuda in mezzo alla cucina, il seno pesante, il ventre morbido, le cosce che si toccavano. Stefano fece un giro lento intorno al suo corpo. Non la toccò subito. La studiò.
«Fisico da donna che ha partorito e poi si è lasciata andare» disse alla fine, tono quasi neutrale. «Seno ancora bello, pesante, da stringere. Ma tutto il resto è trascurato. Pelle che non vede il sole. Muscoli che non lavorano. Sei il contrario di certe donne che conosco.»
Serena abbassò gli occhi. Stefano le sollevò il mento.
«Donne giovani. Eleganti. Che parlano correttamente. Che sanno come vestirsi, come muoversi, come stringere una figa intorno a un cazzo senza sembrare disperate. Donne di un altro livello. Tu, al loro confronto, sei una casalinga grezza. Una vacca di periferia.» La prese per i capelli, non forte, e la costrinse a guardarlo. «E nonostante questo, mi fai diventare duro. È questo che ti umilia di più, vero?»
Serena deglutì. «Sì.»
«Sul tavolo. A novanta. E questa volta resta aperta.»
Si piegò. Il legno le si stampò contro il seno e il ventre. Stefano le aprì le chiappe con le mani e guardò. Emise un suono basso.
«Già bagnata. Hai pensato a quelle donne mentre tuo marito ti usava?»
«Sì» soffio lei.
«Racconta.»
Serena obbedì, la voce piccola, mentre dietro di lei sentiva il rumore della cerniera. Gli raccontò del divano, delle spinte corte, del fatto che non l’aveva guardata, del disgusto nuovo che aveva provato. Stefano ascoltava e intanto faceva scorrere il glande tra le sue labbra già lucide, avanti e indietro, senza entrare.
«Tuo marito ti monta come si usa un oggetto comodo» disse alla fine. «Io ti monto come si usa una vacca a cui si sta ancora insegnando il suo posto. Differenza sostanziale.»
Entrò con una sola spinta lenta e profonda.
Serena gemette, lunga, rotta. Era grosso, più di quello a cui era abituata, e la apriva con una deliberazione quasi crudele. Stefano si fermò una volta arrivato in fondo, le mani grandi sui suoi fianchi.
«Stringi. Intorno a me. Mostrami che almeno il corpo impara in fretta, anche se la testa resta lenta.»
Lei contrasse. Stefano emise un mezzo suono di approvazione e iniziò a muoversi. Spinte profonde, misurate, che la facevano spostare in avanti sul tavolo a ogni colpo. Una mano le salì lungo la schiena, le afferrò i capelli e le sollevò la testa.
«Parla. Dimmi cos’è tuo marito.»
«Un bifolco… un ignorante… un uomo grezzo che non merita questo corpo.»
«E tu?»
«Una stupida vacca di periferia… una casalinga trascurata… niente rispetto a quelle donne giovani e eleganti che conosci.»
Stefano accelerò appena, il suono umido dei loro corpi che riempiva la cucina.
«Quelle donne non gemono così» disse contro la sua nuca. «Non si bagnano tanto quando le chiami vacche. Non leggono a fatica parole di quattro sillabe e poi vengono quasi subito. Tu sì. Sei inferiore. E proprio per questo sei più divertente da scopare.»
Le diede una pacca secca su una chiappa, poi un’altra. Il seno di Serena si schiacciava e si sollevava contro il legno a ogni spinta. Stefano le raggiunse un seno con la mano libera, lo strinse forte, pinzò il capezzolo fino a farla gemere più alto.
«Chiedi scusa per essere così poco rispetto a loro.»
«Scusa… scusa per essere grezza… scusa per avere questo corpo trascurato… scusa per non sapere parlare come si deve…»
«Ancora. Mentre ti scopo.»
Serena obbedì, la voce rotta dal ritmo delle spinte. Continuò a chiedere scusa, a chiamarsi vacca ignorante, a dire che il marito era niente e che lei era poco più di niente, finché Stefano non le afferrò i fianchi con tutte e due le mani e iniziò a scoparla davvero, profondo, deciso, il tavolo che scricchiolava leggermente.
«Vieni» ordinò. «Vieni sul cazzo di un uomo che ti guarda e ti trova inferiore. E ringrazia.»
Serena venne con un gemito lungo, quasi un pianto, il corpo che si contraeva disperatamente intorno a lui. Mentre il piacere la scuoteva riuscì ancora a parlare, a pezzi:
«Grazie… grazie per scoparmi anche se sono meno… grazie per confrontarmi… sono la tua stupida vacca… la tua casalinga di merda… e lui è niente…»
Stefano la seguì poco dopo, conficcandosi fino in fondo e venendole dentro con un gemito basso, le dita che le lasciavano segni sui fianchi. Restò così per alcuni secondi, pesante su di lei, il respiro caldo contro la sua schiena. Poi uscì lentamente, guardò il seme che le colava lungo la coscia, e lo spinsero di nuovo dentro con due dita.
«Tienilo. Stasera, quando tuo marito ti metterà le mani addosso, voglio che questo sia ancora dentro. Se ti tocca, penserai a chi ti ha riempito davvero.»
La fece rialzare. Serena trema, nuda, il seme che le scendeva lungo la gamba, gli occhi lucidi. Stefano le prese il viso tra le mani e la baciò, lento, profondo, quasi dolce.
Quando si staccò, le parlò molto vicino.
«La prossima volta voglio sentire dalla tua bocca i nomi di quelle donne. Anche se non li conosci. Li inventerai. Dirai che sono più belle, più giovani, più eleganti, più strette, più intelligenti. E mentre lo dici, mi ringrazierai comunque di scendere al tuo livello e di usarti. Capisci?»
«Sì, Stefano.»
Lui le diede un’ultima occhiatina al corpo disfatto, al seno segnato, al seme che le luccicava tra le cosce.
«Vestiti. E cammina così, con me dentro, fino a stasera. È la tua lezione di oggi.»
Si avviò verso la porta. Prima di uscire aggiunse, senza voltarsi:
«E Serena… quando ti tocchi, se ancora ne hai bisogno dopo questo, chiamati pure vacca. Ma aggiungi anche “di basso livello”. Voglio sentirti dire la verità completa.»
La porta si chiuse.
Serena restò ferma in cucina a lungo, le gambe deboli, il seme di Stefano che le colava lentamente verso il ginocchio. Si toccò tra le cosce, raccolse un po’ di quello che usciva e se lo portò alle labbra, senza che nessuno glielo avesse ordinato.
Quella sera il marito provarono di nuovo qualcosa. Serena lo lasciò fare. Lo guardò in faccia mentre lui spingeva, e pensò, con una chiarezza fredda e acida, a quanto era piccolo, a quanto era grezzo, a quanto poco sapeva di lei. Dentro aveva ancora il seme di un altro. E per la prima volta il confronto non le fece solo male.
Le fece anche piacere.
3
voti
voti
valutazione
9
9
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Stupida vacca - capitolo 3racconto sucessivo
Stupida vacca - capitolo 5
Commenti dei lettori al racconto erotico